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Venezia, il nuovo MUNAV e la storia della marineria italiana

Venezia, il nuovo MUNAV e la storia della marineria italianaVenezia, 31 mar. (askanews) – In concomitanza con l’arrivo della nave Amerigo Vespucci, il MUNAV, Museo Storico Navale di Venezia ha presentato i nuovi servizi per il pubblico, gli allestimenti, l’immagine coordinata, l’audioguida multilingue e i nuovi progetti, come la riapertura del Padiglione delle navi all’Arsenale. A coordinare il rinnovamento del museo l’azienda D’Uva.


“Un processo di valorizzazione come quello che noi immaginiamo di fare per il Museo Storico Navale di Venezia – ha detto ad askanews Ilaria D’Uva, concessionaria della valorizzazione del MUNAV – è molto lungo. Ma vorrei anche dire che questo è un luogo che ha dal mio punto di vista un potenziale infinito perché racconta la storia di Venezia, racconta la storia della tradizione marinara veneziana, racconta la storia della regia marina, della Marina Militare Italiana, del risorgimento delle due guerre mondiali, insomma, quindi è un posto che ha tantissima storia dentro”. Dai celebri siluri a lenta corsa, i cosiddetti “Maiali”, alle galee che furono schierate nella battaglia di Lepanto, dal Bucintoro con cui il Doge sposava il mare fino alla collezione di conchiglie di Roberta Di Camerino, nelle sale del MUNAV passano le storie delle tante forme di marineria, ma con una nuova attenzione anche al pubblico. “Abbiamo iniziato – ci ha detto ancora D’Uva – partendo dalla nuova identità visiva, partendo dal nuovo logo e dal nuovo nome, perché prima non si chiamava MUNAV. Poi abbiamo proseguito allestendo un’accoglienza di tipo diverso, quindi una nuova biglietteria con un nuovo bookshop, un bookshop che in realtà prima non c’era neppure. Abbiamo aperto da subito la visita del sommergibile Enrico Dandolo che uno dei quattro sommergibili delle classe Toti di cui due sono musealizzati, uno qui e uno a Milano”.


Elemento importante del progetto la nuova audioguida che accompagnerà la visita. “La nostra guida immaginaria – ha concluso Ilaria D’Uva – si chiama Isotta, perché nella nostra fantasia il nonno lavorava all’Isotta Fraschini. In questo museo si trovano tantissimi motori Isotta Fraschini e quindi abbiamo deciso di chiamarla Isotta. Nel nostro racconto lei incontra 57 personaggi, come per esempio Casanova, che parla con il suo gondoliere, parla di quanto era bella Venezia, di come era bello stare in gondola protetto nelle sue fughe d’amore e non solo d’amore, nelle sue fughe da chi non lo amava”. Altro elemento centrale del progetto di rinnovamento è la riapertura del Padiglione delle navi, un grande hangar, originariamente dedicato alla realizzazione dei remi, che oggi ospita le imbarcazioni di grandi dimensioni, con anche una parte importante dell’Elettra di Guglielmo Marconi, uno dei pezzi in assoluto più affascinanti del museo, simbolo di una modernità che stava per arrivare, ma che ancora portava con sé una componente di mistero.

”Moonkillers”, cinque artisti italiani e una pittura selvaggia

”Moonkillers”, cinque artisti italiani e una pittura selvaggiaVenezia, 7 feb. (askanews) – “Moonkillers” è un titolo affascinante e rimanda a un’idea di “pittura selvaggia” e addirittura a “una visione del mondo” che la mostra vuole provare a raccontare attraverso cinque artisti italiani di oggi. La galleria Tommaso Calabro di Venezia ha aperto le sue porte al contemporaneo con un progetto di ricerca e scoperta sulla scena del nostro Paese.


“Questa è la prima mostra contemporanea che facciamo qui a Venezia – ha detto il gallerista ad askanews -. È una mostra curata da Antonio Grulli: è una collettiva con Flaminia Veronesi, Emilio Gola, i Canemorto, Alessandro Miotti e Michele Bubacco, che sono degli artisti che Antonio ha voluto unire in un’ottica del loro utilizzo del colore, gli ha voluti chiamare i nuovi Fauves. E sono molto orgoglioso anche del fatto che presentiamo qui a Venezia cinque artisti, cioè degli artisti, perché sono più di cinque italiani, che nel contemporaneo stanno facendo delle carriere veramente molto interessanti e che spero con questa mostra possano crescere ancora di più”. Le opere si collocano tutte sul terreno del figurativo, ma riescono a smuovere qualcosa di ulteriore, sia che si tratti di una scena da interni con due ragazze di Gola, sia che ci si sposti su un registro più fantastico e immaginario con Flaminia Veronesi. Il messaggio che si sente vibrare è quello di una rappresentazione che nasce dall’urgenza del tempo, la cui mediazione con lo spettatore è lasciata per intero al medium della pittura.


“Io sono partito nel 2018 e ho una storia espositiva molto legata al moderno – ha aggiunto Tommaso Calabro – e questo focus moderno continuerà anche in futuro. Detto questo, avendo adesso tre spazi espositivi, è giunta l’ora di poter allargare un po’ gli orizzonti e di iniziare a lavorare anche con tanti amici e artisti che ritengo validissimi e che hanno sicuramente qualcosa da dire e penso che comunque poter offrire, in un’ottica anche di commistione tra contemporaneo e moderno, delle mostre interessanti possa dare un valore aggiunto anche alla galleria”. “Moonkillers” è aperta a Palazzo Donà Brusa in Campo San Polo fino al 15 marzo.

Far Fading West di Luisa Menazzi Moretti, mondi che scompaiono

Far Fading West di Luisa Menazzi Moretti, mondi che scompaionoRoma, 4 feb. (askanews) – Far Fading West di Luisa Menazzi Moretti, edizioni Artem, è un libro fotografico, ma è anche una mostra, e un incontro per una riflessione su mondi che scompaiono, in un viaggio per immagini che dal Texas parla all’Italia.


Venerdì 7 febbraio ore 18.00, alle Librerie.coop di Mestre, in Piazza Ferretto, l’autrice Luisa Menazzi Moretti presenta il suo lavoro insieme a Roberta Valtorta, critica e storica della fotografia, curatrice del volume. Con loro apre la riflessione, Vanni Pettinà, professore di Storia e istituzioni delle Americhe, Ca’ Foscari. Modera l’incontro Domenico Lanzilotta, giornalista e direttore di City Vision. Far Fading West è un viaggio mistico attraverso 169 scatti che raccontano la dissoluzione di un mondo. Tappeti scoloriti dalla polvere, intonaci sbiaditi, assi di legno mangiate dai tarli, strade spaccate dal sole, villaggi fantasma nel grigiore bucato da sprazzi di colore di murales e vecchi cartelloni, un Texas che va scomparendo, nell’ombra di poche figure umane, che solitarie si aggirano tra ciò che resta, che si aggrappano allo scheletro di un mondo che non può ritornare. Come il cowboy (nella foto) che lentamente, in sella al suo cavallo, percorre una modernissima, deserta autostrada di Houston. Solitudini catturate dal lavoro di Luisa Menazzi Moretti, l’autrice, italo americana, che di questa dualità di identità e cultura arricchisce lo sguardo nel passaggio delle immagini attraverso l’obiettivo. Ma la dissoluzione di questo mondo – un mondo, il West, che per tanti anni è stata iconografia viva nell’immaginario collettivo italiano – la sua solitudine, questo ultimo tentativo di restare attaccati, senza forza, con un gesto quasi necessario a ciò che sta scomparendo, raccontato negli scatti di Far Fading West è qualcosa che non è lontano, non è solo Texas e non è solo un luogo. È uno stato mentale. È una “mistica” universale, che – attraverso il rispetto e la delicatezza dell’obiettivo dell’artista che ha raccolto queste immagini – parla a tutti. Parla alla solitudine e al disgregarsi delle periferie italiane, all’abbandono di aree industriali, al disfacimento di un tessuto sociale, di un’economia, manifatturiera ma anche agricola, che ancora non è riuscita a reinventarsi, in bilico fra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere, oltre le tenaglie della “modernità”.


Far Fading West parte dal Texas ma parla anche all’Italia, per questo dal libro fotografico è nato un progetto di dialogo, attraverso la presentazione del lavoro in librerie e biblioteche, selezionate in base alla loro attenzione all’arte e al sociale. Incontri per parlare di un mondo, quello del Texas, ma anche per riflettere sul racconto universale dell’uomo che cerca di non perdere il suo passato, mentre lotta per prendersi il futuro, della solitudine che spesso attraversa il cambiamento, di una crisi economica e sociale che ha cambiato anche i nostri paesaggi. E Mestre, con le Librerie.coop è il punto di partenza di questo nuovo viaggio.

Rinasce la rivista della Biennale di Venezia, dopo 53 anni

Rinasce la rivista della Biennale di Venezia, dopo 53 anniMilano, 24 ott. (askanews) – Rinasce la storica rivista edita dalla Biennale di Venezia, dopo 53 anni dalla sua ultima pubblicazione. Il numero 1/24, intitolato Diluvi prossimi venturi / The Coming Floods, e il progetto della nuova rivista trimestrale – che si innesta nell’attività dell’Archivio Storico della Biennale – sono stati presentati oggi a Venezia alla Biblioteca della Biennale (Giardini) dal Presidente Pietrangelo Buttafuoco e dalla responsabile dell’Archivio Debora Rossi. È intervenuto il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli. Una lectio magistralis è stata tenuta da Aziza Chaouni, docente di Architettura all’Università di Toronto, tra gli architetti invitati alla Biennale Architettura 2023, specializzata nella progettazione di tecnologie sostenibili per climi aridi. Suo il contributo dal titolo Designing for an Arid Future presente tra le pagine nel numero 1 della rivista, tutto dedicato al tema dell’Acqua.


“La Rivista – spiega Debora Rossi – rinasce con lo stesso spirito e natura che la contraddistingueva sin dalla prima edizione, ovvero retta da una parola guida, ‘ricerca’, termine che ricorre nella stessa legge istitutiva della Biennale. Rappresenta uno spazio di riflessione e discussione intorno all’oggi, sempre con la prospettiva di meglio comprendere e immaginare il futuro”. Concepita e realizzata in edizione cartacea, dotata di un significativo apparato iconografico che attinge in buona parte dall’Archivio Storico della Biennale e da ricerche fotografiche nazionali e internazionali, la rivista avrà cadenza trimestrale, con trattazione monografica per ogni numero, facendo dialogare le discipline proprie della Biennale di Venezia – arti visive, architettura, danza, musica, teatro, cinema – ma anche scienze e letteratura. Come nella prima rivista, anche la moda rientra nei mondi di riferimento, proprio per la relazione del suo processo creativo con l’arte, gli archivi, la sperimentazione.


Ogni numero conterrà interventi, testimonianze, interviste, dialoghi e contributi inediti ed esclusivi a cura di artisti, studiosi, personalità italiane e internazionali del mondo della cultura e della società civile. Diverse saranno le modalità espressive, che daranno spazio alla grafica e alle contaminazioni tra i linguaggi. I contributi del n. 1/24 sono di Manal AlDowayan, Engin Akyurek, Carlo Barbante, Davide Brullo, Carolyn Carlson, Aziza Chaouni, Giovanni Lindo Ferretti, Giulia Foscari, Chiara Ianeselli, John Kinsella, Piersandro Pallavicini, Francesco Palmieri, Gilda Palusci, Orhan Pamuk, Mariagrazia Pontorno, Elena Pettinelli, Andrea Rinaldo, Emanuele Rosa, Stenio Solinas, José Tolentino de Mendonça, Lorenzo Toso, Luciano Violante, Peter Weir, Kongjian Yu. La copertina è illustrata con un’immagine fotografica di Yuri Ancarani realizzata durante le riprese del film Atlantide. Il volume è illustrato con le fotografie provenienti dall’Archivio della Biennale e con le fotografie di Chiara Arturo, Alessandro Cinque, Antonio Martinelli, Paolo Pellegrin, Italo Rondinella, Paolo Verzone, Federico Vespignani, Francesco Zizola. Direttore editoriale della rivista è Debora Rossi. La direzione è affidata a Luigi Mascheroni, giornalista e scrittore. La Redazione è composta dall’Ufficio Attività Editoriali, gli Uffici stampa e da una squadra di figure professionali proveniente dai diversi Settori della Biennale. Il progetto grafico è a cura di Tomo Tomo, studio di design della comunicazione fondato a Milano da Davide Di Gennaro e Luca Pitoni.

Premio Letterario “Il Libro della Vita” annuncia terna finalista

Premio Letterario “Il Libro della Vita” annuncia terna finalistaRoma, 16 ott. (askanews) – La Basilica Palladiana è un luogo iconico non solo per Vicenza, ma per il mondo intero. Patrimonio Unesco e prezioso gioiello palladiano, è stata scelta con forza e passione da Vera Slepoj, stimata e conosciuta psicologa recentemente scomparsa, come palcoscenico della serata finale del Premio Letterario “Il libro della vita” da lei istituito assieme a Diego De Leo, presidente di De Leo Fund.


Il premio è nato per dare un concreto riconoscimento a romanzi o saggi che, promuovendo contenuti che danno valore positivo alla vita e all’esistenza, celebrano il meglio della letteratura contemporanea. Sabato 19 ottobre la Basilica sarà la splendida protagonista della nomina del vincitore del Premio, giunto alla sua seconda edizione e frutto della scelta di una selezionata giuria di letterati e giornalisti. Nella difficoltà di un’epoca travagliata da evoluzioni e contraddizioni, un libro può diventare un filo conduttore di valori significativi e importanti. Da questa consapevolezza è nato il Premio Letterario “Il Libro della Vita”: il contenuto importante che il Premio vuole celebrare è un testo ed un autore capaci di contribuire a delineare i principi, i contenuti, le interpretazioni, le riflessioni sul significato della vita. Tutto ciò nasce dalla casualità, ma al tempo stesso dalla consapevolezza dell’importanza di dare vita a un evento culturale dedicato alla letteratura che esalta il valore della vita, coinvolgendo figure di alto prestigio. Il Premio vedrà assegnato un riconoscimento ad un romanzo, o ad un saggio, pubblicato per la prima volta in volume cartaceo nel periodo dal 1° gennaio 2023 al 30 luglio 2024.


I finalisti di quest’anno sono: Anita Likmeta con “Le favole del comunismo” (Marsilio Editori). Nel libro l’autrice racconta con tenerezza ed ironia della sua infanzia e quella di un’intera generazione in Albania, paese stremato dalla dittatura e dalla povertà; Antonio Franchini con “Il fuoco che ti porti dentro” (Marsilio Editori) Finalista al Campiello. Il libro racconta la vita e la morte di Angela, madre dell’autore. Il romanzo è un’indagine nella vita, nelle passioni e negli odi di una donna dal carattere tormentato, alla ricerca di una spiegazione possibile ed Emanuele Trevi con “La casa del mago” (Ponte delle Grazie). L’autore è figlio di Mario Trevi, noto studioso e psicanalista. In questo libro, muovendosi tra autobiografia, riflessioni sul senso dei rapporti e dell’esistenza Trevi offre il suo libro più personale. A giudicare le opere letterarie sono state personalità ed eccellenze italiane legate al mondo della cultura come Mons. Vincenzo Paglia (Presidente onorario), Marina Valensise (Presidente della Giuria), Alessandra Kustermann, Maria Pia Garavaglia, Lamberto Iezzi, Don Renzo Pegoraro, Claudio Cutuli, Vincenzo Pepe e Filippo Scianna.

Il miglior Tiramisù del mondo è di due veneziane

Il miglior Tiramisù del mondo è di due venezianeRoma, 14 ott. (askanews) – Si conclude la Tiramisù World Cup 24, dedicata al tema “Treviso e le Radici”, nell’anno delle Radici Italiane all’estero, l’iniziativa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Fra i 240 concorrenti iscritti al Grand Final, l’hanno dunque spuntata Nadia Ceoldo di Salzano (per la ricetta originale) e Isabella Bucciol di Portogruaro (per la ricetta creativa) con la sua creazione alla polvere di liquirizia, marmellata di arance e croccante di arachidi.


In questa golosa 3-giorni a Treviso hanno gareggiato 240 concorrenti sfidandosi chi nella ricetta originale (sei ingredienti: uova, zucchero, mascarpone, savoiardi, caffè e cacao) chi in quella creativa (con la possibilità di aggiungere tre ingredienti e di sostituire il biscotto). L’8ª edizione ha visto anche un ricco programma di appuntamenti a cui hanno partecipato appassionati da tutto il mondo del celebre dolce: in particolare, un momento è stato dedicato a Roberto “Loli” Linguanotto, padre del Tiramisù di Treviso recentemente scomparso.


“È stata un’altra edizione di cui siamo davvero contenti, abbiamo visto tanto entusiasmo e tanta passione da parte di concorrenti, giudici, pubblico e tutti gli attori coinvolti – spiega Francesco Redi di Twissen che organizza l’evento – . La manifestazione, già al lavoro con l’associazione Radici Venete, cresce sempre più a livello internazionale (solo quest’anno, oltre il 30% di iscritti dall’estero): abbiamo anche già aperto le iscrizioni per la TWC 2025, ripartiamo ancora più carichi”. LA CLASSIFICA FINALE


Ricetta originale Nadia Ceoldo di Salzano (VE), 45 anni, architetto; Stefania Bovo di Vicenza, 52 anni, impiegata commerciale; Mauro Akio Kamiguchi di San Paolo (Brasile), 63 anni, ingegnere aeronautico. Ricetta creativa Isabella Bucciol, 44 anni di Portogruaro, impiegata, con la sua creazione alla polvere di liquirizia, marmellata di arance e croccante di arachidi; Antonio Panzetta di Noventa di Piave (Venezia), 50 anni, consulente informatico con la sua ricetta di Tiramisù con rosmarino, lime e zenzero; Miriam Pressato di Padova, 50 anni, impiegata, con la ricetta alle nocciole pralinate, cioccolato fondente e amaretti.

Ca’ Rezzonico, acquisiti i disegni della collezione Paolo Galli

Ca’ Rezzonico, acquisiti i disegni della collezione Paolo GalliVenezia, 11 ott. (askanews) – Il mese di Ca’ Rezzonico a Venezia presenta la donazione dell’ambasciatore Paolo Galli che entra a far parte del Gabinetto dei Disegni e delle Stampe della Fondazione Musei Civici di Venezia. 216 fogli di maestri italiani dal Cinquecento al Novecento che costituiscono la più importante acquisizione nel campo della grafica dal 1967.


“È una straordinaria collezione colorata – ha detto ad askanews Alberto Craievich, responsabile di Ca’ Rezzonico – che in qualche modo sfata quelli che sono i luoghi comuni sulla grafica, il disegno, il bianco e il nero. Sono artisti di quattro secoli, di un po’ tutte le scuole italiane e questo è uno dei momenti più interessanti per noi perché le nostre collezioni di solito sono strettamente legate a Verezia. In questo caso apriamo gli artisti emiliani, toscani, c’è Vasari, ci sono Agostino Carracci, Carlo Maratta, il cavaliere d’Arpino, Baglione, quindi un po’ tutti i grandi nomi del 6-700 che sono disegnatori straordinari e diversissimi”. Ovviamente la collezione presenta anche artisti veneziani come Giambattista e Giandomenico Tiepolo, Giambattista Piazzetta, Antonio e Francesco Guardi. Ma a colpire di più, e a rendere importante la collezione di Paolo Galli, è la varietà dei pezzi, che saranno esposti al pubblico di Ca’ Rezzonico fino al 20 gennaio 2025.

Un palazzo di Treviso del 1200 diventa primo coworking al mondo

Un palazzo di Treviso del 1200 diventa primo coworking al mondoRoma, 4 ott. (askanews) – Si chiamerà Palazzo dei Maestri e sarà il primo coworking al mondo ricavato all’interno di un palazzo del 1200. L’immobile medievale ristrutturato del centro storico di Treviso, risalente al XIII secolo, sarà presentato al pubblico venerdì 4 ottobre 2024 alle ore 11,30 con una cerimonia inaugurale per illustrarne la nuova destinazione e funzionalità: sede congiunta, ipertecnologica e condivisa in tutti i 4 piani, di studi professionali di altissimo profilo. Il palazzo viene restituito alla comunità dopo un accurato restauro conservativo durato due anni su idea e interessamento dell’imprenditore Patrizio Bof, già autore di un altro intervento importante di recupero su una dimora cinquecentesca sempre nel capoluogo della Marca. 


Palazzo dei Maestri, durante il Medioevo, era la magnifica residenza con archi a tutto sesto, affrescata sia dentro che fuori, di religiosi, giudici, notai, artigiani e accademici. Dedicato ai maestri di ieri e di oggi E proprio queste personalità esemplari intende oggi celebrare Patrizio Bof riassunte nel nome Palazzo dei Maestri, rendendo così omaggio a quanti si sono avvicendati nei secoli tra quelle stesse mura: notai, vetrai e intagliatori che hanno tramandato le loro arti e i loro saperi e che idealmente passano il testimone della loro opera alle professionalità attuali, dotate degli strumenti più all’avanguardia del presente e del futuro.  Un luogo unico nel suo genere, arricchito di un design ricercato ed essenziale che lascia parlare gli ambienti originari e allo stesso tempo sa raccontarne l’evoluzione.


“Riconsegniamo alla città un bene culturale importante, un altro gioiello prezioso collocato all’interno delle mura civiche che andrà ad aggiungersi alla nostra collezione Diamonds Secret – annuncia l’imprenditore Patrizio Bof-. Palazzo dei Maestri e Palazzo della Luce sono i nostri scrigni nei quali proponiamo un nuovo modello di luogo dedicato al lavoro, mettendo a disposizione il meglio della strumentazione digitale e domotica”. Non si tratta della sola iniziativa di riqualificazione ad opera dell’imprenditore Patrizio Bof, da sempre legato al mondo dell’innovazione. “Mi trovo d’accordo con Maria Grazia Chiuri della maison Dior quando dice: ‘capisco sempre di più che a me piace restaurare, non mi piace l’idea di fare qualcosa di nuovo, mi piace l’idea di recuperare, aggiornare, far evolvere quello che già c’è’”.


Dapprima Palazzo della Luce e adesso Palazzo dei Maestri: c’è sempre il richiamo a un faro – in senso fisico o concettuale – come elemento centrale nelle scelte creative di Patrizio Bof, per dare un nome alle sue infinite idee, per utilizzare l’aggettivo principe con cui ha battezzato la sua holding: Infinite Area.  

Da Terzopoulos a Lindo Ferretti, ciclo classici all’Olimpico Vicenza

Da Terzopoulos a Lindo Ferretti, ciclo classici all’Olimpico VicenzaRoma, 16 set. (askanews) – Uno dei festival teatrali più prestigiosi e longevi nel teatro coperto più antico del mondo, capolavoro e ultima opera progettata da Andrea Palladio, inserito dall’Unesco tra i beni patrimonio mondiale dell’umanità.


Dopo il maestoso Prologo dello scorso 1 maggio che ha visto protagonista una delle artiste più iconiche e influenti del nostro tempo, Meredith Monk, si svolgerà dal 20 settembre al 20 ottobre il 77esimo Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza con la direzione artistica di Ermanna Montanari e Marco Martinelli: un progetto del Comune di Vicenza, in collaborazione con l’Accademia Olimpica e la Biblioteca civica Bertoliana, con il sostegno della Regione del Veneto, il coordinamento artistico del Centro di Produzione Teatrale La Piccionaia e il coordinamento generale della Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza. Un’edizione diffusa, che abiterà anche la Basilica Palladiana, il Teatro Astra e la Biblioteca Bertoliana, attraversando l’intera città di Vicenza e coinvolgendo i suoi cittadini, affidata alla visione e alla cura di due personalità di primissimo piano della creazione contemporanea, una coppia di arte e di vita, fondatori del Teatro delle Albe e di Ravenna Teatro. Ermanna Montanari e Marco Martinelli, 15 premi Ubu in due e tanti altri riconoscimenti nazionali e internazionali, guideranno dunque un’eccellenza culturale che non ha mai smesso, nel corso della sua storia, di interrogarsi sul ruolo dei classici nella contemporaneità.


In piena sintonia con la dimensione diffusa del festival, il tema scelto per questa 77esima edizione: ‘L’immagine guida per questo biennio 2024-2025 sarà quella del ‘coro’, inteso come radice fondante del teatro: nella parola ‘coro’ i greci vedevano lo stretto intarsio tra parola, musica e danza, un’alchimia che rivela ancora oggi tutta la sua necessità ardente, moltiplicandosi nel nodo vita-scena del nostro contemporaneo agire. Al tempo stesso il coro è, fin dalle origini, lo specchio disvelante della polis: era composto, nell’Atene del V secolo, da migliaia di cittadini che non si limitavano a fare da ‘spettatori’, ma si ponevano quali interlocutori-artefici, misurandosi sulla scena insieme agli artisti dell’epoca, da Eschilo ad Aristofane. In questo senso il coro è sempre un gesto ‘politico’, oltre che poetico. Esso può assumere oggi le forme di una gioiosa ‘chiamata pubblica’, dove mescolare arte e vita, artisti e cittadini di varie generazioni per infuocarne lo sfuggente meccanismo prismatico”. Theodoros Terzopoulos, Alessandro Serra, Evelina Rosselli, Serena Sinigaglia, Giovanni Lindo Ferretti, Francesco Giomi, Abdullah Miniawy, Ndox Electrique, Serena Abrami e Enrico Vitali, Mariangela Gualtieri, Danio Manfredini, R.Y.F., Mara Redeghieri, Daniela Pes e, naturalmente, Ermanna Montanari e Marco Martinelli sono gli artisti che daranno voce a un programma lungo un mese, articolato in 9 spettacoli di cui 3 prime assolute, una prima nazionale, una prima regionale, 3 chiamate pubbliche e 2 cicli di incontri di approfondimento.


L’immagine del 77esimo Ciclo di Spettacoli Classici è firmata da un altro grande artista e sperimentatore: Igort, uno dei grandi maestri del fumetto d’autore internazionale, tra i protagonisti della scena indie italiana degli anni ’80 (Linus, Alter Alter, Frigidaire) ed esponente di spicco del graphic journalism, oltreché sceneggiatore e musicista. Il 77esimo Ciclo di Spettacoli Classici si inaugura il 20 e 21 settembre al Teatro Olimpico con la Prima Nazionale dell’Oresteia firmata da uno dei grandi esponenti della scena contemporanea internazionale, Theodoros Terzopoulos. L’Oresteia arriva a Vicenza dopo la Prima Assoluta dello scorso 12 e 13 luglio al Festival di Atene ed Epidauro.


Ideatore di un metodo di lavoro insegnato in tutto il mondo, fondatore nel 1985 dell’Attis Theatre e alla guida da oltre trent’anni dell’International Committee of Theatre Olympics, Terzopoulos è maestro nell’interpretazione e nella messinscena del repertorio tragico classico, sempre criticamente interrogato. Dopo averne affrontato in passato i singoli capitoli, per la prima volta il regista greco si trova alle prese con l’intera trilogia di Eschilo, unica sopravvissuta per intero di tutto il teatro greco classico. L’Orestea fu messa in scena per la prima volta ad Atene in occasione delle Grandi Dionisie nel 458 a.C., anno di turbolenze politiche, storiche e sociali e violenti sconvolgimenti che riflettevano le tensioni tra oligarchi e democratici. “Il mito dell’Orestea è pericoloso, appartiene al mondo dell’inconsueto e dell’ignoto, incute terrore perché rivela l’intrattabile, la violenza e le leggi più profonde che non possono essere domate. Clitennestra invita a “spezzarci” come nel momento della rottura dello specchio, affinché dai frammenti nasca una nuova immagine mentre le radici oscure del mito vengono preservate. Ancora una volta ci poniamo la domanda ontologica fondamentale ‘qual è il senso?’, una domanda a cui non esistono risposte definitive, ma che ci spinge costantemente verso una ricerca sempre più profonda delle radici dei suoni, delle parole, della multidimensionalità dell’enigma umano e della ricostruzione di un nuovo mito” scrive Terzopoulos nelle note di regia. Difficile non cogliere le profonde analogie con l’odierna crisi della democrazia, con la condizione storico-esistenziale della nostra epoca dilaniata da conflitti profondi e sospesa sull’orlo del baratro. Il 26 settembre al Teatro Astra invece appuntamento con l’azione corale della prima delle tre chiamate pubbliche in programma al Festival. Si tratta di Purgatorio dei poeti di Ermanna Montanari e Marco Martinelli, esito di un laboratorio che fra il 22 e il 25 settembre coinvolgerà 50 cittadine e cittadini di tutte le età. “Per questa ‘azione corale’ lavoreremo su alcuni canti dell’Inferno e del Purgatorio, la cantica dove Dante colloca gli artisti, gli scrittori, i pittori: agli endecasillabi danteschi mescoleremo frammenti poetici di Emily Dickinson, Vladimir Majakovskij, Walt Withman e altri poeti, come il guelfo fiorentino, affamati di bellezza”. Nell’ambito di una pratica cara al Teatro delle Albe, la chiamata pubblica è un invito rivolto alla cittadinanza a “farsi luogo”, farsi comunità, nell’epoca dei non-luoghi e della frantumazione del senso comunitario. Purgatorio dei poeti è una nuova ulteriore tappa del Cantiere Dante, il lavoro di Montanari e Martinelli sulle tre cantiche della Divina Commedia (2017-2022) che in questi anni ha coinvolto oltre mille cittadini e ha vinto premi tra i quali Premio Ubu, Lauro Dantesco ad Honorem, Premio Associazione Nazionale Critici di Teatro. Il 27 settembre al Teatro Olimpico, con replica il 28 e 29, andrà in scena in Prima Assoluta Il Canto di Edipo, una versione site specific di Tragùdia, il nuovo progetto artistico di Alessandro Serra. Questa particolare messa in scena, pensata appositamente per il Teatro Olimpico di Vicenza, oltre che a pochi oggetti e ai costumi vedrà protagonisti i due elementi qualificanti il tragico: il canto e la danza. Regista, autore, artista visivo, fondatore della compagnia Teatropersona, Serra sceglie in questa occasione il “mito perfetto”, centrale nella riflessione teorica di Aristotele come in quella di Sigmund Freud, partendo da un assunto: “la tragedia è un’arte fortunata, perché gli spettatori conoscono l’intreccio già prima che il poeta lo racconti”. Da questa premessa Serra si interroga su come si possa ricostruire oggi quella forma di sapere collettivo e in che lingua, che non sia ostile e concettuale ma musicale, istintiva e sensuale. Sceglie non l’italiano che abbassa il tragico a fatto drammatico ma il grecanico, l’antica parlata greca di una striscia di terra della Calabria e della Sicilia, per concentrarsi su una molteplicità di questioni che riguardano la condizione umana, il rapporto con la Polis e con la dimensione del Sacro. Accompagnando lo spettatore nello stesso percorso di Edipo, così come narrato da Sofocle, dalle macerie al ricongiungimento con gli Dei. Ancora una Prima Assoluta, il 5 ottobre, sempre al Teatro Olimpico: sdisOrè, ovvero l’Orestea riscritta da Giovanni Testori, interpretata da Evelina Rosselli, co-fondatrice insieme a Caterina Rossi di Gruppo Uror che ne firma la regia. La potenza della lingua di Testori è la chiave per un’Orestea completamente capovolta, dai toni dissacranti, erotici, crudi e ironici, che vede in scena una sola attrice nella funzione di narratore e incarnazione di quattro maschere che sembrano fatte di pelle umana. Maschere rivoltanti e grottesche, indossate da Evelina Rosselli per ridare vita a Elettra, Oreste, Egisto, Clitemnestra, trasmutando di volta in volta la propria voce per indagare quattro universi sonori completamente differenti. Con sdisOrè, Gruppo Uror prosegue la propria ricerca nella dimensione onirica e nel perturbante, negli arcani racchiusi nel mito che conservano un forte legame con le forme della violenza contemporanea. Il 6 ottobre il Festival esce dal Teatro per andare ad abitare la Basilica Palladiana con la seconda delle chiamate pubbliche previste, che tira in ballo il concetto rituale di festa. FESTA SILENZIO Azione di improvvisazione creativa per una comunità di performer è infatti il titolo del progetto curato da Francesco Giomi, compositore, performer, regista del suono e docente di musica elettronica, nonché direttore di Tempo Reale, il centro fiorentino di ricerca, produzione e didattica musicale. La performance sarà la restituzione di un laboratorio che si svolgerà nei giorni precedenti con il coinvolgimento di un ampio numero di musicisti del territorio vicentino, di qualsiasi formazione e ambito di provenienza, che alla Basilica si esibiranno in una serie di improvvisazioni attorno a un “rito-partitura” prestabilito: una pratica giocosa di comunità, un momento di condivisione di un senso profondo dell’ascolto. Al centro del progetto il concetto di silenzio, partendo da una specifica domanda: cosa significa “silenzio” in musica? “In un tempo di chiasso e rumore incontrollato, diventa necessario ricercare il silenzio, così come ascoltare in una maniera nuova” afferma Giomi che sottolinea: “L’esplorazione sonora del concetto di quiete, in un ambito collettivo e festoso, ha l’obiettivo di raggiungere un grado di consapevolezza sull’importanza di ogni segnale musicale, anche il più piccolo e isolato, così come di esplorare i concetti di attesa e di attenzione alla bellezza del suono.” Di nuovo al Teatro Olimpico l’11 ottobre per la terza e ultima chiamata pubblica: Pluto. God of gold di Marco Martinelli con gli adolescenti di Pompei, Torre del Greco, Castellammare di Stabia, Torre Annunziata e Vicenza. Pluto è l’ultima commedia delle undici superstiti che ci restano di Aristofane, incentrata sulle contraddizioni della polis, a partire dall’iniqua distribuzione delle ricchezze. Pluto è infatti il dio della ricchezza, che dona ai corrotti e agli ingiusti perché è cieco. Il contadino Cremilo lo cura e gli restituisce la vista, riportando così la giustizia sociale ad Atene. Martinelli lavora sul testo antico mettendolo in relazione con le improvvisazioni vitali e scatenate di 60 adolescenti dell’area metropolitana di Napoli e della città di Vicenza. Pluto. God of gold è un nuovo atterraggio di Sogno di volare, un progetto quadriennale (iniziato nel 2022) del Parco Archeologico di Pompei in collaborazione con Ravenna Festival che vede il fondatore delle Albe lavorare su quattro commedie di Aristofane con oltre trecento adolescenti dell’area vesuviana, dove è ancora sentito il rischio di dispersione scolastica, disoccupazione ed emigrazione giovanile. Un progetto in diretto collegamento con la non-scuola, pratica teatral-pedagogica fondata nel 1991 insieme a Ermanna Montanari e che negli anni ha ottenuto due Premi Ubu e il Premio ANCT dell’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro. Sogno di volare, inoltre, ha incantato nientemeno che la regina assoluta del pop mondiale, Madonna, che in occasione di una sua recente visita a Pompei ha avuto modo di assistere proprio a Pluto. God of gold e ha deciso di finanziare direttamente la prossima edizione del progetto nato dall’incontro fra Martinelli e il Direttore del Parco Archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel. Il 15 e 16 ottobre ancora al Teatro Olimpico è la volta di Elettra per la regia di Serena Sinigaglia. Regista con approccio multidisciplinare, una particolare attenzione verso le fragilità sociali e convinta sostenitrice di un teatro al servizio dei cittadini, la Sinigaglia riparte dalla tragedia in atto unico scritta ai primi del Novecento dal poeta e drammaturgo viennese Hugo von Hofmannsthal, andata in scena per la prima volta nel 1903 con la regia di Max Reinhardt e dedicata a Eleonora Duse. La visione di Serena Sinigaglia viaggia fra le origini del mito in Eschilo e il vivace contesto culturale della Vienna a cavallo fra Ottocento e Novecento, passando per le riscritture di Sofocle, Euripide e Marguerite Yourcenar, per concentrare l’attenzione su quei temi che emergono dal Mito rivelandone una straordinaria attualità: il patriarcato, il rapporto fra i generi, il diritto all’autodeterminazione, il limite tra legge umana e legge naturale. Lo spettacolo è presentato in collaborazione con il Teatro Stabile del Veneto. Grande attesa e grande curiosità intorno al progetto di una delle figure più affascinati, teatrali, provocatorie, per certi versi enigmatiche della musica italiana, il cantautore e scrittore Giovanni Lindo Ferretti che il 18 ottobre presenta al Teatro Olimpico in Prima Assoluta moltitudine in cadenza, percuotendo. “Un antico palcoscenico in ardita prospettiva urbana…echi biblici…ritualità in forma di teatro…”. Al momento si sa soltanto che “ciò che deve accadere accada”. Infine, al Teatro Astra il 19 ottobre a partire dalle 21 avrà luogo la Notte delle voci, un’ode collettiva alla verticalità della notte, una catarsi festosa che scaturisce da forme sonore diversissime e da una molteplicità di canti, ognuno con una propria melodia. A guidare il pubblico in questo turbine, artisti-viandanti di altissimo profilo, a partire da Mariangela Gualtieri, poetessa e drammaturga, co-fondatrice del Teatro Valdoca, e Danio Manfredini, attore, autore, regista teatrale, tre volte Premio Ubu. Ci sono poi la lunare e misterica cantante sarda Daniela Pes, Targa Tenco per Spira, il suo album d’esordio prodotto da IOSONOUNCANE; la magnetica Mara Redeghieri, artista che ha segnato gli ultimi trent’anni di musica italiana a partire dai suoi esordi come contante degli Üstmamò; Francesca Morello aka R.Y.F. (Restless Yellow Flowers), voce sovversiva e dance punk della comunità queer, già al fianco dei Motus; il cantante, compositore, musicista, attore e scrittore egiziano Abdullah Miniawy, ospitato dai più prestigiosi festival internazionali come il Festival d’Avignone, icona di una gioventù’ egiziana in lotta per la liberta’ e la giustizia; il collettivo Ndox Èlectrique guidato da François R. Cambuzat e Gianna Greco, sciamani di una trance di resistenza anti-coloniale, e la poliedrica cantante alt-rock Serena Abrami con Enrico Vitali, già al fianco di Ermanna Montanari e Marco Martinelli nel progetto Don Chisciotte ad ardere. Il programma del 77esimo Ciclo di Spettacoli Classici si completa infine con due progetti seminariali a Palazzo Cordellina: Parlamenti d’Autunno a cura di Marco Sciotto e Illusioni perdute? – cinque disputazioni sulla critica teatrale e l’arte scenica oggi a cura di Massimo Marino. Parlamenti d’Autunno è un ciclo di quattro appuntamenti lungo l’intero arco del festival, aperti a tutte e tutti, pensati come occasioni di dialogo e confronto con artisti e studiosi intorno alle differenti forme in cui si riconfigura l’idea di ‘classico’ attraverso le arti visive e performative, la letteratura, l’archeologia e l’architettura e arti performative, per assumere, nel contemporaneo, nuove configurazioni di senso e di pratiche. Parteciperanno: Igort, Theodoros Terzopoulos, Andrea Porcheddu, Enrico Pitozzi, Daniela Sacco, Nicola Samorì, Federico Ferrari, Gabriel Zuchtriegel, Franco Masotti, Patrizia Basso, Andrea Tagliapietra, Caterina Piccione, Marco Belpoliti e Andrea Cortellessa. Illusioni perdute, infine, in programma il 28 e 29 settembre sempre a Palazzo Cordellina, è un’ulteriore e preziosa occasione di approfondimento teorico che parte da alcune domande precise: la critica, quasi scomparsa da giornali e riviste generalisti, sembra rinascere online. In quale modo? Con quanti e quali problemi? In cinque sessioni sviluppate nella forma medievale della disputatio – L’illusione critica, L’illusione alternativa, L’illusione militante, L’illusione morale e L’illusione teatrale – si confronteranno Anna Bandettini, Walter Porcedda, Gianni Manzella, Andrea Pocosgnich, Graziano Graziani, Laura Mariani, Rossella Menna, Andrea Porcheddu, Antonio Attisani, Alessandro Toppi, Maddalena Giovannelli, Maria Nadotti, Roberta Ferraresi, Lorenzo Donati e Attilio Scarpellini.

Il filo che unisce le storie alla Fondazione dell’Albero d’Oro

Il filo che unisce le storie alla Fondazione dell’Albero d’OroVenezia, 9 set. (askanews) – Il filo, inteso come mezzo espressivo, fonte di ispirazione e metafora che allude alla scrittura: la Fondazione dell’albero d’Oro a Venezia presenta una mostra dedicata a due artiste: la franco vietnamita Karine N’guyen Van Tham e l’indiana Parul Thacker.


“Per non perdere il filo – ha spiegato ad askanews Anna Mistrorigo, responsabile della comunicazione della Fondazione – è una mostra che racconta la volontà della Fondazione dell’Albero d’Oro di animare questo spazio, che è uno spazio storico, Palazzo Vendramin Grimani, con la creazione di due artiste che sono state invitate qui per tessere un filo con quella che è la comunità veneziana e con la storia di questo antico palazzo, che ha ospitato famiglie importanti della storia veneziana e che continua oggi a vivere grazie alla creazione e grazie all’apertura al pubblico che rende questo spazio vivo e accessibile a tutti”. Le due artiste utilizzano il filo in modi diversi, per creare veri e propri portali spirituali oppure per ricostruire delle storie del passato, ma entrambe toccano, oltre che l’aspetto artistico ed estetico, anche le corde dei sentimenti e dell’identità, comprese quelle dei visitatori. “L’artista indiana lo fa attraverso delle sculture tessili che sono ispirate profondamente a quella che è la cultura indiana, specialmente la cultura tantrica, mentre invece l’artista francese con delle sculture che sono degli oggetti tessili ispirati a questa mitologia personale”.


Entrambe le artiste hanno lavorato a stretto contatto con la Fondazione, attraverso una residenza o la realizzazione di interventi site specific per il palazzo, oltre che in relazione con la stessa città di Venezia. “L’identità veneziana – ha concluso Anna Mistrorigo – noi crediamo che sia stata costruita anche grazie all’apporto dello straniero ed è su questo che si basa la programmazione della Fondazione dell’Albero d’Oro”. Un discorso che si collega anche alla Biennale Arte, di cui la mostra è un evento collaterale, quest’anno dedicata al tema “Stranieri ovunque”.