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Unni-Xiongnu, il primo impero nomade della storia era multietnico

Unni-Xiongnu, il primo impero nomade della storia era multietnicoRoma, 22 apr. (askanews) – Li ricordiamo come i più distruttivi tra i “barbari” che misero fine all’Impero romano. Ma gli Unni, quelli di Attila, hanno probabilmente rappresentato nell’Eurasia antica una grande potenza, il primo “impero nomade”, in grado di spostarsi tra la Cina, dove – ammesso che, come pensano molti storici, siano lo stesso popolo – erano conosciuti col nome di Xiongnu, e l’Occidente. Ma chi erano questi fieri e crudeli cavalieri? Un nuovo studio genetico, pubblicato su Science Advances, ha confermato un fatto che mette nuova luce sulla loro storia: dal punto di vista del Dna si trattava di un popolo molto più articolato di quanto un tempo si pensasse. Inoltre, sempre sulla base di questo studio, si è capito che i Xiongnu assegnavano un ruolo di primo piano alle donne.

L’Impero unno per quasi tre secoli, dal 200 a.C., ha controllato la steppa eurasiatica orientale, dove si trova l’odierna Mongolia, la Cina settentrionale, la Siberia meridionale e l’Asia centrale. Molti storici inoltre suggeriscono anche che il ramo settentrionale degli Xiongnu siano Unni europei. Al suo apice, il primo impero nomade era una forza centrale nelle economie politiche dell’Asia centrale, interna e orientale, creando vaste reti commerciali per importare merci straniere, come il vetro romano, i tessuti persiani, l’argento greco e la seta cinese.

Quello che mancava loro era un sistema di scrittura e gran parte di ciò che si sa dei Xiongnu è stato scritto e tramandato dai suoi principali rivali politici, i cinesi della dinastia Han che governava l’Impero cinese. Gli storici Han indicarono sprezzantamente l’Impero Xiongnu come una semplice élite nomade, senza approfondire troppo i dettagli della loro organizzazione sociale e della loro cultura.

Gli studi hanno avevano già in passato rilevato nei campioni di Dna antico un alto livello di diversificazione genetica, il che fa pensare che l’Impero Xiongnu fosse un’”entità multietnica, multiculturale e multilingue”. Qualcosa di estremamente moderno. Quel che non si sapeva finora era se la diversità al suo interno si organizzasse attorno a cluster culturali omogenei o se vi fosse un livello di mescolanza tale per cui all’interno di una stessa comuniutà vivessero persone di origini diverse.

Gli studiosi hanno condotto un’intensa indagine archeogenetica su tutto il genoma di due cimiteri Xiongnu – un cimitero di alto livello e uno di basso livello – in Mongolia, e hanno generato dati per 19 individui. Da ciò hanno dedotto che sia l’impero nel suo insieme sia le comunità locali che lo componevano presentavano alti livelli di diversità genetica, con gli individui di status più basso maggiormente diversificati, il che fa pensare che provenissero da parti lontane dell’impero. “Ciò suggerisce ulteriormente l’esistenza di un’aristocrazia nell’Impero Xiongnu, che lo status e il potere d’élite fossero concentrati all’interno di sottogruppi specifici della popolazione più ampia”, afferma lo studio. Inoltre, continua, “l’elevata diversità genetica riscontrata tra gli Xiongnu durante tutti i periodi impedisce qualsiasi tentativo significativo di definire un profilo genetico ‘rappresentativo’ di Xiongnu”.

Inoltre, Bryan Miller, coautore dello studio e assistente professore presso l’Università del Michigan, ha affermato al South China Morning Post che lo studio ha rilevato come le donne svolgessero un ruolo importante nell’Impero Xiongnu. “Le nostre indagini di archeogenetica – ha sostenuto – hanno dimostrato che in luoghi come la frontiera occidentale, le donne svolgevano un ruolo significativo nelle interazioni a lunga distanza e nelle alleanze di parentela, ed erano agenti attivi dell’impero assumendo ruoli politici-chiave all’interno di comunità lontane”.

Nel cimitero dell’élite aristocratica, gli autori hanno trovato tombe contenenti i resti di donne adulte sepolte in bare di assi di legno decorate con cavalli, pecore, dischi d’oro e oggetti a mezzaluna che rappresentano il sole e la luna, e pezzi di carri cinesi in bronzo.

“I nostri risultati confermano la lunga tradizione nomade delle principesse d’élite che svolgono ruoli critici nella vita politica ed economica degli imperi, specialmente nelle regioni periferiche – una tradizione iniziata con gli Xiongnu e continuata più di mille anni dopo sotto l’impero mongolo “, ha detto il coautore dello studio Jamsranjav Bayarsaikhan. Del Max Planck Institute tedesco. “Mentre la storia – ha continuato – a volte ha liquidato gli imperi nomadi come fragili e brevi, le loro forti tradizioni non sono mai state infrante”.

Stampa della “Grande Onda” di Hokusai venduta a 2,8 milioni di dollari

Stampa della “Grande Onda” di Hokusai venduta a 2,8 milioni di dollari


Stampa della “Grande Onda” di Hokusai venduta a 2,8 milioni di dollari – askanews.it



Stampa della “Grande Onda” di Hokusai venduta a 2,8 milioni di dollari – askanews.it


















Roma, 23 mar. (askanews) – Una delle opere più iconiche dell’arte giapponese, la xilografia della “Grande onda di Kanagawa” di Katsushika Hokusai, è stata venduta all’asta da Christie’s a New York per 2.76 milioni di dollari, quasi quattro volte la previsione fatta dalla casa d’asta.

La xilografia, che rappresenta barchette di pescatori sotto le acque agitate, con sullo sfondo il monte Fuji, è parte della serie “Trentasei vedute del Monte Fuji” realizzata da Hokusai tra il 1826 e il 1833. Christie’s si aspettava che l’opera sarebbe stata venduta tra 500.000 e 700.000 dollari. Secondo il Wall Street Journal, sei offerenti su sono dati battaglia per 13 minuti facendo levitare il prezzo. L’identità dell’acquirente, inclusa la sua nazionalità, non è stata rivelata.

Hokusai è uno dei maestri della xilografia ukiyo-e, le rappresentazioni del “mondo fluttuante”, che rappresentavano scene della quotidianità, di viaggio o di vita nei bordelli dei quartieri di piacere, oltre a soggetti spiccatamente satirici o erotici. Questa arte caratteristica del periodo Edo (1603-1868) è diventata sinonimo di Giappone – la “Grande onda” è persino rappresentata nei passaporti giapponesi – e ha influenzato molta arte impressionista e pittori come Claude Monet, Edouard Manet, Edgar Degas, Gustav Klimt e Vincent Van Gogh.