Passa al contenuto principale
#sanremo #studionews #askanews #ciaousa #altrosanremo

Ue, sala conferenze stampa Italia inutilizzata, rischia “esproprio”?

Ue, sala conferenze stampa Italia inutilizzata, rischia “esproprio”?Roma, 8 mar. (askanews) – C’è una sala, nell’Europa Building, che resta sempre desolatamente vuota. E’ la sala dell’Italia, quella in cui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni potrebbe tenere le sue conferenze stampa a margine dei summit europei. Uno spazio di ampie dimensioni, con sedie, tavoli e prese elettriche. Perfetto per lavorare, insomma. Ma fino a questo momento Meloni l’ha usata solo una volta: il 10 febbraio 2023. In quell’occasione tenne la conferenza nella sala all’indomani della chiusura dei lavori e non il giorno stesso. Provocando, si racconta, qualche malumore nei funzionari del Consiglio europeo che dovettero rientrare al lavoro per allestire la stanza.


Da allora la porta della sala è rimasta sempre chiusa. Al più la premier si ferma per un “doorstep” (ma questo non è accaduto negli ultimi due summit su tre) nel cosiddetto passaggio alla Lanterna, con giornalisti e operatori accalcati in quella che in gergo viene chiamata “tonnara”, senza possibilità di prendere appunti e con poche chance di porre domande. Il bello è che per ottenere quella sala il governo italiano (all’epoca presieduto da Giuseppe Conte) aveva lottato. Sono solo tre, infatti, le grandi sale per conferenze stampa disponibili nel palazzo. Prima erano assegnate ai “big” Francia, Germania e Regno Unito. Dopo la Brexit il governo italiano aveva chiesto per sé quello spazio, che è considerato anche un segno di “status”. Una volta ottenuto, era stato inizialmente utilizzato ben poco a causa del Covid. Mario Draghi, invece, usava la sala regolarmente, come del resto fanno ancora oggi nei rispettivi spazi il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz che ben di rado saltano un appuntamento con la stampa seduta e in grado di lavorare adeguatamente.


Visto lo stato di disuso della sala italiana, al Consiglio europeo qualcuno inizia a chiedersi se non sia possibile lasciarla libera, magari mettendola a disposizione di qualche altro Paese membro di primo piano (la Spagna?) che oggi deve utilizzare spazi ben più piccoli. Al momento, secondo quanto si apprende, una richiesta del genere non è stata ancora avanzata, ma se la situazione non cambiasse – è il mood che si percepisce nei corridoi dell’Europa Building (il palazzo del Consiglio, non la newsletter, ndr) – potrebbe arrivare il momento dell’”esproprio”. Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

Arriva il “vero” modello Ue dei centri di rimpatrio nei paesi terzi

Arriva il “vero” modello Ue dei centri di rimpatrio nei paesi terziRoma, 8 mar. (askanews) – Martedì 11 marzo, a Strasburgo, la Commissione europea presenterà la sua attesa proposta legislativa sul rimpatrio dei migranti irregolari a cui è stata rifiutata la domanda di asilo in uno Stato membro dell’Ue. Lo ha confermato il 5 marzo scorso a Bruxelles il Commissario per gli Affari interni e le Migrazioni, Magnus Brunner, durante la conferenza stampa al termine di una riunione del Consiglio Giustizia dell’Ue.


Brunner ha aggiunto, ed è qui la notizia, che la Commissione presenterà presto, sebbene non ancora martedì ma comunque prima di giugno, anche la lista europea dei “paesi di origine sicuri” e la revisione dei criteri per la definizione dei “paesi terzi sicuri”, affinché possano esservi inviati i migranti in attesa di rimpatrio. Questa revisione del concetto di “paese terzo sicuro”, con la proposta, “se del caso, di eventuali modifiche mirate”, è prevista dal nuovo regolamento Ue sulla procedura d’asilo, che fa parte Patto sull’immigrazione approvato nel maggio 2024 e che entrerà in vigore dal giugno 2026, con una precisa scadenza “entro il 12 giugno 2025”. A quanto riferiscono altre fonti comunitarie, la proposta potrebbe arrivare già durante il mese di marzo.


Non si sa ancora, invece, quando sarà presentata la nuova lista che elencherà uno per uno i “paesi terzi sicuri”, sulla base dei nuovi criteri. Al contrario degli altri due casi menzionati, per la pubblicazione di quest’ultima lista la legislazione Ue in vigore non prevede alcuna scadenza, hanno puntualizzato le fonti. Riguardo al testo legislativo sui rimpatri che sarà presentato martedì, è pressoché certo che si tratterà di una proposta di regolamento invece che di una proposta di direttiva. La differenza sta nel fatto che il regolamento è applicabile direttamente e immediatamente negli Stati membri, mentre la direttiva deve essere recepita nell’ordinamento giuridico nazionale di ogni paese Ue con una legge specifica che garantisca il rispetto degli obiettivi indicati.


La legislazione sui rimpatri attualmente in vigore è basata su una direttiva del 2008, che si era cercato di aggiornare e modificare in modo mirato con un’altra proposta di direttiva presentata dalla Commissione nel 2018, per rispondere ai numerosi problemi che si sono verificati riguardo alla sua attuazione poco efficace, sia a causa di lacune nel testo, sia perché gli Stati membri non sempre l’hanno recepita correttamente (Belgio, Germania, Spagna e Grecia sono state oggetto di procedure comunitarie d’infrazione per questo), oppure l’hanno applicata un modo incoerente e non coordinato. Questa considerazione vale, in particolare per quanto riguarda quali cittadini, di quali paesi terzi debbano essere rimpatriati, le modalità di rimpatrio, il riconoscimento reciproco delle decisioni sulle domande d’asilo prese da ciascuna giurisdizione nazionale (ciò che consente il fenomeno dei “movimento secondari” dei migranti all’interno dell’Ue, con il tentativo di ripresentare in altri paesi la domanda d’asilo già respinta nel paese di primo arrivo). Inoltre, i dati mostrano che solo un migrante su quattro (o in certi anni su cinque) di quelli a cui è stata respinta la domanda d’asilo sono poi effettivamente rimpatriati; gli altri, restano sul territorio dell’Ue, spesso in condizioni di illegalità e di estrema precarietà.


La proposta di modifica del 2018, che prevedeva una “rifusione” della direttiva rimpatri, è rimasta bloccata dal giugno 2019 nei negoziati legislativi in Parlamento europeo. Inoltre, il Patto sull’immigrazione e l’asilo adottato a maggio 2024, ha introdotto una nuova procedura di “rimpatrio alla frontiera”, applicabile ai cittadini di paesi terzi a cui è stata respinta la domanda di asilo, e l’obbligo per gli Stati membri di emettere una decisione “comune o congiunta” per il rigetto di una domanda di asilo e il rimpatrio. Il Consiglio europeo, nelle sue conclusioni dell’ottobre 2024, ha chiesto alla Commissione di sottoporre urgentemente una nuova proposta legislativa. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha risposto con l’annuncio del ritiro del testo del 2018, e della presentazione di un “nuovo approccio” sui rimpatri, previsto per il mese di marzo 2025. La nuova proposta di regolamento che sarà presentata l’11 marzo dovrebbe finalmente esplicitare le cosiddette “soluzioni innovative” di cui si parla ormai da un paio d’anni nel dibattito politico europeo sull’immigrazione, chiarendo il concetto e stabilendo la definizione dei “centri di rimpatri” (“return hubs”) in paesi terzi, nei quali poter inviare i migranti irregolari a cui è stata respinta la domanda di protezione internazionale. E c’è da aspettarsi che non mancheranno le polemiche su questa “esternalizzazione” della gestione dei migranti irregolari e sulla loro “deportazione” al di fuori dell’Ue. “Non è accettabile che oggi nei paesi Ue solo uno su cinque migranti irregolari che dovrebbero essere rimpatriati lo siano poi effettivamente. In termini generali – ha affermato Brunner – quando a delle persone che non hanno il diritto di rimanere si permette di restare nell’Ue, l’intero sistema dell’asilo viene minato. Bisogna agire secondo le regole, altrimenti – ha avvertito – si rischia anche di erodere il sostegno pubblico per una società aperta e tollerante”. Il commissario ha poi anticipato che il nuovo regolamento sui rimpatri imporrà tra l’altro, obblighi precisi di cooperazione con le autorità competenti ai migranti in attesa di rimpatrio, con “conseguenze” previste nel caso in cui non rispettino questi obblighi; vi saranno poi regole più rigorose per le persone che rappresentano rischi per la sicurezza, una semplificazione delle procedure per i rimpatri, e infine un rafforzamento del riconoscimento reciproco tra i paesi Ue delle decisioni prese riguardo alle domande d’asilo. Infine, una considerazione sul protocollo Italia-Albania. E’ chiaro che non si tratta affatto di un “modello” precursore per la nuova legislazione Ue, ma di un caso fondamentalmente diverso di esternalizzazione, riguardante l’elaborazione extraterritoriale delle domande di asilo. Nei centri in Albania dovevano essere trasferiti i migranti irregolari adulti salvati in mare, fuori dalle acque territoriali italiane, per esaminare le loro richieste di asilo. Tuttavia, a causa di ripetute contestazioni nei tribunali italiani, il Protocollo non è mai stato attuato davvero. A differenza dei centri istituiti dal Protocollo in Albania, gli “hub di rimpatrio” definiti e previsti dalla nuova proposta della Commissione dovrebbero ospitare cittadini di paesi terzi che hanno già subito una decisione di rigetto della richiesta d’asilo e sono quindi in attesa di rimpatrio. Ma nulla vieta, ovviamente, di modificare il Protocollo e adattarlo al nuovo “modello europeo” che sarà presentato l’11 marzo a Strasburgo. Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Ucraina, Italia a vertice militare “volenterosi” (ma solo da osservatore)

Ucraina, Italia a vertice militare “volenterosi” (ma solo da osservatore)Roma, 8 mar. (askanews) – Non sganciarsi dal treno dei “volenterosi” organizzato da Emmanuel Macron e Keir Starmer ma senza al momento impegnarsi direttamente. E’ questa – secondo quanto si apprende – la posizione ‘attendista’ decisa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in vista della riunione convocata a Parigi il prossimo 11 marzo. Ad annunciare l’incontro, a margine del Consiglio europeo straordinario del 6 marzo, è stato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.


Si tratta di una riunione a livello di vertici militari ma che segna un cambio di passo: dopo le dichiarazioni di principio dei leader, si entra nel vivo nell’organizzazione di una forza europea che potrebbe essere schierata ‘boots on the ground’ in Ucraina per garantire un eventuale cessate il fuoco. Si incontreranno, ha spiegato Zelensky, “i rappresentanti militari dei Paesi che sono pronti a compiere sforzi maggiori per garantire in modo affidabile la sicurezza nel quadro della fine della guerra”. Dunque non l’Italia che, come ha detto più volte la premier, è contraria all’invio di truppe di peace-keeping senza il cappello dell’Onu o quantomeno della Nato. “Sono molto perplessa, la considero una soluzione molto complessa e la meno efficace. Una pace giusta ha bisogno di garanzie di sicurezza certe che stanno sempre nell’alveo della Nato. E ho escluso che possano essere inviati soldati italiani”, ha ripetuto la presidente al summit di Bruxelles.


Del resto Meloni è consapevole che con il “no” annunciato (e sbandierato) della Lega, in Parlamento molto difficilmente potrebbe avere una maggioranza favorevole all’eventuale missione, anche nel caso di qualche ‘aiuto’ da parte di alcune forze di opposizione. Allo stesso tempo, tirarsi fuori completamente dall’iniziativa Macron-Starmer rischierebbe di isolare Roma nell’attuale scenario internazionale. Quindi meglio una soluzione all”italiana’: andiamo sì, ma per osservare. Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

Criptovalute e stablecoin, altro scontro in vista fra Trump e l’Ue

Criptovalute e stablecoin, altro scontro in vista fra Trump e l’UeRoma, 8 mar. (askanews) – Le preoccupazioni europee per la raffica di ordini esecutivi sventagliata dal presidente americano Donald Trump e per le sue dichiarazioni incendiarie nell’ultimo mese e mezzo, da quanto ha inaugurato il suo secondo mandato, non si limitano alla politica estera, alle posizioni sull’Ucraina e sulla Russia, al settore della Difesa, e alle minacce sul commercio internazionale e nel settore digitale, ma riguardano anche la stabilità e la sovranità dell’euro e il controllo dei sistemi di pagamento nell’Eurozona, che potrebbero essere messi a rischio, in particolare, mediante l’uso delle criptovalute come strumento per imporre gli interessi americani e l’influenza del dollaro in Europa.


L’Eurogruppo di lunedì 10 marzo ha in agenda tra l’altro, in una sessione in formato allargato (ovvero in presenza di tutti i ministri finanziari dell’Ue, e non solo di quelli dell’Eurozona), una discussione proprio su questo punto, sugli ‘Sviluppi nelle attività e nei mercati delle criptovalute e le loro implicazioni per l’Eurozona e l’economia europea’. Le criptovalute sono valute digitali (per usarle basta una app sullo smartphone) che usano la crittografia per proteggere le transazioni, ovvero che sono visibili e utilizzabili solo conoscendo un determinato codice informatico. In assenza di un quadro giuridico preciso e di obblighi di trasparenza, queste valute elettroniche possono essere emesse da chiunque, e utilizzate da qualunque intermediario, senza alcuna autorizzazione. Questo, come spiega sul suo sito la Consob, comporta una serie di notevoli rischi per i consumatori e gli investitori e non consente un’efficace tutela legale e contrattuale degli interessi degli utenti, esposti al rischio di ‘ingenti perdite economiche, ad esempio in caso di condotte fraudolente, fallimento o cessazione di attività delle piattaforme on-line di scambio presso cui vengono custoditi i portafogli digitali personali’. Inoltre, le criptovalute potrebbero essere utilizzate per il riciclaggio di denaro sporco e per altre attività illegali.


Gli sviluppi in questo settore sono diventati ‘un argomento di grande attualità’ per l’Europa dopo che ‘la nuova amministrazione statunitense ha adottato un atteggiamento molto diverso rispetto alla precedente per quanto le riguarda. Una posizione molto, molto pro-criptovalute’, hanno affermato venerdì scorso a Bruxelles fonti Ue qualificate. Le fonti hanno ricordato l’ordine esecutivo emesso dal presidente Trump il 23 gennaio scorso, dal titolo ‘Rafforzare la leadership americana nella tecnologia finanziaria digitale’, che delineava l’obiettivo di ‘promuovere e proteggere la sovranità del dollaro statunitense, anche attraverso azioni volte a promuovere lo sviluppo e la crescita di ‘stablecoin’ legali e legittimi basati sul dollaro in tutto il mondo’.


Le stablecoin sono criptovalute il cui valore è ancorato a un asset stabile, come un deposito in una valuta corrente nazionale (sottostante valutario) oppure dei beni o delle materie prime come l’oro. Questo le rende molto meno volatili, più stabili, come indica il nome, rispetto agli altri tipi di criptovalute. Mentre l’Ue sta cercando di regolamentare e mettere sotto controllo le criptovalute, ed è la prima grande giurisdizione al mondo ad aver già approvato un quadro normativo completo in questo senso, con il regolamento Mica (‘Markets in Crypto-Assets’) che è entrato in vigore il 30 dicembre 2024; e mentre si attende l’approvazione di un’altra normativa, quella per ‘l’Euro digitale’ che sarebbe garantito dalle banche centrali, con valore nominale costante e corso legale, e che costituirebbe un’alternativa alle criptovalute, l’America di Trump sta andando nel senso diametralmente opposto, quello di una radicale deregolamentazione.


L’ordine esecutivo del 23 gennaio, infatti, non solo ha revocato un ordine della precedente Amministrazione Biden, del 9 marzo 2022, che mirava ad ‘assicurare uno sviluppo responsabile degli asset digitali’, ma ha anche proibito ‘l’istituzione, l’emissione, la circolazione e l’uso di valute digitali delle banche centrali all’interno della giurisdizione degli Stati Uniti’. E questo al fine di ‘proteggere gli americani dai rischi delle valute digitali delle banche centrali’, che secondo Trump ‘minacciano la stabilità del sistema finanziario, la privacy individuale e la sovranità degli Stati Uniti’. Questa decisione americana, hanno spiegato le fonti Ue, ‘è ovviamente rilevante per noi, rilevante per il nostro panorama dei pagamenti’. Quindi, durante la discussione dell’Eurogruppo, ‘la Commissione e la Banca centrale europea forniranno una panoramica degli sviluppi dei mercati delle criptovalute ed esprimeranno la loro opinione su come i piani statunitensi potrebbero influenzarci; e ovviamente – hanno sottolineato le fonti – vogliamo evitare che tali iniziative abbiano conseguenze negative sulla nostra sovranità monetaria, sulla nostra autonomia strategica, sulla nostra stabilità finanziaria’. ‘Abbiamo una legislazione in vigore per questo: abbiamo il regolamento Mica, approvato nel 2023, ma che ha iniziato a essere applicato pienamente solo alla fine dell’anno scorso’. Questo regolamento ‘pone l’Ue in prima linea nella chiarezza normativa sulle criptovalute. Ma dobbiamo monitorare gli sviluppi’ dopo la nuova decisione dell’Amministrazione Usa, ‘ed essere certi che ciò che abbiamo in quel regolamento sia all’altezza del compito e fornisca adeguate garanzie’, hanno avvertito le fonti Ue, secondo cui l’aspettativa ‘è che la Bce faccia presente che questi piani degli Stati Uniti sono un altro motivo per cui dovremmo andare avanti con il progetto dell’Euro digitale’, che è fermo da due anni, ‘e gettare le basi per un adeguato sistema di pagamento europeo’. Un punto, questo, che ‘probabilmente verrà ripreso da molti ministri’. A una nostra richiesta di fornire maggiori dettagli su quale sia il pericolo per l’Eurozona e per la stabilità dell’euro, le fonti hanno risposto: ‘Questo è uno scenario in cui bisogna scegliere attentamente le parole. Ma se c’è una cosa che abbiamo imparato nell’ultimo mese e mezzo, è che la nuova Amministrazione a Washington è pronta a usare tutte le leve che ha nei negoziati per fare pressione sugli altri paesi, quando ritiene che sia nell’interesse americano. Quindi, bisogna considerare con attenzione se sia prudente consentire che certe parti della nostra economia facciano affidamento su strutture che sono intrinsecamente americane e controllate dagli Stati Uniti’, e valutare ‘dove vi sia un rischio di una ulteriore influenza (da parte americana, ndr) tale da indurci a voler garantire sovranità e una forma di sicurezza attraverso soluzioni europee’. Rimane la domanda: qual è ‘l’interesse americano’ che le criptovalute servirebbero a scapito degli interessi europei e della sovranità dell’euro? Una risposta interessante si trova in un articolo di Federico Fubini sul Corriere della sera del 17 febbraio scorso (‘Trump e il complotto contro l’Europa: le due strategie per dare l’assalto all’euro’), che avevamo già citato in questa newsletter. A uno stablecoin basato sul dollaro, spiega Fubini, corrispondono depositi in dollari gestiti dall’emittente, e ‘questi depositi vengono investiti quasi tutti in titoli del Tesoro americano’. Aumentare il loro uso ‘in tutto il mondo’, Europa compresa (che come abbiamo visto è uno degli obiettivi dell’ordine esecutivo di Trump), ‘significa dunque aumentare i depositi in dollari’, che vanno a finanziare il debito americano, ‘a scapito dei depositi in altre valute (incluso l’euro)’. A conferma di questa tesi, viene riportata una dichiarazione del 4 febbraio dello ‘special advisor’ dell’Amministrazione Trump per le criptovalute, David Sacks: ‘Gli stablecoin hanno il potenziale di assicurare che il dominio internazionale del dollaro americano aumenti e di creare potenzialmente migliaia di miliardi di dollari di domanda per i titoli di Stato americani’. Più chiaro di così… NOTA * Il regolamento Mica copre gli emittenti di criptovalute non garantite e i cosiddetti ‘stablecoin’, nonché le sedi di negoziazione e i portafogli in cui sono detenute le criptovalute. In base alla regolamentazione, i fornitori di servizi di criptovalute necessitano di un’autorizzazione per operare nell’Ue, devono rispettare rigidi requisiti per proteggere i portafogli dei consumatori e saranno ritenuti responsabili se perdono le criptovalute degli investitori. L’Autorità bancaria europea (Eba) manterrà un registro pubblico dei fornitori di servizi di criptovalute non conformi. Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Dazi, ecco le “armi” a disposizione dell’Ue per rispondere a Trump

Dazi, ecco le “armi” a disposizione dell’Ue per rispondere a TrumpRoma, 1 mar. (askanews) – I dazi del 25% sulle importazioni dall’Ue annunciati da Donald Trump (ma ancora non specificati nei dettagli, a parte il riferimento alle automobili e più in generale all’acciaio e all’alluminio) stanno creando apprensione e timori soprattutto nei paesi (Germania, Italia e Irlanda) con il più alto attivo commerciale nello scambio di merci con gli Stati Uniti. La risposta della Commissione europea, che sul commercio ha una competenza esclusiva nell’Ue, è stata finora molto prudente, per mantenere aperto il negoziato con gli Usa, anche se ferma nel ribadire che le contromisure scatteranno immediatamente se i dazi verranno imposti, quando si saprà esattamente quali esportazioni dall’Ue saranno prese di mira.


Innanzitutto va detto che l’Ue è un’unione doganale, e quindi, mentre i paesi terzi possono imporre dazi all’importazione differenziati secondo i paesi di provenienza, la risposta dell’Ue non può essere nazionale, con contromisure diverse e magari negoziate da Stato membro a Stato membro, ma solo comunitaria, con dazi unici e uguali per tutti i Ventisette. Va precisato poi che gli strumenti Ue di difesa commerciale (‘trade defense’) sono sottoposti a un meccanismo decisionale diverso sia da quello riguardante la politica estera e di difesa (dove vige la regola paralizzante dell’unanimità dei paesi membri per l’approvazione), sia dal normale processo co-legislativo per la maggior parte delle politiche comuni (che richiede la maggioranza qualificata degli Stati membri).


La competenza comunitaria esclusiva per il commercio significa che le misure di ‘trade defense’, in particolare in risposta a dazi sproporzionati e ingiustificati imposti da paesi terzi alle importazioni dall’Ue, possono essere decise su iniziativa della Commissione con ‘regolamenti di esecuzione’ secondo il meccanismo della ‘comitologia’: le proposte sono formulate dall’Esecutivo Ue e sottoposta all’approvazione dei rappresentanti degli Stati membri nel ‘Comitato degli strumenti di difesa commerciale’. Qui il meccanismo decisionale prevede che le proposte di contromisure commerciali possano essere respinte solo se è contraria la maggioranza qualificata dei rappresentanti dei Ventisette (il 55% dei paesi che rappresenti almeno il 60% della popolazione totale dell’Ue). In assenza di una maggioranza qualificata contraria o favorevole, la proposta viene ripresentata in un ‘comitato di appello’: se anche in questo caso non c’è una maggioranza qualificata contraria, la Commissione può procedere senz’altro all’esecuzione delle misure. A questo punto bisogna puntualizzare che delle contromisure commerciali comunitarie riguardo ai dazi americani sull’acciaio erano già state decise all’epoca della prima Amministrazione Trump, e successivamente sospese durante l’Amministrazione Biden. La prima azione di ritorsione commerciale che l’Ue può prendere, in questo caso specifico, consisterebbe nel non prorogare la sospensione, prevista fino a fine marzo, di questi vecchi dazi, che tornerebbero quindi in vigore automaticamente entro l’inizio di aprile, se i dazi americani su acciaio e alluminio europei verranno applicati come annunciato da Trump, il 12 marzo. Il timing, tuttavia, è imprevedibile, perché il presidente americano continua a moltiplicare le minacce, ma anche a negoziare contropartite in cambio della sospensione o del rinvio dell’attuazione dei dazi annunciati.


Per quanto riguarda le altre importazioni, la Commissione ha già pronta una lista completa di prodotti americani che potrebbero essere colpiti da dazi nell’Ue, come contromisure di difesa commerciale nell’Ue. La scelta sui prodotti americani da prendere di mira sarà calibrata, in modo proporzionale, in base alle importazioni specifiche dall’Ue che verranno penalizzate dai nuovi dazi eventualmente notificati dall’Amministrazione Trump. In questo quadro, i singoli Stati potrebbero avviare trattative bilaterali per ridurre l’impatto dei dazi? Secondo il ministro italiano dell’Economia Giancarlo Giorgetti sì. ‘La risposta alla politica protezionistica dell’amministrazione Trump penso che possa essere bilaterale, perchè può essere bilaterale’, ha detto in conferenza stampa il 28 febbraio (creando qualche allarme a Bruxelles). Cosa intende Giorgetti con questa frase ‘sibillina’? Che i dazi possono essere usati come uno strumento negoziale, in una logica ‘transazionale’. Ovvero gli Stati Uniti potrebbero decidere di imporre dazi minori (o nessun dazio) a un paese specifico in cambio di alcune contropartite.


Contro questa possibilità, la Commissione dispone di un altro strumento, molto più recente (è in vigore dalla fine del 2023), ma anche più complicato da usare, lo ‘strumento anti coercizione’, a cui si può ricorrere quando sono soddisfatte due condizioni cumulative: 1) un paese terzo interferisce nelle legittime scelte sovrane dell’Unione o di uno Stato membro cercando di impedire o di ottenere la cessazione, la modifica o l’adozione di un atto legislativo specifico Ue o nazionale; 2) l’interferenza comporta l’applicazione o la minaccia di applicare misure che incidono sugli scambi o sugli investimenti. Anche in questo caso le misure sono decise in base alla procedura di ‘comitologia’. Lo strumento anti coercizione potrebbe essere usato, in particolare, nel caso in cui l’Amministrazione Trump decidesse, come si teme nell’Ue, di prendere di mira esplicitamente, con ordini esecutivi e divieti imposti alle imprese, l’applicazione delle normative comunitarie che regolano il settore digitale, e in particolare i due regolamenti ‘Digital Services Act’ (Dsa – Ue 2022/2065) e ‘Digital Markets Act’ (Dma – Ue 2022/1925), il regolamento Gdpr sulla protezione dei dati personali (‘General Data Protection Regulation’ – Ue 2016/679) e il recentissimo regolamento sull’Intelligenza Artificiale (Ue 2024/1689). E’ noto come esponenti dell’Amministrazione Trump abbiano già accusato proprio il regolamento Dsa di imporre forme di censura, mentre alcune piattaforme americane dei social media come X e Meta hanno annunciato di non applicare più il ‘fact checking’ sui loro contenuti, previsto dalle normative Ue. Un caso di scuola di coercizione economica accaduto in passato (2021-2022) è stato quello delle discriminazioni commerciali della Cina contro la Lituania (rifiuto di sdoganare o di accettare domande di importazione di merci lituane e pressioni sulle aziende dell’Ue esportatrici in Cina al fine di escludere eventuali input lituani dalle loro catene del valore), causate dall’apertura di un’ambasciata di Taiwan a Vilnius, capitale dello Stato baltico. All’epoca non era ancora stato istituito lo strumento anti coercizione, e il caso fu portato dall’Ue davanti all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). In realtà, nei rapporti con gli Stati Uniti, l’aspetto delle contromisure di difesa commerciale e quello dello strumento anti coercizione potrebbero essere entrambi coinvolti nella risposta dell’Ue, se si confermerà che dietro l’annuncio dei dazi, così come dietro la minaccia di ritirare o ridurre drasticamente l’impegno americano nella difesa europea attraverso la Nato, ci sarebbe in realtà una precisa strategia di Trump, volta a costringere i paesi sotto pressione e i loro sistemi finanziari ad acquistare massicciamente titoli del Tesoro Usa a bassi rendimenti e a lunghissimo termine. Insomma, come ha spiegato molto bene Federico Fubini sul Corriere della Sera (17 febbraio, ‘Trump e il complotto contro l’Europa: le due strategie per dare l’assalto all’euro’), basandosi su un lungo documento strategico del nuovo presidente del ‘Council of Economic Advisors’ della Casa Bianca, Stephen Miran, i dazi di Trump non sarebbero altro che un potente strumento negoziale per una gigantesca operazione di coercizione economica contro l’Europa e il resto del mondo. L’obiettivo di questa operazione andrebbe ben al di là delle finalità puramente commerciali: si tratterebbe di garantire la stabilizzazione dell’ingente debito pubblico americano (120,7% del Pil nel 2024, con un deficit al 6,3%), assicurandone il finanziamento ‘forzato’ dall’estero, a lungo termine e con rendimenti poco remunerativi, nonostante il forte aumento previsto (2.000 miliardi di dollari all’anno) del debito stesso. Questo consentirebbe anche a Trump di rispettare la promessa di ridurre ulteriormente (fino al 15%) le tasse sui profitti delle imprese (con un costo aggiuntivo per il bilancio americano calcolato a 5.000 miliardi di dollari in 10 anni), e di scongiurare il rischio che la Federal Reserve aumenti i tassi d’interesse, ciò che causerebbe grossi problemi all’economia del Paese. Dagli sviluppi delle prossime settimane si capirà se questo ‘Piano Miran’ è davvero il piano del presidente degli Stati Uniti. Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Ucraina, Meloni lancia summit Usa-Ue per cercare di tornare protagonista

Ucraina, Meloni lancia summit Usa-Ue per cercare di tornare protagonistaRoma, 1 mar. (askanews) – Un vertice Usa-Unione europea. E’ questa la mossa pensata da Giorgia Meloni per cercare di ritrovare un ruolo da protagonista dopo essere stata stretta da un lato dall’iniziativa di Emmanuel Macron e Keir Starmer e dall’altro dalle uscite sempre più scomposte e provocatorie di Donald Trump, culminate il 28 febbraio nell’umiliazione di Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca.


Per giorni la premier era rimasta in silenzio, nella sempre più complicata posizione di non sganciarsi dall’Europa senza dover, allo stesso tempo, rinnegare il supposto “rapporto privilegiato” con il tycoon. Dopo che Zelensky è stato maltrattato da Trump in diretta mondiale – incassando subito la solidarietà, tra gli altri, di Antonio Costa, Ursula von der Leyen, Macron – Meloni non è intervenuta per qualche ora. Ha letto (non senza irritazione) gli elogi al tycoon del suo vice Matteo Salvini, si è consultata con i suoi consiglieri, poi ha affidato il suo pensiero a una nota. Nella dichiarazione la premier non fa, ed è singolare, nessun riferimento al comportamento di Trump né esprime solidarietà al leader ucraino. “Ogni divisione dell’Occidente – afferma invece – ci rende tutti più deboli e favorisce chi vorrebbe vedere il declino della nostra civiltà. Non del suo potere o della sua influenza, ma dei principi che l’hanno fondata, primo fra tutti la libertà. Una divisione non converrebbe a nessuno. È necessario un immediato vertice tra Stati Uniti, Stati europei e alleati per parlare in modo franco di come intendiamo affrontare le grandi sfide di oggi, a partire dall’Ucraina, che insieme abbiamo difeso in questi anni, e di quelle che saremo chiamati ad affrontare in futuro”. Questa proposta, annuncia, l’Italia la farà ai partner “nelle prossime ore”, ovvero al vertice di Londra di domenica 2 marzo e al Consiglio europeo straordinario di Bruxelles giovedì 6. Poi bisognerà dirlo a Trump (che ancora non le ha fissato una data per un bilaterale alla Casa Bianca) e il tycoon non sembra proprio nella disposizione d’animo di mettersi al tavolo con l’Ue “nata – come ha detto – per fregarci”.


Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

Ue, procedimento Dsa su X rallentato da pioggia documenti da avvocati

Ue, procedimento Dsa su X rallentato da pioggia documenti da avvocatiRoma, 1 mar. (askanews) – Nel dicembre 2023, la Commissione europea ha avviato un procedimento formale per valutare se X possa aver violato il regolamento Ue sui servizi digitali (regolamento Dsa) riguardo alle disposizioni sulla gestione dei rischi, la moderazione dei contenuti, i “dark pattern” (modelli di progettazione ingannevoli, che possono influenzare il comportamento degli utenti, indurli ad agire contro i propri interessi e ostacolare la protezione dei loro dati personali), la trasparenza della pubblicità e l’accesso ai dati per i ricercatori.


Nel luglio scorso, l’Esecutivo comunitario ha informato X del suo parere preliminare secondo cui la violazione del regolamento Dsa sarebbe confermata almeno riguardo agli ultimi tre punti. E i legali di X hanno risposto inviando le loro osservazioni. Nelle accuse di Bruxelles, particolarmente rilevante è la presunta violazione sui “dark pattern”. Secondo la Commissione, X progetta e gestisce il proprio interfaccia per gli “account verificati” con il “marchio di controllo blu” in un modo che non corrisponde alla “prassi” del settore; e vi sarebbero prove di attori malevoli (come gruppi neonazisti, ndr) che abusano degli “account verificati” per ingannare gli utenti. Siccome – è l’ipotesi – chiunque può abbonarsi per ottenere lo status “verificato”, questo inciderebbe negativamente sulla capacità degli utenti di prendere decisioni libere e informate in merito all’autenticità degli account e ai contenuti con cui interagiscono.


Da quando Trump ha vinto le elezioni presidenziali Usa con il sostegno di Elon Musk, la Commissione è sotto pressione da parte della stampa che vuol conoscere il verdetto di questa inchiesta, e che sospetta Bruxelles di voler evitare lo scontro con l’uomo più ricco e con il presidente più potente del mondo. I portavoce della Commissione finora hanno sempre risposto che è ancora troppo presto, che ci vuole tempo per esaminare le risposte, e che la decisione finale dovrà essere “giuridicamente solida”, per poter reggere a un più che probabile ricorso dei responsabili di X in Corte europea di Giustizia. In effetti, quella a carico di X è la prima e più importante indagine aperta dall’Ue ai sensi del regolamento Dsa, relativamente recente (2022). Quello che è successo, e che i portavoce di Bruxelles non possono dire ufficialmente, è che al fianco dei legali di Musk sono stati reclutati anche gli avvocati di Google, con un lunga esperienza di controversie giuridiche con la Commissione. E costoro hanno messo in campo una tattica per così dire “ostruzionistica”, inviando a Bruxelles – viene spiegato da una fonte – “migliaia e migliaia di pagine” di informazioni complementari, controdeduzioni e confutazioni in risposta alle accuse formulate dalla Commissione. Sommersi da questi documenti, i pochi funzionari del team dell’Esecutivo comunitario che si occupano dell’indagine stanno facendo quello che possono per esaminarli tutti, ma ci vorrà ancora tempo.


Intanto in Italia iniziano a vedersi le prime frizioni nel rapporto tra le forze di governo e Elon Musk. A creare tensione è il Ddl spazio, in questi giorni all’esame del Parlamento. Nel disegno di legge, promosso dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, l’articolo 25 prevede che il Mimit realizzi una riserva di capacità trasmissiva nazionale tramite “sia satelliti sia costellazioni in orbita geostazionaria media e bassa” che “possono essere gestiti esclusivamente da soggetti appartenenti all’Unione Europea e all’Alleanza Atlantica”. Il deputato Dem Andrea Casu, in commissione attività produttive, ha presentato alcuni emendamenti in cui, tra le altre cose, si prevedeva di dare precedenza alle aziende europee. Molti sono stati respinti ma due sono passati con accordo bipartisan: uno che prevede un “adeguato ritorno industriale per il sistema Paese” e un altro che introduce il tema della garanzia della “sicurezza nazionale”. Due modifiche che hanno fatto infuriare Andrea Stroppa, braccio destro di Musk in Italia. Che su X non l’ha mandata a dire. “Intesa Pd-FdI. Bene, si vuole far passare Starlink e SpaceX (che, tra l’altro, ha lanciato missioni per l’Italia accelerando le tempistiche per dare una mano) per i cattivi. Agli amici di FdI: evitate di chiamarci per conferenze o altro”, ha scritto. Creando un notevole malumore nella maggioranza, in particolare nel partito di Giorgia Meloni, che già da qualche giorno vede con crescente irritazione e preoccupazione le mosse di Stroppa. Infatti, pochi giorni prima del ‘caso’ del Ddl Spazio, aveva lanciato su X due “sondaggi” che mettevano in cattiva luce il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Nel primo Stroppa chiedeva: “Da quando è ministro Piantedosi mi sento per me e i miei cari più o meno sicuro?”, annunciando poi il “preoccupante” risultato che il “67% si sente meno sicuro”. Il secondo chiedeva: “Quale ministro dell’Interno ha gestito meglio la sicurezza negli ultimi anni?”. La scelta era tra Marco Minniti, Luciana Lamorgese, Matteo Salvini e Matteo Piantedosi. Il risultato dava come preferito Salvini (che dopo la sentenza Open Arms non ha fatto mistero di desiderare un ritorno al Viminale). “Perchè questi sondaggi, cosa c’è dietro?”, la domanda che in tanti, in Fdi ma anche a Palazzo Chigi, si sono fatti. Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Ue, la tanto discussa marcia indietro sul Green Deal è stata solo parziale

Ue, la tanto discussa marcia indietro sul Green Deal è stata solo parzialeRoma, 1 mar. (askanews) – La Commissione europea ha presentato il 26 febbraio il suo primo pacchetto (“Omnibus”) con una serie di proposte di modifica legislativa che mirano a ridurre e semplificare gli oneri burocratici delle imprese sottoposte agli obblighi di rendicontazione previsti da quattro normative del Green Deal: la direttiva sulla sostenibilità ambientale (Csrd), il regolamento sulla Tassonomia (ovvero i criteri di classificazione) degli investimenti “verdi”, la direttiva sulla “diligenza dovuta” (Csddd) nel controllo del rispetto delle norme socio-ambientali lungo tutta la catena del valore, e infine il regolamento Cbam sui dazi climatici (“Carbon Border Adjustment Mechanism”), che riguarda in particolare le importazioni di acciaio, ferro e alluminio, cemento e fertilizzanti. Il Cbam impone il pagamento di un dazio compensativo alle imprese che importano prodotti da paesi terzi in cui non ci sono normative equivalenti alla “borsa” europea (Ets) dei permessi di emissioni di CO2. L’obiettivo è evitare di sottoporre a una concorrenza sleale le imprese europee nei settori implicati, e prevenire il “carbon leakage”, ovvero la delocalizzazione delle industrie fuori dall’Ue per non pagare le quote di emissione.


Lo stesso giorno, la Commissione ha presentato anche la sua attesa comunicazione sul “Clean Industrial Deal” (“Patto sull’industria pulita”), che delinea un piano strategico con una roadmap per accompagnare la decarbonizzazione dell’industria, in particolare nei settori ad alta intensità energetica e in quelli che utilizzano tecnologie pulite (“clean tech”), con l’obiettivo di mantenere e rafforzare allo stesso tempo la competitività dei produttori europei, accompagnata da un “Piano d’azione sull’energia accessibile” per ridurre le bollette energetiche per l’industria, le aziende e le famiglie. Il piano d’azione prevede una accelerazione dell’introduzione di energie pulite (rinnovabili e nucleare), e dell’elettrificazione, il completamento del mercato interno dell’energia interconnesso, un ulteriore miglioramento dell’efficienza energetica e la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili importati La domanda è: c’è stata la marcia indietro sul Green Deal, tanto temuta o auspicata, secondo i punti di vista? Si può rispondere che finora c’è stata solo in parte, e meno del previsto. Non a caso i due pacchetti sono stati approvati e presentati insieme: l’impressione che dietro gli obiettivi di semplificazione si nasconda un proposito di deregolamentazione del Green Deal è mitigata dal fatto che il Clean Industrial Act mantiene comunque gli obiettivi di decarbonizzazione e li porta anche avanti con nuove proposte significative, come quella di introdurre il requisiti di sostenibilità ambientale e la preferenza europea (“made in Europe”) negli appalti pubblici e privati.


In estrema sintesi, si può dire che le misure più importanti prese riguardo alle quattro normative europee modificate dall’Omnibus sono state soprattutto concentrate sulla riduzione, a volte drastica, del loro campo di applicazione, con l’esenzione delle piccole e medie imprese. Nonostante questo, gli effetti sulla riduzione delle emissioni e sugli obiettivi ambientali appaiono molto circoscritti, in qualche caso (soprattutto nel regolamento Cbam) addirittura trascurabili. A questo punto c’è da chiedersi come mai la Commissione si sia resa conto solo ora di questa possibilità di semplificazione degli oneri burocratici delle imprese con poco impatto previsto sui risultati finali attesi da queste normative. Avrebbe potuto prevedere già nell’elaborazione iniziale delle proposte legislative un’attuazione per fasi, cominciando dalle imprese più grandi, per poi magari allargare il campo di applicazione a quelle medie e, se necessario, anche alle piccole imprese, magari in modo più attentamente e calibrato e differenziato. Un’altra questione è quella dell’opportunità, dal punto di vista della legittimità democratica, di rimettere in discussione con proposte di modifica atti legislativi che sono stati approvati da pochi mesi (come nel caso della direttiva sulla “due diligence”), spesso dopo lunghi e durissimi negoziati tra i co-legislatori, conclusi con compromessi attentamente calibrati e poi approvati dal Parlamento europeo e dai governi. Riaprire il testo e chiedere di modificarlo nel momento in cui la legislazione dovrebbe essere applicata mette in questione la certezza del diritto e il rispetto del processo decisionale democratico.


Sull’energia, resta insoddisfacente la risposta del Piano d’azione alla sfida dei prezzi troppo alti, che sono il principale freno alla competitività dell’Industria Europea, ben più della regole regolamentazione eccessiva e degli oneri burocratici del Green Deal. D’altra parte, la Commissione continua a ignorare le richieste di disaccoppiare, sul mercato europeo dell’elettricità, il prezzo dell’energia prodotta dalle rinnovabili da quello del gas. Perché? C’è dietro una rigidità ideologica da parte dei paesi del nord Europa. I prezzi dell’energia elettrica, ben più alti dei costi di produzione delle rinnovabili, serve a rendere molto remunerativi gli investimenti sulle energie verdi anche se questo significa premiare il settore del gas fossile e gli speculatori, e imporre bollette salatissime alle famiglie e alle imprese europee. Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Meloni irritata da Macron, “salta” visita Kiev e G7. E Bannon la imbarazza

Meloni irritata da Macron, “salta” visita Kiev e G7. E Bannon la imbarazzaRoma, 22 feb. (askanews) – Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron non si sono mai amati, per usare un eufemismo. Ma il protagonismo del presidente francese sull’Ucraina ha fatto toccare il punto probabilmente più basso nei rapporti tra i due.


La premier ha considerato quantomeno una “fuga in avanti” la convocazione del summit di lunedì 17 febbraio all’Eliseo e con ancora più irritazione guarda le mosse successive, con il viaggio a Washington la prossima settimana. Meloni ha seriamente pensato di disertare il summit di Parigi, poi è andata, ma per far mettere a verbale la contrarietà a un formato che – ha detto la premier – “esclude molte nazioni” quando invece occorrerebbe “includere”. Per lei la strada sarebbe quella di un Consiglio europeo straordinario che però rischierebbe – viste le posizioni di Viktor Orban e Robert Fico – di chiudersi senza un accordo, certificando nero su bianco che l’Ue è bloccata.


Per di più Macron l’ha “scavalcata” ottenendo di essere ricevuto la prossima settimana – primo leader europeo – alla Casa Bianca insieme al premier britannico Keir Starmer. I due, va ricordato, guidano gli unici due Paesi europei dotati di arsenale nucleare, e quindi in grado di esercitare una reale deterrenza. Non è certo un segreto che l’obiettivo di Meloni, accarezzato anche in occasione della missione lampo a Washington per l’Inauguration Day, fosse quello di essere lei la prima europea ammessa allo Studio Ovale, in virtù di quel “rapporto privilegiato” che nei suoi piani le avrebbe permesso di essere un “ponte” tra Europa e Usa. Invece ci andrà il francese, peraltro a proporre una soluzione – una forza di 30mila soldati europei di peacekeeping – su cui lei, già lunedì, ha detto “no”. Meloni si è trovata dunque messa in un angolo, nella condizione di mantenere la linea della necessità di un dialogo con il tycoon, resa sempre più difficile dall’escalation di dichiarazioni (Zelensky? Un “dittatore” bravo solo a “manipolare Biden”, tra le altre cose) dell’inquilino della Casa Bianca. Anche per questo ha deciso di marcare la distanza dagli altri leader. Dunque lunedì, a differenza degli scorsi due anni, non sarà a Kiev per il terzo anniversario dell’invasione. Da Zelensky andranno il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, accompagnati dal premier spagnolo Pedro Sanchez. Lei non ci sarà (né sono previste missioni a breve in Ucraina) perché lunedì sarà impegnata a Roma, ha spiegato, per il Business Forum italo-emiratino, presente lo sceicco Mohammed bin Zayed. Per lo stesso motivo salterà anche la riunione in videoconferenza del G7 (l’Italia sarà rappresentata da Antonio Tajani).


Adesso – è il dilemma di Meloni e del suo staff – come si può recuperare un ruolo da protagonista nel rapporto tra le due sponde dell’Atlantico? Per qualche ora la premier ha pensato di volare a Washington per partecipare di persona alla Cpac, la Conferenza dei conservatori in corso a Washington e incontrare Trump. Poi ci ha ripensato, fissando il suo intervento in video-collegamento per la giornata conclusiva, sabato 22, prima del discorso del tycoon. Un’intervento di fronte a quella platea, nelle sue intenzioni, sarebbe stato l’occasione per tornare al centro della scena. Ma il saluto in stile nazista (che lui smentisce) di Steve Bannon ha creato forte imbarazzo e una “riflessione”, visto che anche il leader del Rassemblement National francese Jordan Bardella ha annullato il suo intervento. La decisione, al momento, non è stata ancora comunicata ufficialmente ma Meloni, alla fine, dovrebbe fare il suo discorso, in cui terrà un basso profilo, cercando di evitare tutti i temi (dunque a partire dall’Ucraina) più spinosi. Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consol

Il paradosso dell’Ue: per difesa europea serve un’azione non comunitaria

Il paradosso dell’Ue: per difesa europea serve un’azione non comunitariaRoma, 22 feb. (askanews) – Nella politica estera l’Ue è debole e divisa, anzi: è debole perché è divisa. Agisce su mandato degli Stati membri, ma questo mandato deve essere unanime, e basta che un solo paese non sia d’accordo con la stragrande maggioranza degli altri, per paralizzare qualunque decisione.


Basta vedere il ritardo, l’inconcludenza, o addirittura l’assenza delle reazioni dell’Europa alle minacce, le provocazioni e gli attacchi di Donald Trump. La Commissione europea è ben attrezzata per le risposte alle ‘aggressioni’ americane nel settore del Commercio internazionale, perché ha competenza esclusiva in quest’area; ma non è così per la politica estera e per la difesa, dove il potere è tutto nelle mani degli Stati membri, e l’Ue in quanto tale appare solo timidamente, pateticamente, cercando sempre faticosamente di avere una posizione senza inciampare nel veto di questo o quel paese. Perché possa esistere, con un peso politico significativo sulla scena mondiale, con una sua politica estera e di sicurezza e con una vera e propria politica industriale comune per la difesa, l’Europa dovrà agire al di fuori dell’Ue e delle politiche comunitarie, con accordi intergovernativi tra gli Stati membri dell’Unione disposti ad avanzare su questa strada e con altri paesi europei extracomunitari, come il Regno Unito e la Norvegia.


E’ questo, tra l’altro, il senso più probabile dei due mini summit successivi che il presidente francese, Emmanuel Macron, ha organizzato con diversi capi di governo europei, ma comunque senza invitare i paesi più filo russi. La cosa più importante ora è capire se ci sia la volontà da parte dei paesi presenti all’Eliseo di far partire una nuova Europa della difesa, con il Regno Unito e magari la Norvegia e senza le palle al piede di Ungheria e Repubblica ceca o di altri paesi dell’Est che non sono pronti. Si potrebbe addirittura pensare a un nuovo trattato che decida l’esercito europeo, uno stato maggiore europeo, decisioni a maggioranza qualificata con la possibilità per chi non è d’accordo di tirarsi fuori senza bloccare gli altri, e soprattutto una vera politica industriale europea centralizzata e armonizzata, almeno per il settore della difesa. C’è anche la strada, prevista dai Trattati Ue, delle ‘cooperazioni rafforzate’: un certo numero di Stati membri che si mette d’accordo per andare avanti verso un obiettivo condiviso senza aspettare gli altri, ma pronto ad accoglierli se decidono di raggiungerli; un gruppo, quindi, da cui sono esclusi fin dall’inizio i paesi reticenti, che non possono quindi usare il diritto di veto contro il progetto comune. Come ricorda un veterano delle istituzioni Ue, Emilio De Capitani, ex funzionario del Parlamento europeo, ‘è già avvenuto con l’accordo di Schengen per la soppressione dei controlli alle frontiere interne, con gli accordi di Prum per la cooperazione di polizia contro il crimine organizzato, e con l’accordo sul Mes’ per i prestiti agli Stati membri con problemi di bilancio. ‘Queste forme di cooperazione ‘parallela’ all’Ue, ma che ne anticipano gli obiettivi – ci ha detto ancora De Capitani – sono state considerate legittime persino dalla Corte europea di Giustizia (giurisprudenza ‘Pringle’)’.


Con questo in mente, vale la pena di rileggere ciò che ha detto Mario Draghi nel suo ultimo intervento al Parlamento europeo, il 18 febbraio a Bruxelles, parlando della necessità di cambiare il modello decisionale dell’Ue: ‘Una cosa che dobbiamo prima considerare è: l’unanimità continuerà a essere il principio guida chiave per prendere decisioni nella nostra Unione?’ Il rapporto sulla competitività da lui presentato, ha ricordato l’ex premier italiano, ‘suggerisce che, in effetti, non dovrebbe esserlo, che dovremmo passare a una maggioranza qualificata su molte, molte aree. E la mia sensazione è che, nei prossimi mesi, i paesi si raggrupperanno esattamente su questo punto, paesi che continueranno a difendere l’unanimità e paesi che sono pronti a scendere a compromessi e ad andare verso un meccanismo di voto a maggioranza qualificata’. ‘Ma poi – ha continuato Draghi – il rapporto dice che ci sono anche altri modi. Uno è il modello di cooperazione rafforzata, che è presente nei nostri Trattati, ma non siamo creativi su questo. E il terzo è, francamente, il modello intergovernativo: vale a dire due, tre, quattro governi che concordano su certi obiettivi e decidono che si muoveranno insieme, rimanendo aperti all’ingresso di altri paesi’. ‘Io penso, spero, che sia ovviamente meglio andare tutti insieme; ma per andare insieme, specialmente in settori come la difesa, la politica estera, c’è bisogno di una valutazione comune di quali sono i rischi, e quali sono i compromessi, o soprattutto di chi è il nemico. Bisogna essere tutti uniti su questo’, ha concluso l’ex presidente della Bce. Finora, il problema che ha diviso gli europei è quello del finanziamento della spesa per gli investimenti nelle capacità di difesa, come e dove trovare le ingenti risorse necessarie (nuovo debito nazionale o europeo, o tagli ad altre voci della spesa pubblica), e come considerarle nel quadro delle regole Ue sui bilanci del Patto di stabilità riformato (su questo punto la Commissione europea ha già annunciato la sua sospensione per la spesa militare). Un rapporto appena pubblicato dal think-tank Bruegel (‘Defending Europe without the US: first estimates of what is needed’, di Alexandr Burilkov e Guntram B. Wolff, 21 febbraio 2025) conclude che, per prendere interamente a suo carico la propria difesa, l’Europa avrebbe bisogno di un numero ingente di nuove truppe da mobilitare (300.000 soldati) e di un aumento di almeno 250 miliardi di euro all’anno della sua attuale spesa militare, che è oggi al 2% del Pil, in media, ma che dovrebbe raggiungere il 3,5%, come sta già cominciando a chiedere la Nato.


Ma ora, oltre al problema dei finanziamenti, dopo le clamorose posizioni assunte dalla nuova Amministrazione Trump, che non lasciano dubbi sulle intenzioni di ritirare gran parte delle forze Usa dal dispositivo Nato di difesa dell’Europa, la discussione si sta spostando su un altro piano: come spendere e come utilizzare queste nuove risorse, in base a quali piani, coordinati, centralizzati e decisi da chi, in base a quale politica industriale. Che cosa significa una politica industriale europea per la difesa? Sostanzialmente significa che gli Stati partecipanti devono conferire a una struttura centralizzata una serie di poteri che vanno ben al di là del coordinamento, dello ‘stimolo’, della fissazione di obiettivi indicativi, dei contributi finanziari. Una politica industriale unica della difesa significa che questo potere centralizzato potrebbe imporre all’apparato industriale di ciascun paese partecipante, degli appalti congiunti di fornitura, che cosa produrre, con quali caratteristiche, in quali quantità, a quali prezzi, a chi vendere e da chi comprare, e secondo quali quote, ed eventualmente le capacità aggiuntive da installare oppure, al contrario, le sovracapacità o le capacità superflue da eliminare. Tutto questo oggi, con l’attuale quadro giuridico Ue, non è possibile. Il Trattato sul funzionamento dell’Unione non comprende la politica industriale tra le ‘competenze condivise’ (art.4), per le quali gli Stati membri possono agire solo se l’Unione ha scelto di non esercitare la sua competenza (ad esempio nelle politiche dei trasporti, della coesione, dell’energia e dell’ambiente e del mercato interno). L’industria, invece, è tra le competenze nazionali (art.6), come la cultura e il turismo, per le quali l’Ue può sostenere, coordinare o completare le azioni degli Stati membri, ma non può adottare atti giuridici vincolanti che richiedano loro un’armonizzazione europea delle proprie leggi e dei propri regolamenti. Un vero e proprio piano di politica industriale europeo, in realtà, è stato realizzato una sola volta, nel periodo 1977-1982, nel settore siderurgico, su iniziativa della Commissione e in particolare di Etienne Davignon, allora responsabile per gli Affari industriali e il Mercato interno. Il commissario Davignon ottenne una dichiarazione ufficiale di ‘crisi manifesta’ nel settore siderurgico, votata dai governi dell’allora Comunità europea, in base a cui la Commissione fu autorizzata ad adottare ampie misure contro la sovracapacità, come la regolamentazione dei prezzi (prezzi minimi), quote di produzione obbligatorie, soppressione di capacità, come condizione per il sostegno comunitario ai piani di ristrutturazione nazionali, e poi regolamenti contro i sussidi statali, quote per le importazioni da paesi terzi. Ma tutto ciò sarebbe impossibile oggi, perché la base giuridica del piano Davignon era il Trattato di Parigi del 1951 sulla Comunità europea del carbone e dell’acciaio, che è scaduto nel 2002. E’ vero che esiste una Agenzia europea per la difesa (Eda), istituita come una ‘azione comune’ dal Consiglio Ue nel 2004, poi integrata nel sistema istituzionale col Trattato Ue di Lisbona (art. 42) e ulteriormente sviluppata con ulteriori decisioni del Consiglio Ue nel 2011 e nel 2015 che ne hanno definito lo statuto, la sede (a Bruxelles) e le norme operative. Ma se si guarda ai compiti dell’Agenzia, si capisce subito che non sarebbero sufficienti a realizzare una vera propria politica industriale europea nel settore. Le sue tre missioni principali sono ‘sostenere lo sviluppo delle capacità di difesa e la cooperazione militare tra gli Stati membri dell’Unione europea; stimolare la ricerca e tecnologia e rafforzare l’industria europea del settore; agire come interfaccia militare per le politiche dell’Ue’. Sul sito dell’Eda, si legge inoltre che l’Agenzia ‘funge da catalizzatore, promuove collaborazioni, lancia nuove iniziative e introduce soluzioni per migliorare le capacità di difesa. È il luogo in cui gli Stati membri che desiderano sviluppare capacità in cooperazione lo fanno. È anche un facilitatore chiave nello sviluppo delle capacità necessarie a sostenere la politica di sicurezza e difesa comune dell’Unione’. Tutto qui. E si sa che non sono stati un grande successo finora i tentativi di acquisti con appalti in comune, come quelli sperimentati per i vaccini e per l’energia, mentre si continua a deprecare lo spreco dei ‘doppioni’ e della mancanza di complementarietà tra le diverse capacità produttive delle industrie nazionali della difesa (ad esempio con decine di modelli di carri armati, mentre gli Usa ne hanno uno solo) e dagli alti costi di produzione dovuti alla mancanza della dimensione di scala europea. Per non parlare delle lacune enormi che il disimpegno Usa lascerebbe, in particolare, nella copertura satellitare e nella difesa aerea. Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese