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Auto, un nuovo piano d’azione industriale europeo

Auto, un nuovo piano d’azione industriale europeoRoma, 1 feb. (askanews) – L’annuncio di un possibile nuovo sistema armonizzato europeo di sussidi all’acquisto di veicoli elettrici, fatto dalla vicepresidente esecutiva della Commissione Teresa Ribera in una intervista al Financial Times dal Forum di Davos, il 23 gennaio, potrebbe far cambiare senso all’attuale controversia sulla crisi del settore dell’automotive e sulla sua elettrificazione a tappe forzate, prevista dal Green Deal con l’obiettivo delle auto nuove a zero emissioni entro il 2035. E in questa nuova direzione sembra andare il ‘dialogo strategico’ sul futuro dell’industria automotive europea che la Commissione ha avviato giovedì 30 gennaio a Bruxelles, e che sarà alla base di un ‘action plan’ industriale per il settore, che Ursula von der Leyen ha annunciato sarà pronto per il 5 marzo prossimo.


Finora, la controversia è stata focalizzata soprattutto sull’obiettivo normativo per il 2035, che tutte le forze politiche di centro-destra (incluso il Ppe, partito di von der Leyen) volevano rimettere in discussione. Ma la nuova Commissione non ha mai preso seriamente in considerazione la revisione di questo traguardo finale; così come, d’altra parte, una richiesta tanto radicale non è mai stato avanzata in modo esplicito neanche dall’industria dell’automotive e dall’organizzazione che la rappresenta nell’Ue, l’Acea. Anche perché non c’era una identità di vedute tra le diverse case automobilistiche, che comunque in gran parte si sono già impegnate nella conversione graduale all’elettrico. I costruttori europei chiedono invece da mesi che si trovi una soluzione per ritardare, ridurre o annullare le multe che dovranno pagare nel caso (molto probabile) in cui non riescano a rispettare gli obiettivi intermedi di riduzione delle emissioni di CO2 dalle auto, da conseguire già a partire dalla fine di quest’anno (il 20% in meno rispetto al 2021).


In una lettera inviata il 16 gennaio dall’Acea alla presidenza della Commissione e a quella del Parlamento europeo, questa richiesta è molto chiara: per il 2025 e gli anni immediatamente seguenti, si chiede di rivedere la tabella di marcia per la decarbonizzazione con ‘un percorso realistico’, che sia ‘guidato dal mercato e non dalle multe’; ma non viene mai messa in questione la fine del percorso, al 2035. Una posizione non diversa da quella espressa, il 10 gennaio, da Jean-Philippe Imparato, Chief Operating Officer per l’Europa del gruppo Stellantis, al ‘Motor Show’, di Bruxelles. ‘Il 2035 – aveva sottolineato Imparato parlando con alcuni giornalisti – non è un problema per me oggi. La questione per noi non è il 2035, ma sono i prossimi tre o cinque anni’.


Si è giunti così a una situazione piuttosto paradossale, in cui i rappresentanti politici del centro destra chiedono, a nome dell’industria, di cancellare l’obiettivo 2035, che è molto più di quanto chieda l’industria stessa. Come appare evidente dalle dichiarazioni di un importante esponente di Fratelli d’Italia, il co-presidente del gruppo dei Conservatori europei all’Europarlamento (Ecr), Nicola Procaccini, il 14 gennaio, a margine dell’elezione dell’ex premier polacco Mateusz Morawiecki come nuovo presidente del Partito europeo Ecr, al posto di Giorgia Meloni. Parlando ai giornalisti, Procaccini ha ribadito che bisogna tornare indietro sull’obiettivo 2035 per le auto a zero emissioni, nonostante quanto affermato pochi giorni prima da Imparato, e nonostante il fatto che tutta l’industria europea stia già lavorando per quell’obiettivo. ‘Ritengo – ha detto il co-presidente del gruppo Ecr – che ci sia una non comprensione di quanto detto da Stellantis, e in generale da tutte le case automobilistiche europee, o quantomeno quelle che hanno una presenza in Europa. Il bando dei motori termici al 2035, e in particolare le multe che dovranno scattare già da quest’anno, sono una iattura per tutti’. ‘Ma – ha continuato Procaccini – sgombriamo il campo da ogni dubbio: che ci sia una azienda che produce automobili in Europa che sia favorevole a quanto stabilito nella scorsa legislatura, relativamente al bando dei motori termici, è falso. Non ne esiste una. Questa è una vulgata che si continua a perpetrare a danno della verità’, ha assicurato. Le imprese dell’automotive, ha aggiunto, ‘noi le abbiamo incontrate, le abbiamo audite ufficialmente all’interno del Parlamento europeo, e tutte dicono la stessa cosa: per noi andrebbe rivista questa’ scadenza, ‘tutto andrebbe rivisto, a cominciare dalle multe, naturalmente’.


Curiosamente, la posizione dell’eurodeputato di Fdi sembra divergere, almeno in parte, anche da quella di un suo collega di partito, membro del governo Meloni: Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, che mercoledì 29 gennaio ha incontrato a Bruxelles il commissario per la Mobilità sostenibile, Apostolos Tzitzikostas, il commissario per l’Azione per il clima, Wopke Hoekstra, e la vicepresidente esecutiva Teresa Ribera. Incontrando i giornalisti alla fine della giornata, Urso ha negato che il governo italiano sia contrario all’obiettivo del 2035. ‘Assolutamente: in tutti i nostri documenti – ha riferito – riaffermiamo il target del 2035’. Ma, ha aggiunto, ‘vogliamo raggiungerlo con le imprese europee, e quindi con il lavoro europeo in pieno vigore. Noi chiediamo – ha precisato – di rivedere in maniera complessiva, strutturale e strategica le modalità con cui raggiungere questo obiettivo. Per questo ho detto con estrema chiarezza che vogliamo rivedere i meccanismi infernali delle multe alle case automobilistiche’ che non rispetteranno i limiti alle emissioni. Ma questo, ha avvertito il ministro, ‘non è sufficiente: non basta rimuovere questo ostacolo infernale per rendere competitiva l’industria europea’; farlo ‘è necessario ma non sufficiente. Perciò – ha continuato – ho detto che noi siamo favorevoli a un piano di incentivi europeo omogeneo e duraturo nel tempo, per facilitare l’acquisto di auto ecologicamente sostenibili. Noi non vogliamo aggirare la questione: l’elefante è nella stanza già da molto tempo, non possiamo nasconderlo sotto il tappeto’. ‘Abbiamo bisogno di un piano complessivo, strutturale e strategico su tutti i fronti, per rendere sostenibile l’industria e il lavoro europeo rispetto alla grande sfida, titanica, della Cina e degli Stati Uniti’, ha concluso Urso, che queste cose le ha scritte da mesi in un ‘non paper’ sull’automotive, sostenuto da diversi altri Stati membri. Il nuovo Piano d’azione industriale europeo, che il 5 marzo sarà presentato dal commissario Tzitzikostas, dovrebbe rispondere almeno in parte alle aspettative di Urso e del suo ‘non paper’, e a quelle dell’Acea, con una nuova tabella di marcia, che, non si sa fino a che punto e con quanta ‘flessibilità’ (l’altra parola chiave, accanto a ‘competitività’ di questa nuova fase politica europea), rivedrà le scadenze e gli obblighi previsti in questi primi anni del percorso verso il 2035. L’aspettativa è che proponga anche qualche soluzione alternativa alle multe, o che ne mitighi l’impatto sull’industria (anche se i portavoce della Commissione hanno puntualizzato che la ‘flessibilità’ promessa da von der Leyen non significa necessariamente eliminare le sanzioni); comunque, nessuno si attende, realisticamente, che sia rimesso in discussione il traguardo finale di questo percorso, al 2035, come invece continuano a chiedere i gruppi europei del centro-destra. Ma soprattutto, come si diceva all’inizio, il piano conterrà probabilmente delle proposte di ‘stimolo della domanda’, con ‘il potenziamento e l’armonizzazione degli incentivi all’acquisto’ negli Stati membri, come suggerisce una ‘concept note’ che fa parte dei documenti preparatori del ‘dialogo strutturato’ pubblicati dalla Commissione. Nella sua intervista al ‘Financial Times’, Ribera osservava che ‘ha senso cercare di capire come facilitare le misure (ovvero gli incentivi, ndr) in una prospettiva paneuropea, invece di passare attraverso sussidi nazionali’, che rischierebbero di portare alla competizione di ‘un modello nazionale contro l’altro’; ma avvertiva anche che per definire la portata e le modalità degli incentivi ‘la discussione è ancora in corso’. Un altro segnale di rilievo è venuto da una dichiarazione recente, piuttosto sibillina, di Olaf Scholz all’agenzia Bloomberg, in cui il cancelliere tedesco si è detto ‘compiaciuto del fatto che la presidente della Commissione abbia ora accettato la mia proposta di incentivi all’acquisto armonizzati a livello europeo per le auto elettriche’. Infine, oltre agli incentivi all’acquisto, c’è da aspettarsi che il piano d’azione per l’auto contenga delle misure per accelerare la diffusione delle infrastrutture di ricarica, che in molti paesi membri sono ancora troppo poche. Lo aveva detto chiaro Imparato al Motor Show di Bruxelles: visto che stanno ormai scomparendo gli incentivi nazionali all’acquisto di auto elettriche (laddove c’erano, come in Germania e in Francia, ndr), il ‘messaggio inviato’ alle autorità nazionali ed europee, aveva osservato, è che almeno provvedano a completare la diffusione adeguata e capillare delle infrastrutture necessarie per le ricariche, con una ‘accelerazione in termini di regolamentazione’. I consumatori, aveva rilevato in sostanza il responsabile di Stellantis per l’Europa, non comprano auto elettriche non solo perché costano troppo, ma anche perché sanno che non ci sono abbastanza colonnine, e perché la ricarica dura due ore invece di una ventina di minuti. La ‘Concept Note’ del dialogo strutturato riconosce proprio questo: che, rispetto a quanto sarebbe necessario per il decollo della domanda di auto elettriche, ‘i consumatori si trovano ad affrontare ancora costi iniziali dei veicoli più elevati e una minore rapidità nella diffusione delle infrastrutture di ricarica’. In realtà una normativa Ue sulle infrastrutture, con obiettivi obbligatori, è già in vigore, e prevede che entro il 31 dicembre di quest’anno siano installate stazioni di ricarica con potenza di uscita minima di 400 kW, almeno ogni 60 chilometri sugli assi stradali più importanti (quelli della rete centrale transeuropea Rte-T), in ciascuna direzione di viaggio. Un’accelerazione della diffusione delle infrastrutture potrebbe venire da una revisione di questa normativa. Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

La preoccupazione di Mattarella per la technoligarchy, appello a Ue (e Meloni)

La preoccupazione di Mattarella per la technoligarchy, appello a Ue (e Meloni)Roma, 25 gen. (askanews) – “I Paesi dell’Unione si dividono in due categorie: i Paesi piccoli e quelli che non hanno ancora compreso di essere piccoli anch’essi. Soltanto uniti potranno continuare ad assicurare ai loro cittadini, come avviene da oltre settant’anni, un futuro di pace e di diffuso benessere”. Due giorni dopo l’insediamento di Donald Trump, mentre il neo presidente firmava una pioggia di atti esecutivi, Sergio Mattarella ha lanciato da Messina un nuovo appello all’Europa.


Un invito a restare uniti inviato ai leader, a partire da Giorgia Meloni, il cui rapporto privilegiato con il tycoon spaventa molti partner continentali. La premier è stata l’unica leader europea presente al giuramento a Capitol Hill, confermandosi come quella più vicina alla nuova amministrazione Usa. Una posizione guardata con diffidenza, tra gli altri, da Emmanuel Macron, Pedro Sanchez, Donald Tusk. La presidente del Consiglio sa che il ruolo di “ponte” tra Washington e Bruxelles richiede di trovare un equilibrio complicato. Tanto che nel post di X che ha pubblicato subito dopo il giuramento, oltre a fare gli auguri a Trump ha voluto mandare un messaggio di rassicurazione all’Ue: “L’Italia sarà sempre impegnata nel consolidare il dialogo tra Stati Uniti ed Europa, quale pilastro essenziale per la stabilità e la crescita delle nostre comunità”. Quasi una excusatio non petita, che probabilmente ripeterà al summit del 3 febbraio a Bruxelles, il primo incontro dei 27 dopo l’insediamento del presidente americano. Chissà se le chiederanno, in quell’occasione, qualche spiegazione, se qualcuno solleverà preoccupazioni per la relazione con Trump e soprattutto con Elon Musk (il cui fratello è stato ricevuto il 24 gennaio a Palazzo Chigi), primo esponente di quella che in Usa è stata definita “technoligarchy” e che pesantemente è entrato nel dibattito politico europeo, in primo luogo con il sostegno al partito tedesco di estrema destra Afd. Proprio Mattarella era stato tra i primi a lanciare l’allarme per il potere che stanno assumendo le grandi compagnie tecnologiche. Recentemente, nel corso degli auguri natalizi alle alte cariche al Quirinale, aveva parlato degli “oligarchi di diversa estrazione” che agiscono “sempre più spesso come veri e propri contropoteri”. Molti dei quali – aggiungiamo – erano in prima fila al Campidoglio per l’Inauguration day.


A Messina, nella sua lectio, Mattarella ha ripercorso le tappe più significative della storia dell’integrazione europea, arrivando all’oggi, alla “sicurezza” che in tanti ambiti – per i prodotti alimentari, i farmaci, i voli, il contrasto alla criminalità – deriva proprio dalla legislazione comunitaria. “Questo, naturalmente – ha ammesso – non significa ignorare i limiti delle regole europee. Bisogna esserne consapevoli e impegnarsi nel rimuoverli e superarli, agendo con sempre maggiore efficacia per migliorare il funzionamento delle istituzioni dell’Unione”. Oggi in particolare, “il cambiamento climatico, la crisi energetica, la carenza di materie prime essenziali per lo sviluppo tecnologico, i movimenti migratori, la transizione digitale, la difesa, la cybersicurezza non sono problemi risolvibili autonomamente dagli Stati nazionali ma richiedono l’interazione tra parlamenti, esecutivi e amministrazioni nazionali, europee e, se possibile, sovranazionali”. Su questo devono essere fatti molti passi avanti, da un lato perché “nei singoli contesti nazionali si continua troppo spesso a considerare l’Unione europea come un soggetto estraneo agli Stati membri e non – quale effettivamente essa è – come il prodotto della loro interazione e cooperazione”, dall’altro la “limitata coscienza politica, che l’Unione ha di sé stessa, condiziona il suo operare concreto e la rende troppo spesso non adeguatamente risoluta – e quindi tempestiva – dinanzi alle grandi sfide che gli Stati e i popoli europei si trovano ad affrontare”. In un “tornante della storia” in cui a livello internazionale “prevalgono dinamiche fortemente conflittuali e perfino distruttive” deve emergere “l’importanza della comunanza di valori e di principi che rendono gli Stati europei naturalmente vicini e necessariamente solidali nell’affermare i valori di democrazia, dignità umana, libertà, equità sociale, pace”. Servono quindi “scelte coraggiose, superando concezioni miopi dell’identità e dell’interesse nazionale”.


Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

Green Deal, l’avvertimento (giusto) del premier polacco Tusk

Green Deal, l’avvertimento (giusto) del premier polacco TuskRoma, 25 gen. (askanews) – Si può essere a fortemente a favore del Green Deal europeo, sempre più sotto attacco, e tuttavia prestare ascolto e attenzione a una richiesta di ritardare e rivederne una delle misure faro. Perché la sua attuazione, prevista dal 2027, rischia seriamente di provocare proteste sociali contro i governi democratici e contro lo stesso Green Deal, simili a quelle dei “gilets jaunes” in Francia, nel 2018, contro i rincari dei carburanti, ma ancora più radicali ed estese a tutti i paesi europei.


Stiamo parlando della nuova “borsa” europea per la compravendita dei permessi di emissione (Ets2), applicata ai carburanti stradali e ai sistemi di riscaldamento residenziali. E dell’avvertimento secondo cui questa misura, se applicata senza modifiche, “spazzerebbe via tutti i governi democratici in Europa”, lanciato dal premier polacco Donald Tusk (Ppe), nel suo discorso davanti alla plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo, il 22 gennaio, sul programma dell’attuale presidenza semestrale di turno del Consiglio Ue. Tusk, che l’Ue la conosce bene essendo stato presidente del Consiglio europeo dal 2014 al 2019, ha criticato più in generale alcuni effetti negativi del Green Deal sull’economia e la competitività. “Il Green Deal – ha affermato – non può essere una condanna per l’economia europea. Se saremo in bancarotta non convinceremo il mondo a fare alcun cambiamento. Dobbiamo rivedere la legislazione green in termini di oneri, per le aziende e per le persone comuni. L’approccio deve cambiare. Le sanzioni e gli obblighi non funzionano”. Quello che funziona, invece, secondo il premier polacco, sono “gli incentivi e le ricompense” per chi applica misure ambientali, “così come è stato deciso nella riforma della scorsa primavera della Politica agricola comune”.


Bisogna poi “risolvere il problema degli alti prezzi dell’energia – ha sottolineato – perché con questi prezzi saremo semplicemente perdenti nella concorrenza con il resto del mondo”. E a questo punto, un po’ a sorpresa, il premier polacco ha lanciato il suo avvertimento sul nuovo sistema Ets2 di compravendita delle quote di emissione (Ets sta per “Emission Trade System”) adottato nella scorsa legislatura europea, che per la prima volta coinvolgerà non solo gli impianti industriali, ma anche le famiglie, costringendole a pagare l’energia a prezzi ancora più alti per i carburanti fossili utilizzati nel il riscaldamento e per i trasporti su strada. “Oggi, mettendo un momento da parte il mio ruolo di rappresentante della presidenza di turno del Consiglio Ue, ma parlando come politico esperto, vorrei osservare che, se l’Ets2 entrasse in vigore, spazzerebbe via tutti i governi democratici in Europa. Valutate se ne valga la pena”, ha affermato Tusk.


Lo stesso giorno, la portavoce competente della Commissione, Anna-Kaisa Itkonen, ha risposto che “c’è una discussione in corso, sul nuovo sistema Ets e sulla sua revisione, ma certo non per abolirlo”. Recentemente la Repubblica ceca e la Slovacchia hanno chiesto di posticipare l’entrata in vigore dell’Ets2. La normativa in effetti prevede la possibilità di un rinvio di un anno, al 2028, ma solo nel caso in cui i prezzi del gas o del petrolio raggiungano e superino i picchi raggiunti durante la crisi energetica del 2022, in piena crisi energetica causata dalla guerra in Ucraina e dalla manipolazione dei mercati messa in atto dalla Russia.


Una eventuale revisione minima della normativa potrebbe limitarsi ad abbassare, anche sensibilmente, le soglie dei prezzi che farebbero scattare il rinvio dell’entrata in vigore, mentre altre misure potrebbero essere prese separatamente per sostenere le famiglie e le imprese più vulnerabili, con fondi pubblici più consistenti di quelli già previsti oggi per la “povertà energetica”. “Non considerare la proposta di Repubblica Ceca e Slovacchia di posticipare l’entrata in vigore dell’Ets2, potrebbe avere conseguenze negative per le famiglie vulnerabili in Europa”, ha osservato recentemente in una nota una fonte “insospettabile”, l’eurodeputato del M5S (e del gruppo politico della Sinistra) Dario Tamburrano. Insospettabile perché si tratta di un ambientalista convinto, esperto di questioni energetiche, al suo secondo mandato come europarlamentare. “Quando nel 2021 l’impianto normativo dell’Ets2 è stato formulato – spiega Tamburrano -, i prezzi del gas erano molto più bassi; ma oggi, due anni prima dell’entrata in vigore della nuova normativa, sono dell’80% più elevati” rispetto al 2021. “Chiaramente questo significa che quelle valutazioni erano totalmente inadeguate a prevedere l’impatto che il nuovo meccanismo avrà sulle bollette per il riscaldamento residenziale degli europei, che per il 10% oggi versa in una condizione di povertà energetica permanente”. Secondo l’eurodeputato, “i notevoli cambiamenti degli scenari energetici e della condizione sociale dei nostri cittadini e la contemporanea mancanza di reali sostegni economici e informativi alle famiglie per la transizione alle pompe di calore in molti Stati membri, obbligano a un ripensamento delle politiche energetiche e sociali europee attraverso correttivi e rinforzi al Piano sociale per il Clima”. “L’Ue non può permettersi l’autogol di aumentare i costi già alti dell’energia senza che vi siano meccanismi incentivanti adeguati ed accessibili rapidamente e direttamente”, è la conclusione di Tamburrano, simile a quella di Tusk. Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Meloni lunedì da Trump, unica leader europea presente

Meloni lunedì da Trump, unica leader europea presenteRoma, 18 gen. (askanews) – Chissà se Giorgia Meloni è una fan di Nanni Moretti (pensiamo di no), ma sicuramente il tira e molla sulla sua partecipazione all’Inauguration Day è sembrato molto simile al “mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?” di “Ecce Bombo”. Alla fine, dopo giorni di dubbio sulla possibilità di andare o meno a Washington lunedì, la conferma è arrivata con un “a quanto si apprende” diffuso solo venerdì 17 alle 23.08.


Facciamo un passo indietro. Alla conferenza stampa di inizio anno, il 9 gennaio, la premier aveva confermato di essere stata invitata da Trump durante l’incontro di pochi giorni prima a Mar-a-Lago. “Mi fa piacere esserci, lo sto valutando sulla compatibilità di agenda. Se riesco volentieri partecipo”, aveva spiegato nell’incontro con i giornalisti. La presidente del Consiglio, secondo alcune indiscrezioni, avrebbe anche accarezzato l’idea di poter essere la prima leader ricevuta in bilaterale da Trump alla Casa Bianca (il 21), rompendo una “tradizione” che vuole questo incontro riservato al primo ministro britannico, che però non è stato neppure invitato. Dal 9 gennaio la posizione è rimasta fino all’ultimo di dubbio. “Siamo 50-50”, il mantra ripetuto da Palazzo Chigi negli ultimi giorni, fino al messaggio notturno di venerdì. Meloni sarà dunque l’unica leader europea presente, dopo il forfait di Viktor Orban. Insieme a lei, tra gli ospiti, ci sarà il presidente argentino Javier Milei, promotore della cosiddetta “Internazionale sovranista”, mentre l’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro non potrà essere presente perché gli è stato ritirato il passaporto, dato che è sotto indagine per il suo presunto ruolo nel tentato colpo di Stato del gennaio 2023. Non dovrebbero mancare Marion Maréchal, nipote di Marine Le Pen, e Santiago Abascal, numero uno del partito populista spagnolo Vox.


Proprio il “parterre” sembra il principale motivo che ha indotto Meloni a lasciare in sospeso la visita fino all’ultimo momento. Se, come sembra, la sua ambizione è quella di proporsi come “ponte” tra la nuova amministrazione americana e l’Unione europea, la sua presenza a Washington potrebbe essere vista con fastidio a Bruxelles e nelle cancellerie europee, in particolare in Francia e Germania, dove Elon Musk è attivissimo nel sostegno al partito di estrema destra Afd. Evidentemente, però, alla fine ha pesato di più la volontà di rafforzare e mostrare il rapporto privilegiato con il tycoon. Si vedrà alla lunga se il calcolo è stato giusto. Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

Il modello Albania funziona… nel ciclismo

Il modello Albania funziona… nel ciclismoRoma, 18 gen. (askanews) – Il “modello Albania” funziona… per il momento solo nel ciclismo. A tre mesi dall’inaugurazione delle strutture per migranti di Shengjin e Gjader, la collaborazione tra Roma e Tirana si allarga al Giro d’Italia. La corsa rosa, infatti, quest’anno partirà – per la prima volta – proprio dal Paese delle Aquile, in cui si svilupperanno ben tre tappe, a Durazzo, Tirana e Valona. Non è la prima volta che il Giro parte dall’estero, ma tre tappe in terra straniera sono molte, e peraltro importanti: si tratta di una cronometro, nella capitale, e due frazioni di montagna. Poi il trasferimento in Puglia per ripartire alla volta di Roma, dove i ciclisti arriveranno.


Felice, alla presentazione a Roma, il premier albanese e grande amico di Giorgia Meloni Edi Rama: “Fino a qualche anno fa noi eravamo chiusi come la Corea del Nord, l’unico modo per aprirsi al resto del mondo era la radio italiana e seguivamo il Giro d’Italia con Gimondi e Merckx e facevamo il tifo senza vedere le immagini e immaginavamo di poter andare un giorno dall’altra parte del mare. Lo sport ci ha sempre aiutato a sperare e sapevamo che dall’altra parte del mare c’era vita. Vedere oggi l’Albania qui è qualcosa di meraviglioso, sono onorato e grato”. Da parte sua il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sottolineato l’importanza della “diplomazia dello sport” partendo “da un Paese amico e con questo diamo un forte sostegno ai Balcani occidentali che vogliamo entrino presto nella comunità europea. Aprire all’Albania vuol dire che siamo pronti ad accoglierli in Europa”. E i centri per migranti? Secondo Meloni sono pienamente operativi, ma restano vuoti sostanzialmente per una mancanza di “clienti”. “A me pare che le sentenze della Cassazione diano ragione al governo. La Cassazione dice che spetta al governo stabilire quali siano i Paesi sicuri e che conseguentemente il giudice non possa sistematicamente disapplicare il trattenimento dei migranti che arrivano, ma può invece motivare” casi specifici, ha detto nella conferenza stampa di inizio anno. Dunque, ha aggiunto, “per quello che ci riguarda i centri in Albania sono pronti per essere operativi. Abbiamo un dispositivo pronto a partire in qualsiasi momento; fortunatamente lo scorso anno gli sbarchi sono diminuiti del 60% e negli ultimi giorni si sono quasi azzerati. Però i centri sono pronti ad essere attivati”.


Intanto un altro campo su cui Italia e Albania collaborano è quello dell’energia. Ad Abu Dhabi, a margine della Sustainability Week, il governo italiano, quello albanese e gli Emirati Arabi Uniti hanno firmato un accordo (ancora tutto da implementare per essere concreto) per lo sviluppo di energie rinnovabili in Albania e la loro esportazione verso l’Italia tramite un cavo elettrico sottomarino. Un accordo da un miliardo, “con un grande potenziale”, secondo il ministro Gilberto Pichetto Fratin. A Meloni, che proprio ad Abu Dhabi ha spento 48 candeline in compagnia dello staff e della figlia Ginevra, Rama ha donato un foulard disegnato da lui stesso ed è stato protagonista di un siparietto che ha coinvolto – loro malgrado – i giornalisti, nell’unica occasione di contatto con la premier, che però non ha voluto rilasciare dichiarazioni. “Pensano che tu ce l’abbia con loro”, ha detto il primo ministro albanese alla presidente del Consiglio. “Ma come – la replica – abbiamo passato pochi giorni fa tre ore insieme…”. Poi con i cronisti Rama ha rincarato la dose: “Meloni adora la stampa italiana, lo dice sempre: io sono una donna fortunatissima, con questi giornalisti è fantastico, sono perspicaci. Lo dice con piena ammirazione”. Sarà… Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

Europa indietro tutta, la nuova linea dei Conservatori

Europa indietro tutta, la nuova linea dei ConservatoriRoma, 18 gen. (askanews) – Se finora era stata soprattutto Giorgia Meloni a rappresentare, con un certo successo, la nuova linea della destra moderata, e moderatamente europeista, dell’Ecr, con il cambio alla guida del partito europeo dei Conservatori e l’elezione dell’ex premier polacco Mateusz Moraviecki al posto della stessa Meloni alla sua presidenza le cose cambiano: c’è un evidente spostamento della linea politica dell’Ecr verso la destra estremista anti-europea.


Subito dopo la sua elezione, Morawiecki si è espresso in modo chiarissimo contro l’idea di rimuovere il diritto di veto che oggi blocca spesso le decisioni di politica estera europea, rendendo l’Ue incapace di prendere posizione e di agire sulla scena internazionale, e rendendo difficile, quando non impossibile, realizzare quella ‘autonomia geostrategica’ europea che pure era finora promossa e auspicata dallo stesso Ecr, o almeno dalla sua componente italiana, Fdi, e da Giorgia Meloni. Non solo: l’ex premier polacco ha sparato a zero contro la Commissione europea di Ursula von der Leyen, con cui Meloni rivendica, non a torto, di aver costruito un rapporto privilegiato (anche approfittando del vuoto lasciato in questi ultimi tempi dall’estrema debolezza dell’asse franco-tedesco, a causa dei problemi politici interni dei due paesi). Per Morawiecki, la Commissione ha semplicemente ‘usurpato’ i poteri degli Stati nazionali. Addirittura, ha aggiunto, è proprio questa, e non il diritto di veto degli Stati membri, la ragione della debolezza dell’Europa sulla scena mondiale: ‘Non saremo rilevanti se non elimineremo la burocrazia e la centralizzazione del potere a Bruxelles da parte della Commissione europea. Questo è il principale ostacolo affinché l’Europa torni a essere grande’. Una dichiarazione, pronunciata in inglese, (‘for Europe to be great again’)’, che parafrasa non casualmente l’America ‘great again’ di Donald Trump.


Innanzitutto, nel passaggio da Meloni a Morawiecki c’è un cambiamento di prospettiva notevole, a causa della situazione nazionale retrostante. Il nuovo presidente polacco dell’Ecr è espressione del Partito del diritto e della libertà (Pis), che in Polonia sta conducendo una battaglia durissima contro l’attuale premier del Ppe, Donald Tusk, ex presidente del Consiglio europeo, che ha sconfitto l’estrema destra alle ultime elezioni. Il Pis, dopo anni di potere incontrastato e di contrapposizione a Bruxelles da posizioni molto simili a quelle dell’Ungheria di Viktor Orban (salvo che nella posizione riguardo alla Russia), ha dovuto cedere la guida del governo a Tusk. Per Morawiecki, il Ppe è innanzitutto il nemico in casa, che spera di sconfiggere alla prima occasione. Per Meloni, il Ppe a livello nazionale è rappresentato da Forza Italia, il fedele alleato di governo, con cui va d’amore e d’accordo, anche per controbilanciare le pretese dell’altro alleato, la Lega, sempre più radicalizzato a destra e su posizioni anti europee. Questa situazione negli equilibri di potere nazionali è uno dei fattori più importanti della ‘moderazione’ e del pragmatismo mostrati da Meloni e dal suo Fdi sulle questioni europee, dove qualunque accento ideologicamente e radicalmente contrario all’Ue comporterebbe inevitabilmente uno scontro interno con Forza Italia, e imbarazzerebbe quest’ultima di fronte agli europei nel Ppe.


Ma c’è anche un altro elemento, non meno importante, che finora aveva stupito non pochi osservatori internazionali, di sincera evoluzione su posizioni più europeiste da parte di Fdi, riguardo al ruolo dell’Europa nel mondo. E’ l’applicazione logica e conseguente del principio di sussidiarietà, spesso evocato da Meloni e dai politici di Fdi, secondo cui gli Stati devono occuparsi delle questioni nazionali più vicine al loro livello di potere, mentre l’Ue dovrebbe avere tutto il margine necessario per agire laddove le ‘nazioni’ non possono farlo adeguatamente: in politica estera, nella sicurezza e difesa comune, nel commercio estero, nella cosiddetta ‘autonomia geostrategica’, che significa il controllo degli approvvigionamenti delle materie prime e delle catene del valore, e in sostanza in una vera e propria politica industriale europea che rafforzi la competitività delle imprese e ne riduca le dipendenze dai paesi terzi ‘non sicuri’, e che freni la ‘desertificazione industriale’ in atto in diversi comparti. Meloni e Fdi, ci era sembrato di capire, non vogliono che l’Europa, gigante economico come mercato, resti un nano politico a livello mondiale; anche perché in questo modo finisce, e sta finendo, per perdere rapidamente posizioni anche sul piano economico e di mercato. Forse avevamo capito male. Forse il nuovo ‘europeismo moderato’ di Fdi e di Giorgia Meloni era pura tattica, e non una nuova strategia politica. Questo sembra dire, in modo abbastanza chiaro, il ‘manifesto’ politico di Morawiecki, esposto alla stampa subito dopo la sua elezione alla presidenza dell’Ecr, martedì 14 gennaio; e lo hanno confermato anche i due politici più importanti di Fdi al Parlamento europeo, Carlo Fidanza, capodelegazione degli eurodeputati italiani (eletto anche vicepresidente del Partito europeo), e Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo.


‘Non c’è differenza tra noi riguardo al diritto di veto in politica estera’, ha puntualizzato Fidanza durante la conferenza stampa di Morawiecki. Quindi se si presume questo – ha ribadito -, ‘non c’è differenza. Noi siamo d’accordo su questo punto’. Analoga, anche se più elaborata, è stata la risposta di Procaccini. ‘Come si fa – gli abbiamo chiesto – ad avere l’autonomia geostrategica e la potenza geopolitica dell’Europa se si mantiene il diritto di veto nella politica estera? Abbiamo visto che l’Europa rimane un nano politico quando c’è l’Ungheria che si oppone, per esempio, alle decisioni riguardanti le sanzioni contro la Russia’. ‘Per quanto riguarda il discorso del diritto di veto – ha risposto Procaccini -, intanto mi piacerebbe fare un riferimento storico su quante volte è stato posto il diritto di veto; o meglio, quante volte non si sia superato il diritto di veto. Non mi risulta che sia mai accaduto; mi risulta naturalmente che il fatto che una nazione possa porre il proprio veto su una decisione comune abbia favorito una discussione, certamente più lunga di quella che probabilmente ci sarebbe stata senza il veto. C’è stata una maggiore trattativa per arrivare a un compromesso certamente più difficile, più complicato, ma si è sempre raggiunto un compromesso’. ‘Ora – ha affermato il co-presidente del gruppo Ecr al Parlamento europeo, con una sua personale interpretazione della storia dell’integrazione comunitaria -, qui ci sono due modelli: uno è il modello originale dell’Unione europea, che è un modello confederale; e nel modello confederale il diritto di veto è garantito a tutti gli stati nazionali. Dall’altra parte, c’è un modello federalista, rispettabile, legittimo, che chiaramente non prevede il diritto di veto. Ma lasciatemi ribadire una volta ancora che non è il modello originale dell’Unione europea. L’Unione europea nasce come sistema confederale, e noi sosteniamo l’idea originale di Unione europea’. Non è chiaro a quali fonti storiche si riferisca Procaccini, per affermare che il ‘modello originale’ dell’integrazione europea sia quello confederale e non quello federalista. Com’è noto, alle origini dell’integrazione europea, dopo la seconda guerra mondiale, i due ‘modelli’ che si confrontarono furono quello federalista e quello funzionalista. Quest’ultimo ebbe la meglio, soprattutto dopo la bocciatura da parte del Parlamento francese della ratifica del Trattato (di carattere federale) sulla Comunità europea di difesa (Ced), nell’agosto del 1954. Ma i ‘funzionalisti’ come Jean Monnet e Robert Schuman (a cui si deve la fondazione della Ceca, la prima Comunità europea, quella del carbone e dell’acciaio) non erano contrari all’Europa federale: semplicemente, consideravano che era un traguardo finale, da raggiungere cominciando con la messa in comune ‘funzionale’ delle risorse economiche. Sapevamo che uno degli obiettivi politici più importanti di tutta la destra europea, e anche di una buona parte del Ppe (che il suo presidente, Manfred Weber, definisce ora chiaramente di centro-destra e non più di centro come è stato per decenni), è quello di fare marcia indietro su almeno alcuni obiettivi importanti del Green Deal, il piano strategico di trasformazione e crescita economica che era stato il programma principale e più caratterizzante della prima Commissione von der Leyen, cinque anni fa. Ma qui sembra che la retromarcia perorata dall’Ecr (compresa, a questo punto, la sua componente italiana) riguardi molto di più: i Conservatori di Morawiecki chiedono di tornare indietro niente meno che sullo stesso processo d’integrazione europea, con una rinazionalizzazione delle competenze e dei poteri ‘usurpati’ dall’Ue, e in particolare dall’odiata Commissione. E per fare questo, chiamano il Ppe ad allearsi con loro e con l’estrema destra nel Parlamento europeo. ‘Se c’è un’opzione per costruire una coalizione con il Ppe e con i Patrioti per l’Europa (il gruppo di estrema destra, ndr) su alcune cose importanti per noi, possiamo farlo’, ha sottolineato Morawiecki. ‘Oggi l’Ecr è al centro’ nello scacchiere politico europeo. ‘Alla nostra destra ci sono i ‘Patrioti’ e altri (i Sovranisti dell’Esn, ndr); alla nostra sinistra c’è il Ppe’. Insomma, ha concluso il presidente dell’Ecr, ‘il Ppe è ora a sinistra del centro. Questo è fattuale. Ma noi possiamo collaborare con tutti per il bene dell’Europa e per il bene degli stati membri dell’Europa’. Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Le pagelle europee del 2024, a Giorgia 4 a Meloni 8: media 6

Le pagelle europee del 2024, a Giorgia 4 a Meloni 8: media 6Roma, 27 dic. (askanews) – Per la presidente del Consiglio italiana il voto tiene conto di due diverse persone. Da un lato c’è Giorgia, l’esponente politico che pensa di essere ancora all’opposizione, che urla fino a perdere la voce dal palco di Atreju e che pensa di essere accerchiata da nemici che tramano in ogni modo per farla cadere. Dall’altro c’è Meloni, la leader conservatrice moderata che dall’iniziale scetticismo ha saputo conquistare il rispetto e anche la stima di molti colleghi a livello europeo e mondiale.


Giorgia è rinchiusa nel suo ufficio a Palazzo Chigi, con una cerchia sempre più ristretta di persone fidate, sostanzialmente familiari (di sangue o “acquisiti”), annuncia via social grandi risultati, miracoli economici, disoccupazione in calo ma poi in privato si infuria per la manovra che, anche quest’anno, il suo governo fatica a gestire o per i giudici che incredibilmente – secondo lei – bloccano il “modello” Albania. Le grandi riforme – autonomia e premierato – sembrano avviate verso un fallimento, il suo esecutivo sforna a ripetizione decreti, talvolta di dubbio valore, da far approvare a colpi di fiducia, proprio lei che tuonava contro il ricorso a uno strumento che mortifica il Parlamento. Ha il terrore dei “poteri forti” e del “deep state”, vede continui agguati della stampa italiana – che in realtà raramente si ricorda così benevola con un premier – non si fida dei suoi vice né dei suoi ministri (alcuni oggettivamente non adeguati) e l’unico che riteneva all’altezza, Raffaele Fitto, l’ha dovuto mandare in Europa. Pure nel suo partito, si mormora nei corridoi, si sono resi conto che qualcosa non va e anche se ancora nessuno esce allo scoperto cresce l’insofferenza per la guida delle Meloni (Giorgia&Arianna). Dopo due anni abbondanti a Palazzo Chigi, dovrebbe rendersi conto che ha una maggioranza ampia, un’opposizione divisa, una stampa benevola e ancora un vasto consenso. E cominciare a governare. Voto 4. Meloni si trova pienamente a suo agio in quelli che chiama i “tavoli che contano”. A Bruxelles era stata accolta con scetticismo, ma ha saputo ritagliarsi un ruolo importante. La nomina di Fitto come vice presidente esecutivo della Commissione – per lei che aveva votato contro il bis di Ursula von der Leyen – è stata sicuramente un risultato notevole, di cui deve ringraziare anche Antonio Tajani e il Ppe, che hanno “garantito” per l’ex ministro permettendo di superare il cosiddetto “cordone sanitario”. Altro risultato è stato convincere la presidente della Commissione a cambiare linea sui migranti. Che si sia o meno d’accordo con l’approccio di Meloni, sicuramente è riuscita a spostare a destra, su questo tema, l’asse dell’Unione europea. Sull’Ucraina ha preso da subito e mantenuto la linea della fermezza nel sostegno a Kiev, sfidando la contrarietà della Lega. Anche sull’automotive il pressing su von der Leyen per cambiare l’impostazione del green deal sembra che stia producendo un ripensamento. Adesso si sta giocando la carta Trump. Nel corso della campagna elettorale Usa ha evitato di esplicitare un sostegno diretto, ma con la foto di Notre Dame ha già superato gli ultras “Maga” Viktor Orban e Matteo Salvini e grazie anche al legame con Elon Musk si propone di essere il “ponte” tra Washington e Bruxelles. Voto 8.


C’è un momento in cui Giorgia e Meloni si incontrano: quando davanti a loro si trovano i giornalisti. Giorgia Meloni non tiene una conferenza stampa da mesi. L’ultima, obbligata, è stata quella al termine del G7 a giugno. La prossima dovrebbe essere quella che tradizionalmente sarebbe di fine anno, e per la quale non ha dato disponibilità fino al 9 gennaio. Per il resto, sia in Italia che all’estero, Bruxelles compresa, si limita, quando va bene, a dei punti stampa volanti, che sembrano darle la tranquillità psicologica di poter “scappare” in caso di bisogno. Cosa che, a dire il vero, raramente fa. Piuttosto quando qualche domanda è un po’ sgradita, o almeno percepita come tale, Giorgia prevale e allora arrivano la rispostaccia o la battuta sarcastica. Si diceva quando va bene perché seguirla è un po’ percorso a ostacoli e un po’ caccia al tesoro, tra agende incomplete o continuamente modificate, programmi “privati” nelle missioni, contatti frettolosi. Malus per Giorgia Meloni e i rapporto con la stampa: – 1 Voto totale: 5


di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

Le pagelle europee del 2024, von der Leyen 4: opportunista senza visione

Le pagelle europee del 2024, von der Leyen 4: opportunista senza visioneRoma, 27 dic. (askanews) – Ce l’ha fatta, è stata rieletta presidente delle Commissione per altri cinque anni, e ha avuto anche la fiducia del Parlamento europeo per tutti i suoi commissari, nonostante qualche mal di pancia e diversi rospi ingoiati da parte del centro sinistra (Liberali, Socialisti e Democratici, Verdi). Ma il percorso di Ursula von der Leyen verso il secondo mandato è stato tutt’altro che glorioso: non leadership, ma opportunismo politico, non visione europea ma attaccamento al potere, a qualunque costo. Anche quello di rinnegare sé stessa, per come era stata nel suo primo mandato, fino ad accettare ora la prospettiva di fare retromarcia, di smontare una parte della legislazione già adottata del suo Green Deal. E di lasciarsi dettare dai governi di destra e di centrodestra, ormai largamente maggioritari nel Consiglio, la linea su una gestione sempre più da “Fortezza Europa” dell’immigrazione irregolare e dell’asilo; un’area che, andrebbe ricordato e sottolineato, secondo i Trattati Ue è di competenza delle politiche comunitarie, non nazionali.


Perché la priorità oggi è un’altra: non quella di attuare un programma politico da lei proposto e sottoscritto poi dalla coalizione (in realtà inesistente) dei partiti europei che l’hanno eletta, ma di agire come mera esecutrice del programma e delle nuove politiche del Ppe, sempre più impegnato a rincorrere la destra, per non rischiare di perdere voti. Sulle politiche migratorie, oltretutto, von der Leyen rischia di mettere la Commissione in rotta di collisione con la Corte europea di Giustizia e con l’altra Corte europea, quella dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, che potrebbero denunciare e bocciare come contrarie al diritto Ue e al diritto e alle convenzioni internazionali certe proposte annunciate sulla deportazione dei migranti irregolari o sulla criminalizzazione di chiunque li aiuti, invece che dei soli trafficanti.


Per chi aveva creduto in lei e nel suo Green Deal, come “nuova strategia di crescita” e cambiamento di paradigma per l’Europa, von der Leyen si è rivelata una grande delusione. Invece di rivendicare i successi di un programma di trasformazione economica che non aveva precedenti europei se non nel mercato unico del suo grande predecessore Jacques Delors, Ursula l’opportunista ha sostanzialmente avallato, con il suo silenzio, la tesi del Ppe e delle destre, secondo cui in realtà il “Patto verde” era un progetto del socialista olandese Frans Timmermans, il suo ex vicepresidente esecutivo. E tutti suoi, di Timmermans, sono quindi gli “eccessi ideologici” e gli obiettivi irrealistici delle “politiche green”, colpa sua sono le fughe in avanti, l’eccesso di regolamentazione imposto all’industria a scapito della sua competitività. Ecco così redento, scaricandolo su Timmermans, quello che poteva esser visto nel Ppe e tra i Conservatori (compreso Fdi) come un peccato originale di von der Leyen. Che ora è pronta a guidare la reazione conservatrice contro ciò che la sua stessa Commissione aveva voluto e realizzato nella scorsa legislatura, sotto la maligna influenza del suo vicepresidente esecutivo socialista. Von der Leyen, che avrebbe potuto essere ricordata come uno dei pochi grandi presidenti della Commissione, diminuisce sé stessa, rinuncia a un posto importante nella storia europea, perché sa che sarebbe incompatibile con il suo ruolo attuale, con la conservazione del suo potere.


Che poi in realtà è soprattutto il potere del suo team di consiglieri, di cui si fida ciecamente. Questo “inner circle”, guidato dal suo capo di gabinetto Bjoern Seibert, informa e indirizza ogni azione di von der Leyen, lasciandole il ruolo di brava e convincente attrice che recita sul palcoscenico una parte scritta da altri, dietro le quinte. Seibert ha centralizzato il controllo e verticalizzato il potere dentro la Commissione in modo sistematico, con un’idea tutta tedesca di dominazione assoluta: niente gli sfugge, nessuna iniziativa può essere presa, nessuna promozione è possibile senza il suo via libera. Anche la distribuzione di portafogli ai commissari risponde a questa logica, con l’attuazione del principio “divide et impera”: le competenze più importanti non sono mai in mano a una sola persona, ma frammentate, in modo che alla fine, in caso di controversia, prevalga la presidenza, cioé von der Leyen, cioè Seibert. E in tutto questo viene a mancare sempre di più la vera forza della “funzione pubblica europea”: la motivazione integrazionista che aveva caratterizzato la Commissione in passato; oggi è diventata in gran parte un’amministrazione pubblica come qualunque altra, soggetta a un management di tipo anglosassone (nonostante la Brexit) in cui quello che conta sono le performance, l’abilità e le carriere personali dei funzionari, non gli obiettivi europei. “Nella Commissione, ormai di Europa non parla più nessuno”, ci diceva recentemente una funzionaria delusa.


Paradossalmente, insomma, la “presidenzializzazione” perseguita dalla Commissione von der Leyen comporta una mancanza di spessore politico reale da parte della presidente, a cui corrisponde un potere oscuro ma pesantissimo dietro di lei. Con l’inizio del nuovo mandato, si preannuncia una Commissione intergovernativa invece che comunitaria, al servizio degli Stati membri, di alcune lobby economiche e di una determinata parte politica (il Ppe) invece che dell’interesse comune europeo. Una Commissione che rincorre invece di guidare, che rischia di far tornare indietro il disegno europeo. Per tutto questo, la pagella di Ursula von der Leyen è ben al di sotto della sufficienza, anche se si può ancora sperare che non si realizzino tutte le premesse negative. Voto: 4. di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Le pagelle europee del 2024, Gentiloni voto 8: mancherà all’Ue

Le pagelle europee del 2024, Gentiloni voto 8: mancherà all’UeRoma, 27 dic. (askanews) – Paolo Gentiloni ha portato a termine il suo mandato di commissario all’Economia insistendo ad ogni suo intervento pubblico sulla necessità di ricorrere ancora al debito comune europeo per gli obiettivi comuni strategici, come è stato già fatto per il sostegno Ue alla cassa integrazione durante il Covid (programma Sure), per il Pnrr (programma “NextGenerationEU”) e recentemente per un prestito all’Ucraina.


Ostinatamente, ha continuato a indicare una strada che i tabù ideologici dei paesi “frugali”, soprattutto Germania e Olanda, continuavano a escludere a priori, come se non fosse economicamente praticabile. E lo ha fatto anche contro la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, che ha semplicemente ignorato, come se non esistesse, questa ipotesi, anche quando l’ha prospettata Mario Draghi nel suo Rapporto sulla competitività europea. Come commissario all’Economia, Gentiloni è stato sempre brillante, competente, solido, chiaro nelle sue dichiarazioni, correttissimo nei suoi rapporti con la stampa. Attento a far prevalere sempre gli obiettivi, le finalità delle politiche economiche e finanziarie, e soprattutto la necessità di salvaguardare e incoraggiare gli investimenti pubblici e privati, rispetto all’applicazione pedissequa di regole europee che erano state forgiate nella temperie dell’austerità, come risposta sbagliata della “Europa tedesca” alla crisi economica e finanziaria 2008-2014, e in particolare alla crisi del debito sovrano nell’Eurozona del 2011.


Quando c’è stata l’occasione di cambiarle, quelle regole, dopo la sospensione del Patto di stabilità a seguito del Covid, Gentiloni si è impegnato al massimo per cercare soluzioni migliori, più flessibilità, parametri più realistici e applicabili, tempi di aggiustamento finanziario più lunghi, più incentivazione degli investimenti e delle riforme strutturali. La riforma del Patto di stabilità che aveva presentato è stata attaccata dai “frugali”, e con particolare ferocia dal ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner, poi cacciato dal governo dal suo cancelliere Olaf Scholz. E non hanno aiutato la reazione inaspettatamente debole a questi attacchi da parte della Francia e della Spagna, né l’arrendevolezza dell’Italia. Ma alla fine, nonostante i peggioramenti e le “clausole di salvaguardia” aggiuntive, nella riforma (entrata in vigore il 30 aprile scorso) è rimasto l’impianto originario, con la possibilità di spalmare su sette anni invece di quattro il percorso di aggiustamento di bilancio per i paesi in situazione di deficit o debito eccessivo, e con il nuovo indicatore della “spesa primaria netta” che ha sostituito i vecchi parametri difficilmente osservabili o applicabili come la “crescita potenziale”.


Gentiloni ora avrà incarichi internazionali, forse al momento opportuno tornerà in Italia per avere un ruolo di federatore politico della sinistra; e potrebbe ambire, un giorno, al Quirinale. Certo è che è stato uno dei migliori commissari europei espressi dall’Italia in settant’anni. Ci mancherà. Voto: 8


di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

Le pagelle europee del 2024, per Draghi nuova delusione: voto 7-

Le pagelle europee del 2024, per Draghi nuova delusione: voto 7-Roma, 27 dic. (askanews) – E’ brillante e preparatissimo ma nella pratica da quando ha lasciato la Bce la sua è la storia di un desiderio non soddisfatto.


L’ultimo capitolo europeo di Draghi ci ha ricordato il gennaio del 2022 quando era in corsa per la Presidenza della Repubblica. Diciamocelo chiaramente. A Draghi di fare il presidente del Consiglio italiano importava veramente poco: la capacità di mediazione e di ascolto che il ruolo richiede non appare proprio nelle sue corde. Era però quello il necessario passaggio verso il Quirinale. Il patto con Sergio Mattarella – se c’è stato, ma non lo sappiamo – sembrava essere questo: ‘gestisci il Paese in un momento di emergenza e poi vieni al mio posto’. Draghi lo ha fatto, con lui l’Italia ha sicuramente riconquistato prestigio e autorevolezza a livello internazionale (la foto con Emmanuel Macron e Olaf Scholz a bordo del treno per Kiev ne fu la plastica rappresentazione) con un grande beneficio anche sulla stabilità finanziaria. Al momento dell’elezione del presidente della Repubblica, però, Draghi ha mostrato tutti i suoi limiti come politico, a cominciare dall’autocandidatura del “nonno al servizio delle istituzioni”. Il cronista che in quei giorni passeggiava in Transatlantico scambiando due parole con i peones capiva subito che non sarebbe “mai” (il virgolettato è di uno di loro) stato eletto. Solo Draghi non se ne rendeva conto, non avendo pensato di attivare delle “antenne” in quel Parlamento che aveva sempre trattato con un distacco percepito come disgusto. Quando se ne è accorto, tardi, si è mosso molto ma abbastanza scompostamente, bruciandosi definitivamente. Rieletto Mattarella, si è capito che il suo periodo a Palazzo Chigi era finito, è andato avanti galleggiando per qualche mese ma quando si è presentato al Senato il 20 luglio 2022 per la fiducia ha pronunciato un discorso che suonava come: “Mandatemi a casa”. Così è stato.


Anche nel cambio di legislatura europea ci è parso di vedere l’ambizione di Draghi di avere un ruolo nell’Unione. Ursula von der Leyen gli aveva commissionato un Rapporto sulla competitività che l’ex banchiere ha scritto con la consueta competenza, con scrupolo, con grande capacità di ascolto degli attori economici e anche con una visione “politica” dell’Europa. Lo ha presentato con la stessa presidente della Commissione, poi è stato ospite in varie capitali (a Parigi il 13 novembre Macron lo ha accolto al Collège de France con tutti gli onori), ogni volta tenendo discorsi che sono suonati come gli interventi programmatici di un candidato leader. Se nel 2022 era effettivamente candidato alla presidenza della Repubblica, in questo caso partiva “di rincorsa” come la carta da giocare in caso di emergenza. L’emergenza sarebbe stata rappresentata da una clamorosa bocciatura di von der Leyen per il suo secondo mandato. A quel punto l’Europa in crisi politica, stretta da una parte da Putin e dall’altra da Trump, chi altri avrebbe potuto chiamare se non SuperMario? Ci sembra che abbia accarezzato questa prospettiva, ma stando attento, questa volta, ad evitare passi falsi. Soprattutto Macron sembrava contare su di lui piuttosto che su von der Leyen, anche per riconfermare la sua linea contraria al sistema dello “spitzenkandidat”, ovvero alla presidenza della Commissione attribuita automaticamente al “candidato guida” del partito europeo uscito vincente dalle elezioni. Ma poi Macron è entrato nel tunnel della crisi politica francese e la storia è andata in un altro modo, anche questa volta. Come consolazione, Draghi ha visto gran parte delle idee e conclusioni del suo Rapporto sul futuro della competitività dell’Ue copiate e incollate da von der Leyen nelle lettere di missione dei nuovi commissari europei. Voto: 7-


di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli