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Cpr in Albania e Ong, i migranti al centro della campagna referendaria

Cpr in Albania e Ong, i migranti al centro della campagna referendaria

Roma, 21 feb. (askanews) – Il Parlamento italiano è in attesa che arrivi all’esame il disegno di legge migranti con l’annunciato “blocco navale”. Un provvedimento che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe entrare in vigore a giugno insieme al nuovo Patto europeo sulle migrazioni e l’asilo e fare decollare il progetto dei centri in Albania, sostanzialmente fermi fin dalla loro realizzazione.

Intanto però il tema dei migranti è al centro della campagna per il referendum sulla giustizia con il fronte del sì che utilizza due sentenze come simboli (negativi) per affermare la necessità di confermare la riforma. La stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni – facendo riferimento ai due casi – ha accusato le toghe “politicizzate” di “continuare ad ostacolare” il governo. Ma al di là della campagna referendaria, vediamo quali sono i fatti.

Il primo caso riguarda la Ong Sea Watch: il tribunale di Palermo ha stabilito un risarcimento di 76mila euro di danni da pagare per il sequestro della nave con cui Carola Rackete forzò il blocco della Guardia di finanza a Lampedusa. Nel secondo il tribunale civile di Roma ha decretato il rientro di un migrante in Italia dal centro di Gjader in Albania con la condanna per lo Stato a pagare 700 euro di risarcimento. Nei due casi, pur differenti, ciò che emerge, secondo i legali, è che l’esito sarebbe stato diverso se si fossero osservate le regole di “buona amministrazione” e non ci fosse stato un cattivo esercizio della discrezionalità amministrativa che hanno inciso su diritti fondamentali “convenzionalmente e costituzionalmente tutelati”.

Il caso della Sea Watch risale al 2019 (Salvini ministro dell’Interno nel governo Conte I) quando la capitana della nave della Ong aveva ritenuto di forzare il blocco imposto dalle autorità per poter sbarcare migranti salvati in mare e nel farlo aveva urtato una imbarcazione della Guardia di finanza. Era stata quindi arrestata ma alla fine del percorso giudiziario assolta e il procedimento archiviato. A quel punto l’Ong aveva chiesto all’amministrazione il dissequestro della nave “atteso che il sequestro doveva ritenersi ex lege divenuto inefficace”, non ottenendolo.

“Stiamo parlando di un fermo che è stato dichiarato illegittimo, con una organizzazione che ha sostenuto spese ingenti che non avrebbe sostenuto se la pubblica amministrazione avesse agito correttamente”, fa notare l’avvocato dell’Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) Giulia Crescini, la quale evidenzia come la sentenza del tribunale di Palermo rappresenti “la prima sentenza di risarcimento del danno da parte di una nave che fa soccorso in mare. Una cosa molto significativa”, sottolinea riferendosi alle norme varate dal governo per ostacolare l’attività delle Ong del mare. E “non sorprende” che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi abbia già annunciato che l’amministrazione impugnerà.

Il tribunale, si legge nella sentenza, ha condannato quindi la “prefettura di Agrigento, il ministero dell’Interno, il ministero delle Infrastrutture, il ministero dell’Economia…al pagamento in favore di Sea Watch…della complessiva somma di euro 76.181,62, oltre rivalutazione ed interessi al saggio legale dalla data dell’illecito (ottobre 2019) ad oggi” e al “pagamento delle spese di giudizio oltre le spese generali”.

“Una pronuncia che condanna una pubblica amministrazione a un risarcimento è in qualche modo più importante di una pronuncia che dichiara solo l’illegittimità di un fermo” perché, spiega l’avvocato, chiama in causa una “forte stigmatizzazione dell’attività ritenuta illegittima da parte della amministrazione pubblica”. Ci possono cioè essere “mille ragioni che possono aver portato la pubblica amministrazione a fare un’azione illegittima” ma “in un caso di risarcimento del danno ci deve essere la prova dell’elemento soggettivo cioè del fatto che la pubblica amministrazione avrebbe potuto e dovuto operare in maniera diversa”. Cosa che il tribunale di Palermo ha fatto. “C’è un accertamento molto specifico delle componenti del risarcimento del danno: la condotta illegittima e in questo caso c’era un precedente provvedimento, l’elemento soggettivo e quindi la richiedibilità di un comportamento doveroso e poi la quantificazione e la prova del danno”, puntualizza.

Nel caso del migrante riportato in Italia dal centro di Gjader, secondo Crescini “si tratta di un cattivo esercizio della discrezionalità amministrativa che è andata oltre i limiti previsti dalla legge 241 e che è andata a ledere il diritto all’unità familiare e altri diritti fondamentali”. Peraltro con la decisione di un risarcimento estremamente inferiore rispetto a quanto chiesto (700 euro su 5mila).

La vicenda riguarda un uomo algerino da 19 anni in Italia senza regolare permesso di soggiorno e con precedenti condanne, padre di due figli minori, avuti con una cittadina italiana. Sottoposto a decreto di espulsione, era stato trasferito nel Cpr di Gradisca d’Isonzo, in Friuli Venezia Giulia in attesa di essere rimpatriato dopo che il giudice di pace aveva convalidato il trattenimento. La sera del 10 aprile 2025, intorno alle 20, l’uomo è stato trasferito dal Cpr di Gradisca d’Isonzo al Cpr di Gjader, senza essere informato sulla destinazione, se non con la “generica indicazione” che sarebbe stato condotto presso il Cpr di Brindisi. Nel testo della sentenza si riporta un messaggio inviato in quei giorni dalla compagna: “Gli è stato comunicato che sarebbe stato trasferito al Cpr di Brindisi. Quando ci siamo sentiti telefonicamente, alle 4 di notte, si trovava già a Foggia. Mi ha detto che appena arrivato a Brindisi mi avrebbe chiamata. Da quel momento non ho avuto più notizie per due giorni. Alla fine mi ha contattata, ma dall’Albania…”.

Nella sentenza il giudice cita l’articolo 3 della Convenzione di New York del 1989 secondo cui è “preminente” “l’interesse superiore del fanciullo” e rileva come una sentenza del tribunale dei minorenni autorizzava “incontri monitorati tra il minore e il padre”, dopo che i due fanciulli erano stati affidati ai nonni materni. “Il tribunale – si legge nella sentenza – ritiene opportuno sottolineare la distinzione tra titolarità del potere e modalità di esercizio dello stesso”. Quello che per il giudice è mancato è il “rispetto dei principi fondamentali dell’agire amministrativo”. “Esaminate le risultanze istruttorie, non risulta dimostrato che l’amministrazione abbia esercitato il potere di cui è titolare con modalità compatibili con le garanzie costituzionali che assistono il diritto alla libertà personale e alla vita privata”. In particolare, il trasferimento “è stato eseguito senza un provvedimento, con modalità che non hanno consentito al trattenuto di sapere dove sarebbe stato condotto e quindi di comunicare tempestivamente la destinazione ai familiari”, e “tale operazione ha interferito negativamente con il diritto alla vita privata e familiare tutelato dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo”, conclude il magistrato; da cui la decisione di accogliere il risarcimento del danno.

“Non c’è la necessità per la pubblica amministrazione di avere un altro ordine di trattenimento per trattenere una persona in Albania o in altro Cpr. Il punto è il trasferimento” per cui invece c’è il bisogno di un provvedimento scritto che, nel caso specifico, il tribunale ha verificato non esserci stato. “Una persona non è un pacco, gli devi dire dove lo stai portando, perché ce lo stai portando e gli devi dare il tempo di avvisare la famiglia”, osserva l’avvocato Crescini.

Di Costanza Zanchini

Accordo dazi Ue-Usa, quasi certo rinvio voto dell’Europarlamento

Accordo dazi Ue-Usa, quasi certo rinvio voto dell’Europarlamento

Roma, 21 feb. (askanews) – Il vero e proprio terremoto, interno e più ancora internazionale, causato dalla storica sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato tutti i dazi decisi nell’ultimo anno dal presidente Donald Trump mediante il ricorso a una procedura d’emergenza (l’International Emergency Economic Powers Act del 1977), e quindi senza approvazione parlamentare, non potrà non avere ripercussioni importanti anche sull’accordo commerciale di Turnberry tra Usa e Ue, che deve ancora essere approvato formalmente dal Parlamento europeo.

L’accordo, raggiunto nell’agosto scorso in Scozia tra il presidente americano Donald Trump e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, e successivamente formalizzato con una dichiarazione congiunta, prevede un meccanismo asimmetrico e più favorevole agli Usa per cui, a fronte di un azzeramento dei dazi per l’importazione nell’Ue di dei prodotti industriali americani, la grande maggioranza dei prodotti europei sono tassati con dazi al 15% negli Usa (con una riduzione rispetto al 20% imposto precedentemente dai cosiddetti ‘dazi reciproci’ di Trump, e rispetto al 27,5% dei dazi sulle auto).

L’accordo non riguardava le importazioni di acciaio e alluminio negli Usa, sottoposte a dazi specifici (del 50%) per il settore, e conteneva anche un impegno da parte europea ad acquistare prodotti energetici americani per un valore di 750 miliardi di dollari entro il 2028, e di investire 600 miliardi di dollari nei ‘settori strategici’ negli Stati Uniti.

L’approvazione necessaria da parte del Parlamento europeo non riguarda l’accordo commerciale con gli Usa in quanto tale, ma i regolamenti Ue che lo applicheranno. La procedura era già stata ritardata durante la crisi Ue-Usa sulla questione Groenlandia, che aveva portato gli eurodeputati a proporre diversi emendamenti, per rispondere a eventuali nuove offensive da parte dell’Amministrazione Trump, tra cui un riferimento allo strumento anti-coercizione dell’Ue e una clausola temporale di revisione dei dazi.

La sentenza della Corte Suprema Usa, che riguarda anche i dazi del 15% sui prodotti europei (ma non quelli del 50% su acciaio e alluminio) mette ora chiaramente in luce la necessità di rivedere tutto l’impianto dell’accordo, a pochi giorni dal voto della commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo, che era previsto per martedì 24 febbraio.

Subito dopo la sentenza, venerdì 20 febbraio – e prima ancora che Trump annunciasse i nuovi dazi generalizzati aggiuntivi del 10% per le importazioni negli Usa, decisi con una base giuridica diversa rispetto alla procedura d’emergenza bocciata dalla Corte Suprema – il presidente della commissione per il Commercio internazionale del Parlamento europeo, il socialdemocratico tedesco Bernd Lange, ha convocato per lunedì 23 febbraio, alle 14.30, a Bruxelles, una riunione dei relatori ombra dei diversi gruppi politici per l’accordo Ue-Usa, per decidere come procedere.

Lange, che è anche relatore del Parlamento europeo per il più importante dei due regolamenti relativi all’accordo con gli Usa, ha annunciato la convocazione della riunione straordinaria di lunedì in due post successivi pubblicati su X. ‘La decisione sui dazi della Corte Suprema degli Stati Uniti – ha affermato l’europarlamentare tedesco – è un segnale positivo per lo stato di diritto. I giudici hanno dimostrato che anche un presidente degli Stati Uniti non opera in un vuoto giuridico. Sono state fissate delle barriere legali: l’era dei dazi illimitati e arbitrari imposti dal presidente potrebbe ora avviarsi al termine’. ‘Ora – continuava Lange nel secondo post su X – dobbiamo valutare attentamente la sentenza e le sue conseguenze. Per questo ho appena convocato una riunione straordinaria della squadra di negoziatori della commissione per il Commercio internazionale del Parlamento europeo sull’accordo di Turnberry per lunedì, al fine di valutare le possibili implicazioni sui lavori in corso e in particolare in vista del voto nella commissione’ per il Commercio internazionale del Parlamento europeo.

Un voto che a questo punto sembra molto difficile possa davvero aver luogo. Come ha affermato in una nota venerdì sera l’eurodeputato del Pd Brando Benifei, presidente della delegazione per le Relazioni con gli Stati Uniti dell’Europarlamento e Coordinatore del gruppo S&D per il Commercio internazionale, ‘è ora inevitabile rivalutare molto seriamente se sussistano ancora le condizioni, tanto giuridiche quanto politiche, per procedere con il voto previsto in Europarlamento il prossimo 24 febbraio sull’accordo Ue-Usa’. ‘A me pare quanto mai necessario – ha sottolineato ancora Benifei – avere il tempo per approfondire tutte le implicazioni di questa decisione così rilevante, senza prendere decisioni affrettate, garantendo coerenza tra il quadro giuridico internazionale, la tutela degli interessi economici europei e la solidità politica delle scelte commerciali, fondate sulla prevedibilità, sul rispetto dello stato di diritto e su un equilibrio equo e reciproco negli scambi’. ‘È su questi principi che a mio modo di vedere dovrà basarsi ogni nostra decisione. La pronuncia della Corte Suprema – ha concluso Benifei – è una questione interna statunitense ma è anche un segnale di speranza e di vitalità dell’architettura di pesi e contrappesi che contraddistingue la democrazia americana’.

Sulla stessa linea anche l’eurodeputata tedesca Anna Cavazzini, relatrice ombra dei Verdi per l’accordo commerciale Ue-Usa. ‘Ora abbiamo la prova – ha scritto in una nota, sempre venerdì sera – che i dazi di Trump erano illegali sia secondo il diritto internazionale che secondo quello statunitense’. Ma, ha avvertito Cavazzini, ‘i prossimi passi restano poco chiari. Temo che Trump continuerà ad abusare dei suoi poteri finché non troverà un modo per imporre i suoi dazi ingiustificati. Il voto sull’accordo Turnberry al Parlamento europeo dovrebbe essere sospeso finché non avremo chiarezza’.

Molto cauta anche la reazione a caldo della Commissione europea, con una breve dichiarazione diffusa a Bruxelles, subito dopo la sentenza della Corte Usa, dal portavoce per il Commercio estero, Olof Gill. ‘Prendiamo atto della decisione delle Corte Suprema degli Stati Uniti e la stiamo analizzando attentamente. Restiamo in stretto contatto con l’Amministrazione Usa, mentre cerchiamo di fare chiarezza sui passi che intendono intraprendere in merito a questa decisione’, ha scritto il portavoce. Che poi ha puntualizzato: ‘Le imprese da entrambe le sponde dell’Atlantico dipendono dalla stabilità e dalla prevedibilità nelle relazioni commerciali. Per questo – ha concluso Gill – continuiamo a perorare la causa di dazi più bassi e a lavorare per ridurli’.

Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha fatto appello alla prudenza, dopo aver accolto molto favorevolmente la sentenza della Corte Suprema, come prova che lo stato di diritto e il sistema dei pesi e contrappesi nelle democrazie funzionano. Ma, ha detto il presidente francese, ‘non dobbiamo affrettare le cose’, notando che Trump ha risposto poche ore dopo, reintroducendo nuovi dazi generalizzati. ‘Ne valuteremo in modo preciso le conseguenze, cosa si può fare e ci adatteremo’, ha spiegato. Dopo aver ribadito che la Francia vuole continuare a esportare i propri prodotti, Macron ha concluso che ‘la questione è la reciprocità, non essere soggetti a decisioni unilaterali. Quindi, se questo aiuta a calmare le acque, va bene’.

Per quanto riguarda l’Italia, Giorgia Meloni (sotto attacco delle opposizioni) tace. La premier, insieme al cancelliere tedesco Friedrich Merz, era stata la principale sostenitrice della necessità di trovare un accordo. Adesso il silenzio di Palazzo Chigi la dice lunga sull’imbarazzo. Al momento, in attesa di capire come muoversi, è stato mandato avanti il ministro degli Esteri Antonio Tajani: ‘E’ sempre una buona notizia quando si tolgono i dazi, ma non credo ci saranno grandi cambiamenti’, ha detto il titolare della Farnesina, aggiungendo di essere ‘ottimista, perché nonostante i dazi il nostro export continua a crescere’.

Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Italia e Spagna, due modelli di sviluppo a confronto

Italia e Spagna, due modelli di sviluppo a confronto

Roma, 21 feb. (askanews) – Italia e Spagna, Giorgia Meloni e Pedro Sanchez, due modelli di sviluppo diversi con risultati diversi ma che entrambi i governi rivendicano. Per la Spagna, le stime preliminari indicano una crescita del Pil nel 2025 del 2,8%-2,9%, circa il doppio della media dell’Eurozona. L’Italia è cresciuta dello 0,7%, “meglio di Francia e di Germania”, come ha più volte sottolineato la presidente del Consiglio.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, la Spagna ha chiuso il 2025 con un record storico di oltre 22,46 milioni di occupati, portando la disoccupazione sotto il 10% (9,93%), il livello più basso dal 2008. Una crescita che però, secondo il governo, non è solo quantitativa ma anche qualitativa. “Negli ultimi due anni e mezzo – ha spiegato Carlos Cuerpo, ministro spagnolo dell’Economia, a margine dell’Ecofin del 17 febbraio – il 50% dei posti che sono stati creati è stato registrato nei cinque settori con i salari più alti. Questo credo che sia un segnale chiaro del fatto che stiamo andando avanti, spezzando il circolo vizioso che avevamo in Spagna, con imprese che erano sempre più piccole e meno produttive, e che per questo potevano pagare meno i salari”. Secondo il ministro, “siamo ora in una dinamica più positiva, che va precisamente nell’altro senso: aziende sempre più grandi, una maggiore creazione di imprese”, nonché “imprese che possono permettersi di pagare salari migliori, e anche di attrarre lavoratori più qualificati”.

I dati sul lavoro sono un fiore all’occhiello anche del governo di centrodestra italiano. Il tasso di occupazione è al 62,5%, dopo aver toccato il livello record del 62,7% a ottobre, il massimo da quando esiste la rilevazione dell’Istat. “Sono dati – ha commentato sui social Meloni a dicembre – che confermano la fiducia che arriva dal mondo del lavoro e dalle nostre imprese, e che incoraggiano a proseguire con serietà sulle politiche che sostengono occupazione e crescita. Continuiamo su questa strada: più opportunità, più crescita, più futuro”. Dal punto di vista qualitativo, però, sempre secondo l’Istat, il 42,7% delle nuove posizioni lavorative nel 2023 (ultimo dato stabile disponibile) è stato in attività a basso reddito, con solo il 6,9% in settori ad alto reddito.

Anche per questo, visto il fenomeno dei “working poors”, le opposizioni, in particolare Partito democratico e Alleanza Verdi-Sinistra chiedono da tempo a gran voce una legge per stabilire il salario minimo a 9 euro all’ora. Richiesta, sin qui, mai raccolta perchè la premier è convinta che potrebbe avere un effetto contrario a quello desiderato. “Il timore è che il salario minimo possa diventare un parametro sostitutivo e non aggiuntivo per i lavoratori, andando così, per paradosso a peggiorare la condizione di molti lavoratori”, ha spiegato. Al contrario in Spagna il salario minimo c’è, ed è anzi stato appena aumentato di 518 euro all’anno, passando da 1.184 a 1.221 euro al mese, per 14 mensilità, e il governo lo rivendica come uno dei driver della crescita. L’aumento appena deciso, secondo Cuerpo, “si allinea con i prezzi, cioè mantiene il potere d’acquisto di questo segmento dei lavoratori con i salari più bassi. E per questo pensiamo che sia perfettamente gestibile da parte delle imprese, e ci aspettiamo che cosí vada avanti”.

Altra differenza sostanziale nelle politiche tra i due Paesi è la questione dei migranti. Il governo Sanchez il 27 gennaio, ha approvato un decreto che permette la regolarizzazione straordinaria di oltre mezzo milione di immigrati irregolari. la Spagna è uno dei principali Paesi d’arrivo dei flussi migratori diretti verso l’Europa: rispetto ad un totale di 50 milioni di abitanti ospita oltre 7 milioni di stranieri, di cui all’incirca 840 mila irregolari. “Alcuni leader hanno scelto di dar loro la caccia e deportarli attraverso operazioni illegali e crudeli. Il mio governo ha scelto una strada diversa: una procedura semplice e veloce per regolarizzare il loro status di immigrati”, ha detto Sanchez spiegando che la motivazione della scelta è sì “morale” ma anche utilitaristica perché “l’Occidente ha bisogno di persone” per “tenere a galla” l’economia. La linea italiana è, invece, quella della fermezza: il governo ha appena approvato un disegno di legge, che dovrà ora essere esaminato e approvato dal Parlamento, che prevede tra l’altro il “blocco navale”, norme per consentire il ‘decollo’ dei centri in Albania, procedure più rapide e semplici per i rimpatri, in linea con il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo che entrerà in vigore a giugno.

Per quanto riguarda i lavoratori di cui l’industria e i servizi hanno bisogno, ci sono i “decreti flussi” che stabiliscono le quote annuali di ingressi regolari. Un sistema che, però, ha mostrato difficoltà. Secondo un report di “Ero Straniero”, a quasi due anni dai click day del 2024, a fronte di 146.850 persone programmate per gli ingressi, risultano 24.858 permessi di soggiorno richiesti, pari a un tasso di successo del 16,9%. Solo 17 persone circa su 100 riescono a entrare in Italia e risultano avere un lavoro e un regolare titolo di soggiorno. Per il 2025 il quadro non pare migliorare: su 181.450 quote da decreto sono 14.349 i permessi di soggiorno richiesti, il 7,9%Circa 8 persone su 100 hanno finalizzato la procedura a dicembre 2025.

In Italia al momento le stime parlano di circa 450 mila irregolari. Una massiccia regolarizzazione – secondo Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS, intervistato dal “Fatto Quotidiano”, porterebbe “un enorme vantaggio economico” perchè “oggi gli immigrati regolari producono già il 10% del Pil e lo Stato incassa da loro più di quanto spenda in servizi. Regolarizzarne altri, per Di Sciullo, “significherebbe sottrarli all’economia sommersa e aumentare la ricchezza generale del Paese”.

Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

Commissione Ue pronta a sanzionare Apple e Meta (ma con multe simboliche)

Commissione Ue pronta a sanzionare Apple e Meta (ma con multe simboliche)Roma, 12 apr. (askanews) – Apple e Meta e saranno sanzionati dalla Commissione europea la settimana prossima perché non rispettano alcuni degli obblighi che hanno come “gatekeeper”, ovvero come detentori, attraverso i propri software e dispositivi elettronici, del punto d’ingresso dei servizi del mercato digitale dell’Ue, ai sensi del regolamento Dma (“Digital Markets Act”).


Lo si apprende a Bruxelles, dove la decisione finale che infliggerà delle multe alle due Big Tech americane è data per “imminente”. Le multe, tuttavia, saranno “modeste”, molto lontane dalla soglia massima del 10% del fatturato mondiale delle società, prevista dal regolamento Dma. Questo perché le sanzioni, in questo caso, non sono punitive, ma hanno il fine ultimo di convincere le piattaforme ad adeguarsi e ottemperare alle regole Ue. Secondo le conclusioni preliminari della Commissione nell’indagine su Apple, pubblicate lo scorso 19 marzo, “alcune caratteristiche e funzionalità di Google Search riservano un trattamento più favorevole ai servizi di Alphabet (la società madre di Apple, ndr) rispetto a servizi concorrenti e così facendo non garantiscono il trattamento trasparente, equo e non discriminatorio dei servizi di terzi richiesto dal regolamento”. Inoltre, “il mercato online di applicazioni Google Play non è conforme al regolamento, in quanto agli sviluppatori di app è impedito di orientare liberamente i consumatori verso altri canali per offerte migliori”.


In sostanza, Apple fa un uso monopolistico del suo app store, riservando ai propri servizi un trattamento preferenziale nei risultati delle ricerche da parte degli utenti (auto-preferenza), e impedendo agli sviluppatori esterni (a meno che non paghino una commissione giudicata eccessiva dalla Commissione), di inserire le proprie applicazioni nella lista di quelle che possono essere scaricate. Lo sviluppatore esterno, così, non può entrare in contatto diretto con gli utenti online. L’inchiesta della Commissione era cominciata il 25 marzo 2024, un anno e mezzo dopo l’approvazione del regolamento Dma, che aveva designato sei “gatekeeper” (Alphabet, Amazon, Apple, ByteDance, Meta e Microsoft) piattaforme digitali di grandi dimensioni che offrono una serie di servizi digitali essenziali, quali motori di ricerca online, app store e servizi di messaggistica. I “gatekeeper” sono tenuti a rispettare una serie di obblighi, tra qui quello di non discriminare gli utenti commerciali impedendo loro di offrire sulle proprie piattaforme online prodotti o servizi simili o alternativi a quelli già presenti, a prezzi diversi o con condizioni differenti.


Apple ha risposto alle conclusioni preliminari della Commissione, ma l’Esecutivo comunitario non ha giudicato gli impegni presi dalla società soddisfacenti per l’ottemperanza agli obblighi del Dma. Il secondo caso riguarda Meta, e il suo sistema “pay or consent” che viene applicato in modo generalizzato, chiedendo agli utenti di pagare per i servizi offerti o, in alternativa, di accettare la pubblicità online. Se l’utente accetta la seconda alternativa, Meta si appropria di tutti i suoi dati, utilizzandoli per la profilazione pubblicitaria. La Commissione considera che dovrebbe esserci almeno una terza possibilità, al di là di questa scelta rigidamente binaria. Per esempio, l’utente dovrebbe poter indicare uno o più settori d’interesse per i quali accettare la pubblicità, ad esclusione degli altri.


Anche questa indagine era iniziata il 25 marzo dell’anno scorso, e anche qui la società sotto inchiesta ha presentato delle osservazioni e dei rimedi alternativi, che in questo caso la Commissione sta ancora valutando. Ma l’Esecutivo Ue, a quanto si apprende a Bruxelles, comminerà comunque una sanzione simbolica a Meta per la violazione del regolamento Dma nel periodo trascorso fino ad ora. Infine, contemporaneamente alle conclusioni sulle altre due inchieste, la Commissione dovrebbe comunicare anche la chiusura positiva di una terzo caso, riguardante ancora Apple. Si tratta dell’indagine sul “Choice Screen”, ovvero la possibilità per gli utenti di decidere quali applicazioni mettere sullo schermo del proprio dispositivo elettronico, senza imposizioni da parte di Apple. Sempre a quanto si apprende a Bruxelles, in questo caso, la società americana ha risposto ai rilievi della Commissione fornendo un’alternativa giudicata soddisfacente. Ci vorrà ancora un po di tempo, invece, per concludere l’indagine che la Commissione ha in corso, ai sensi dell’altro regolamento del Ue sui servizi digitali (il “Digital Services Act”, Dsa), sulla piattaforma di social media X (ex Twitter), di proprietà di Elon Musk. E’ una vicenda diventata particolarmente delicata dopo l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, grande alleato di Musk, e dopo l’uso spregiudicato e politicamente orientato che il proprietario ha imposto a X, che appare in violazione con il regolamento Dsa riguardo alla sorveglianza delle piattaforme sui post dei social media, sul funzionamento degli algoritmi, sulla manipolazione e la verifica delle informazioni, sui contenuti illegali e sulle interferenze nei processi elettorali. Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Difesa Ue, le posizioni opposte dei Conservatori di Meloni e del Ppe di Tajani e Weber

Difesa Ue, le posizioni opposte dei Conservatori di Meloni e del Ppe di Tajani e WeberRoma, 12 apr. (askanews) – Nel momento in cui la crisi dei dazi della relazioni transatlantiche, la minaccia Usa di ridurre o ritirare il proprio ombrello difensivo per i paesi europei nella Nato, gli sviluppi della guerra Russa in Ucraina e il ritorno prepotente della logica delle ‘sfere d’influenza’ nella geopolitica mondiale impongono all’Europa di ripensare, rafforzare, riorganizzare e rendere più efficiente la propria difesa, le famiglie politiche europee dei due principali partiti di governo in Italia, Fi e Fdi, divergono in modo clamoroso, con posizioni opposte, proprio sul concetto di difesa comune.


Intervenendo durante un dibattito sulle strategie di politica estera, sicurezza e difesa dell’Unione, tenutosi lunedì primo aprile a Strasburgo, Adam Bielan, coordinatore per gli Affari esteri dell’Ecr, il partito dei Conservatori europei a cui appartiene Fratelli d’Italia, ha parlato in modo inequivocabile contro i piani di abbandono dell’unanimità nella politica estera e di sicurezza dell’Ue e ha respinto l’idea di un’Unione della Difesa, vista come un progetto in concorrenza con la Nato. ‘Vi sono serie preoccupazioni. Ancora una volta, assistiamo a proposte di abbandono dell’unanimità nella politica estera e di difesa. Crediamo fermamente che queste decisioni debbano rimanere nelle mani degli Stati membri sovrani, non essere centralizzate a Bruxelles’, ha detto Bielan. ‘Mettiamo inoltre in guardia – ha aggiunto – contro la spinta verso una vera e propria ‘unione di difesa’ e la vaga promozione dell’autonomia strategica, che rischia di duplicare le strutture della Nato e di allontanarci dal nostro alleato più importante: gli Stati Uniti. La sicurezza europea deve basarsi sulla responsabilità, su una forte cooperazione con la Nato e su una chiara visione strategica’, ha concluso il rappresentante dei Conservatori europei. Posizioni diametralmente opposte a quelle del Ppe, a cui appartiene Forza Italia, e in particolare del presidente del Partito europeo e del gruppo europarlamentare, Manfred Weber. ‘In merito alla difesa – ha detto Weber durante una conferenza stampa a Bruxelles mercoledì 9 aprile -, sostengo pienamente le iniziative del Consiglio europeo avviate da Ursula von der Leyen e dalla Commissione in merito agli 800 miliardi’ che gli Stati membri potranno destinare al riarmo nazionale e alla spesa per la difesa utilizzando la clausola di sospensione del Patto di stabilità e il piano ‘Safe’ da 150 miliardi di euro. ‘Dobbiamo sanare i limiti e gli errori del passato, perché non abbiamo investito abbastanza nell’ultimo decennio nella difesa europea. Ecco perché dobbiamo accelerare immediatamente il pieno sostegno’ all’aumento delle capacità di difesa dei paesi Ue, ha riconosciuto il presidente del Ppe. ‘Ma devo dire – ha avvertito – che in questo momento stiamo perdendo l’opportunità di creare un vero pilastro europeo della difesa’, perché ‘ci stiamo basando esclusivamente sugli investimenti nazionali nell’industria della difesa’. ‘Quando domani – ha osservato Weber – in uno dei nostri paesi dell’Ue, la Romania tra poche settimane o la Francia o altri paesi tra pochi mesi, probabilmente arriverà al potere un leader populista e autoritario, in Francia o altrove, non potrà dire: ‘Ora lascerò immediatamente l’Eurozona o il mercato unico’, perché questo significherebbe un danno economico notevole per i francesi, per i rumeni o per qualsiasi altro europeo’. Negli anni ’90, ha ricordato il presidente del Ppe, ‘Helmuth Kohl e François Mitterrand hanno organizzato l’economia con un mercato unico e con l’euro in modo che non si potesse revocare l’Europa’. Sull’economia, insomma, nei nostri Stati membri ‘non si può far tornare indietro l’Europa, chiunque arrivi’ al potere. ‘Ma sul piano della difesa – ha sottolineato Weber -, un leader populista di destra in Romania, in Germania, in Francia, ovunque, potrebbe dire immediatamente: ‘Non difenderò con le mie truppe la Polonia o la Lituania. Non prendo sul serio la solidarietà in termini militari’. E questo significa che sul piano della difesa non siamo ancora integrati nell’Unione europea, non siamo uniti. Non siamo un blocco attivo di paesi che si difendono a vicenda’. Oggi, ha detto ancora il presidente del Ppe, ‘crediamo fermamente in eserciti nazionali forti: l’esercito spagnolo, l’esercito francese, l’esercito polacco, su questo non c’è dubbio. Ma dobbiamo unire le forze in Europa per ottenere qualcosa che sia anche, alla luce della storia, sostenibile e sostenibile a lungo termine, questo è ciò che intendo, aggiungendo idee che vadano oltre le soluzioni tecniche che abbiamo attualmente sul tavolo’ per il riarmo nazionale degli Stati membri.


Durante un punto stampa a margine della riunione ministeriale della Nato al quartier generale dell’Alleanza a Bruxelles, il 4 aprile, abbiamo chiesto al ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, cosa pensasse delle posizioni dei Conservatori europei contro la difesa comune europea, espresse da Bielan tre giorni prima, e come si concilia questa posizione con quella di Fi nel governo italiano e nei negoziati europei. ‘Intanto – ha risposto Tajani – non si deve conciliare nulla perché si sta parlando ora soltanto di un maggior coordinamento e su quello siamo tutti quanti d’accordo. A lungo termine la nostra visione di Forza Italia è quella di avere una difesa europea, ma è una questione che per essere realizzata richiede decenni di lavoro. Non pensiamo domani di far togliere l’uniforme a tutte le forze armate europee per indossarne un’altra. Adesso bisogna lavorare con il coordinamento, bisogna lavorare a livello industriale, bisogna lavorare sull’armonizzazione, magari per avere dei reparti numerosi di pronto intervento che siano coordinati, e a questo stiamo lavorando’. ‘Poi – ha continuato il leader di Forza Italia -, a lungo termine le visioni possono essere anche diverse: noi siamo federalisti, quindi è ovvio che siamo per una difesa europea. Noi, Forza Italia, crediamo negli Stati Uniti di Europa, siamo un partito europeista, l’abbiamo detto, ripetuto, ribadito, Berlusconi l’ha sempre detto. Ma adesso il primo passo per raggiungere quell’obiettivo è quello di un coordinamento più forte e su questo siamo tutti d’accordo’. Ma non ci vorrebbe, abbiamo chiesto ancora, un’autorità di coordinamento europea, che assicuri una politica industriale armonizzata per la difesa? ‘Adesso, intanto – ha replicato Tajani – il coordinamento deve essere fatto fra gli Stati perché in questo momento le difese dipendono dai vari Stati. E’ giusto avere per la prima volta un commissario europeo alla difesa. Su questo noi abbiamo dato un giudizio positivo, e quindi è un percorso che si sta facendo. Non dobbiamo partire dalla fine del percorso, dobbiamo partire dall’inizio e si sta andando in quella giusta direzione’. ‘Il fatto che si parli insieme di difesa europea – ha rilevato il ministro degli Esteri – è già veramente l’inizio di una azione che deve portare, per quanto mi riguarda, a quello che era il sogno di De Gasperi e che poi è stato il sogno di Berlusconi, ribadito nel suo ultimo intervento. Lui aveva cominciato a parlare anche di coordinamento tra forze armate europee. Questa è la prima tappa e su questo siamo tutti d’accordo’.


‘Poi – ha ammesso Tajani – che ci siano delle differenze fra le forze italiane della maggioranza… Siamo parte di famiglie politiche europee diverse, ma lo siamo dal 1994, cioè da quando è nata la coalizione di centrodestra. La nostra è una coalizione politica, sapendo bene, ognuno di noi, che ci sono delle differenze. Ma c’è un minimo comun denominatore: sulla riforma della giustizia, la riforma del presidenzialismo, l’autonomia purché sia equilibrata, sulla riduzione della pressione fiscale. Ci sono tante azioni su cui noi siamo d’accordo, ma siccome non siamo nello stesso partito abbiamo su alcune questioni idee diverse. Ma questa è anche una ricchezza per il centrodestra. La nostra appartenenza al popolarismo europeo – ha aggiunto il leader di Forza Italia – è chiara. Sui valori noi non facciamo neanche un millimetro di retromarcia’. E a proposito di differenze, in Italia questa settimana è andata in scena una singolare ‘rappresentazione’ parlamentare in cui la maggioranza di centrodestra – per celare le proprie divisioni interne – è riuscita ad approvare una mozione sulla difesa europea senza far minimamente cenno al progetto ReArm Europe Plan/Readiness 2030 della Commissione. Semplicemente, con uno straordinario atto di equilibrismo, la mozione di maggioranza impegna genericamente l’esecutivo ‘a proseguire nell’opera di rafforzamento delle capacità di difesa e sicurezza nazionale al fine di garantire, alla luce delle minacce attuali e nel quadro della discussione in atto in ambito europeo in ordine alla difesa europea, la piena efficacia dello strumento militare’. Il dibattito aveva messo plasticamente in evidenza le differenti anime del centrodestra. Se Forza Italia con Isabella De Monte sottolineava che ‘ci vuole una risposta europea, che deve essere quella dell’incremento della nostra capacità di difenderci’ e Fratelli d’Italia (Giangiacomo Calovini) spiegava che ‘un’Ue che aspira a essere protagonista nel mondo non può rimanere dipendente da altri per la propria sicurezza’, ascoltando il leghista Simone Billi pareva di sentire un esponente dell’opposizione (di sinistra): ‘Noi della Lega-Salvini Premier – aveva detto Billi – ci opponiamo fermamente a questi 800 miliardi di debiti per la difesa europea’. ‘In un’altra epoca – ha chiosato il Dem Stefano Graziano – si sarebbe andati al Quirinale a fare una verifica di governo, perché c’è un problema serio nella maggioranza, molto serio’.


Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Dazi, Meloni da Trump: gli scenari di una missione ad alto rischio

Dazi, Meloni da Trump: gli scenari di una missione ad alto rischioRoma, 12 apr. (askanews) – “Certo la sospensione di 90 giorni dei dazi è stata un bel colpo di fortuna. L’incontro con Donald Trump a guerra commerciale in corso avrebbe rischiato di trasformarsi in una catastrofe, adesso è stato declassato ad alto rischio. Perché comunque con lui non si sa mai”. A leggere il ‘termometro’ è un esponente di governo che segue da vicino la questione dazi e che ha osservato l’ottovolante di pochi giorni fa, dalla frase volgare del tycoon (“tutti vogliono baciarmi il c..o”) alla frenata arrivata poche ore dopo. E se c’è stato sollievo per una situazione che si era fatta estremamente imbarazzante, quell’episodio ha confermato tutta l’imprevedibilità del presidente Usa. Imprevedibilità che, come all’economia, non piace neppure alla diplomazia. “E’ il fattore C di Giorgia…”, sorride un parlamentare di maggioranza, alludendo diciamo alla fortuna che – secondo molti – la premier avrebbe nei momenti critici.


Dunque ora che il pistolero ha rimesso la colt nella fondina e Ursula von der Leyen ha parimenti deposto la sua arma (che era un po’ una scacciacani, il famoso “bazooka” era stato solo minacciato) fermando le contromisure, cosa può venir fuori dall’incontro che Meloni e Trump avranno alla Casa Bianca il 17 aprile? Ipotizziamo tre scenari, come ce li tratteggia un diplomatico di lungo corso. 1) Il best case (certo non probabile): a Washington è un successo su tutta la linea di Meloni. La premier – questo è il suo piano – nello Studio Ovale rilancia a Trump la proposta “zero per zero” già avanzata dall’Ue e soprattutto lo convince a mettersi a un tavolo con i “parassiti” europei per arrivare a una soluzione “vantaggiosa per tutti”. Il tycoon accetta e lei torna in Italia e a Bruxelles vincitrice, potendo anche dire: “Ve l’avevo detto che ci parlavo io e si sistemava tutto”.


2) Il pareggio: Meloni fa la sua proposta (zero per zero e tavolo di trattativa), Trump ringrazia, le fa i soliti complimenti, grandi sorrisi e attestazioni di stima ma in concreto non si fanno passi avanti. Materialmente un incontro inutile, però da un punto di vista mediatico comunque la premier potrà giocarsi, in Italia, la narrazione della “relazione privilegiata” da portare avanti per ulteriori contatti. 3) La trappola: Trump riempie di lodi Meloni ma in diretta Tv torna ad attaccare l’Unione europea “nata per fregarci” creando un enorme imbarazzo e magari (worst case) sgancia la bomba: uno “sconto” unilaterale sui dazi solo per alcune esportazioni italiane. Una mossa non probabile, ma possibile, nell’ottica del suo tentativo – abbastanza chiaro – di disarticolare l’Ue. A questo punto Meloni dovrebbe scegliere: accettare, mettendosi di fatto contro tutta l’Europa, o rifiutare, rovinando il rapporto con Trump ma rimanendo fedele al patto comunitario. Si può ragionevolmente confidare nel fatto che sceglierebbe la seconda strada, anche se in questo caso tornerebbe a Roma con in tasca un fallimento. E’ vero che il governo, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, aveva annunciato il 7 aprile che avrebbe provato a ritardare la prima ondata di contromisure europee riguardo ai dazi Usa su acciaio e alluminio; ma all’atto pratico l’Italia ha votato poi a favore di quelle misure, il 9 aprile, pur non avendone ottenuto il rinvio.


Le diplomazie sono al lavoro per disinnescare e prevenire tutte le possibili mine e imboscate, ma con il presidente americano non è possibile mai avere certezze. Chiedere a Volodymyr Zelensky per conferma: con lui lo spray (il breve saluto iniziale alla presenza dei giornalisti) è diventato una “esecuzione” politica in diretta mondiale. Per questo, a Palazzo Chigi, c’è chi spera che se ne faccia a meno, limitandosi a una stretta di mano. Ma la decisione, su questo, spetta a The Donald. P.S. Per onestà intellettuale bisogna dire che non è vero – al di là delle affermazioni di qualche esponente di governo francese – che a Bruxelles c’è diffidenza nei confronti dell’iniziativa di Meloni. Nei giorni scorsi, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e Giorgia Meloni, “si sono tenute in contatto in merito alla visita della premier italiana a Washington”, hanno riferito fonti della Commissione. “Per quanto riguarda i negoziati commerciali, spetta alla Commissione europea negoziare per conto degli Stati membri; tuttavia, qualsiasi messaggio coordinato che possa essere trasmesso all’Amministrazione statunitense è benvenuto”, spiega una fonte europea. E comunque un “doppio gioco”, anche volendo, non è proprio possibile: come ha ricordato un portavoce della Commissione europea, Stefan de Keersmaecker, “la Commissione ha competenza esclusiva per negoziare in ambito commerciale”.


E se qualcuno “sgarra”, può scattare il meccanismo anti-coercizione. Si tratta di uno strumento finora mai usato, attivabile in assenza di una maggioranza qualificata degli Stati membri contraria, che può essere utilizzato contro i paesi terzi che, “applicando o minacciando di applicare misure che incidono sugli scambi (come i dazi, ndr) o sugli investimenti”, intendano interferire nelle legittime decisioni sovrane dell’Ue o di un suo Stato membro, “cercando di impedire o di ottenere la cessazione, la modifica o l’adozione di un determinato atto”. L’uso dei dazi da parte dell’Amministrazione Trump come strumento di pressione per ottenere modifiche nella normativa Ue sull’Iva, o sui regolamenti del mercato digitale, o sugli standard fitosanitari e di sicurezza alimentare, ad esempio, rientrerebbe chiaramente nella definizione di “coercizione economica”. Così come qualunque tentativo di accordo separato da parte di Washington con uno Stato membro, con concessioni date in cambio dell’impegno di quel paese a cercare d’influenzare le decisioni dell’Ue nel senso auspicato dall’Amministrazione Usa. L’attivazione del regolamento può portare all’imposizione, nei confronti del paese responsabile del tentativo di coercizione economica e delle sue imprese, di dazi, restrizioni al commercio nei servizi e nei diritti di proprietà intellettuale, restrizioni all’accesso agli investimenti e agli appalti pubblici. Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

Dazi, come risponderà l’Unione europea? L’obiettivo è trattare

Dazi, come risponderà l’Unione europea? L’obiettivo è trattareRoma, 5 apr. (askanews) – Come sta rispondendo, concretamente, la Commissione europea ai dazi di Donald Trump, al di là della costernazione e dei proclami contraddittori che abbiamo sentito negli ultimi giorni da Bruxelles e dai governi dei Ventisette, e che vanno dalla fermezza e determinazione, con l’annuncio di misure di ritorsione adeguate e proporzionate, all’appello al dialogo, al negoziato, a evitare l’escalation, a minimizzare le contromisure europee?


Innanzitutto due precisazioni. La prima: come ricordava David Carretta sul ‘Mattinale europeo’ l’Italia viene ‘risparmiata’ grazie alla sua appartenenza all’Ue. Se Trump avesse applicato la sua semplicistica formula ai singoli paesi europei, l’Italia avrebbe dovuto subire un dazio del 32%, più del 31% imposto alla Svizzera e del 20% imposto all’Ue. Senza l’Ue l’Italia avrebbe dovuto pagare un dazio più alto di Germania e Francia, a cui la formula di Trump avrebbe inflitto un’aliquota del 25% e del 14%. La seconda precisazione: la risposta europea non è più quella che era stata annunciata nelle ultime settimane; c’è stata una evidente correzione di rotta tattica, per adeguarsi alle imprevedibili e, sotto diversi punti di vista, spesso incomprensibili decisioni del presidente americano.


Inizialmente, la Commissione europea intendeva far rientrare in vigore automaticamente, il primo aprile, le vecchie contromisure già decise nel 2018 e nel 2020 contro i dazi della prima Amministrazione Trump sulle importazioni di acciaio (25%) e alluminio (10%), e che erano state sospese durante il mandato di Biden. Queste contromisure (che avrebbero colpito le esportazioni Usa verso l’Ue per un valore di 8 miliardi di euro) avrebbero risposto ai nuovi dazi Usa annunciati per i due settori il 12 marzo scorso. Inoltre, l’Esecutivo comunitario annunciava che avrebbe preparato nuove contromisure (per un valore di 18 miliardi di euro) per rispondere all’aumento del 15% dei dazi sull’alluminio (dal 10 al 25 per cento), rispetto a quelli che erano stati previsti dalla precedente Amministrazione Trump. Questi nuovi contro-dazi sarebbero entrati in vigore a metà aprile. Immediatamente dopo, inoltre, la Commissione aveva annunciato che avrebbe preparato nuove misure di ritorsione (che è la traduzione italiana corretta dall’inglese ‘retaliation’, molto più di ‘rappresaglia’ e soprattutto dell’inappropriato ‘vendetta’), per rispondere ai dazi già minacciati da Trump, ma non ancora quantificati e definiti nei dettagli.


Il 20 marzo, mentre si riuniva il Consiglio europeo a Bruxelles, questa tempistica è stata rivista, con l’annuncio che la riattivazione dei contro-dazi su acciaio e alluminio sarebbe avvenuta il 9 aprile. Inoltre, successivamente la Commissione, anche a seguito delle intense consultazioni in corso con gli Stati membri (e come auspicato da Giorgia Meloni), ha frenato ancora sulle ulteriori misure di ritorsione previste in risposta ai nuovi dazi annunciati da Trump, prendendo tempo per poter negoziare con Washington e rinunciando a una reazione immediata, che avrebbe come effetto inevitabile una nuova risposta da parte Usa e l’escalation verso una vera e propria guerra commerciale che l’Ue vuole assolutamente evitare. Un altro elemento importante che ha chiaramente cambiato la prospettiva per gli europei è la netta sensazione che le minacce, gli annunci e le decisioni clamorose di Trump siano soprattutto delle posizioni negoziali, ovvero strumentali per ottenere altro, non è ancora ben chiaro cosa, ma lo si scoprirà durante il negoziato. In questo quadro, anche le ritorsioni commerciali europee non sono affatto un fine in sé, ma uno strumento tattico per ottenere il risultato strategico di una riduzione, non un aumento, dei dazi da entrambe le parti. A questo punto, insomma, la tempistica delle decisioni europee si configura nei termini seguenti.


1) Il 7 aprile, a Lussemburgo, c’è il Consiglio Ue dei ministri del Commercio (con Antonio Tajani per l’Italia), che non voterà, ma avrà un’ultima discussione sui prodotti Usa da prendere di mira con le misure europee di ritorsione per i dazi sull’acciaio (dove sostanzialmente dovrebbe essere riattivata la vecchia lista del 2018-2020, già già chiusa) e soprattutto per quello sull’alluminio (dove invece la lista è in gran parte nuova, a causa del 15% di dazi aggiuntivi). 2) Il 9 aprile, saranno riattivate le vecchie misure del 2028 e 2020 contro i dazi di Trump su acciaio e alluminio che erano state sospese durante l’Amministrazione Biden, e in più la Commissione presenterà ai rappresentanti degli Stati membri, nel comitato Ue competente per gli strumenti di difesa commerciale (‘Trade Defense’) la sua proposta riguardo alla misure di ritorsione per l’aumento supplementare del 15% dei dazi sull’alluminio (deciso dagli Usa il 12 marzo). Da notare che si tratta di una procedura decisionale (detta di ‘comitologia’) per gli atti di esecuzione, in cui le proposte della Commissione possono essere respinte solo dalla maggioranza qualificata degli Stati membri, e possono dunque essere adottate anche con una maggioranza semplice contraria. Complessivamente, i dazi Usa in questi due settori colpiscono le esportazioni Ue per un valore di 26 miliardi di euro. Le misure di ritorsione su acciaio e alluminio entreranno tutte in vigore il 15 aprile, ma solo i vecchi contro-dazi saranno riscossi alle dogane a partire da quella data. Per le nuove misure riguardanti l’alluminio, la riscossione dei dazi avverrà a partire dal 15 maggio. 3) Entro fine aprile o inizio maggio, se non ci saranno state sorprese nel negoziato che è ora in corso, la Commissione proporrà al voto del Comitato per gli strumenti di difesa commerciale le nuove misure di ritorsione contro l’imposizione dei nuovi dazi del 25% sull’importazione di auto e componentistica dei veicoli, annunciata dall’Amministrazione Trump il 26 marzo scorso (valore delle esportazioni Ue colpite: 66 miliardi di euro); anche qui, verrà negoziata con gli Stati membri una nuova lista di prodotti Usa da colpire, in modo che le prevedibili contro-ritorsioni americane abbiano un impatto distribuito equamente sulle esportazioni degli Stati membri verso gli Usa. 4) A fine aprile, ma più probabilmente a maggio, e anche qui se nel frattempo non ci saranno stati progressi importanti nel negoziato con Washington, la Commissione presenterà le ulteriori misure di ritorsione contro i nuovi dazi generalizzati del 20% contro l’Ue, definiti ‘reciproci’ (valore delle esportazioni Ue colpite: 290 miliardi di euro), annunciati il 2 aprile, il ‘giorno della liberazione’, che rischia invece di passare alla storia come la data d’inizio di una nuova Grande Depressione dell’economia mondiale. ‘L’annuncio del presidente Trump di dazi universali su tutto il mondo, inclusa l’Ue – aveva affermato la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, poche ore dopo la decisione del presidente americano del 2 aprile -, è un duro colpo per l’economia mondiale. Mi rammarico profondamente di questa scelta. Cerchiamo di essere lucidi sulle immense conseguenze. L’economia globale ne soffrirà enormemente. L’incertezza aumenterà vertiginosamente e innescherà l’ascesa di un ulteriore protezionismo. Le conseguenze saranno disastrose per milioni di persone in tutto il mondo’. ‘Tutte le aziende, grandi e piccole – aveva avvertito von der Leyen -, soffriranno fin dal primo giorno. Da una maggiore incertezza all’interruzione delle catene di fornitura alla burocrazia gravosa. Il costo delle attività commerciali con gli Stati Uniti aumenterà drasticamente. E, cosa ancora più grave, sembra non esserci ordine nel disordine. Nessun percorso chiaro attraverso la complessità e il caos che si stanno creando mentre tutti i partner commerciali degli Stati Uniti vengono colpiti’. ‘Fin dall’inizio – aveva sottolineato la presidente della Commissione -, siamo sempre stati pronti a negoziare con gli Stati Uniti, per rimuovere qualsiasi barriera residua al commercio transatlantico. Allo stesso tempo, siamo pronti a rispondere. Stiamo già ultimando un primo pacchetto di contromisure in risposta ai dazi sull’acciaio. E ora ci stiamo preparando per ulteriori contromisure, per proteggere i nostri interessi e le nostre attività se i negoziati falliscono. ‘Come europei promuoveremo e difenderemo sempre i nostri interessi e valori. E difenderemo sempre l’Europa. Ma esiste un percorso alternativo. Non è troppo tardi per affrontare le preoccupazioni attraverso i negoziati. Ecco perché il nostro Commissario per il commercio, Maros Sefcovic, è costantemente impegnato con le sue controparti statunitensi. Lavoreremo per ridurre le barriere, non per aumentarle. Passiamo dal confronto al negoziato’, aveva concluso von der Leyen. Tutta l’attenzione, a questo punto, si sposta sul negoziato: faranno valere gli europei l’argomento del forte attivo Usa nello scambio con l’Ue nel settore dei servizi, soprattutto a vantaggio dei giganti americani del digitale, per ottenere condizioni più favorevoli dall’Amministrazione Usa? L’Ue ha strumenti per intervenire penalizzando le Big Tech, anche se per ora preferisce mantenere un silenzio tattico su questo punto. E poi, soprattutto: si capirà finalmente che cosa vuole davvero Trump dagli europei, oltre che dal resto del mondo, e quanto converrà all’Ue fare le concessioni che chiederà eventualmente il presidente americano? Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Dazi, Meloni insiste su trattativa. E chiede stop Grean Deal e deroghe a Patto

Dazi, Meloni insiste su trattativa. E chiede stop Grean Deal e deroghe a PattoRoma, 5 apr. (askanews) – “Le crisi nascondono sempre un’opportunità”. Questa frase, un po’ “fatta”, è una delle preferite dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che più volte l’ha usata nei suoi discorsi. L’ultima volta a proposito dei dazi imposti dal presidente americano Donald Trump.


Da settimane la premier frena sulle contro-misure che sta valutando la Commissione Ue e predica la linea della “trattativa” (anche se per ora gli spiragli sono pochi). Anche dopo il “Liberation Day” la sua opinione non cambia. Anzi la questione dazi passa – nel suo discorso – in secondo piano rispetto alla necessità di cambiare le politiche europee, rilanciando temi cari come la sospensione delle norme del Green Deal sull’automotive o la deroga al Patto di Stabilità. Cosa dice Meloni? Innanzitutto che i dazi non sono una “catastrofe” ma un solo “problema” che non impedirà all’Italia di continuare a esportare negli Usa (che rappresenta il 10% dell’export italiano). Per lei è più preoccupante l’”allarmismo” che si è creato dopo l’annuncio del tycoon. A cui però un paese vicino e simile come la Spagna ha subito risposto con un “bazooka” da 14 mld. Meloni, da parte sua, ha riunito i suoi ministri economici e la settimana prossima vedrà le associazioni di categoria per cercare le “soluzioni migliori”. Ma poi c’è da “trattare” a oltranza con gli americani, una “necessità” più che una “speranza” per lei che nei giorni del ponte di Pasqua vedrà a Roma J.D. Vance e ancora coltiva l’obiettivo di una missione a Washington a breve (ne abbiamo scritto la scorsa settimana) per un faccia a faccia alla Casa Bianca. Per lei la trattativa deve arrivare a “rimuovere tutti i dazi e non a moltiplicarli”. Una linea morbida che diventa maggiormente ‘tagliente’ quando parla dell’Europa che deve fare “passi avanti importanti” su vari fronti, eliminando quelli che definisce “dazi autoimposti”. “Sappiamo – spiega – che l’automotive oggi è un settore colpito dai dazi in maniera importante, quindi forse dovremmo ragionare di sospendere le norme del Green Deal relativi al settore dell’automotive”. Secondo punto, il Patto di Stabilità: “C’è una norma che si chiama clausola generale di salvaguardia che prevede una sospensione, una deroga al Patto di stabilità. Forse dovremmo ragionare di quello, o di fare una valutazione ulteriore su come è stato pensato il Patto di stabilità”. Anche sull’energia e sul mercato elettrico “bisogna essere un po’ più decisi e coraggiosi”. Questi saranno i temi che l’Italia porterà a Bruxelles, nella consapevolezza che “è possibile” che le proposte “non siano perfettamente sovrapponibili con i partner ma abbiamo il dovere di farlo”.


Una linea, quella di Meloni, per una volta molto simile a quella della Lega, ma fino a un certo punto. Se anche per il Carroccio “prima di pensare a guerre commerciali o contro-dazi che sarebbero un suicidio, l’Unione Europea tagli burocrazia, vincoli e regole europee che soffocano le imprese italiane, azzerando il Green Deal e il tutto elettrico”, il partito di Matteo Salvini si spinge ben oltre. “Quello che l’Italia può fare, ed è quello che la Lega chiede, e che il governo farà – dice un ‘big’ come il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari – è di trattare bilateralmente con Trump. Ad esempio, scopriamo che sui farmaci questi dazi non ci saranno, e per l’Italia l’industria farmaceutica è un’industria importante ed è la prima fonte di export. Questo vuol dire che trattando si può su diverse merci andare a ottenere delle differenziazioni sui dazi che emettono loro”. Un confine, quello del muoversi autonomamente rispetto all’Europa, che Meloni non supera e di cui Forza Italia, l’anima europeista della coalizione, non vuol sentir parlare. “Non si può negoziare” direttamente, come Italia “con gli Stati Uniti perché la competenza del commercio internazionale è della Commissione europea, quindi chi tratta è il commissario Ue Maros Sefcovic, ascoltando e confrontandosi con noi”, taglia corto il ministro degli Esteri e vice premier Antonio Tajani. Che avverte: “Non accetteremo mai derive antieuropeiste”. Parafrasando un ex premier: “Prepariamo i pop-corn”?


Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

Governo, in Italia si inizia a sussurrare la parola elezioni (nel 2026)

Governo, in Italia si inizia a sussurrare la parola elezioni (nel 2026)Roma, 5 apr. (askanews) – Proprio mentre Giorgia Meloni festeggia l’ingresso nella top five dei governi più longevi, in Italia si comincia a parlare di elezioni. Per ora sono accenni, indizi, sussurri, confidenze. Come quelle che abbiamo raccolto da due ministri (non leghisti), in due diverse conversazioni. Ed entrambi hanno detto la stessa cosa: “Al massimo nella primavera 2026 si va a votare”.


E simile è anche la spiegazione di entrambi. “Il governo ha perso la sua spinta propulsiva. Giorgia (Meloni) si è stufata delle continue fughe in avanti di Salvini, sopporta con grande pazienza, ogni tanto sbotta, ma mi pare che abbia la consapevolezza che così rischia di farsi logorare”, spiega uno di loro. In effetti nel sondaggio elaborato da Ipsos e diffuso pochi giorni fa, Fdi è dato in leggero calo (26,6%) con la Lega in crescita al 9% (+ 0,9%) che torna a superare Forza Italia, accreditata dell’8,4%. Ma il dato che più colpisce è che l’indice di gradimento della premier è a quota 41, al livello minimo registrato dal 2022. E non è solo la presidente del Consiglio a essere irritata per la strategia aggressiva e la “diplomazia parallela” del leghista. Lo è anche – e forse ancor di più – Antonio Tajani, alla guida di un partito che appartiene al Ppe e che sempre più a disagio osserva le sortite dell’altro vice premier. Il voto anticipato dunque “non mi sembra una questione di se ma di quando e salvo rivolgimenti internazionali o un Papeete-bis sarà Giorgia a dettare i tempi”, osserva il secondo ministro. Fin qui le confidenze, ma dicevamo anche di indizi. Il principale è quello che riguarda la legge elettorale. Quando il tema viene fuori – nella storia politica italiana – vuol dire che si sta iniziando a pensare al voto. Dopo la partecipazione di Meloni al congresso di Azione, sabato 29 marzo, si è iniziato a sussurrare di conversazioni sottotraccia con il partito di Calenda per arrivare a una legge elettorale proporzionale. “Sarebbe una mossa astuta – riflette un parlamentare di lungo corso della maggioranza -. Tutti hanno parlato di un avvicinamento Meloni-Calenda, di una volontà di ‘sostituire’ i leghisti con gli azionisti. Cosa sul momento impossibile politicamente e numericamente. Ma per il futuro è un altro discorso. Con una legge proporzionale Meloni prenderebbe il suo 30% a cui potrebbe sommare gli eletti di Forza Italia e altri centristi, Calenda compreso, estromettendo la Lega. Se fosse vero mi sembrerebbe, sulla carta, una buona idea”. Poi certo c’è da trovare i voti per una legge del genere, cosa non facile. Senza contare che Salvini, se fiutasse l’inghippo, potrebbe far saltare il banco.


Senza spingersi alla fantapolitica, comunque, il clima è quello di una grande difficoltà, sia sulla scena internazionale – per le politiche di Donald Trump – che all’interno. Passeggiando in Transatlantico alla Camera, già al martedì non è raro vedere l’Aula non convocata e pochi deputati che si aggirano tra i divanetti. “E’ un momento strano, non arriva quasi nulla”, allarga le braccia un peone. Secondo cui, in Fdi, già si sta mettendo mano a una ricognizione per le eventuali candidature. I prossimi appuntamenti (il dossier dazi, il congresso della Lega sabato e domenica, le regionali e i referendum) saranno decisivi per chiarire il quadro. E forse anche i tempi. Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

L’emergenza migranti non è un’emergenza? Cosa ne pensano i cittadini europei

L’emergenza migranti non è un’emergenza? Cosa ne pensano i cittadini europeiRoma, 5 apr. (askanews) – Forse la “narrazione” dominante sui migranti è sbagliata? E’ quanto pare emergere da uno studio dell’Istituto Universitario Europeo e dell’Università di Uppsala che ha coinvolto 20.000 persone in Italia, Regno Unito, in Polonia, Svezia e Austria.


Secondo la ricerca, in Italia, come in Europa, i cittadini preferiscono politiche che offrano ai migranti irregolari (stimati in 2-3 milioni) un percorso verso la regolarizzazione – a determinate condizioni -, anziché negare loro questa possibilità. E l’Italia si distingue, in particolare, come il paese più favorevole tra quelli studiati all’adozione di politiche inclusive per questo gruppo di migranti. Lo studio ha dato diverse opzioni politiche riguardanti i diritti sociali, le protezioni sul lavoro e l’assistenza sanitaria per i migranti irregolari, insieme a “programmi di regolarizzazione” che offrono percorsi per ottenere lo status legale. Lo studio ha inoltre rivelato che l’accesso all’assistenza sanitaria primaria per i migranti irregolari è preferito rispetto a dare loro sussidi per i redditi bassi. Il sostegno pubblico alla fornitura di assistenza sanitaria varia tra i paesi: in Italia si è registrato il massimo supporto a politiche inclusive su diversi aspetti analizzati nello studio. Ad esempio, sebbene in generale ci sia stato poco o nessun supporto per il sostegno ai redditi bassi per i migranti irregolari, l’Italia è l’unico paese in cui i partecipanti si sono mostrati più ambivalenti, senza manifestare una netta preferenza né a favore né contro questa politica.


“I risultati – spiega Martin Ruhs, responsabile del progetto PRIME (Protecting Irregular Migrants in Europe) che ha portato avanti lo studio – mostrano che i residenti in Italia e nell’UE sono contrari a politiche semplicistiche, come l’opposizione totale e indiscriminata alla concessione dello stato legale ai migranti irregolari. Preferiscono invece politiche che distinguano tra diverse categorie di migranti irregolari e i diritti a cui dovrebbero avere accesso”. Questo, precisa, “non significa che i nostri intervistati vogliano offrire uno stato legale incondizionato e l’accesso ai diritti a tutti i migranti irregolari, ma dimostra che i cittadini hanno opinioni più sfumate su come la migrazione dovrebbe essere gestita di quanto i responsabili politici solitamente riconoscano”. In tutti e cinque i paesi, i rispondenti hanno mostrato un supporto costante per politiche che permettano ai migranti irregolari di ottenere la residenza legale a determinate condizioni, come una permanenza minima e un casellario penale pulito. Le politiche che integrano l’accesso ai diritti legali con alcune misure di controllo dell’immigrazione (ad esempio, obblighi di segnalazione per i fornitori di assistenza sanitaria) tendono a generare una maggiore accettazione pubblica, anche se l’effetto varia a seconda del tipo di politica e del paese. Mentre gli intervistati tendono a supportare l’accesso condizionato all’assistenza sanitaria primaria per i migranti irregolari, mostrano una forte opposizione nel concedere benefici economici, come il sostegno al reddito basso. Il pagamento degli arretrati per salari non pagati (un diritto fondamentale del lavoro) è invece sostenuto quando collegato a misure di controllo migratorio. Le persone sono più disposte a sostenere la regolarizzazione e la protezione dei diritti per quei migranti irregolari che abbiano già lavorato legalmente nel paese ospitante, soprattutto in ruoli essenziali come l’assistenza agli anziani.


Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli