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Braccio di ferro e pressioni Usa su attuazione regolamento IA

Braccio di ferro e pressioni Usa su attuazione regolamento IARoma, 29 mar. (askanews) – È in corso un braccio di ferro attorno ad alcune misure di esecuzione, ancora in corso di definizione nei dettagli, del pionieristico regolamento dell’Ue sull’Intelligenza artificiale (IA), con il sospetto che vi sia una pesante influenza delle potenti multinazionali Big Tech statunitensi per indebolire o eliminare del tutto le garanzie a tutela dei diritti fondamentali e della democrazia, dei diritti d’autore e della trasparenza per favore degli utilizzatori.


Pur essendo stato approvato definitivamente nel maggio 2024 ed entrato in vigore nell’agosto scorso, il regolamento (“AI Act”) ha lasciato aperti diversi elementi per l’attuazione delle nuove norme, da definire successivamente con atti delegati o atti di esecuzione (“implementig act”). Il più importante di questi atti è l’elaborazione di un “Codice di buone pratiche” (articolo 56 del Regolamento) che dovrebbe essere applicato in particolare dai fornitori di IA per finalità generali che presentano “rischi sistemici”, come GPT-4. L’elaborazione del Codice di buone pratiche è stata affidata a un gruppo di esperti, chiamato “AI Office” (Ufficio per l’IA), che si riunisce regolarmente e che ha prodotto già tre bozze, sottoposte poi regolarmente a larga consultazione delle parti interessate. L’obiettivo prescritto dal regolamento è di arrivare a un testo definitivo entro inizio maggio. Se l’Ufficio per l’IA non riuscirà a produrre un testo definitivo, o se non lo riterrà soddisfacente, la Commissione europea potrà prescrivere entro inizio agosto delle norme comuni, attraverso un atto di esecuzione, per l’attuazione degli obblighi prescritti ai fornitori di modelli di IA per finalità generali con rischio sistemico.


Abbiamo chiesto al relatore dell’Ai Act per il Parlamento europeo, Brando Benifei, del Pd (gruppo dei Socialisti e Democratici, S&D) di spiegare i punti controversi nell’ultima bozza del Codice di buone pratiche prodotta dall’Ufficio per l’IA, che hanno già provocato proteste, in particolare, del Parlamento europeo e dalle organizzazioni dell’industria culturale e creativa, degli autori e dei creatori di contenuti. “Il codice di buone pratiche – ha ricordato Benifei – si applica solo ai sistemi generativi che usano i modelli più potenti di IA. Riguarda un pezzo importante del regolamento europeo sulla IA (“AI Act”) che è stato lasciato volutamente aperto perché è un terreno più avanzato in rapida evoluzione. Si tratterebbe di una sorta di manuale di istruzioni su come rispettare l’AI Act per quanto riguarda la cyber sicurezza, la trasparenza delle informazioni nei riguardi degli utilizzatori, i dati usati per l’addestramento dei modelli, il rispetto del copyright, e anche la verifica di tutti gli elementi di rischio sistemico riguardo alla libertà di informazione, alla democrazia e ai diritti fondamentali”.


“Il Codice – ha continuato Benifei – è oggetto del lavoro di gruppi di esperti provenienti anche da paesi non Ue, accademici, sviluppatori, Pmi, organismi della società civile. Siamo alla terza stesura e dovrebbero essercene altre due o tre prima del testo definitivo. Ci sono – ha rilevato il relatore dell’AI Act – tre aspetti problematici nell’ultima bozza: il primo riguarda la tutela dei diritti fondamentali e la verifica dei rischi sistemici, che avrebbero carattere solo volontario e opzionale, invece che vincolante. D’accordo sulla critica a questo punto c’è una maggioranza molto forte nel Parlamento europeo, che è la stessa che ha approvato l’AI Act”, ovvero Ppe, Socialisti e Democratici, Liberali di Renew e Verdi. Questa posizione critica è stata espressa chiaramente in una lettera inviata alla vicepresidente esecutiva della Commissione europea responsabile per la Sovranità tecnologica, Henna Virkkunen, e firmata dallo stesso Benifei e da tutti i relatori ombra dei quattro gruppi politici della maggioranza favorevole, più la ex segretaria di Stato spagnola alla Digitalizzazione e l’Intelligenza artificiale, Carme Artigas, che nel 2023 aveva condotto i negoziati sull’AI Act come rappresentante della presidenza di turno spagnola del Consiglio Ue. “Le scriviamo – si legge nella lettera – con grande preoccupazione riguardo al Codice di buone pratiche dell’AI Act, in cui la valutazione e la mitigazione di vari rischi per i diritti fondamentali e la democrazia sono ora improvvisamente del tutto volontarie per i fornitori di modelli di IA a finalità generali con rischi sistemici. Noi, i co-legislatori che hanno negoziato l’AI Act, sottolineiamo: questa non è mai stata l’intenzione dell’accordo” nel negoziato a tre (trilogo) tra Parlamento europeo, Consiglio Ue e Commissione. “I rischi per i diritti fondamentali e la democrazia sono rischi sistemici che i fornitori di IA più impattanti devono valutare e mitigare. È pericoloso, antidemocratico e crea incertezza giuridica reinterpretare completamente un testo legale e restringere la sua portata, tramite un Codice di buone pratiche, dopo che è stato concordato dai co-legislatori”, rileva ancora la lettera.


E non è tutto. “Io ritengo – ci ha spiegato Benifei – che ci siano anche altri due elementi critici nella bozza del Codice, di cui non si parla della lettera a Virkkunen, perché in questo caso i quattro gruppi politici non hanno le stesse posizioni. Il primo riguarda le disposizioni insoddisfacenti per garantire il rispetto dei diritti d’autore, ovvero le regole sull’uso delle informazioni per addestrare i modelli di IA, volte a tutelare gli autori e i creatori di contenuti. Su questa critica sono d’accordo il Ppe e i Socialisti, mentre sono più freddi i Verdi, e contrari i Liberali”. “L’altro elemento critico – ha aggiunto il relatore dell’AI Act – riguarda le disposizioni sulla trasparenza, sulla condivisione con gli utilizzatori, ovvero con le imprese che acquistano e usano i modelli di IA, delle informazioni di sicurezza, delle caratteristiche tecniche e dei rischi esistenti. Questo punto è importante soprattutto per la tutela delle imprese più piccole. In questo caso a essere d’accordo con la critica sono i Socialisti e i Verdi; il Ppe è più freddo mentre i Liberali, anche qui, sono contrari. Noi vogliamo più trasparenza, altrimenti si fa un grosso favore alle Big Tech statunitensi; vogliamo aumentare, per gli europei che comprano i modelli di IA americani e cinesi, la capacità di sapere che cosa hanno in mano”. “La Commissione Europea non può ignorare i co-legislatori. La Commissione non ha interesse a uno scontro frontale con il Parlamento europeo”, ha rilevato Benifei, secondo il quale, anche se non possono intervenire nell’approvazione dell’atto di esecuzione per il Codice, gli eurodeputati potrebbero minacciare di opporsi alla definizione di altri aspetti ancora in sospeso del regolamento, per i quali è previsto che l’Assemblea di Strasburgo dia il suo via libera. “Io penso che sul primo punto controverso”, quello sulla verifica obbligatoria dei rischi sistemici per i diritti fondamentali e la democrazia, “il testo definitivo del Codice di buone pratiche verrà migliorato”, perché c’è una forte pressione unitaria in questo senso da parte dei gruppi europarlamentari, ha notato il relatore dell’Ai Act, che appare meno fiducioso invece sul fatto che sugli altri due punti possano esserci miglioramenti sostanziali. “Noi temiamo che possa esserci un cedimento alla linea politica degli Stati Uniti. In generale, per ora l’Ue sta tenendo sulla difesa del proprio apparato di leggi riguardo al sistema digitale dagli attacchi americani. Ma c’è il dubbio che la Commissione europea sia sensibile alle pressioni degli Stati Uniti per una semplificazione della regolamentazione in questo settore”, ha concluso Benifei. Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Meloni mantiene il punto sui rapporti con Trump, ma ora affiorano primi dubbi

Meloni mantiene il punto sui rapporti con Trump, ma ora affiorano primi dubbiRoma, 29 mar. (askanews) – A Washington, a Washington! Ma a far cosa? E’ questo il dubbio che inizia a serpeggiare, anche nel governo, di fronte al tentativo di Palazzo Chigi, per ora non riuscito, di organizzare un faccia a faccia tra Giorgia Meloni e Donald Trump alla Casa Bianca. Se la strategia di mantenere un’equidistanza tra l’appartenenza all’Europa e la vicinanza politica al tycoon era ritenuta giusta e condivisa da tutta la maggioranza, la scarsa (eufemismo) volontà di dialogo con i “parassiti” europei manifestata dal presidente americano sta iniziando a creare qualche dubbio sull’opportunità di andare in visita della capitale Usa, almeno se non si è certi di portare a casa qualcosa che non sia una mera photo opportunity.


Dubbi che non sembra avere la premier, che in un’intervista pubblicata sul Financial Times il 28 marzo ha definito “infantile” e “superficiale” l’idea che l’Italia debba prima o poi scegliere da che parte stare, se con gli Stati Uniti o con l’Europa. Per lei “l’Italia può avere buoni rapporti” con gli Stati Uniti e “costruire ponti” con Trump, a cui si sente “più vicina” che “a molti altri”. Anche al vertice dei “volenterosi” di Parigi, ribadendo il “no” italiano (come di altri Paesi) all’invio di truppe in Ucraina per monitorare un’eventuale tregua, la presidente del Consiglio ha ribadito che è importante “continuare a lavorare con gli Stati Uniti per fermare il conflitto e raggiungere una pace che assicuri la sovranità e la sicurezza dell’Ucraina” e per la prima volta ha chiesto e fatto mettere a verbale la richiesta di un “coinvolgimento di una delegazione americana al prossimo incontro di coordinamento”. Un’insistenza che ha infastidito Emmanuel Macron, che con Trump ha una linea diretta – si sono sentiti anche mercoledì sera prima del summit – che però al momento non sembra portare a un apprezzabile miglioramento delle relazioni tra Vecchio e Nuovo continente. Se Meloni non cambia linea, si diceva, tra i suoi qualche perplessità inizia ad affiorare. Non perché considerino sbagliata la strategia ma perché il destinatario degli inviti al dialogo non sembra rispondere. E dunque qualche ripensamento comincia a serpeggiare sia nella base politica e sociale di Fratelli d’Italia (vedi le posizioni molto critiche sui dazi di un tradizionale grande collettore di voti come Coldiretti, che invita il governo a seguire la linea dura dell’Ue, senza trattative ‘bilaterali’) sia nell’esecutivo. “Il tentativo di mantenere un’equidistanza tra Bruxelles e Washington e di rivestire un ruolo di intermediario, di facilitatore del dialogo era giusto e sembrava anche possibile – ragiona un membro del governo – ma al momento non sembra che Trump e la sua amministrazione siano intenzionati a raccogliere l’invito. Anzi ci sono dei segnali, l’attivismo di Salvini che telefona a Vance e sostiene Starlink, che in qualche modo sono una novità rispetto al quadro che ci eravamo fatti di un ‘rapporto privilegiato’ tra Meloni, Trump e Musk. Io a questo punto suggerirei prudenza. Ovvero: va bene andare a Washington ma adesso, con la guerra commerciale di fatto iniziata, un rapporto diciamo ambiguo con Putin, le frasi offensive contro gli europei, una visita va preparata con grande cura e finalizzata solo quando si ha la certezza di portare a casa qualche risultato concreto. Altrimenti rischia di essere un boomerang. Ma questo, ne sono certo, a Palazzo Chigi lo sanno benissimo”.


Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

Migranti, il governo ci riprova con i centri in Albania. Ma rischia altri stop

Migranti, il governo ci riprova con i centri in Albania. Ma rischia altri stopRoma, 29 mar. (askanews) – Sui centri per migranti in Albania il governo ci riprova. Sarà la volta buona? Forse no, o almeno non subito. Nella seduta del 28 marzo il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto con cui tenta di far entrare in funzione i due centri collegati di Gjader e Shengjin, fino a questo momento bloccati da alcune sentenze giudiziarie.


In pratica, con questo provvedimento, si amplia il “perimetro d’azione” del centro di Gjader che diventa un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr). La struttura, ha spiegato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, “non perde le sue funzioni” e perciò “non viene snaturato”. Il provvedimento, ha assicurato, non cambia il contenuto dell’intesa Italia-Albania, ma si limita a intervenire “sulla legge di ratifica del protocollo, rendendo possibile utilizzare la struttura già esistente a Gjader anche per persone trasferite dall’Italia e non solo per quelle trasferite all’esito di procedura di soccorso in mare”. In Albania saranno dunque trasferiti migranti irregolari “destinatari di un provvedimento di espulsione e trattenuti nei Cpr” italiani e quindi “il centro in Albania si aggiungerà alla rete nazionale dei Cpr” con un intervento che “non costerà un euro in più rispetto alle risorse già stanziate” dato che “la struttura è già stata realizzata”. L’obiettivo è “l’immediata riattivazione” di Gjader, senza attendere la sentenza della Corte europea di giustizia su un ricorso che è stato presentato contro l’Accordo. Il nuovo decreto mette il governo al riparo da contestazioni o altre sentenze contrarie alla ‘delocalizzazione’ in Albania? C’è una base giuridica nel diritto Ue per questo? L’11 marzo scorso la Commissione europea ha presentato una proposta di regolamento in cui si parla dei cosiddetti “return hubs” (centri di rimpatrio). “Stiamo aprendo la possibilità per gli Stati membri di stabilire hub di rimpatrio in paesi terzi sicuri”, ha annunciato la presidente Ursula von der Leyen. Nelle conclusioni del Consiglio europeo del 20 marzo, nel capitolo migranti, a proposito del tema specifico, i leader si limitano a sollecitare gli “sforzi per facilitare, incrementare e accelerare” i rimpatri. La proposta di regolamento deve essere ora approvata nel negoziato co-legislativo con il Parlamento europeo e il Consiglio Ue, per diventare legge. Dunque perché sia pronta la base giuridica comunitaria necessaria ad aprire i ‘return hubs’ in Paesi terzi la strada è ancora lunga. Il rischio è che, come si suol dire, il governo italiano abbia messo il carro davanti ai buoi, utilizzando un quadro normativo che probabilmente ci sarà in futuro, ma che non esiste ancora, e potrebbe essere modificato rispetto alla proposta iniziale.


E in ogni caso, se si resta alla proposta di regolamento originaria, la trasformazione dei centri per migranti in Albania in Cpr non la rispetterebbe per almeno tre ragioni: 1) i ‘return hub’ in paesi terzi sicuri sarebbero destinati solo ai migranti in attesa di rimpatrio dopo aver ricevuto un rifiuto definitivo, in appello, alla loro richiesta di asilo, e quindi sicuramente non potrebbero accogliere i migranti salvati in mare in acque internazionali, che non hanno neanche avuto il tempo di richiedere l’asilo; 2) il Protocollo Italia-Albania, nella sua versione attuale, non sarebbe accettabile, perché dovrebbe essere modificato per rispondere ai requisiti che il regolamento prevede per gli accordi bilaterali con paesi terzi disposti a installare sul proprio territorio i ‘return hub’, e sottoposto alla Commissione prima di essere convalidato; 3) tra questi requisiti (che prevedono tra l’altro il rispetto del diritto internazionale, della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue e del principio di non respingimento), c’è anche la designazione di un organismo indipendente di monitoraggio dell’attuazione dell’accordo bilaterale, che non è previsto dal Protocollo Italia-Albania. Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

La diplomazia parallela di Salvini che fa arrabbiare Meloni (e le crea problemi in Ue)

La diplomazia parallela di Salvini che fa arrabbiare Meloni (e le crea problemi in Ue)Roma, 22 mar. (askanews) – Quando venerdì 21 marzo, intorno alle 12, sull’aereo che portava Giorgia Meloni e il suo staff da Bruxelles a Bologna è stato notato un sibillino post su X (“Giornata interessante”) di Andrea Stroppa, braccio destro di Elon Musk in Italia, qualcuno ha iniziato a farsi qualche domanda. Del resto l’attività sul social di Stroppa è da qualche settimana all’attenzione – preoccupata – di Palazzo Chigi. Un esempio sono i sondaggi contro il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e a favore di Matteo Salvini, che hanno fatto irritare non poco la premier e il suo staff.


Ma insomma, si son chiesti, perché “giornata interessante”? Non ne siamo certi ma la risposta potrebbe essere nella nota inviata dalla Lega alle 16.45 per informare di una telefonata tra Salvini e il vice presidente americano J.D. Vance. Nel colloquio “estremamente cordiale e concreto” si è parlato, tra l’altro, del “totale accordo per arrivare a una pace duratura in Ucraina” e della “eccellenza americana nel campo della connessione satellitare”, ovvero Starlink di Elon Musk. Salvini ha anche “anticipato la volontà di una missione negli Usa con imprese e investitori” e ha invitato Vance alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. A stretto giro Stroppa si è detto “felice” del colloquio in cui “si è parlato di tecnologie americane come i satelliti, tema molto caro all’amministrazione che guarda con attenzione le scelte degli alleati”. Per il collaboratore di Musk “il riconoscimento di Salvini della leadership americana sui satelliti, grazie a Elon Musk, rafforza i rapporti bilaterali tra i due paesi”. A chiudere il cerchio, sempre su X, lo stesso Vance, che sottolinea la “bella telefonata” con l’”amico” vice primo ministro che ringrazia “per il caloroso benvenuto riservato a Usha (la moglie di Vance, ndr) in Italia in occasione delle Olimpiadi Speciali di Torino. Non vedo l’ora di visitare anch’io l’Italia presto!” A Palazzo Chigi, ma anche alla Farnesina, non è piaciuta per niente questa nuova iniziativa di “diplomazia parallela” di Salvini, che ormai da tempo cerca di accreditarsi come principale interlocutore dell’amministrazione americana in Italia, consapevole del fatto che la premier vuole e deve mantenere una linea di equilibrio nel suo rapporto tra Bruxelles e Washington. Per questo – secondo quanto si apprende – da piazza Colonna è partito subito un “richiamo” all’ordine. Stroppa ha quindi scritto un post ‘riparatorio’ in cui elogia il “gioco di squadra” dell’esecutivo e Salvini ha assicurato che sono “restroscena surreali e assurdi” quelli relativi al contrasto con la premier. Ma certo il caso non è chiuso, Antonio Tajani un po’ piccato ricorda che “la linea politica per l’estero la danno il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri” e l’arrabbiatura di Meloni non sbollirà certo in un attimo.


Peraltro l’attivismo di Salvini (proprio mentre lei cerca, al momento senza successo, di fissare un incontro alla Casa Bianca) crea qualche problema a Meloni in Europa, dove il sentiment della maggioranza dei leader è quello di un distacco da Trump e soprattutto da Musk, ritenuto colpevole delle ‘ingerenze’ nella politica del Vecchio Continente, a partire dal suo sostegno all’Afd tedesca. L’atteggiamento di Salvini, sottolinea una fonte europea, da un lato crea “diffidenza” verso tutto il governo italiano e dall’altra fa percepire una leader “indebolita” per le tensioni nella sua maggioranza. Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

Ue, il successo del “metodo Costa” per aggirare il veto ungherese

Ue, il successo del “metodo Costa” per aggirare il veto unghereseRoma, 22 mar. (askanews) – E’ forse la notizia più importante del Consiglio europeo di Bruxelles del 20 marzo: per la seconda volta in sole due settimane, le posizioni dell’Ue sull’Ucraina sono state decise a Ventisei, con l’Ungheria di Viktor Orbán contraria, messa pateticamente in un angolo a riflettere sulla sua irrilevanza, e sull’inutilità, ormai (almeno in certi ambiti), del suo diritto di veto, che per anni aveva dato a Budapest un peso negoziale assolutamente sproporzionato rispetto all’importanza economica, politica e demografica del Paese.


E’ la soluzione pragmatica e intelligente, eppure finora pressoché mai usata, che ha escogitato il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, dall’alto della sua lunga esperienza precedente come membro del Consiglio europeo negli anni scorsi, in qualità di premier del Portogallo. Costa ha semplicemente considerato che l’impossibilità di pubblicare conclusioni formali del Consiglio europeo in caso di veto da parte di uno Stato membro (a causa della regola dell’unanimità che vige per quasi tutte le decisioni di questa istituzione), poteva essere aggirata con la pubblicazione delle posizioni degli altri Ventisei – una maggioranza schiacciante – in un formato diverso, finora non previsto (un “documento allegato”), ma sostanzialmente equivalente alle conclusioni, e percepito come tale, ovvero come la posizione dell’Ue al suo massimo livello politico. Che questo sia il ragionamento sottostante al “metodo Costa” lo ha spiegato lo stesso presidente del Consiglio europeo (curiosamente mai in inglese, ma in spagnolo e in francese) durante le conferenza stampa al termine dei due vertici Ue del 6 e del 20 marzo, in cui questo metodo è stato applicato con notevole successo proprio alle posizioni Ue sulla questione ucraina.


Tra i Ventisette, aveva detto Costa dopo il vertice del 6 marzo rispondendo a un giornalista in spagnolo “tutti vogliono la pace; la differenza è che 26 paesi credono al percorso per la pace attraverso il rafforzamento delle capacità di difesa dell’Ucraina. L’Ungheria si è isolata da questo consenso, ed è rimasta sola. Un paese isolato – aveva sottolineato – non crea una divisione. I Ventisei continuano uniti, con una posizione comune, e continueranno ad appoggiare l’Ucraina, come abbiamo fatto dal primo giorno, il 24 febbraio 2022” quando cominciò l’invasione russa. Un concetto ribadito dopo il Consiglio europeo di giovedì 20 marzo, sempre in spagnolo: “Come sapete, l’Ungheria ha una posizione diversa rispetto agli altri Ventisei su come sostenere l’Ucraina nel raggiungimento della pace. Dobbiamo rispettare le differenze, ma non possiamo essere bloccati perché l’Ungheria la pensa diversamente dagli altri. Dobbiamo continuare, ed è quello che stiamo facendo. Due settimane fa avevamo adottato delle conclusioni a Ventisei molto chiare sull’Ucraina. Oggi abbiamo seguito lo stesso metodo. È così che riusciamo a restare uniti, ma rispettando le reciproche differenze”. “La nostra Unione – ha aggiunto il presidente del Consiglio europeo rispondendo a un’altra domanda in francese – è composta da Ventisette Stati membri, ventisette nazioni, con storie diverse, culture diverse, tradizioni diverse, visioni del mondo diverse. La diversità non è quindi una novità. La novità – ha rilevato – è che siamo riusciti ad avere una posizione comune, e questa è la storia dell’Unione europea. Tutto è iniziato con sei Stati membri. Siamo già Ventisette, ci stiamo allargando e, con ogni allargamento la sfida diventa sempre più grande. Ma ciò che è molto positivo nella nostra Unione è la capacità di convivere con la diversità”.


“Ho trascorso diversi anni qui al Consiglio europeo, ho vissuto – ha ricordato Costa – delle situazioni diverse: molte volte siamo rimasti bloccati nelle decisioni, ma abbiamo sempre trovato il modo di superare le difficoltà. Oggi abbiamo parlato del Quadro di bilancio pluriennale”. L’ultima volta che è stato approvato, ha ricordato ancora, “siamo stati qui, credo, per cinque giorni e quattro notti, e alla fine abbiamo raggiunto un accordo. Insomma, può succedere, c’è a volte uno Stato membro, o ci sono anche due Stati membri contrari. La cosa più difficile è quando ce ne sono quattordici contro tredici. Ma qui – ha concluso il presidente del Consiglio europeo – la realtà è che ci sono Ventisei Stati membri con una posizione, e un solo paese con un’altra posizione. Dobbiamo rispettarlo nel suo isolamento, ma rimane isolato”. A conferma della volontà di continuare ad applicare ormai sistematicamente il “metodo Costa”, alla vigilia del Consiglio europeo del 20 marzo una fonte diplomatica di uno Stato membro tra i più impegnati a favore dell’Ucraina aveva affermato, rispondendo ad alcuni giornalisti: “Non so se sull’Ucraina finiremo con l’adottare delle conclusioni a Ventisette, ma non sto trattenendo il fiato nell’attesa. L’ultima volta le abbiamo adottate a Ventisei, e non ho visto una grande differenza. Naturalmente sarebbe meglio avere un testo approvato a Ventisette, ma tutti vediamo le conclusioni a Ventisei come le conclusioni del Consiglio europeo, e in termini di impatto sui media e percezione nell’opinione pubblica, che abbiamo monitorato attentamente, non abbiamo visto differenze”, ha spiegato la fonte.


Va ricordato, d’altra parte, che le decisioni del Consiglio europeo sottoposte alla regola dell’unanimità non sono quasi mai di natura legislativa, ma servono prevalentemente a dare un orientamento politico, a “guidare”, “invitare” o “sollecitare” la Commissione e i co-legislatori (le formazioni ministeriali del Consiglio Ue e il Parlamento europeo) affinché presentino, approvino, accelerino o migliorino determinate iniziative legislative. E se per la legislazione è necessaria e imprescindibile l’approvazione formale favorevole, secondo le modalità di voto previste (compresa l’unanimità, richiesta in certi ambiti come la politica estera o la politica fiscale), non è così per gli orientamenti politici, in cui la posizione di una nettissima maggioranza di paesi è sufficiente, e il dissenso di un solo, piccolo Stato membro non ha conseguenze reali. D’altra parte, pochi lo hanno notato, ma il linguaggio della dichiarazione a 26 nel “documento allegato” alle conclusioni è del tutto identico a quello che sarebbe stato usato se le conclusioni formali fossero state sostenute all’unanimità: i soggetti sono infatti il Consiglio europeo e l’Unione europea, e non “i Ventisei”. E’, ad esempio, “il Consiglio europeo” che riafferma il suo sostegno all’Ucraina, ed è “l’Unione europea” che mantiene il suo approccio per “la pace attraverso la forza”, che resta impegnata a fornire ulteriore supporto a Kiev, e che rimane pronta ad aumentare la pressione sulla Russia. Anche se l’Ungheria, che partecipa al Consiglio europeo ed è uno Stato membro dell’Unione europea, non è affatto d’accordo. Tutti si aspettano, comunque, che Budapest tornerà invece a far pesare il suo diritto di veto quando si tratterà di rinnovare le sanzioni contro la Russia, a giugno, con una decisione dei ministri degli Esteri che ha carattere legislativo e che richiede l’unanimità. Sempre che nel frattempo non si sia riusciti davvero a trovare un buon accordo, “giusto e durevole” per il cessate il fuoco in Ucraina, nel qual caso le sanzioni europee sarebbero oggetto del negoziato e finirebbero probabilmente per essere ritirate. Un’ultima annotazione. Giorgia Meloni, che si era sempre impegnata (rivendicandolo) al dialogo con Orban per raggiungere una mediazione, non ha aperto bocca di fronte alla tattica di Costa. Evidentemente il feeling tra l’ungherese e Matteo Salvini – entrambi Patriots – ha fatto raffreddare di molto i loro rapporti. Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Ue, il rebranding del piano “ReArm Europe” di Ursula von der Leyen

Ue, il rebranding del piano “ReArm Europe” di Ursula von der LeyenRoma, 22 mar. (askanews) – La Commissione europea probabilmente eviterà di usare, d’ora in avanti, il roboante nome “ReArm Europe” per designare il suo piano di rafforzamento delle capacità di difesa e, più in generale, della sicurezza degli Stati membri, per non urtare la sensibilità di alcuni governi e delle loro opinioni pubbliche, in particolare in Italia e Spagna, che non considerano appropriato il linguaggio bellico e l’evocazione di un “riarmo” come se l’Europa si stesse inevitabilmente avviando alla guerra.


Due nomi alternativi esistono già: innanzitutto è stato chiamato “Safe” (“sicuro”) il nuovo strumento proposto per finanziare, con emissioni di debito europeo fino a 150 miliardi di euro, i prestiti che richiederanno gli Stati membri per investimenti nella difesa, possibilmente con acquisti congiunti; in secondo luogo, è sempre più usato “Readiness 2030” (prontezza per il 2030) come nome del piano complessivo, alternativo quindi a “ReArm Europe”. Bisogna dire però che anche in questo caso si rischia di evocare minacce e paure, perché il nome implica un sibillino avvertimento: come se fra cinque anni, dovesse comunque accadere qualcosa di drammatico per cui è necessario prepararsi (fonti dell’Intelligence tedesca hanno ipotizzato un possibile attacco russo alla Nato proprio per quella data). “Re-Arm Europe” sembrava inizialmente, e probabilmente questa era l’intenzione, l’unico nome per indicare i piani della Commissione, quando furono presentati per la prima volta, a grandi linee, da Ursula von der Leyen il 4 marzo scorso, alla vigilia del Consiglio europeo straordinario del 6 marzo, dedicato proprio alla difesa e all’Ucraina.


Il nome, più rassicurante, del nuovo strumento finanziario da 150 miliardi per gli acquisti congiunti, mai menzionato prima, è arrivato a sorpresa domenica 9 marzo, quando von der Leyen ne ha parlato alla sua conferenza stampa in occasione dei primi 100 giorni dall’inizio del suo secondo mandato alla presidenza della Commissione europea. “Lo chiameremo ‘Safe’, da ‘Security Action for Europe’”, ha annunciato von der Leyen. L’altro nuovo nome, “Prontezza per il 2030”, è apparso invece per la prima volta con il “Libro bianco sulla difesa” che la Commissione ha presentato alla vigilia del Consiglio europeo di giovedì 20 marzo. Il malumore nei confronti del concetto di riarmo è stato espresso più volte pubblicamente, nelle ultime due settimane, dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal primo ministro spagnolo Pedro Sánchez. “La Spagna e l’Italia non si sentono a loro agio con il nome del piano “ReArm Europe”, e con il linguaggio evocativo della guerra che lo motiva. La Commissione europea è consapevole di questo disagio? Sta pensando di fare qualcosa per rassicurare Spagna e Italia?” La domanda è stata rivolta da un giornalista spagnolo a von der Leyen, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio europeo del 20 marzo.


“La base della discussione tra i leader – ha risposto von der Leyen – è stata la presentazione del Libro bianco sulla difesa. E il Libro bianco ha un nome che dice tutto, ovvero ‘Prontezza per il 2030’. Ma l’ambito è più ampio, se si guarda a cosa finanziamo con lo strumento ‘Safe’ e con la clausola di sospensione nazionale” del Patto di stabilità, che sarà attivata per gli investimenti degli Stati membri nella difesa. Gli investimenti che saranno finanziati con questi due strumenti, ha spiegato la presidente della Commissione, riguardano, ad esempio, “priorità come le infrastrutture, la mobilità militare, oltre che le lacune di capacità, dai missili ai droni, all’artiglieria e altri elementi. E c’è, ovviamente, anche la moderna guerra elettronica, è incluso anche l’elemento informatico, e l’intero elemento della comunicazione, ad esempio. Quindi è un ambito molto più ampio” rispetto a quello strettamente militare.


“L’approccio che stiamo adottando – ha continuato von der Leyen – sta quindi nel nome ‘Prontezza 2030’. In realtà, la prossima settimana il collegio dei commissari europei si occuperà della strategia di preparazione, che mostra il secondo pilastro della prontezza per il 2030: mira a essere preparati per potenziali crisi, tra cui, ad esempio, anche disastri naturali e altre crisi che dobbiamo gestire. Quindi, in effetti, abbiamo iniziato con un ambito relativamente ristretto. Ma ora il concetto si è allargato, è maturato”, ha concluso la presidente della Commissione”. Il giorno dopo, la portavoce capo della Commissione, Paula Piño, ha risposto a un altro giornalista che chiedeva se sarà abbandonato ufficialmente il nome “ReArm Europe” e sostituito da “Readiness 2030”, durante il briefing quotidiano per la stampa di Bruxelles. “Il nuovo nome – ha risposto la portavoce – va visto in un contesto più ampio. Racchiude meglio la portata più ampia del piano. ‘ReArm’ si riferiva agli strumenti finanziari che potrebbero sostenere il pacchetto di difesa. Mentre quando parliamo di ‘Readiness 2030’ riguarda davvero tutto, tutte le misure necessarie in termini di capacità e tutte le misure che saranno messe in atto entro il 2030 per rafforzare l’industria della difesa, gli investimenti nella difesa, quindi davvero più onnicomprensivi e più ampi. La presidente ha detto ieri che in effetti abbiamo iniziato con un nome e un concetto ristretti, più ristretti con ‘ReArm’, e ora stiamo esaminando anche ciò che è necessario oltre le misure finanziarie”. “Preferiamo in effetti – ha continuato Paula Piño – riferirci a ‘Safe’ per lo strumento finanziario. E siamo coscienti del fatto che il nome ‘ReArm’ in quanto tale potrebbe urtare alcune sensibilità in alcuni Stati membri. Quindi, ovviamente, siamo in ascolto. E se questo rendesse più difficile anche convogliare il messaggio a tutti i cittadini dell’Ue sulla necessità di adottare queste misure, allora – ha concluso la portavoce – siamo pronti non solo ad ascoltare, ma anche a riflettere sul modo in cui comunichiamo questo messaggio”. Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Per Meloni Commissione Ue ha più poteri del presidente Usa, è davvero così?

Per Meloni Commissione Ue ha più poteri del presidente Usa, è davvero così?Roma, 22 mar. (askanews) – “Io penso, ma è uno studio che adesso devo ancora fare, che se andassimo a fare una verifica ci accorgeremmo che le competenze che ha la Commissione Europea sono maggiori di quelle che ha il Presidente degli Stati Uniti d’America, che ha otto competenze di massima”. Queste le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni pronunciate il 18 marzo nell’Aula del Senato, nella replica al dibattito sulle sue comunicazioni in vista del Consiglio europeo. Una premessa fatta per dire di non essere “d’accordo sulla maggiore cessione di sovranità” all’Unione europea, “noi continuiamo a pensare che l’Europa debba occuparsi di meno materie e di quelle delle quali gli stati nazionali non possono occuparsi da soli”.


Ma davvero la Commissione ha più ‘competenze’ del presidente degli Stati Uniti, riconosciuto come una delle persone più potenti al mondo? Per verificarlo abbiamo messo a confronto il Trattato sul funzionamento dell’Ue (TFUE) e la Costituzione americana. Secondo l’Articolo 3 del Trattato l’Unione ha competenza esclusiva nei seguenti settori: unione doganale; definizione delle regole di concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno; politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l’euro; conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune della pesca; politica commerciale comune. Ha inoltre competenza esclusiva per la conclusione di accordi internazionali “allorché tale conclusione è prevista in un atto legislativo dell’Unione o è necessaria per consentirle di esercitare le sue competenze a livello interno o nella misura in cui può incidere su norme comuni o modificarne la portata”.


Ci sono poi dei settori in cui l’Unione e gli Stati membri hanno una “competenza concorrente” (articolo 4), nel senso che in principio possono entrambi adottare atti giuridicamente vincolanti, ma se lo fa l’Ue non possono farlo gli Stati a livello nazionale. I settori in questione sono: mercato interno; politica sociale (limitatamente a determinati aspetti definiti nel trattato stesso); coesione economica, sociale e territoriale (politiche regionali); agricoltura e pesca (tranne la conservazione delle risorse biologiche del mare, di competenza Ue esclusiva); ambiente; protezione dei consumatori; trasporti; reti transeuropee; energia; spazio di libertà, sicurezza e giustizia; problemi comuni di sicurezza in materia di sanità pubblica”. Infine (articolo 6) l’Unione può solo “svolgere azioni intese a sostenere, coordinare o completare l’azione degli Stati membri” in ulteriori settori che sono di competenza nazionale esclusiva: tutela e miglioramento della salute umana; industria; cultura; turismo; istruzione, formazione professionale, gioventù e sport; protezione civile; cooperazione amministrativa.


Per quanto riguarda i poteri del presidente Usa, la Costituzione è piuttosto scarna e all’aspetto formale va affiancata una lettura “materiale” della Carta. L’articolo 2 riconosce al presidente la carica di “Comandante in capo dell’Esercito e della Marina degli Stati Uniti, e della Milizia dei diversi Stati quando chiamata al servizio attivo degli Stati Uniti” e dispone che sia investito “del potere esecutivo”. Ha il potere di negoziare e stipulare trattati internazionali. Inoltre “con il parere ed il consenso del Senato nominerà gli Ambasciatori, gli altri Rappresentanti pubblici ed i Consoli, i Giudici della Corte Suprema e tutti gli altri funzionari degli Stati Uniti la cui nomina non sia qui altrimenti disciplinata”. Al presidente è riconosciuto poi (articolo 1) un potere di veto sulle proposte legislative delle Camere del Congresso dato che “ogni progetto di legge che sia stato approvato dalla Camera dei Rappresentanti e dal Senato dovrà, prima di diventare legge, essere presentato al Presidente degli Stati Uniti”. In caso di mancata firma il testo sarà rimandato indietro con le modifiche ritenute necessarie e dovrà essere riesaminato e votato a maggioranza dei due terzi. Per quanto riguarda il potere legislativo, per legge è affidato al parlamento, ma l’Articolo 1 stabilisce la necessità che il presidente dia “al Congresso una Informativa sullo stato dell’Unione” raccomandando “alla considerazione

Migranti, come dovrà cambiare il Protocollo Italia-Albania

Migranti, come dovrà cambiare il Protocollo Italia-AlbaniaRoma, 14 mar. (askanews) – La Commissione europea ha presentato, l’11 marzo a Strasburgo, la sua attesa proposta di regolamento che mira a istituire un sistema comune per i rimpatri dei migranti irregolari che non hanno ottenuto un permesso d’asilo in uno Stato membro, e che quindi sono “soggiornanti illegalmente” nell’Ue.


La proposta include esplicitamente la possibilità di trasferire in “centri di rimpatrio” (“return hubs”) in paesi extra Ue questi migranti che si trovano in situazione illegale in uno Stato membro. Ma, come ha precisato in conferenza stampa a Strasburgo il commissario all’Immigrazione e Affari interni, Magnus Brunner, si tratta di una “nuova possibilità” che è “completamente diversa” sia dal “modello Ruanda”, che il governo britannico non è mai riuscito ad applicare per deportare i migranti irregolari nel paese africano, sia dal “modello Albania” che l’Italia ha tentato finora di applicare con poco successo e che “era destinato solo a richiedenti asilo”, mentre questa “soluzione innovativa” proposta dalla Commissione “si applica ai migranti a cui è stato rifiutato l’asilo o che hanno già avuto un ordine di espulsione”, ha puntualizzato Brunner. Comunque, ha aggiunto il commissario, “gli Stati membri ora potranno esplorare se è possibile o no negoziare accordi con certi paesi terzi” per stabilire eventuali “centri di rimpatrio” sul loro territorio, implicando che questo potrà farlo anche l’Italia con l’Albania, se modificherà il Protocollo tra i due paesi alle condizioni previste dal regolamento, una volta che sarà stato approvato dai co-legislatori europei.


Il 13 marzo, durante il briefing quotidiano per la stampa, il portavoce per la Giustizia e gli Affari interni della Commissione europea Markus Lammert ha fornito ulteriori precisazioni in risposta alle domande dei giornalisti: “Innanzitutto sugli hub di rimpatrio in generale, quello che stiamo facendo è creare lo spazio per gli Stati membri per esplorare nuove soluzioni per il rimpatrio di persone che non hanno diritto a rimanere nell’Ue. Ciò significa che creiamo il quadro giuridico e che stiamo definendo le condizioni minime per la creazione di centri di questo tipo. Dovranno essere limitati – ha detto il portavoce – alle persone che sono state soggette a decisioni di rimpatrio esecutive, ovvero che hanno già completato (negativamente, ndr) l’intero processo ed esaurito tutti i ricorsi” della procedura d’asilo, “e che non hanno alcun diritto legale a rimanere ancora nell’Ue”. Gli hub di rimpatrio “si baserebbero su un’intesa o un accordo internazionale dettagliato. E questo può accadere solo con paesi terzi che rispettino le norme internazionali sui diritti umani, incluso il principio di non respingimento”. Inoltre, ha continuato Lammert, “dovrebbe essere istituito anche un organismo o un meccanismo indipendente per monitorare l’applicazione dell’accordo o dell’intesa”. “L’accordo – ha aggiunto il portavoce – dovrà includere anche altre cose: le condizioni per rimanere nel centro rimpatri e cosa accadrà in seguito; che cosa accadrà in caso di violazioni dell’accordo; e l’esclusione dei minori non accompagnati e di famiglie con bambini”, che non potranno essere inviati negli hub. Quindi, “il regolamento prevede un organismo o meccanismo indipendente per monitorare l’applicazione dell’accordo o dell’intesa; ma non specifichiamo chi gestirà questo organismo. Specifichiamo che è una condizione, una precondizione per la conclusione di un accordo o di un’intesa” per la creazione degli hub di rimpatrio. Alla domanda se la Commissione fornirà ulteriori raccomandazioni su come uno Stato membro debba costituire l’organismo indipendente, il portavoce ha risposto: “Non ci sono ulteriori specificazioni rispetto a quelle contenute nel regolamento. Ma quello che posso dire è che qualsiasi accordo sarà ovviamente sottoposto al vaglio dei tribunali nazionali ed europei”, compresi dunque la Corte europea di Giustizia e la Corte europea dei Diritti dell’uomo di Strasburgo. In ogni caso, ha precisato Lammert, “la Commissione dovrà essere consultata prima della conclusione” degli accordi. “E naturalmente, la Commissione ha un ruolo di guardiana del Trattato Ue”.


Il considerando 23 della proposta di regolamento stabilisce in particolare che “l’accordo o l’intesa dovrebbe stabilire le modalità di trasferimento” dei migranti, “le condizioni di soggiorno nel paese” in cui si trova il centro di rimpatrio, “le modalità in caso di rimpatrio successivo nel paese di origine, le conseguenze in caso di violazioni o di cambiamenti significativi che incidono negativamente sulla situazione nel paese terzo” e infine “un organismo o meccanismo di monitoraggio indipendente per valutare l’attuazione dell’accordo o dell’intesa. Tali accordi o intese costituiranno un’attuazione del diritto dell’Unione ai fini dell’articolo 51, paragrafo 1, della Carta” dei diritti fondamentali. Quest’ultimo elemento è importante perché conferma senza ombra di dubbio che il diritto comunitario, e il diritto nazionale derivato dal diritto comunitario, dovranno applicarsi agli accordi con i paesi terzi che ospiteranno gli hub di rimpatrio, anche se, ovviamente, il diritto comunitario non si applica sul loro territorio. Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Effetto Trump (e Ue) su politica italiana, destra divisa e sinistra frantumata

Effetto Trump (e Ue) su politica italiana, destra divisa e sinistra frantumataRoma, 14 mar. (askanews) – Le iniziative di Donald Trump e la risposta dell’Europa, a partire dal ReArm Europe, hanno terremotato la politica italiana, mostrando le divisioni della maggioranza, ma soprattutto frantumando l’opposizione.


Per quanto riguarda il centrodestra al governo, il voto del 12 marzo all’Europarlamento sulla risoluzione (non vincolante) sul progetto di difesa unica europea ha certificato che ci sono almeno due linee diverse. A favore si sono espressi tutti i deputati presenti di Fdi-Ecr (22 su 24) e gli eurodeputati italiani presenti del Ppe (otto su nove, sette di Fi e uno della Svp). Quelli della Lega (7 su 8) hanno votato tutti contro, insieme al gruppo dei Patrioti per l’Europa. Non è certo una notizia: ormai da settimane Matteo Salvini, vestiti i panni dell’ultra-trumpiano, spara ad alzo zero contro Ursula von der Leyen e il suo “ReArm”. Da ultimo per Meloni è stato un dito in un occhio il Consiglio federale del Carroccio convocato il 13 in concomitanza del Consiglio dei ministri. Al termine la Lega ha diffuso una nota in cui – tra l’altro – ribadisce che “l’Europa non ha bisogno di ulteriori debiti, di riarmo nucleare o di ulteriori cessioni di sovranità bensì di sostegno a famiglie, sanità e lavoro”. A margine della seduta del Cdm, la premier avrebbe avuto una discussione (“accesa” secondo alcuni, “franca” secondo altri più diplomatici) con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Palazzo Chigi e il Mef, congiuntamente, hanno smentito che ci siano “contrasti” assicurando che i due lavorano in “piena sintonia e con la massima condivisione sui vari dossier aperti, inclusa la difesa europea”. La tensione, però, è palpabile e destinata a salire da qui a martedì, quando Meloni è attesa in Senato per le consuete comunicazioni in vista del Consiglio europeo. In queste ore sono in corso continue consultazioni per arrivare a una risoluzione unitaria che sia “digeribile” da tutti. Perché sia così, nel suo intervento, la premier dovrà fare esercizio di equilibrismo: volerà alto, viene spiegato, ribadirà la critica al nome scelto “ReArm”, confermerà che le maggiori spese in difesa non andranno a scapito di sanità e servizi, ripeterà il suo “no” all’eventuale invio di truppe europee in Ucraina, si soffermerà sulle divisioni delle opposizioni. E quelle certo non mancano. A partire dal Pd. A Strasburgo la delegazione Dem, la più grande del gruppo S&D, si è letteralmente spaccata in due e la segretaria Elly Schlein, è riuscita a limitare i danni solo grazie al ‘soccorso’ degli indipendenti, superando di un voto la pattuglia ‘riformista’ guidata dal presidente (suo sfidante alle primarie) Stefano Bonaccini. Contro la linea di Schlein hanno votato a favore lo stesso Bonaccini, Decaro, Giorgio Gori, Gualmini, Lupo, Maran, Moretti, Picierno, Tinagli e Topo. Si sono astenuti invece Benifei, Corrado, Laureti, Nardella, Ricci, Ruotolo, Strada, Tarquinio, Zan, Zingaretti e Lucia Annunziata. Il piano ‘Rearm Eu’ va cambiato perché “all’Europa serve la difesa comune, non la corsa al riarmo dei singoli Stati. La posizione del Pd è e resta questa”, ha dichiarato la segretaria dopo il voto, non senza irritazione. Schlein sa che questa è la prima vera crisi da quando guida il Pd e che intorno alla sua leadership si aprono giochi difficili da gestire. Mentre qualcuno inizia a pronunciare la parola “congresso”, è lei stessa a chiedere un “chiarimento politico”, consapevole che il rischio maggiore è quello di farsi logorare, dall’interno, ma anche dall’esterno, dagli alleati o presunti tali.


Tra questi, l’Alleanza Verdi e Sinistra è contraria all’aumento delle spese per la difesa, ma è soprattutto il Movimento 5 Stelle ad approfittare delle difficoltà Dem. Nel giorno del voto il leader Giuseppe Conte e i parlamentari hanno manifestato di fronte all’Europarlamento e l’ex premier non esita ad attaccare Schlein: “L’astensione è la cosa più incomprensibile. Non è ammissibile in un momento così cruciale. Abbiamo visto un Pd che si è diviso, un partito in grande difficoltà”. “Viviamo una situazione strana, a livello internazionale e nazionale – commenta un parlamentare di lungo corso che vuol restare anonimo -. Trump sta terremotando il mondo, ogni giorno ci sono novità che destabilizzano il quadro e in Italia ormai ogni partito gioca per sé. Poi in generale il centrodestra al momento opportuno riesce a compattarsi, la sinistra si disgrega e questa è un’assicurazione per Meloni. Ma è una situazione così fluida e in qualche modo inedita che può succedere di tutto”.


Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

Ue, Commissione pronta a semplificazione per imprese ma burocratica su tutela consumatori

Ue, Commissione pronta a semplificazione per imprese ma burocratica su tutela consumatoriRoma, 14 mar. (askanews) – Questa Commissione europea appare molto determinata a facilitare la vita e la competitività delle imprese con una serie di misure di semplificazione burocratica e normativa della legislazione esistente, che a volte diventa vera e propria deregolamentazione, ma non sembra avere altrettanto a cuore gli interessi dei consumatori e la loro libertà di scelta informata, basata sulla trasparenza. E’ quanto sembra indicare una recente decisione di Bruxelles contro una norma italiana chiaramente intesa a tutelare, appunto, i consumatori e la trasparenza delle pratiche commerciali, che dimostra una sorprendente rigidità burocratica.


Il 12 marzo scorso, la Commissione ha inviato una notifica di messa in mora all’Italia, prima tappa della procedura di infrazione comunitaria, accusandola di aver violato le regole del mercato unico per avere “introdotto l’obbligo di apporre sui prodotti di consumo un’indicazione specifica che informi che la quantità del prodotto è stata ridotta mentre la confezione è rimasta invariata, il che ha portato a un aumento del prezzo unitario”, come spiega una nota dell’Esecutivo comunitario. L’infrazione riguarda in particolare gli articoli da 34 a 36 del Trattato sul funzionamento dell’Unione, che vietano le restrizioni alle importazioni ed esportazioni tra gli Stati membri e le misure equivalenti. “Sebbene la Commissione riconosca l’importanza di informare i consumatori di questo tipo di modifiche, richiedere che tali informazioni siano visualizzate direttamente su ciascun prodotto interessato non sembra proporzionato. I requisiti nazionali di etichettatura costituiscono un importante ostacolo al mercato interno e compromettono seriamente la libera circolazione delle merci”, spiega ancora la Commissione, ritenendo che “le autorità italiane non abbiano fornito prove sufficienti in merito alla proporzionalità della misura, in quanto sono disponibili altre opzioni meno restrittive (ad esempio, l’esposizione delle stesse informazioni vicino ai prodotti interessati)” negli scaffali dei negozi e supermercati, come avviene in Francia.


Secondo l’Esecutivo comunitario, inoltre, l’Italia avrebbe violato anche la direttiva Ue 2015/1535 sulla trasparenza del mercato unico, “poiché la misura è stata adottata durante il periodo di attesa successivo alla notifica da parte dell’Italia del disegno di legge e senza considerare il parere dettagliato emesso dalla Commissione”. Questo periodo di attesa (“standstill period”) è previsto dalla procedura di notifica “Tris”, che mira a prevenire l’avvio delle procedure d’infrazione, attraverso un dialogo preliminare tra la Commissione e lo Stato membro interessato. La misura italiana in questione fa parte del “Disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza 2023”, articolo 21, intitolato “Misure di contrasto alle prassi commerciali di riporzionamento dei prodotti preconfezionati”. L’articolo stabilisce: “I produttori che mettono in vendita, anche per il tramite dei distributori operanti in Italia, un prodotto di consumo che, pur mantenendo inalterato il precedente confezionamento, ha subito una riduzione della quantità nominale e un correlato aumento del prezzo per unità di misura, informano il consumatore dell’avvenuta riduzione della quantità e dell’aumento del prezzo in termini percentuali, tramite l’apposizione nella confezione di vendita di una specifica etichetta con apposita evidenziazione grafica”. Inoltre, si precisa che l’obbligo di informazione “si applica per un periodo di sei mesi a decorrere dalla data in cui il prodotto è esposto nella sua quantità ridotta”.


Come spiega il Ministero delle Imprese e del Made in Italy nella sua notifica alla Commissione del 7 ottobre 2024, la misura italiana è stata adottata “al fine di regolamentare il fenomeno della cosiddetta ‘Shrinkflation’, ovvero la pratica dei produttori di ridurre la quantità di prodotto all’interno della confezione, mantenendo sostanzialmente invariato il prezzo o addirittura aumentandolo, con la conseguenza di disorientare i consumatori che si trovano di fronte a un aumento di prezzo in modo non trasparente”. Sono motivazioni che appaiono tutt’altro che peregrine e infondate, ma a Bruxelles non sono bastate. L’Italia ha ora due mesi per rispondere alla Commissione, che in caso di risposta insoddisfacente potrebbe inviare un “parere motivato”, secondo passo nella procedura di infrazione, che prelude al ricorso in Corte europea di giustizia, se anche in questo caso l’Esecutivo comunitario giudicasse inadeguate le contro argomentazioni del governo.


Sarebbe un pessimo segnale agli operatori commerciali, che verrebbero premiati per un comportamento volutamente ingannevole, e ai consumatori, a cui verrebbe impedito di vedere i loro diritti tutelati da una legge nazionale. Bisogna precisare che la Commissione ha piena discrezionalità nelle sue decisioni sul controllo dell’attuazione della legislazione comunitaria. In altre parole, non era affatto obbligata ad aprire questa procedura d’infrazione, e potrebbe benissimo scegliere di non portarla avanti, se considerasse con più flessibilità che la misura italiana non mira affatto a restringere od ostacolare le importazioni di prodotti provenienti da altri Stati membri, ma solo a evitare un aumento dei prezzi occulti. Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese