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Rafforzare o depotenziare il mercato Ue dei permessi di emissione?

Rafforzare o depotenziare il mercato Ue dei permessi di emissione?

Roma, 2 mar. (askanews) – C’è una divergenza ormai evidente tra i paesi dell’Ue che sostengono la necessità di continuare e intensificare le politiche per la decarbonizzazione dell’industria e di tutta l’economia (in particolare portando avanti come previsto l’applicazione del sistema Ets (‘Emission Trading System’, il mercato europeo dei permessi di emissione di gas a effetto serra), e gli Stati membri che invece chiedono chiaramente un cambio di direzione (con modifiche anche sostanziali dello stesso Ets).

L’obiettivo, per questi ultimi, sarebbe quello di dare priorità alla competitività, riducendo i costi per le imprese industriali che già devono pagare l’energia a costi molto maggiori di quelli dei concorrenti extra Ue. A questo fine, sostengono, è necessario ‘riformare’, e anche ‘sospendere’ l’Ets, se non smantellarlo del tutto, rallentare il suo meccanismo di riduzione progressiva del tetto annuale di emissioni, annullare o ritardare l’eliminazione graduale entro il 2034 dell’allocazione di quote di CO2 gratuite alle industrie ad alto consumo energetico. Tutte misure che frenerebbero comunque la tabella di marcia verso l’obiettivo previsto di una riduzione delle emissioni del 62% nel 2040, rispetto al 2005 per i settori coinvolti; così come d’altra parte è già stato fatto, con un certo successo, per quanto era previsto con l’obiettivo zero emissioni nette al 2035 per il settore auto.

Quello che è emerso sempre più chiaramente durante il mese di febbraio è che a difendere nel modo più netto la decarbonizzazione e l’Ets, che ne è il pilastro fondamentale, è soprattutto la Spagna, insieme alla Francia, mentre sull’altro fronte lo Stato membro più in prima linea è l’Italia, fiancheggiata da altri paesi come Austria e Repubblica ceca. La Germania, che con il governo precedente (con i Verdi nella coalizione) aveva sempre promosso e difeso l’Ets, ha assunto negli ultimi mesi una posizione ambigua, sotto la fortissima pressione soprattutto della sua potente industria chimica (che è tra i comparti più generosamente sostenuti dalle allocazioni di quote di emissioni gratuite).

Al vertice di Anversa dell’industria europea, l’11 febbraio, alla vigilia del ‘retrait’ informale dei leader dell’Ue sulla competitività nel castello belga di Alden Biesen, il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva fatto delle dichiarazioni sorprendenti sull’Ets, almeno nel tono: ‘Questo sistema – aveva osservato – è attuato per ridurre le emissioni di CO2 e allo stesso tempo abilitare le imprese a installare delle linee di produzione a zero emissioni. Ma se questo obiettivo non è raggiungibile, e questo (l’Ets, ndr) non è lo strumento giusto, dovremmo essere molto aperti a rivederlo, o almeno a ritardarlo’. E aveva aggiunto: ‘Dovremmo evitare qualunque cosa che stia compromettendo la competitività della nostra industria’.

Dicendosi poi ‘pienamente in linea con chi dice che dobbiamo fare di più contro il cambiamento climatico’, Merz aveva puntualizzato che questo, tuttavia, non deve essere fatto ‘al costo della nostra industria’ e dei suoi posti di lavoro, che è ‘inaccettabile’. E, aveva ribadito, ‘questo è il motivo per cui io sono in linea con quanti dicono che, se questo non è lo strumento giusto, dobbiamo parlarne e dobbiamo cambiarlo se non funziona’. Perché, ‘l’Europa non può definire degli obiettivi climatici ambiziosi, lasciando che scompaia la sua base industriale. Alti prezzi dell’energia, combinati con i costi del carbonio (cioè dei permessi di emissione, che oggi si aggirano intorno agli 80 euro per tonnellata di CO2, ndr) stanno accelerando la deindustrializzazione, non la decarbonizzazione’, aveva concluso il cancelliere, tra gli applausi degli industriali.

Merz, tuttavia, ha cambiato notevolmente i toni nei giorni successivi. Durante il vertice Ue informale di Alden Biesen , il 12 febbraio, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, aveva difeso in modo circostanziato ed efficace il mercato europeo dei permessi di emissione e i notevoli risultati che ha conseguito finora, sottolineando che da quando è stato introdotto, nel 2005, ‘le emissioni sono diminuite del 39%, mentre i settori coperti dall’Ets hanno avuto una crescita del 71%. Quindi decarbonizzazione e crescita possono andare di pari passo’.

Von der Leyen contro Merz, quindi? Non proprio. Il cancelliere tedesco si è affrettato a precisare la sua posizione nella conferenza stampa al termine dello stesso vertice, con una vistosa marcia indietro in cui ha sostanzialmente ripreso gli argomenti della presidente della Commissione. ‘Ci sono colleghi – ha detto – molto critici nei confronti di questo sistema. Io non condivido questa critica in questa forma. L’Ets, che esiste ormai da 20 anni, e la presidente von der Leyen ha citato i dati rilevanti nella nostra discussione odierna, è uno strumento efficace che abbiamo attuato in Europa, e che consente la crescita senza generare ulteriori emissioni di CO2. Al contrario, le emissioni di CO2 sono diminuite di quasi il 40%, mentre l’industria è cresciuta di circa il 70% dall’introduzione del sistema. Questo dimostra – ha affermato a questo punto Merz – che disponiamo dello strumento giusto’.

‘Tuttavia – ha aggiunto, per cercare di giustificare le sue affermazioni del giorno prima ad Anversa -, deve essere costantemente adattato. Esistono differenze significative in tutta Europa. La Commissione si è impegnata a presentare una relazione sulle ragioni di queste differenze e degli aggiustamenti di cui potremmo avere bisogno per garantire che il sistema continui a funzionare correttamente’.

Se questa è la posizione tedesca (sì a una riforma che consenta all’Ets di continuare a essere efficace, no al suo smantellamento), il governo italiano non ha invece alcun dubbio, alcun ripensamento, e non fa nessuna concessione: l’Ets sta portando al collasso l’industria europea, è contro la competitività e favorisce la delocalizzazione, e va non solo fortemente modificato, ma anche sospeso subito, ha affermato in sostanza il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, parlando alla stampa al suo arrivo al Consiglio Competitività dell’Ue, il 26 febbraio a Bruxelles.

‘Occorre sospendere il meccanismo dell’Ets in attesa di una riforma che deve essere necessariamente globale, organica, efficace’, ha detto Urso. ‘Tanto più perché oggi il meccanismo ha un effetto perverso: favorisce le speculazioni finanziarie e costringe alla delocalizzazione delle emissioni in altri continenti. Un duplice effetto perverso che dobbiamo bloccare subito’.

In due diversi incontri avuti a Bruxelles la sera prima e la mattina stessa del 26 febbraio (con il gruppo dei paesi Ue ‘Amici dell’Industria’, e con i rappresentanti del settore della chimica e di altre industrie energivore) ‘ho fatto presente – ha riferito il ministro – che siamo tutti consapevoli del fatto che il meccanismo dell’Ets, così come formulato oggi, è solo una tassa, un dazio sulle imprese energivore che non riescono più ad essere competitive. E’ necessario, tutti siamo consapevoli, rivederlo in maniera sostanziale’.

‘Se siamo in presenza del collasso dell’industria della chimica europea, se siamo in presenza della crisi della siderurgia europea, allora – ha avvertito Urso – non possiamo aspettare i tempi del negoziato della nostra Unione europea per trovare soluzioni. Nel frattempo che cerchiamo una soluzione organica efficace dobbiamo sospendere ciò che non va’, ha insistito.

‘Sulla base di questa consapevolezza comune – ha sottolineato il ministro – dobbiamo rivedere, e al più presto, il meccanismo degli Ets che, così come formulato, porta al collasso dell’impresa europea e alla delocalizzazione delle emissioni di carbonio in altri continenti’ E mentre aspettiamo la riforma, che la Commissione intende proporre a luglio, ‘sospendiamo quello che non va, sospendiamo quello che nuoce, sospendiamo quello che è sbagliato, se ne siamo tutti consapevoli: per fare una riforma organica, efficace, congrua, insieme’, ha concluso Urso.

A questo punto ci si potrebbe porre la domanda: è un gioco delle parti? La Germania spinge avanti l’Italia per non esporsi troppo, ma avendo sostanzialmente lo stesso obiettivo, in modo da alzare la pressione, e ottenere di più dalla Commissione, quando presenterà la sua proposta di riforma dell’Ets? E potrebbe essere questo, per Berlino, anche un modo di evitare uno scontro con la Commissione e con Parigi?

Sempre ad Alden Biesen, il 12 febbraio, il presidente francese, Emmanuel Macron aveva difeso con forza il mercato dei permessi di emissione, affermando: ‘Non dobbiamo assolutamente eliminare gli incentivi e i segnali di mercato che abbiamo messo in atto con l’Ets’. E aveva sottolineato: ‘Difendo il nostro Green Deal e la nostra agenda climatica’. Il Green Deal ‘deve essere reso compatibile con la competitività, ma sarebbe un errore strategico – aveva sottolineato Macron – affermare che competitività significhi abbandonare l’azione per il clima.’

Tuttavia, aveva riconosciuto il presidente, ‘è chiaro che l’Ets oggi non funziona bene per alcuni paesi’, in particolare quelli che dipendono maggiormente dai combustibili fossili (come l’Italia, ndr); inoltre, aveva aggiunto, c’è anche il problema della ‘speculazione’ sulle quote di CO2: il loro prezzo, secondo Macron, ‘dovrebbe essere intorno ai 30 o 40 euro’ per tonnellata, invece degli 80 euro attuali, un costo che ‘pesa gravemente su alcune economie’. La Commissione europea, aveva concluso infine il presidente francese, ‘proporrà a marzo delle soluzioni concrete per ridurre questo onere’.

Quanto alla Spagna, sono note le posizioni fortemente pro Green Deal del governo di Pedro Sanchez; ma ora in più c’è un ‘non paper’ sulla competitività europea, un documento informale che ha cominciato a circolare a fine febbraio, che spiega in modo chiaro e ben argomentato la visione di Madrid, diametralmente opposta a quella di chi invoca la priorità della competitività rispetto alle politiche climatiche. E non sono solo parole: la Spagna può contare sui fatti. Nel 2025 ha avuto una crescita del Pil del 2,6% (contro lo 0,8% dell’Italia, l’1,1% della Francia, lo 0,4% della Germania); ha avuto negli ultimi anni una grande accelerazione nell’installazione di capacità per le energie rinnovabili (raddoppiata dal 2019 al 2025), tanto che ora (dati 2025) la sua produzione di elettricità dipende dal gas solo per il 21% (contro il 47% dell’Italia).

In più, da quando si è separata, insieme al Portogallo, dal mercato elettrico europeo nel 2022 (‘eccezione iberica’) la Spagna ha visto i prezzi dell’elettricità ridursi a livelli record (i più bassi nell’Ue dopo quelli della Svezia, mentre in Italia sono i più alti), perché non dipendono più prevalentemente dal prezzo del gas, come invece accade ancora nel resto dell’Ue. La Spagna, insomma, sta diventando un modello virtuoso di come si possono ridurre i fattori negativi che influenzano la competitività delle imprese, non rinunciando alla decarbonizzazione, ma anzi dandole un ruolo centrale di spinta dello sviluppo economico.

Nel paragrafo del non-paper spagnolo intitolato, per l’appunto, ‘Decarbonizzazione come motore per la competitività di lungo termine’, si afferma che ‘l’Ue deve continuare a impegnarsi inequivocabilmente per la sostenibilità e la decarbonizzazione. Poiché il continente europeo sta vivendo il più rapido aumento nel riscaldamento globale, dobbiamo promuovere e accelerare, non indebolire, l’agenda verde. Questo non è solo un imperativo morale, ma una leva per una competitività e una resilienza durature e a lungo termine’, nonché ‘un motore strutturale della trasformazione industriale’. Il non-paper cita i dati della Banca europea degli Investimenti (Bei), secondo cui ‘l’industria delle tecnologie pulite rappresenta già un terzo della crescita del Pil dell’Ue’, mentre, aggiunge, ‘l’Agenzia europea dell’ambiente stima che la piena attuazione del Green New Deal genererebbe 2,5 milioni di nuovi posti di lavoro’.

‘L’Europa – ricorda il documento informale del governo di Madrid – è un continente povero di combustibili fossili: perseguire un’alternativa rispetto all’energia verde non sarebbe solo un ritorno al passato tecnologico, ma ci costringerebbe anche a una dipendenza permanente da parti terze per la nostra sicurezza energetica. Sole e vento devono essere l’equivalente europeo delle riserve fossili’, che nei paesi Ue sono molto limitate. ‘Prezzi dell’energia competitivi dovrebbero essere raggiunti in modo strutturale, piuttosto che attraverso sussidi continui per importazioni costose che gravano sulle finanze pubbliche e frammentano l’Unione’, dividendola a seconda delle disponibilità di bilancio dei diversi Stati membri.

‘La decarbonizzazione – rileva il non-paper – sta già portando a una riduzione dei prezzi dell’elettricità. L’Ue non può permettersi di ignorare la corsa globale alla tecnologia e agli investimenti verso soluzioni ‘cleantech’. Qualsiasi rallentamento nella decarbonizzazione farebbe direttamente il gioco dei nostri concorrenti. L’Europa rischia di perdere la corsa ai veicoli elettrici, alle batterie, agli elettrolizzatori e ad altre tecnologie verdi se non investe nell’innovazione lungo l’intera catena del valore’.

‘La transizione verde – si avverte nel documento informale – avrà successo solo se eviteremo di inviare segnali contrastanti agli investitori. Abbiamo il potenziale per elettrificare circa il 50% della nostra economia entro il 2040, il che ridurrebbe di due terzi la nostra dipendenza da petrolio, gas e carbone. È tempo di investire massicciamente nelle energie rinnovabili (compresi l’idrogeno verde e i combustibili sostenibili), nello stoccaggio e nella flessibilità, nelle reti e nelle interconnessioni, e di facilitare e accelerare le autorizzazioni’ per i nuovi impianti di rinnovabili.

Infine, dopo aver osservato che ‘alcuni aggiustamenti al sistema attuale per ridurre la volatilità’ dei prezzi delle quote di CO2 ‘potrebbero essere benvenuti’, il non-paper spagnolo sottolinea che ‘smantellare il sistema di scambio dei permessi di emissione è la risposta sbagliata agli elevati prezzi dell’energia. L’Ets è il vero pilastro della politica climatica europea e si è dimostrato una soluzione inventiva, efficiente ed economica per ridurre le emissioni’. La conclusione è chiarissima: ‘Una riforma sbagliata e affrettata rischierebbe di distorcere il segnale di prezzo, che è stato inviato con successo’ finora, ‘senza apportare guadagni di competitività’.

Di Lorenzo Consoli

Iran, Ue: grande preoccupazione, salvaguardare stabilità regionale

Iran, Ue: grande preoccupazione, salvaguardare stabilità regionale

Roma, 28 feb. (askanews) – L’attacco era nell’aria, ma fino all’ultimo la speranza era quella di un risultato positivo a livello diplomatico e negoziale. Invece Usa e Israele hanno deciso di procedere, innescando la reazione di Teheran che ha colpito diversi paesi del Golfo. In questa nuova crisi, l’Unione europea è sostanzialmente tagliata fuori.

Dopo l’attacco il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen hanno espresso “grande preoccupazione” e invitato tutte le parti alla massima moderazione e al pieno rispetto del diritto internazionale. “Ribadiamo il nostro fermo impegno a salvaguardare la sicurezza e la stabilità regionale”, si legge nel testo, che sottolinea l’importanza di garantire la sicurezza nucleare e di evitare qualsiasi azione che possa aggravare le tensioni o compromettere il regime globale di non proliferazione. La nota ricorda che l’Ue ha adottato ampie sanzioni in risposta alle azioni del regime iraniano e delle Guardie rivoluzionarie e ha promosso costantemente sforzi diplomatici per affrontare i programmi nucleare e balistico attraverso una soluzione negoziata. Bruxelles afferma inoltre che, in coordinamento con gli Stati membri, adotterà tutte le misure necessarie per sostenere i cittadini europei presenti nella regione. I due leader europei hanno infine esortato tutte le parti a proteggere i civili e a evitare ulteriori escalation.

“Gli ultimi sviluppi in Medio Oriente sono preoccupanti – ha aggiunto l’Alta rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, Kaja Kallas -. Il regime iraniano ha causato migliaia di vittime. I suoi programmi missilistici e nucleari, insieme al sostegno ai gruppi terroristici, rappresentano una grave minaccia per la sicurezza globale. L’UE ha adottato sanzioni severe nei confronti dell’Iran e ha sostenuto soluzioni diplomatiche, anche sulla questione nucleare Ho parlato con il ministro degli Esteri israeliano Saar e con altri ministri della regione. L’UE sta inoltre coordinando strettamente con i partner arabi per esplorare vie diplomatiche. La protezione dei civili e il diritto internazionale umanitario sono una priorità. La nostra rete consolare è pienamente impegnata ad agevolare la partenza dei cittadini dell’UE. Il personale non essenziale dell’UE viene ritirato dalla regione. La nostra missione navale Aspides rimane in stato di massima allerta nel Mar Rosso ed è pronta a contribuire a mantenere aperto il corridoio marittimo”, conclude l’Alta rappresentante dell’Unione europea per la politica estera.

Domani (domenica primo marzo) nel tardo pomeriggio si terrà una riunione straordinaria del Coreper, il Comitato dei rappresentanti permanenti degli Stati membri presso l’Ue. La presidenza di turno cipriota convocherà inoltre una riunione virtuale del Gruppo di lavoro per gli Affari Consolari per esaminare la situazione relativa ai cittadini dell’Ue nella regione. La riunione si terrà domani, prima della riunione degli Ambasciatori dell’Ue.

Referendum in salita e legge elettorale, per Meloni un mese decisivo

Referendum in salita e legge elettorale, per Meloni un mese decisivo

Roma, 28 feb. (askanews) – Nell’agenda di Giorgia Meloni il prossimo appuntamento all’estero è il Consiglio europeo del 19 e 20 marzo. L’ultima missione è stata il “retreat”, ovvero il vertice infiormale dei leader dei Ventisette nel castello belga di Alden Biesen del 12 febbraio. Nel mezzo, anche ufficiosamente, non si segnalano missioni fuori dall’Italia. Un tempo insolitamente lungo per la presidente del Consiglio che del suo dinamismo sul fronte internazionale ha fatto una cifra di governo.

Segno, anche, della percezione che il prossimo mese è uno snodo complesso e decisivo della legislatura. Il referendum costituzionale sulla riforma della magistratura, che fino a un mese fa appariva come una “passeggiata” si è trasformato in un rischio. Alcune improvvide sortite del ministro della Giustizia Carlo Nordio (che la stessa premier, in privato, avrebbe richiamato a interventi più sobri), e una politicizzazione che – al di là delle dichiarazioni – è nei fatti, hanno invertito il trend, con il fronte del No che ha avviato una consistente rimonta. Su questo abbiamo consultato separatamente due esponenti di primo piano sia di Fdi che del centrosinistra, due di quelli che, nelle rispettive parti, si occupano dei numeri. E per entrambi il responso è lo stesso: se nei prossimi dieci giorni il trend di crescita del “No” non si fermerà un ribaltamento della situazione, con la bocciatura della riforma, è possibile, se non probabile. Anche per questo, pur se controvoglia, Meloni si deciderà a scendere in campo in prima persona nella fase finale della campagna. Cercando però il più possibile, ha spiegato ai suoi, di mantenere un profilo “istituzionale” più che politico. Metterci la faccia, dunque, ma senza fare “all in” sul modello di Matteo Renzi.

Intanto però un segnale di nervosismo è stato dato con la brusca accelerazione sulla nuova legge elettorale, depositata in Parlamento il 26 febbraio dopo una maratona notturna degli sherpa per trovare un accordo nella maggioranza. Il sistema proposto, chiamata “Stabilicum”, è nella sostanza un proporzionale con premio di maggioranza per la coalizione che raggiunga almeno il 40% dei consensi alle elezioni. In particolare, il sistema si basa su collegi plurinominali con liste bloccate, dal momento che, nonostante le pressioni di Fratelli d’Italia, per ora non è previsto che ci sia il voto di preferenza. Il premio di maggioranza consiste in 70 seggi per la Camera e 35 per il Senato: si tratta di seggi che vengono scomputati dal totale per quanto riguarda l’assegnazione che viene invece fatta su base proporzionale. Viene attribuito a chi abbia raggiunto almeno il 40% dei consensi a livello nazionale, ma viene suddiviso su base circoscrizionale alla Camera e regionale al Senato attraverso dei listini. Lo stesso premio – secondo quanto prevede il testo – non può superare il 15% per cento dei seggi, con una soglia massima di 230 seggi alla Camera e 114 al senato. Viene inoltre introdotto il meccanismo del ballottaggio nel caso in cui nessuno raggiungesse il 40% su base nazionale ma ci fossero almeno due coalizioni che hanno ottenuto non meno del 35%. Si prevede poi “l’indicazione obbligatoria” del candidato premier nel momento in cui viene depositato il programma: si tratta del nome da indicare al capo dello Stato al momento delle consultazioni “fatte salve le sue prerogative”. Restano invariate le soglie di sbarramento, compresa quella del 3% per ciascuna lista che si presenta agli elettori. Nessuna modifica anche per il meccanismo che prevede la possibilità delle pluri-candidature e dell’alternanza di genere.

Un sistema che piace poco anche alla Lega (per l’abolizione dei collegi che l’hanno premiata in passato), tanto che il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari ha atteso un bel po’ prima di firmare la proposta di legge. Anche Fdi e i centristi della maggioranza non sono pienamente convinti, tanto da annunciare già un emendamento per inserire le preferenze. Nettamente contrario il giudizio delle opposizioni, che la considerano “irricevibile” in toto, almeno per il momento. Del resto, secondo una proiezione di YouTrend per Repubblica, in base ai sondaggi più recenti, con l’attuale Rosatellum il centrosinistra registrerebbe un leggerissimo vantaggio ma nessuna coalizione raggiungerebbe una maggioranza netta in Parlamento; con il neonato Stabilicum il centrodestra vincerebbe, prendendosi il 57% dei seggi totali. Se dunque la legge non è pienamente sostenuta neanche dalla maggioranza, qual è il motivo di tanta fretta? Il motivo, viene spiegato a taccuini chiusi, è proprio il referendum: presentare il testo dopo il voto, qualunque sia l’esito ma soprattutto in caso di sconfitta, sarebbe inevitabilmente percepito come una mossa per fare una legge su misura. Meglio evitare e anticipare, magari anche per distogliere un po’ l’attenzione dalla campagna.

Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

Italia avvia iter (complesso) per riforma Rai sulla base del Media Freedom Act Ue

Italia avvia iter (complesso) per riforma Rai sulla base del Media Freedom Act Ue

Roma, 28 feb. (askanews) – L’Italia si appresta a metter mano alla riforma della Rai, la Radio-televisione pubblica, sulla base dell’European Media Freedom Act, ma il percorso parte già in notevole salita per il disaccordo all’interno della maggioranza.

L’European Media Freedom Act è un regolamento europeo approvato nel 2024 e in vigore dall’8 agosto 2025. Si tratta di una normativa che mira a proteggere il pluralismo e l’indipendenza dei mezzi di informazione prevedendo, tra le altre cose, di sganciare i media pubblici dalle influenze governative.

La riforma della Rai – la principale azienda culturale del Paese che conta circa 2 mila giornalisti su otto testate – inizierà il suo percorso mercoledì 4 marzo in Senato, sulla base di una proposta del senatore Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia, già autore quando era ministro dell’omonima legge del 2004 sul sistema radio-televisivo. Attualmente il Consiglio di amministrazione della Rai è composto da 7 membri nominati con una procedura mista: quattro membri dal Parlamento (2 dalla Camera, 2 dal Senato), due dal Consiglio dei Ministri su proposta del Ministero dell’Economia e delle Finanze e uno dai dipendenti Rai. Il Mef indica anche l’amministratore delegato. La nuova legge Gasparri toglie al governo la facoltà di nomina, in ottemperanza all’European Media Freedom Act e questo punto è stato contestato dal Ministero dell’Economia, che ha dato parere negativo.

“L’Europa – ha spiegato Gasparri ad Askanews – ci chiede di fare una separazione tra servizi pubblici e governi, poiché i governi hanno una presenza nel Cda Rai. L’European Media Freedom act impone di azzerare i consiglieri di nomina del governo: non è una questione politica ma di sostanza”. Certo, per quanto riguarda l’Ad, “capisco anche un proprietario (il Mef in quanto azionista al 99,56%, ndr) che dice ‘ho una proprietà, come osservo l’andamento economico?’” Però per Gasparri “si può sopravvivere anche se il governo non nomina rappresentanti e li elegge tutti il Parlamento”. Per quanto riguarda il parere negativo, “uno chiede un parere a un Ministero ma quando c’è l’Europa…son 10 anni che stiamo qui a dire ce lo chiede l’Europa…”. Poi, ha detto in una intervista al ‘Foglio’, “se il governo e il ministero dell’Economia trovano una formula per contestare una fonte sovraordinata come il Media Act a me va benissimo. Bisogna vedere se regge o no”.

Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

Ue, Vannacci spiega perché l’Europa che vuole è quella di Lepanto (e altre cose)

Ue, Vannacci spiega perché l’Europa che vuole è quella di Lepanto (e altre cose)

Roma, 28 feb. (askanews) – Unione, federazione, confederazione? No, quello che ha in mente per l’Europa l’ex generale Roberto Vannacci è il “modello Lepanto”. Sì proprio quello della battaglia navale del 7 ottobre 1571. Allora si affrontarono la flotta dell’impero ottomano e quella delle forze cristiane federate dal papa Pio V nella Lega Santa che riuniva Venezia, l’impegno spagnolo, lo Stato pontificio, la Repubblica di Genova, vari ducati della penisola italiana. Lo scontro si concluse con la vittoria delle forze alleate guidate da don Giovanni d’Austria su quelle ottomane di Muezzinzade Alì Pascià, che morì in battaglia.

Il “modello Lepanto” è stato descritto dallo stesso Vannacci in occasione dell’annuncio, il 24 febbraio a Bruxelles, del suo ingresso nel gruppo di Europa delle nazioni sovrane, dopo l’uscita dalla Lega (e quindi dai Patriots) per fondare il nuovo partito Futuro nazionale con Vannacci (Fnv). Con lui in conferenza stampa c’era René Aust, tedesco esponente di Afd e co-presidente del gruppo Esn.

In quell’occasione, Vannacci ha risposto ad alcune domande di Askanews.

D. Per lei l’unica soluzione della guerra russo-ucraina è lasciare l’Ucraina alla Russia? Lasciamo che la Russia la occupi perché come Nato potremmo fermarla ma non ci vogliamo andare, nessuno è disposto a farlo, e le armi non gliele diamo?

R. “In guerra i fatti contano più del diritto e contano più della morale e quello che sta succedendo in Ucraina e in Russia è di fronte agli occhi di tutti, la situazione è nota, al di là di quella che può essere la narrativa e la propaganda occidentale o orientale: sul terreno oggi i russi occupano circa il 20% del territorio ucraino e continuano ad avanzare. Preso in considerazione che non c’è la volontà di un intervento diretto, l’unica soluzione è trovare la pace, e la pace la si ottiene quando si mettono a negoziare gli aventi causa, però per trovare un terreno per questa negoziazione bisogna trovare quelle che sono le condizioni che possono essere accettate da entrambi. Sicuramente i russi non accetteranno di lasciare i territori che sono stati occupati militarmente, sicuramente i russi non accetteranno che l’Ucraina non rimanga neutrale, perché è stato uno dei motivi per i quali questa guerra è stata scatenata. Sicuramente i russi non accetteranno che in Ucraina vengano spiegati sistemi d’arma a lunga gittata appartenenti a nazioni che si sono dimostrate ostili alla Russia in questi ultimiquattro anni. Queste ritengo che siano le condizioni non negoziabili, e se oggi la pace con l’Ucraina a queste condizioni potrebbe essere considerata una sconfitta, il fatto di non accettarla potrebbe indirizzarci invece verso la disfatta di domani. Ecco perché oggi è più che opportuno e più che necessario trovare una pace, perché la pace di domani ci costerà molto di più”.

D. Lei dice che l’Europa è stata grande in passato, quando non c’era l’Unione Europea. Sì, c’erano le grandi potenze imperialiste ma c’erano anche le guerre interne europee. L’Unione europea è nata per evitare le guerre, ce ne sono state due disastrose solo nell’ultimo secolo, dov’è questa grandezza di cui parla lei rispetto alla grandezza della pace che abbiamo avuto negli ultimi 60-70 anni?

R. “Io mi riferivo alla grandezza dell’Europa storica, l’Europa di Lepanto, dove nazioni sovrane si sono unite per un obiettivo comune e hanno preso poco gentilmente a spintoni l’invasore turco e l’hanno riportato in Turchia, e la stessa cosa l’hanno ripetuta a Vienna (nella battaglia del 12 settembre 1683 in cui le truppe polacche, austriache e tedesce sconfissero l’esercito ottomano che assediava la città, ndr). Eppure non c’era un’Unione europea, non c’erano gli Stati federali europei, e queste nazioni sovrane che si sono messe insieme per collaborare per un obiettivo convergente, hanno fatto la grandezza dell’Europa, che non è limitata agli ultimi cento anni ai quali lei faceva riferimento, ma è una storia di duemila anni a questa parte. Mentre invece, quando l’Europa ha deciso di trasformarsi dalla Comunità economica europea all’Unione europea, è stata una storia di disfatte e di sconfitte. Le ricordo che nel 1993, anno in cui è entrato in vigore il Trattato di Maastricht, quello che poi ha portato all’Unione europea, il PIL dell’Europa era il 30% del PIL mondiale. Oggi, dopo trent’anni di Unione europea, il PIL dell’Europa è il 15% del PIL mondiale. Nel 1994 non vi era alcuna guerra ai confini dell’Europa (in realtà erano in corso le guerre tra serbi, croati e bosniaci nella ex Jugoslavia, durate fino al 1995, a cui seguì la guerra in Kosovo nel 1998-99, ndr). Oggi, dopo trent’anni di Unione europea, abbiamo due guerre di grande ampiezza ai confini dell’Europa stessa. Oggi l’Europa è più debole, più fragile, meno sicura e meno libera. Ricordiamoci, giusto facendo riferimento alla libertà, l’analista svizzero (Jacques Baud, ex colonnello ed ex funzionario dei servizi segreti elvetici e della Nato, inserito nella lista delle sanzioni dell’Ue nel dicembre 2024 con l’accusa di diffondere propaganda russa e disinformazione sulla guerra in Ucraina, ndr), che è stato sanzionato senza un tribunale e senza un processo dalla Commissione europea per aver espresso delle opinioni. Questa è l’Unione europea a cui lei faceva riferimento”.

D. Siccome siete contro l’Unione europea e il proseguimento dell’integrazione europea che è previsto dai trattati, l’”Unione sempre più stretta”, qual è la posizione che avete sull’euro?

R. “Rettifico la premessa. Io non sono contro nessuno. Io sono a favore di qualche cosa. Io sono a favore di un’Europa che torni a essere un’Europa dei popoli e delle nazioni sovrane. Non mi sono mai qualificato come contro qualche cosa, al contrario di come fanno molti nell’universo politico sia italiano che internazionale. E quindi il problema della sovranità monetaria è sicuramente un problema. È un problema che in molti hanno in qualche modo affrontato perché la perdita della sovranità monetaria è stato uno degli scalini che ci ha portato anche al declino di questa Unione europea. Lei se lo ricorda il guru italiano? Il professore Prodi, se lo ricorda bene? Quello che ci diceva che grazie all’euro avremmo lavorato un giorno in meno e ci avrebbero pagato un giorno in più. Lo chieda alle famiglie italiane se questa sua affermazione fatta 25 anni fa ci ha portato effettivamente a quello che era il risultato che lui aveva promesso. Quindi se questo è un problema per l’Europa è sicuramente uno dei settori nei quali le nazioni europee dovranno lavorare”.

Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Commissione: fondi Ue possono sostenere accesso ad aborto sicuro

Commissione: fondi Ue possono sostenere accesso ad aborto sicuro

Roma, 28 feb. (askanews) – La Commissione europea ha adottato giovedì 26 febbraio a Bruxelles una comunicazione in risposta alla “Iniziativa dei Cittadini europei” (Ice) dal titolo “La mia voce, la mia scelta: per un aborto sicuro e accessibile”, in cui chiarisce che gli Stati membri che lo vorranno potranno usare i finanziamenti del Fondo sociale europeo (uno degli strumenti più importanti della Politica di Coesione), per sostenere programmi di accesso all’aborto sicuro per donne vulnerabili provenienti anche da altri paesi dell’Ue in cui l’aborto non è consentito o non ci sono iniziative simili.

L’Iniziativa dei Cittadini europei, che era stata presentata a Bruxelles a inizio settembre 2025 dopo aver raccolto oltre un milione di firme (1.124.513 per la precisione) in più di 19 Stati membri (la scoglia minima prevista), chiedeva alla Commissione di presentare una proposta di sostegno finanziario agli Stati membri al fine di garantire l’accesso a un aborto sicuro a chiunque non abbia questa possibilità in Europa, a causa delle diverse condizioni sanitarie e legali nei diversi paesi dell’Ue.

Nella sua risposta, la Commissione era sottoposta ai limiti previsti all’articolo 168, paragrafo 7, del Trattato sul Funzionamento dell’Ue, secondo cui l’azione dell’Unione deve rispettare le prerogative degli Stati membri, che sono responsabili per la definizione della loro politica sanitaria e per l’organizzazione dei servizi di assistenza medica. Consapevoli di questo limite, i promotori dell’Ice non avevano chiesto una garanzia esplicita del diritto all’aborto stabilita a livello europeo.

“Dopo aver analizzato attentamente l’iniziativa e tenuto conto delle limitazioni imposte dai Trattati Ue alla competenza dell’Unione in materia di salute pubblica – spiega una nota dell’Esecutivo comunitario -, la Commissione sottolinea che gli Stati membri possono fare affidamento sugli strumenti Ue esistenti per migliorare la parità di accesso a servizi sanitari legalmente disponibili e a prezzi accessibili, compresi i servizi di aborto sicuro”.

“Questo sostegno dell’Ue – continua la nota – può essere fornito attraverso il programma del Fondo Sociale Europeo Plus (Fse+), qualora gli Stati membri desiderino, volontariamente e in conformità con le rispettive legislazioni nazionali, fornire tale sostegno, in particolare utilizzando o riassegnando le risorse disponibili nell’ambito dei loro programmi Fse+”. Il Fondo “potrebbe essere utilizzato per migliorare l’accesso a servizi di aborto legalmente disponibili, a prezzi accessibili e sicuri per le donne incinte. Il Fse+ può sostenere gli sforzi di questi Stati membri, garantendo loro al contempo l’autonomia di determinare come e a quali condizioni verrà fornito l’accesso all’aborto sicuro e legale”.

La nota precisa inoltre, che “l’Ue può sostenere l’azione degli Stati membri in materia di salute pubblica, nel rispetto della responsabilità degli Stati membri per la definizione delle proprie politiche sanitarie, nonché per l’organizzazione e l’erogazione di servizi sanitari e assistenza medica”. Presentando alla stampa a Bruxelles la comunicazione della Commissione, il 26 febbraio, la vicepresidente esecutiva per i Diritti sociali e l’Occupazione, Roxana Minzatu, e la commissaria per l’Uguaglianza e per la Gestione delle crisi, Hadja Lahbib, hanno sottolineato il fatto che “per la prima volta viene chiarito che è possibile” usare i fondi europei del Fse+ “per garantire l’accesso all’aborto sicuro” a tutte le cittadine europee, negli Stati membri che vorranno creare dei programmi di assistenza sanitaria a questo fine. Dieci Stati membri si sono già dichiarati disponibili in questo senso: Austria, Estonia, Finlandia, France, Lussemburgo, Polonia, Slovenia, Spagna, Svezia e Belgio.

Finora, si poteva ricorrere già al Fse+ per facilitare l’accesso alle cure sanitarie, soprattutto nel quadro dei trattamenti in campo oncologico, ma non era esplicitamente previsto che si potesse fare per l’aborto. Il fondo Fse+ nell’attuale bilancio pluriennale comunitario (2021-2027) è dotato di 142,7 miliardi di euro, che possono essere utilizzati fino al 2029, ha spiegato Minzatu. “Da adesso diamo agli Stati membri la possibilità di usare i finanziamenti Ue del Fondo sociale europeo per migliorare l’accesso all’aborto. Questo significa sostegno alle donne che hanno necessità di viaggiare, o alle donne nel proprio paese, o in aree remote, o senza mezzi finanziari. In pratica significa che le donne avranno un accesso migliore a un aborto sicuro, qualunque donna in condizioni di vulnerabilità ovunque in Europa; e questo è rivoluzionario (‘groundbreaking’)”, ha spiegato Hadja Lahbib.

Il 17 dicembre scorso, la plenaria del Parlamento europeo, con una risoluzione non vincolante adottata con 358 voti favorevoli, 202 contrari e 79 astensioni, aveva sostenuto l’Ice e invitato la Commissione a istituire un meccanismo finanziario opzionale, aperto a tutti gli Stati membri su base volontaria e sostenuto da fondi dell’Ue, per consentire agli Stati partecipanti di “garantire l’accesso all’interruzione sicura della gravidanza, nel rispetto delle rispettive normative nazionali, alle persone che non hanno accesso a un aborto sicuro e legale”. “Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità – ricorda ancora la nota della Commissione -, in Europa si verificano ogni anno circa 483.000 aborti a rischio. L’aborto a rischio è una questione di salute pubblica, in quanto può causare diverse forme di danno fisico e grave stress mentale, mettendo quindi a rischio la vita delle donne”.

Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Ue-Mercosur, quando sarà applicato (provvisoriamente) l’accordo

Ue-Mercosur, quando sarà applicato (provvisoriamente) l’accordo

Roma, 28 feb. (askanews) – La decisione della Commissione, annunciata venerdì 27 febbraio dalla presidente Ursula von der Leyen, di procedere senza indugio all’applicazione provvisoria della parte esclusivamente commerciale dell’Accordo Ue-Mercosur era prevista, dopo che la stessa von der Leyen nelle scorse settimane aveva già espresso la sua intenzione in questo senso con la frase: “Saremo pronti quando loro saranno pronti”, ovvero, aveva spiegato, non appena sarà stata completata la prima ratifica da parte di un paese del Mercosur.

La prima ratifica è stata completata dall’Uruguay giovedì 26 febbraio, con la seconda, da parte dell’Argentina, che è arrivata lo stesso giorno, due ore dopo. La Commissione può ora procedere all’applicazione provvisoria, secondo il mandato che aveva ricevuto a gennaio dal Consiglio Ue, a maggioranza qualificata. La Commissione non ha alcun obbligo legale di aspettare l’approvazione definitiva da parte del Parlamento, che potrà arrivare solo dopo il pronunciamento della Corte europea di Giustizia, chiesto dallo stesso Europarlamento, sulla compatibilità dell’Accordo con i Trattati Ue.

D’altra parte, la sezione meramente commerciale dell’Accordo, che la Commissione metterà ora in vigore provvisoriamente, non richiede la ratifica da parte dei parlamenti nazionali degli Stati membri dell’Ue, che riguarda invece gli altri aspetti del più ampio accordo di partenariato con il Mercosur (cooperazione politica, investimenti, appalti etc.). Un processo, questo, che potrebbe richiedere molti anni, se mai sarà completato.

Quali sono ora i tempi perché l’accordo commerciale con il Mercosur diventi operativo? Alla domanda ha risposto, sempre venerdì, il portavoce per il Commercio della Commissione, Olof Gill, prima durante il briefing quotidiano per la stampa dell’Esecutivo comunitario, e poi, più tardi, con delle brevi precisazioni scritte, in cui ha spiegato i prossimi passaggi: “L’ultimo passaggio legale necessario è lo scambio di notifiche formali. Dal lato Ue, la Commissione deve inviare una nota verbale solo al Paraguay (in qualità di custode legale dei trattati del Mercosur). Dal lato Mercosur, ogni paese deve inviare una nota verbale” all’Ue. L’Accordo inizierà quindi ad essere applicato provvisoriamente tra l’Ue e gli Stati membri del Mercosur “il primo giorno del secondo mese successivo all’invio della nota verbale” da parte di ciascuno di questi paesi, dopo il completamento del loro processo di ratifica. Quindi, dopo l’invio della nota verbale al Paraguay da parte della Commissione, se Uruguay e Argentina inviano all’Ue la loro notifica a marzo, l’applicazione dell’Accordo con questi due paesi scatterà il primo maggio. Ma è probabile che anche gli altri due paesi del Mercosur, Brasile e Paraguay, completino la ratifica entro le prossime settimane (soprattutto il Brasile, dove manca solo il voto del Senato, dopo l’approvazione della Camera).

Nel frattempo, come Commissione, “ciò che dobbiamo fare – ha puntualizzato Gill durante il briefing per la stampa – è definire e finalizzare i requisiti tecnici, inclusi i dazi pertinenti, le regole di origine nella nomenclatura combinata e l’adozione del regolamento di attuazione necessario per gestire i contingenti tariffari” previsti dall’Accordo. L’ultimo punto riguarda, in particolare, le quote per le importazioni dal Mercosur a cui si applicheranno i nuovi dazi ridotti dell’Ue, soprattutto per i cosiddetti “prodotti sensibili” agricoli.

Naturalmente l’Accordo commerciale con il Mercosur, anche se già provvisoriamente in vigore, sarebbe annullato qualora il Parlamento europeo non lo approvasse con il suo voto in Plenaria che ci sarà dopo il pronunciamento della Corte di giustizia, che notoriamente richiede tempi lunghi, almeno un anno e mezzo, ma che non si può escludere arrivi più rapidamente.

In Italia la posizione ufficiale del governo è favorevole “Bene. È importante fare presto perché, in attesa delle condizioni molto più favorevoli contenute nell’intesa, si ferma l’export. Prima giunge, meglio è: sarà un grande volano per il Made in Italy”, ha commentato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Nella maggioranza resta però nettamente contraria la posizione della Lega: “Ursula Von der Leyen insiste sulla strada del Mercosur, bypassando le decisioni del Parlamento europeo: una grave mancanza di rispetto per gli unici eletti direttamente dai cittadini”, attacca il senatore Giorgio Maria Bergesio, responsabile del dipartimento Agricoltura.

Quella del Carroccio non è l’unica posizione contraria tra i partiti italiani. “Ancora una volta Ursula von der Leyen calpesta la democrazia europea”, accusa il Movimento 5 Stelle mentre Cristina Guarda, europarlamentare di Avs, parla di “una gravissima forzatura democratica” e chiede alla Commissione di fermarsi. Schierati a favore, invece, Italia viva (“Una grande occasione”) e il Pd che con l’europarlamentare Dario Nardella saluta il “segnale positivo” per l’export italiano.

Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Cpr in Albania e Ong, i migranti al centro della campagna referendaria

Cpr in Albania e Ong, i migranti al centro della campagna referendaria

Roma, 21 feb. (askanews) – Il Parlamento italiano è in attesa che arrivi all’esame il disegno di legge migranti con l’annunciato “blocco navale”. Un provvedimento che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe entrare in vigore a giugno insieme al nuovo Patto europeo sulle migrazioni e l’asilo e fare decollare il progetto dei centri in Albania, sostanzialmente fermi fin dalla loro realizzazione.

Intanto però il tema dei migranti è al centro della campagna per il referendum sulla giustizia con il fronte del sì che utilizza due sentenze come simboli (negativi) per affermare la necessità di confermare la riforma. La stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni – facendo riferimento ai due casi – ha accusato le toghe “politicizzate” di “continuare ad ostacolare” il governo. Ma al di là della campagna referendaria, vediamo quali sono i fatti.

Il primo caso riguarda la Ong Sea Watch: il tribunale di Palermo ha stabilito un risarcimento di 76mila euro di danni da pagare per il sequestro della nave con cui Carola Rackete forzò il blocco della Guardia di finanza a Lampedusa. Nel secondo il tribunale civile di Roma ha decretato il rientro di un migrante in Italia dal centro di Gjader in Albania con la condanna per lo Stato a pagare 700 euro di risarcimento. Nei due casi, pur differenti, ciò che emerge, secondo i legali, è che l’esito sarebbe stato diverso se si fossero osservate le regole di “buona amministrazione” e non ci fosse stato un cattivo esercizio della discrezionalità amministrativa che hanno inciso su diritti fondamentali “convenzionalmente e costituzionalmente tutelati”.

Il caso della Sea Watch risale al 2019 (Salvini ministro dell’Interno nel governo Conte I) quando la capitana della nave della Ong aveva ritenuto di forzare il blocco imposto dalle autorità per poter sbarcare migranti salvati in mare e nel farlo aveva urtato una imbarcazione della Guardia di finanza. Era stata quindi arrestata ma alla fine del percorso giudiziario assolta e il procedimento archiviato. A quel punto l’Ong aveva chiesto all’amministrazione il dissequestro della nave “atteso che il sequestro doveva ritenersi ex lege divenuto inefficace”, non ottenendolo.

“Stiamo parlando di un fermo che è stato dichiarato illegittimo, con una organizzazione che ha sostenuto spese ingenti che non avrebbe sostenuto se la pubblica amministrazione avesse agito correttamente”, fa notare l’avvocato dell’Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) Giulia Crescini, la quale evidenzia come la sentenza del tribunale di Palermo rappresenti “la prima sentenza di risarcimento del danno da parte di una nave che fa soccorso in mare. Una cosa molto significativa”, sottolinea riferendosi alle norme varate dal governo per ostacolare l’attività delle Ong del mare. E “non sorprende” che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi abbia già annunciato che l’amministrazione impugnerà.

Il tribunale, si legge nella sentenza, ha condannato quindi la “prefettura di Agrigento, il ministero dell’Interno, il ministero delle Infrastrutture, il ministero dell’Economia…al pagamento in favore di Sea Watch…della complessiva somma di euro 76.181,62, oltre rivalutazione ed interessi al saggio legale dalla data dell’illecito (ottobre 2019) ad oggi” e al “pagamento delle spese di giudizio oltre le spese generali”.

“Una pronuncia che condanna una pubblica amministrazione a un risarcimento è in qualche modo più importante di una pronuncia che dichiara solo l’illegittimità di un fermo” perché, spiega l’avvocato, chiama in causa una “forte stigmatizzazione dell’attività ritenuta illegittima da parte della amministrazione pubblica”. Ci possono cioè essere “mille ragioni che possono aver portato la pubblica amministrazione a fare un’azione illegittima” ma “in un caso di risarcimento del danno ci deve essere la prova dell’elemento soggettivo cioè del fatto che la pubblica amministrazione avrebbe potuto e dovuto operare in maniera diversa”. Cosa che il tribunale di Palermo ha fatto. “C’è un accertamento molto specifico delle componenti del risarcimento del danno: la condotta illegittima e in questo caso c’era un precedente provvedimento, l’elemento soggettivo e quindi la richiedibilità di un comportamento doveroso e poi la quantificazione e la prova del danno”, puntualizza.

Nel caso del migrante riportato in Italia dal centro di Gjader, secondo Crescini “si tratta di un cattivo esercizio della discrezionalità amministrativa che è andata oltre i limiti previsti dalla legge 241 e che è andata a ledere il diritto all’unità familiare e altri diritti fondamentali”. Peraltro con la decisione di un risarcimento estremamente inferiore rispetto a quanto chiesto (700 euro su 5mila).

La vicenda riguarda un uomo algerino da 19 anni in Italia senza regolare permesso di soggiorno e con precedenti condanne, padre di due figli minori, avuti con una cittadina italiana. Sottoposto a decreto di espulsione, era stato trasferito nel Cpr di Gradisca d’Isonzo, in Friuli Venezia Giulia in attesa di essere rimpatriato dopo che il giudice di pace aveva convalidato il trattenimento. La sera del 10 aprile 2025, intorno alle 20, l’uomo è stato trasferito dal Cpr di Gradisca d’Isonzo al Cpr di Gjader, senza essere informato sulla destinazione, se non con la “generica indicazione” che sarebbe stato condotto presso il Cpr di Brindisi. Nel testo della sentenza si riporta un messaggio inviato in quei giorni dalla compagna: “Gli è stato comunicato che sarebbe stato trasferito al Cpr di Brindisi. Quando ci siamo sentiti telefonicamente, alle 4 di notte, si trovava già a Foggia. Mi ha detto che appena arrivato a Brindisi mi avrebbe chiamata. Da quel momento non ho avuto più notizie per due giorni. Alla fine mi ha contattata, ma dall’Albania…”.

Nella sentenza il giudice cita l’articolo 3 della Convenzione di New York del 1989 secondo cui è “preminente” “l’interesse superiore del fanciullo” e rileva come una sentenza del tribunale dei minorenni autorizzava “incontri monitorati tra il minore e il padre”, dopo che i due fanciulli erano stati affidati ai nonni materni. “Il tribunale – si legge nella sentenza – ritiene opportuno sottolineare la distinzione tra titolarità del potere e modalità di esercizio dello stesso”. Quello che per il giudice è mancato è il “rispetto dei principi fondamentali dell’agire amministrativo”. “Esaminate le risultanze istruttorie, non risulta dimostrato che l’amministrazione abbia esercitato il potere di cui è titolare con modalità compatibili con le garanzie costituzionali che assistono il diritto alla libertà personale e alla vita privata”. In particolare, il trasferimento “è stato eseguito senza un provvedimento, con modalità che non hanno consentito al trattenuto di sapere dove sarebbe stato condotto e quindi di comunicare tempestivamente la destinazione ai familiari”, e “tale operazione ha interferito negativamente con il diritto alla vita privata e familiare tutelato dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo”, conclude il magistrato; da cui la decisione di accogliere il risarcimento del danno.

“Non c’è la necessità per la pubblica amministrazione di avere un altro ordine di trattenimento per trattenere una persona in Albania o in altro Cpr. Il punto è il trasferimento” per cui invece c’è il bisogno di un provvedimento scritto che, nel caso specifico, il tribunale ha verificato non esserci stato. “Una persona non è un pacco, gli devi dire dove lo stai portando, perché ce lo stai portando e gli devi dare il tempo di avvisare la famiglia”, osserva l’avvocato Crescini.

Di Costanza Zanchini

Accordo dazi Ue-Usa, quasi certo rinvio voto dell’Europarlamento

Accordo dazi Ue-Usa, quasi certo rinvio voto dell’Europarlamento

Roma, 21 feb. (askanews) – Il vero e proprio terremoto, interno e più ancora internazionale, causato dalla storica sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato tutti i dazi decisi nell’ultimo anno dal presidente Donald Trump mediante il ricorso a una procedura d’emergenza (l’International Emergency Economic Powers Act del 1977), e quindi senza approvazione parlamentare, non potrà non avere ripercussioni importanti anche sull’accordo commerciale di Turnberry tra Usa e Ue, che deve ancora essere approvato formalmente dal Parlamento europeo.

L’accordo, raggiunto nell’agosto scorso in Scozia tra il presidente americano Donald Trump e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, e successivamente formalizzato con una dichiarazione congiunta, prevede un meccanismo asimmetrico e più favorevole agli Usa per cui, a fronte di un azzeramento dei dazi per l’importazione nell’Ue di dei prodotti industriali americani, la grande maggioranza dei prodotti europei sono tassati con dazi al 15% negli Usa (con una riduzione rispetto al 20% imposto precedentemente dai cosiddetti ‘dazi reciproci’ di Trump, e rispetto al 27,5% dei dazi sulle auto).

L’accordo non riguardava le importazioni di acciaio e alluminio negli Usa, sottoposte a dazi specifici (del 50%) per il settore, e conteneva anche un impegno da parte europea ad acquistare prodotti energetici americani per un valore di 750 miliardi di dollari entro il 2028, e di investire 600 miliardi di dollari nei ‘settori strategici’ negli Stati Uniti.

L’approvazione necessaria da parte del Parlamento europeo non riguarda l’accordo commerciale con gli Usa in quanto tale, ma i regolamenti Ue che lo applicheranno. La procedura era già stata ritardata durante la crisi Ue-Usa sulla questione Groenlandia, che aveva portato gli eurodeputati a proporre diversi emendamenti, per rispondere a eventuali nuove offensive da parte dell’Amministrazione Trump, tra cui un riferimento allo strumento anti-coercizione dell’Ue e una clausola temporale di revisione dei dazi.

La sentenza della Corte Suprema Usa, che riguarda anche i dazi del 15% sui prodotti europei (ma non quelli del 50% su acciaio e alluminio) mette ora chiaramente in luce la necessità di rivedere tutto l’impianto dell’accordo, a pochi giorni dal voto della commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo, che era previsto per martedì 24 febbraio.

Subito dopo la sentenza, venerdì 20 febbraio – e prima ancora che Trump annunciasse i nuovi dazi generalizzati aggiuntivi del 10% per le importazioni negli Usa, decisi con una base giuridica diversa rispetto alla procedura d’emergenza bocciata dalla Corte Suprema – il presidente della commissione per il Commercio internazionale del Parlamento europeo, il socialdemocratico tedesco Bernd Lange, ha convocato per lunedì 23 febbraio, alle 14.30, a Bruxelles, una riunione dei relatori ombra dei diversi gruppi politici per l’accordo Ue-Usa, per decidere come procedere.

Lange, che è anche relatore del Parlamento europeo per il più importante dei due regolamenti relativi all’accordo con gli Usa, ha annunciato la convocazione della riunione straordinaria di lunedì in due post successivi pubblicati su X. ‘La decisione sui dazi della Corte Suprema degli Stati Uniti – ha affermato l’europarlamentare tedesco – è un segnale positivo per lo stato di diritto. I giudici hanno dimostrato che anche un presidente degli Stati Uniti non opera in un vuoto giuridico. Sono state fissate delle barriere legali: l’era dei dazi illimitati e arbitrari imposti dal presidente potrebbe ora avviarsi al termine’. ‘Ora – continuava Lange nel secondo post su X – dobbiamo valutare attentamente la sentenza e le sue conseguenze. Per questo ho appena convocato una riunione straordinaria della squadra di negoziatori della commissione per il Commercio internazionale del Parlamento europeo sull’accordo di Turnberry per lunedì, al fine di valutare le possibili implicazioni sui lavori in corso e in particolare in vista del voto nella commissione’ per il Commercio internazionale del Parlamento europeo.

Un voto che a questo punto sembra molto difficile possa davvero aver luogo. Come ha affermato in una nota venerdì sera l’eurodeputato del Pd Brando Benifei, presidente della delegazione per le Relazioni con gli Stati Uniti dell’Europarlamento e Coordinatore del gruppo S&D per il Commercio internazionale, ‘è ora inevitabile rivalutare molto seriamente se sussistano ancora le condizioni, tanto giuridiche quanto politiche, per procedere con il voto previsto in Europarlamento il prossimo 24 febbraio sull’accordo Ue-Usa’. ‘A me pare quanto mai necessario – ha sottolineato ancora Benifei – avere il tempo per approfondire tutte le implicazioni di questa decisione così rilevante, senza prendere decisioni affrettate, garantendo coerenza tra il quadro giuridico internazionale, la tutela degli interessi economici europei e la solidità politica delle scelte commerciali, fondate sulla prevedibilità, sul rispetto dello stato di diritto e su un equilibrio equo e reciproco negli scambi’. ‘È su questi principi che a mio modo di vedere dovrà basarsi ogni nostra decisione. La pronuncia della Corte Suprema – ha concluso Benifei – è una questione interna statunitense ma è anche un segnale di speranza e di vitalità dell’architettura di pesi e contrappesi che contraddistingue la democrazia americana’.

Sulla stessa linea anche l’eurodeputata tedesca Anna Cavazzini, relatrice ombra dei Verdi per l’accordo commerciale Ue-Usa. ‘Ora abbiamo la prova – ha scritto in una nota, sempre venerdì sera – che i dazi di Trump erano illegali sia secondo il diritto internazionale che secondo quello statunitense’. Ma, ha avvertito Cavazzini, ‘i prossimi passi restano poco chiari. Temo che Trump continuerà ad abusare dei suoi poteri finché non troverà un modo per imporre i suoi dazi ingiustificati. Il voto sull’accordo Turnberry al Parlamento europeo dovrebbe essere sospeso finché non avremo chiarezza’.

Molto cauta anche la reazione a caldo della Commissione europea, con una breve dichiarazione diffusa a Bruxelles, subito dopo la sentenza della Corte Usa, dal portavoce per il Commercio estero, Olof Gill. ‘Prendiamo atto della decisione delle Corte Suprema degli Stati Uniti e la stiamo analizzando attentamente. Restiamo in stretto contatto con l’Amministrazione Usa, mentre cerchiamo di fare chiarezza sui passi che intendono intraprendere in merito a questa decisione’, ha scritto il portavoce. Che poi ha puntualizzato: ‘Le imprese da entrambe le sponde dell’Atlantico dipendono dalla stabilità e dalla prevedibilità nelle relazioni commerciali. Per questo – ha concluso Gill – continuiamo a perorare la causa di dazi più bassi e a lavorare per ridurli’.

Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha fatto appello alla prudenza, dopo aver accolto molto favorevolmente la sentenza della Corte Suprema, come prova che lo stato di diritto e il sistema dei pesi e contrappesi nelle democrazie funzionano. Ma, ha detto il presidente francese, ‘non dobbiamo affrettare le cose’, notando che Trump ha risposto poche ore dopo, reintroducendo nuovi dazi generalizzati. ‘Ne valuteremo in modo preciso le conseguenze, cosa si può fare e ci adatteremo’, ha spiegato. Dopo aver ribadito che la Francia vuole continuare a esportare i propri prodotti, Macron ha concluso che ‘la questione è la reciprocità, non essere soggetti a decisioni unilaterali. Quindi, se questo aiuta a calmare le acque, va bene’.

Per quanto riguarda l’Italia, Giorgia Meloni (sotto attacco delle opposizioni) tace. La premier, insieme al cancelliere tedesco Friedrich Merz, era stata la principale sostenitrice della necessità di trovare un accordo. Adesso il silenzio di Palazzo Chigi la dice lunga sull’imbarazzo. Al momento, in attesa di capire come muoversi, è stato mandato avanti il ministro degli Esteri Antonio Tajani: ‘E’ sempre una buona notizia quando si tolgono i dazi, ma non credo ci saranno grandi cambiamenti’, ha detto il titolare della Farnesina, aggiungendo di essere ‘ottimista, perché nonostante i dazi il nostro export continua a crescere’.

Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Italia e Spagna, due modelli di sviluppo a confronto

Italia e Spagna, due modelli di sviluppo a confronto

Roma, 21 feb. (askanews) – Italia e Spagna, Giorgia Meloni e Pedro Sanchez, due modelli di sviluppo diversi con risultati diversi ma che entrambi i governi rivendicano. Per la Spagna, le stime preliminari indicano una crescita del Pil nel 2025 del 2,8%-2,9%, circa il doppio della media dell’Eurozona. L’Italia è cresciuta dello 0,7%, “meglio di Francia e di Germania”, come ha più volte sottolineato la presidente del Consiglio.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, la Spagna ha chiuso il 2025 con un record storico di oltre 22,46 milioni di occupati, portando la disoccupazione sotto il 10% (9,93%), il livello più basso dal 2008. Una crescita che però, secondo il governo, non è solo quantitativa ma anche qualitativa. “Negli ultimi due anni e mezzo – ha spiegato Carlos Cuerpo, ministro spagnolo dell’Economia, a margine dell’Ecofin del 17 febbraio – il 50% dei posti che sono stati creati è stato registrato nei cinque settori con i salari più alti. Questo credo che sia un segnale chiaro del fatto che stiamo andando avanti, spezzando il circolo vizioso che avevamo in Spagna, con imprese che erano sempre più piccole e meno produttive, e che per questo potevano pagare meno i salari”. Secondo il ministro, “siamo ora in una dinamica più positiva, che va precisamente nell’altro senso: aziende sempre più grandi, una maggiore creazione di imprese”, nonché “imprese che possono permettersi di pagare salari migliori, e anche di attrarre lavoratori più qualificati”.

I dati sul lavoro sono un fiore all’occhiello anche del governo di centrodestra italiano. Il tasso di occupazione è al 62,5%, dopo aver toccato il livello record del 62,7% a ottobre, il massimo da quando esiste la rilevazione dell’Istat. “Sono dati – ha commentato sui social Meloni a dicembre – che confermano la fiducia che arriva dal mondo del lavoro e dalle nostre imprese, e che incoraggiano a proseguire con serietà sulle politiche che sostengono occupazione e crescita. Continuiamo su questa strada: più opportunità, più crescita, più futuro”. Dal punto di vista qualitativo, però, sempre secondo l’Istat, il 42,7% delle nuove posizioni lavorative nel 2023 (ultimo dato stabile disponibile) è stato in attività a basso reddito, con solo il 6,9% in settori ad alto reddito.

Anche per questo, visto il fenomeno dei “working poors”, le opposizioni, in particolare Partito democratico e Alleanza Verdi-Sinistra chiedono da tempo a gran voce una legge per stabilire il salario minimo a 9 euro all’ora. Richiesta, sin qui, mai raccolta perchè la premier è convinta che potrebbe avere un effetto contrario a quello desiderato. “Il timore è che il salario minimo possa diventare un parametro sostitutivo e non aggiuntivo per i lavoratori, andando così, per paradosso a peggiorare la condizione di molti lavoratori”, ha spiegato. Al contrario in Spagna il salario minimo c’è, ed è anzi stato appena aumentato di 518 euro all’anno, passando da 1.184 a 1.221 euro al mese, per 14 mensilità, e il governo lo rivendica come uno dei driver della crescita. L’aumento appena deciso, secondo Cuerpo, “si allinea con i prezzi, cioè mantiene il potere d’acquisto di questo segmento dei lavoratori con i salari più bassi. E per questo pensiamo che sia perfettamente gestibile da parte delle imprese, e ci aspettiamo che cosí vada avanti”.

Altra differenza sostanziale nelle politiche tra i due Paesi è la questione dei migranti. Il governo Sanchez il 27 gennaio, ha approvato un decreto che permette la regolarizzazione straordinaria di oltre mezzo milione di immigrati irregolari. la Spagna è uno dei principali Paesi d’arrivo dei flussi migratori diretti verso l’Europa: rispetto ad un totale di 50 milioni di abitanti ospita oltre 7 milioni di stranieri, di cui all’incirca 840 mila irregolari. “Alcuni leader hanno scelto di dar loro la caccia e deportarli attraverso operazioni illegali e crudeli. Il mio governo ha scelto una strada diversa: una procedura semplice e veloce per regolarizzare il loro status di immigrati”, ha detto Sanchez spiegando che la motivazione della scelta è sì “morale” ma anche utilitaristica perché “l’Occidente ha bisogno di persone” per “tenere a galla” l’economia. La linea italiana è, invece, quella della fermezza: il governo ha appena approvato un disegno di legge, che dovrà ora essere esaminato e approvato dal Parlamento, che prevede tra l’altro il “blocco navale”, norme per consentire il ‘decollo’ dei centri in Albania, procedure più rapide e semplici per i rimpatri, in linea con il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo che entrerà in vigore a giugno.

Per quanto riguarda i lavoratori di cui l’industria e i servizi hanno bisogno, ci sono i “decreti flussi” che stabiliscono le quote annuali di ingressi regolari. Un sistema che, però, ha mostrato difficoltà. Secondo un report di “Ero Straniero”, a quasi due anni dai click day del 2024, a fronte di 146.850 persone programmate per gli ingressi, risultano 24.858 permessi di soggiorno richiesti, pari a un tasso di successo del 16,9%. Solo 17 persone circa su 100 riescono a entrare in Italia e risultano avere un lavoro e un regolare titolo di soggiorno. Per il 2025 il quadro non pare migliorare: su 181.450 quote da decreto sono 14.349 i permessi di soggiorno richiesti, il 7,9%Circa 8 persone su 100 hanno finalizzato la procedura a dicembre 2025.

In Italia al momento le stime parlano di circa 450 mila irregolari. Una massiccia regolarizzazione – secondo Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS, intervistato dal “Fatto Quotidiano”, porterebbe “un enorme vantaggio economico” perchè “oggi gli immigrati regolari producono già il 10% del Pil e lo Stato incassa da loro più di quanto spenda in servizi. Regolarizzarne altri, per Di Sciullo, “significherebbe sottrarli all’economia sommersa e aumentare la ricchezza generale del Paese”.

Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli