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Società, per una donna su due la guida è libertà, ma nei viaggi resiste il gender gap

Società, per una donna su due la guida è libertà, ma nei viaggi resiste il gender gap

Roma, 3 mar. (askanews) – L’8 marzo, la Giornata internazionale della Donna, nasce per celebrare le conquiste legate ai diritti e all’emancipazione femminile. Oggi, a oltre un secolo di distanza, nonostante i progressi compiuti, permangono ancora sfide e bias culturali che possono incidere sulla vita personale e professionale delle donne: dal gender pay gap agli stereotipi legati alla guida.

In occasione della ricorrenza, informa una nota, CamperDays, piattaforma leader in Europa per il noleggio camper, analizza il rapporto tra le donne e la guida, esplorando come questa influisca su libertà, indipendenza e percezioni sociali, attraverso uno studio condotto in collaborazione con l’istituto di ricerca Censuswide.

L’indagine mette in luce che gli stereotipi di genere legati alla guida stanno cambiando, ma non sono ancora del tutto superati. Un quarto dei rispondenti (25%) sostiene che siano diffusi nella società, seppur in misura minore rispetto al passato, mentre una quota analoga (24%) ritiene che non solo esistano, ma che continuino anche a generare pregiudizi nei confronti delle donne-guidatrici. Infine, per il 26%, gli stereotipi sono presenti nella società, ma non incidono più sui comportamenti reali.

Non sorprende che la Gen Z sia la coorte generazionale che più di altre li considera ancora radicati (40%): più attenta e sensibile all’impatto del linguaggio e delle rappresentazioni culturali, si dimostra maggiormente incline a riconoscere la persistenza di stereotipi negativi nella società.

Quando si parla di differenze di genere al volante, la maggior parte del campione concorda sul fatto che l’esperienza di guida sia interamente individuale e non legata al genere (49%); per un 31% le differenze sono principalmente legate alla personalità e non al genere, mentre solamente una piccola minoranza dichiara che le differenze derivino da fattori socio-culturali (18%).

Sebbene il fenomeno del “petrol station anxiety” e della “refuel anxiety” (letteralmente traducibili in italiano come “ansia da stazione di servizio” e “ansia da pompa da benzina”, ossia in senso traslato, l’”amaxofobia”, la paura di guidare) sia in crescita tra i GenZer e la Gen Alpha, la guida è indiscutibilmente sinonimo di empowerment femminile per tutte le fasce demografiche. Per il 44% del campione della survey di CamperDays e Censuswide (dato che sale al 50% tra le donne e al 49% tra la Gen Z), la mobilità individuale equivale all’indipendenza e al controllo sulla propria quotidianità; seguono, come driver di valore, l’incremento della fiducia in sé stesse (33%), la minore dipendenza da terzi o dai trasporti pubblici (32%) e una maggiore percezione di sicurezza personale, soprattutto negli spostamenti notturni o in solitaria (27%).

Tuttavia, nonostante la maggior parte del campione non nutra alcuna apprensione nei confronti delle donne al volante (71%), i dati rivelano come la guida sia ancora spesso associata agli uomini: nella maggior parte dei casi, infatti, il volante nei prossimi viaggi on the road continuerà a essere gestito prevalentemente da uomini (68%), mentre le guidatrici saranno ancora una minoranza (16%).

“I dati della nostra ricerca confermano che la guida è molto più di un semplice spostamento: è uno strumento di autodeterminazione. Sebbene gli stereotipi di genere stiano finalmente perdendo terreno, specialmente tra i più giovani, il divario che ancora osserviamo nella pianificazione dei viaggi on-the-road ci dice che la strada verso una reale parità nelle abitudini quotidiane è ancora in salita. Come CamperDays, il nostro obiettivo è incoraggiare ogni viaggiatore a prendersi la propria libertà, superando quei retaggi culturali che non hanno più motivo di esistere” dichiara Adriana Ramos Neves, Marketing Manager di CamperDays.

Libri, “Opus Dei. Una storia”. González Gullón: conoscere radici per vivere presente

Libri, “Opus Dei. Una storia”. González Gullón: conoscere radici per vivere presente

Roma, 1 mar. (askanews) – “Opus Dei. Una storia”. E’ il titolo del volume di José Luis González Gullón e John F. Coverdale pubblicato (2025) in Italia da Edizioni Ares. Askanews ha intervistato il prof. Gullón, docente presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma, specializzato in storia religiosa contemporanea della Spagna e della storia dell’Opus Dei. Con una prima domanda rivolta allo storico. L’utilizzo dell’articolo indeterminativo “una” in luogo di quello determinativo “la”, cosa sta a significare rispetto a quanto ricostruito dalla ricerca?

R. “Il libro è “una” storia dell’Opus Dei perché ogni storico interpreta il proprio oggetto di studio a partire dal suo percorso umano e intellettuale. Il professor Coverdale e io siamo storici di professione e, allo stesso tempo, membri dell’Opus Dei: questa duplice prospettiva ci ha aiutato sia a comprendere meglio la documentazione consultata sia a lavorare secondo i criteri della ricerca storica accademica. Fin dall’inizio abbiamo ritenuto che non fosse sufficiente ricostruire soltanto gli aspetti istituzionali dell’Opera, ma che fosse necessario raccontare anche le vite delle persone che ne incarnano il messaggio nei più diversi ambiti della società. Per questo mi piace dire che non esiste “la” storia dell’Opus Dei, bensì molte storie: tante quante sono le persone che vivono il suo spirito”.

D. Il volume consta di 700 pagine, coprendo dagli inizi della fondazione fino ai tempi più recenti. C’è qualche documento tra quelli consultati negli archivi della Prelatura così come un evento tra quelli presi in considerazione che l’hanno particolarmente colpita? E questo vostro lavoro storico offre nuove, originali, chiavi di lettura del carisma e della missione apostolica dei membri dell’Opus Dei, quali?

D. “Tra i materiali consultati mi hanno colpito in modo particolare gli scritti, pubblicati e inediti, di san Josemaría Escrivá, nei quali emerge con grande chiarezza la forza spirituale di un fondatore consapevole della propria missione. Attraverso queste fonti ho compreso meglio il nucleo del messaggio ricevuto il giorno della fondazione: la scoperta che la vita secolare stessa è luogo di chiamata divina. Essere uniti a Cristo là dove si vive e si lavora costituisce il cuore dello spirito dell’Opus Dei. Questo carisma prende forma storica in un’istituzione nella quale i membri vivono la fede come appartenenza a una famiglia cristiana, chiamata a santificarsi attraverso il lavoro e le relazioni quotidiane. In questo senso, il nostro studio offre nuove chiavi di lettura mostrando come spirito e sviluppo storico siano profondamente intrecciati”.

D. L’Opus Dei si avvia verso il suo centenario, che ricorrerà nel 2028. Nello scrivere questo libro a chi avete pensato come pubblico di riferimento?

R. “Il libro si rivolge a due categorie di lettori. In primo luogo, ai membri dell’Opera, con l’intento di aiutarli a comprendere più profondamente la propria identità storica. Forse questo è uno dei contributi più importanti che gli storici possono dare di fronte al centenario dell’Opus Dei. Conoscere le proprie radici – con le luci e anche con i limiti – permette infatti di vivere il presente con maggiore sicurezza e di affrontare nuove sfide per il futuro. Allo stesso tempo, il volume è destinato a tutti coloro che desiderano conoscere i principali eventi che hanno segnato la storia dell’Opus Dei durante la vita del fondatore e dei suoi immediati successori. Abbiamo cercato di offrire una narrazione fondata su un metodo storico rigoroso, lontana sia dall’agiografia sia dal saggio apologetico”.

D. Sono in corso di svolgimento, in tutta Italia, incontri di presentazione del volume. Che accoglienza e reazioni registra tra i partecipanti, membri e non membri dell’Opus Dei?

R. “L’accoglienza è stata molto positiva. Durante le presentazioni noto generalmente due tipi di interesse. Da una parte vi è il desiderio di conoscere i fatti storici, in particolare le modalità con cui l’Opus Dei si è diffuso in Italia attraverso persone e iniziative apostoliche. Dall’altra emerge una ricerca più profonda, che potremmo definire spirituale: il desiderio di trascendenza. Molti partecipanti si avvicinano dopo gli incontri per continuare il dialogo e spesso manifestano, esplicitamente o implicitamente, la ricerca di un modo personale di vivere il rapporto con Dio. In queste occasioni mi tornano alla mente le parole che il fondatore scrisse a uno dei primi giovani a cui parlò dell’Opus Dei: “Cerca Cristo, trova Cristo, ama Cristo”.

D. Prof. Gullón, lei è prima di tutto un sacerdote. Cosa ha imparato dalle testimonianze orali che avete raccolto in questa attività?

R. “Nelle centinaia di interviste che ho condotto per questo libro, ho scoperto che ci sono uomini e donne che credono nella divinità dello spirito dell’Opus Dei. Come disse un vescovo di Madrid decenni fa, credono che questo Opus sia veramente Dei, che Dio compia la redenzione dell’umanità in noi e con noi. Alle volte penso che quasi 30.000 persone sono morte nell’Opus Dei, che 30.000 donne e uomini hanno vissuto con la convinzione di essere chiamate a essere uniti a Gesù dove abitano e lavorano. Questa è la rivoluzione silenziosa che si diffonde nella società e nella Chiesa. Non è necessario ritirarsi dal mondo o vederlo come qualcosa di negativo. Si può sentire la voce di Dio nel cuore delle attività ordinarie”.

D. Tra le molte “opere” che avete rappresentato c’è quella di San Raffaele, nata per accompagnare ragazze e ragazzi. Oggi, quale attualità conserva questo impegno educativo dell’Opus Dei e quale risposta può offrire alle domande, alle inquietudini e al disagio dei più giovani?

R. “I giovani rappresentano sempre una speranza per la Chiesa, anche se ogni epoca percepisce come difficile raggiungerli. In realtà questa sfida è sempre esistita, come sanno bene i genitori che accompagnano quotidianamente i figli nel cammino di crescita umana e cristiana. Le istituzioni ecclesiali continuano a offrire occasioni di incontro con Cristo – basti pensare alla Giornata Mondiale della Gioventù – e anche le attività educative e formative dell’Opus Dei si collocano in questo orizzonte. Attraverso l’intercessione di san Raffaele e san Giovanni, si propone ai giovani di scoprire che mettere Cristo al centro della vita non significa perdere qualcosa, ma trovare pienezza. Come ricordava Benedetto XVI, Gesù “non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la vera vita” “.

Al Mic audizione di Gravina in Puglia per il titolo di Capitale Italiana della Cultura 2028

Al Mic audizione di Gravina in Puglia per il titolo di Capitale Italiana della Cultura 2028

Roma, 27 feb. (askanews) – Questa mattina, alle ore 9, nella Sala Spadolini del Ministero della Cultura a Roma, si è svolta l’audizione di Gravina in Puglia per il titolo di Capitale Italiana della Cultura 2028. All’incontro, trasmesso in diretta sui canali istituzionali del Ministero, la delegazione pugliese ha dato vita a un racconto plurale della visione di città, attraverso le voci dell’Amministrazione comunale, del comitato promotore, del mondo culturale e imprenditoriale e della società civile. Nel corso dell’audizione ha preso parola il Presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, che ha pronunciato anche l’appello finale, a testimonianza del sostegno istituzionale a questo percorso. Presente in sala anche l’Assessora regionale alla Cultura Silvia Miglietta.

Dall’introduzione e presentazione della delegazione affidata al Sindaco Fedele Lagreca, alla presentazione del claim “Radici al Futuro” illustrato da Giorgia Floro (team di progettazione); dalla metodologia progettuale esposta da Ivan Iosca (team di progettazione) al programma culturale presentato dalla Direttrice di candidatura Mariarita Costanza: il racconto di Gravina Capitale ha attraversato tutte le dimensioni economiche, sociali e culturali della candidatura.

Particolare attenzione è stata dedicata ai temi della sostenibilità economica, degli effetti attesi e della rigenerazione territoriale, approfonditi da Ignazio Lovero, consigliere delegato per Gravina 2028, Leonardo Patroni Griffi e Michele Andriani, presidente di Andriani Spa, in rappresentanza del mondo imprenditoriale e del comitato promotore.

La risonanza del progetto e l’ecosistema delle relazioni culturali sono stati al centro dell’intervento del presidente Decaro, mentre le istanze generazionali e lo sguardo al futuro sono stati affidati alla voce di Micaela Riviello, giovane studentessa gravinese. In chiusura, il messaggio di Raffaello De Ruggieri, Presidente onorario del Comitato scientifico e già Sindaco di Matera.

Nel corso dell’appello finale, il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro ha dichiarato che “Gravina in Puglia, pur avendo conservato la sua natura ancestrale, ha saputo farsi carico dello sviluppo e della tutela del suo territorio e della sua comunità. Oggi Gravina ha saputo guardare oltre i suoi confini stringendo alleanze strategiche con i Comuni del Geoparco Unesco, una comunità straordinaria e coesa, e con le regioni sorelle, Basilicata e Calabria, così da presentare non una candidatura identitaria ma un percorso collettivo di crescita e di riscatto che non si concentra sul rimpianto ma che invece ha lo sguardo rivolto alla possibilità. Nelle parole scritte nel dossier che accompagna la candidatura di Gravina, che la Regione Puglia sostiene, si legge chiaro il valore dell’accoglienza che rende unica la nostra terra e la nostra cultura”.

“Accogliere – ha proseguito il presidente – è un atto intellettuale e un gesto culturale, sintetizza un’idea di cultura che contiene, trattiene, elabora, genera. Il nostro lavoro non comincia e non finirà oggi perché siamo certi che questo percorso sia la testimonianza più bella di tanti uomini e tante donne che non si sono arresi e che hanno fatto di quelle profonde incisioni scavate dall’erosione dell’acqua nel territorio calcareo delle Murge, la cicatrice su cui scrivere la cronaca di un nuovo viaggio”.

“La candidatura di Gravina a Capitale italiana della Cultura – ha aggiunto l’assessora regionale alla Cultura Silvia Miglietta – interpreta la visione di una cultura che unisce, che cura e che, valorizzando la memoria, punta a costruire futuro. Il progetto nasce da un’energia collettiva che ha già messo in movimento la città, facendo rinascere i suoi luoghi di cultura, rafforzando la collaborazione tra istituzioni, scuole, associazioni e imprese, e rimettendo al centro le persone. Un’energia che ha attraversato la Puglia e superato i confini regionali. Ma Gravina e la Puglia non si candidano soltanto a essere Capitale: si candidano ad assumersi una responsabilità, forti di un percorso già maturo che, a livello regionale, ha fatto della cultura una leva strategica di crescita, coesione e sviluppo. Il dossier di Gravina nasce da questo cammino: un desiderio collettivo, coraggioso e responsabile, che guarda al Mediterraneo come spazio di dialogo e di pace. La differenza tra un sogno e un desiderio è che il primo resta nella testa, mentre il secondo trasforma la realtà. Questo desiderio si vuole realizzare e ha fame di diventare futuro”.

Per il sindaco di Gravina in Puglia Fedele Lagreca, “questa importantissima audizione al Ministero della Cultura rappresenta il momento cruciale di un lungo percorso compiuto dalla comunità che mi onoro di rappresentare. Era un onore oltre che un dovere guidare la delegazione istituzionale insieme all’impareggiabile consigliere delegato Ignazio Lovero, a cui tutti siamo grati per il lavoro instancabilmente svolto in questi mesi, alla giunta e al consiglio comunale. Ho portato qui innanzitutto il mio orgoglio di cittadino e di medico da sempre interessato al benessere della mia gente, ma è al team che ha lavorato al dossier, ai membri del comitato promotore e di quello scientifico, oltre che alla partecipazione dei gravinesi, che va tutto il merito. Comunque vada, e siamo ottimisti e fiduciosi circa l’esito, Gravina ha scritto una pagina indelebile di entusiasmo, passione, coinvolgimento di tutte le sue straordinarie risorse umane e culturali, valorizzazione e riscatto del suo immenso patrimonio storico e ambientale. Soprattutto, ha dimostrato la capacità di farsi interprete di tutto il territorio murgiano e oltre, fino a rappresentare un pezzo importante del Sud. Questa è già una vittoria storica che consegniamo con emozione alle generazioni future”.

La città di Gravina in Puglia resta ora in attesa dell’esito delle audizioni, previsto entro il 28 marzo, consapevole di aver condiviso una visione fondata su identità, partecipazione e responsabilità collettiva.

”Donne al volante, pericolo costante?” Addio ai pregiudizi

”Donne al volante, pericolo costante?” Addio ai pregiudizi

Roma, 25 feb. (askanews) – L’8 marzo, la Giornata internazionale della Donna, nasce per celebrare le conquiste legate ai diritti e all’emancipazione femminile. Oggi, a oltre un secolo di distanza, nonostante i progressi compiuti, permangono ancora sfide e bias culturali che possono incidere sulla vita personale e professionale delle donne: dal gender pay gap agli stereotipi legati alla guida. In occasione della ricorrenza, CamperDays, piattaforma leader in Europa per il noleggio camper, analizza il rapporto tra le donne e la guida, esplorando come questa influisca su libertà, indipendenza e percezioni sociali, attraverso uno studio condotto in collaborazione con l’istituto di ricerca Censuswide.

L’indagine mette in luce che gli stereotipi di genere legati alla guida stanno cambiando, ma non sono ancora del tutto superati. Un quarto dei rispondenti (25%) sostiene che siano diffusi nella società, seppur in misura minore rispetto al passato, mentre una quota analoga (24%) ritiene che non solo esistano, ma che continuino anche a generare pregiudizi nei confronti delle donne-guidatrici. Infine, per il 26%, gli stereotipi sono presenti nella società, ma non incidono più sui comportamenti reali. Non sorprende che la Gen Z sia la coorte generazionale che più di altre li considera ancora radicati (40%): più attenta e sensibile all’impatto del linguaggio e delle rappresentazioni culturali, si dimostra maggiormente incline a riconoscere la persistenza di stereotipi negativi nella società.

Quando si parla di differenze di genere al volante, la maggior parte del campione concorda sul fatto che l’esperienza di guida sia interamente individuale e non legata al genere (49%); per un 31% le differenze sono principalmente legate alla personalità e non al genere, mentre solamente una piccola minoranza dichiara che le differenze derivino da fattori socio-culturali (18%).

Sebbene il fenomeno del “petrol station anxiety” e della “refuel anxiety” (letteralmente traducibili in italiano come “ansia da stazione di servizio” e “ansia da pompa da benzina”, ossia in senso traslato, l’”amaxofobia”, la paura di guidare) sia in crescita tra i GenZer e la Gen Alpha, la guida è indiscutibilmente sinonimo di empowerment femminile per tutte le fasce demografiche. Per il 44% del campione della survey di CamperDays e Censuswide (dato che sale al 50% tra le donne e al 49% tra la Gen Z), la mobilità individuale equivale all’indipendenza e al controllo sulla propria quotidianità; seguono, come driver di valore, l’incremento della fiducia in sé stesse (33%), la minore dipendenza da terzi o dai trasporti pubblici (32%) e una maggiore percezione di sicurezza personale, soprattutto negli spostamenti notturni o in solitaria (27%).

Tuttavia, nonostante la maggior parte del campione non nutra alcuna apprensione nei confronti delle donne al volante (71%), i dati rivelano come la guida sia ancora spesso associata agli uomini: nella maggior parte dei casi, infatti, il volante nei prossimi viaggi on the road continuerà a essere gestito prevalentemente da uomini (68%), mentre le guidatrici saranno ancora una minoranza (16%).

“I dati della nostra ricerca confermano che la guida è molto più di un semplice spostamento: è uno strumento di autodeterminazione. Sebbene gli stereotipi di genere stiano finalmente perdendo terreno, specialmente tra i più giovani, il divario che ancora osserviamo nella pianificazione dei viaggi on-the-road ci dice che la strada verso una reale parità nelle abitudini quotidiane è ancora in salita. Come CamperDays, il nostro obiettivo è incoraggiare ogni viaggiatore a prendersi la propria libertà, superando quei retaggi culturali che non hanno più motivo di esistere” dichiara Adriana Ramos Neves, Marketing Manager di CamperDays.

MiC, presentato programma Matera Capitale Mediterranea Cultura e Dialogo 2026

MiC, presentato programma Matera Capitale Mediterranea Cultura e Dialogo 2026

Roma, 23 feb. (askanews) – Si è svolta questa mattina nella Sala Spadolini del Ministero della Cultura la presentazione del programma di Matera Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026. Alla presenza del Presidente della Giunta della Regione Basilicata, Vito Bardi; del Sindaco di Matera, Antonio Nicoletti; del Consigliere Diplomatico del Ministro Giuli, Clemente Contestabile; e della Direttrice Generale della Fondazione Matera Basilicata 2019, Rita Orlando; è stata tracciata la rotta di ‘Terre Immerse’: una visione che trasforma il Mezzogiorno da periferia a piattaforma strategica di diplomazia culturale.

‘Matera “Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo” accenderà i riflettori sull’appartenenza mediterranea e sulla vocazione culturale delle aree interne del Meridione. È una predisposizione naturale che valorizziamo attraverso le iniziative del “Piano Olivetti”, lanciato dal Ministero della Cultura per irrobustire i presidi culturali dei territori d’Italia. E non è un caso che una delle principali iniziative promosse da Matera Capitale Mediterranea 2026, con il sostegno del Ministero della Cultura, sarà proprio una grande esposizione dedicata al legame tra la città e la figura di Adriano Olivetti. Il sogno di Olivetti era quello di integrare in un intento concorde Stato e società civile, cultura e impresa, segmenti sociali e aree geografiche. Matera incarna oggi quella stessa intuizione: la cultura come motore di innovazione, inclusione e coesione’, le parole del messaggio di saluto inviato alla conferenza del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli.

“La designazione di Matera a Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026 assume una rilevanza strategica per la Basilicata, per l’Italia e per l’intero bacino mediterraneo. È una precisa scelta che conferma il ruolo del nostro Paese come punto di riferimento in una visione fondata sul dialogo, sulla cooperazione e sulla diplomazia culturale. Matera e la Basilicata rafforzano quel ruolo avuto nella storia di crocevia di popoli, di istituzioni e di società civili dell’area euro mediterranea, in piena coerenza con l’impostazione dell’azione di governo nel Mediterraneo. Matera 2026 sarà un’occasione per riaffermare la vocazione internazionale dell’Italia e per promuovere una nuova stagione di collaborazione tra i Paesi del Mediterraneo. Per le celebrazioni auspico il pieno coinvolgimento di tutte le istituzioni lucane e degli operatori turistici del territorio”, ha dichiarato il Presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi.

“La città di Matera propone una visione nuova del Mediterraneo: non più un confine liquido, ma trama culturale che penetra nella terraferma e unisce i popoli. È una descrizione che restituisce al Mezzogiorno un ruolo centrale nello spazio euromediterraneo. Matera, in questo contesto, si propone come baricentro di dialogo, laboratorio di cooperazione tra Europa e Africa, piattaforma di diplomazia culturale capace di generare alleanze durature. Investire in cultura significa investire in infrastrutture civili, in relazioni, in futuro. Il programma tiene insieme istituzioni, comunità, giovani, imprese culturali e territori. Guardiamo con entusiasmo alla Cerimonia di Apertura del 20 marzo: sarà un momento simbolico che darà avvio a un anno di iniziative pensate per rafforzare il dialogo tra le sponde del Mediterraneo”, ha affermato il Sindaco di Matera, Antonio Nicoletti.

“Quando abbiamo scritto ‘Terre Immerse’ prima ancora che ad un palinsesto di eventi, abbiamo provato ad immaginare un radicale capovolgimento geografico, capace di scardinare le storiche dicotomie tra immerso ed emerso, tra aree interne e costiere, tra periferia e centro. All’interno di questa ambiziosa ridefinizione cartografica, la Fondazione consolida e fa evolvere la propria missione istituzionale: operare come una vera e propria cerniera strutturale tra l’Europa e il Mediterraneo, con il compito di estrarre e raffinare quel ‘petrolio immateriale’ che è la cultura. Forti dell’eredità metodologica acquisita nel 2019 come Capitale Europea, ci poniamo oggi quale nodo attivo e connettore strategico tra le reti delle Capitali della Cultura e il bacino euromediterraneo”, le parole della Direttrice Generale della Fondazione Matera Basilicata 2019, Rita Orlando.

Il programma è articolato in quattro grandi filoni tematici, definiti ‘Immersioni’, che attraversano l’intero anno trasformando la città in un “ponte di pietra” tra le sponde del bacino.

Si parte indagando le Stratificazioni (il tempo), dove Matera si fa archivio verticale. In questa sezione spicca la mostra fotografica di Mimmo Jodice, che con il suo inconfondibile sguardo d’autore indagherà l’antichità e la memoria del Mediterraneo e l’esposizione permanente ‘Matera nella storia della fotografia’. Il tempo è esplorato anche attraverso la tradizione orale del Festival del racconto e si chiude guardando verso l’alto con la magia luminosa e poetica dell’evento Matera Cielo Stellato.

Si prosegue esplorando gli Isolamenti (lo spazio), intesi non come limite ma come risorsa di spiritualità e resilienza delle aree interne. Il programma vede l’attivazione della comunità con la Festa internazionale del Vicinato e la spiritualità delle letture collettive multilingue del Cantico delle Creature. L’indagine sullo spazio abbraccia anche la conferenza scientifica ‘Mediterraneo, hub del cambiamento climatico’.

Centrale è il tema delle Contaminazioni (la società), dove il meticciato culturale diventa pratica attiva. Grande rilievo è dato al progetto ‘Suoni Mediterranei’, un vero e proprio ponte sonoro e residenza musicale che unisce in un dialogo diretto i musicisti di Matera e quelli di Tétouan, città marocchina che condivide con Matera il titolo di Capitale Mediterranea della Cultura e del dialogo 2026. Altrettanto centrale è la grande esposizione ‘Adriano Olivetti: Matera e il sogno di una impresa’, un’indagine sul legame tra cultura industriale e territorio capace di rileggere l’utopia comunitaria come modello attuale per il Sud. Il cartellone delle contaminazioni include inoltre diversi Festival tra cui “Matera Mediterranea’, dedicato al dialogo interculturale, ‘Mediterranean playground”, festival dei giochi di strada, e il Festival del design del Mediterraneo. Completano la sezione i dialoghi accorati di ‘Voci dal Mediterraneo’ e i seminari sulla cooperazione euromediterranea attraverso il restauro, curati dall’Istituto Centrale del Restauro di Matera.

Infine, le Transumanze (il movimento) chiudono il cerchio, trasformando migrazioni culturali e spostamenti in atti generativi. Ruolo di primissimo piano nel programma ha la rassegna Italian Screens, Summit mediterraneo del cinema e dell’audiovisivo che riunirà a Matera rappresentanti istituzionali, produttori e operatori: B2B finalizzati all’internazionalizzazione, al consolidamento e all’attivazione di nuove collaborazioni e rassegne cinematografiche, anche in sinergia con i festival di cinema già presenti in città e in dialogo con altri festival del mediterraneo. Il movimento prende forma anche con le performance musicali di Attraversamenti, l’esplorazione virtuale e sull’IA generativa della mostra digitale ‘The sea is closer than you think’, il viaggio librario di ‘Atlanti babelici: la biblioteca errante’ e la conferenza Ex Med sulle politiche strategiche sul Mediterraneo. Le onde sonore della storica festa di Radio 3, Materadio, portano le voci della cultura oltre i confini fisici. A suggellare questo percorso è la ‘Porta della Speranza’, un’opera site-specific d’arte carceraria realizzata con il Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, come soglia fisica e simbolica di accoglienza e dialogo interreligioso

A fare da cornice e collante a queste quattro fasi vi sono incontri trasversali come la rassegna letteraria ‘Mediterranei. Storie, saperi e pratiche del dialogo’, il ciclo ‘Ricerca, Cultura e Sviluppo Mediterraneo’ a cura del Dipartimento per l’innovazione scientifica, umanistica e sociale dell’Università della Basilicata, fino al momento istituzionale conclusivo della Cerimonia di chiusura nella Giornata del Mediterraneo, il 28 novembre 2026.

Esce in Italia la “Trilogia della Borghesia” di Deirdre McCloskey

Esce in Italia la “Trilogia della Borghesia” di Deirdre McCloskeyMilano, 14 apr. (askanews) – Esce in Italia, per Silvio Berlusconi Editore, la “Trilogia della Borghesia”, l’opera monumentale di Deirdre McCloskey, Professoressa emerita di Economia e Storia presso l’Università dell’Illinois a Chicago, una delle massime teoriche del libero mercato.


I volumi – “Le virtù borghesi. Etica per l’età del commercio”; “Dignità Borghese. Perché l’economia non può spiegare il mondo moderno”; “Eguaglianza borghese. Come le idee, non il capitale o le istituzioni, hanno arricchito il mondo” – mettono a fuoco idee, cultura e comportamenti della classe borghese che hanno contribuito alla prosperità del mondo di oggi, accompagnando il lettore verso una nuova definizione del concetto di borghesia. Per un secolo e mezzo, la borghesia è stata disprezzata da élite e intellettuali: i valori borghesi e il capitalismo sono stati inquadrati, infatti, come responsabili della povertà economica fino a quella morale, dalle guerre mondiali allo spaesamento spirituale. All’interno dell’opera “Le virtù borghesi” Deirdre McCloskey dimostra, al contrario, che ilcapitalismo è un fenomeno positivo dell’epoca moderna e contemporanea, al di là di false interpretazioni dell’analisi storica, filosofica ed economica. Per l’autrice, il concetto di “borghesia” non esclude a priori quello di “virtù”, data la connaturalità tra valori borghesi e comportamenti virtuosi. McCloskey, in sintesi, riconosce al capitalismo di avere contribuito ad un progresso non solo materiale ma soprattutto etico e valoriale.


Mettendo a fuoco Sette e Ottocento, la professoressa, nel libro “Dignità borghese” si interroga sulle origini della rivoluzione industriale e dell’ascesa del capitalismo. Secondo McCloskey, le vere cause di tale trasformazione socioeconomica non sono da ricercare nell’ambito di fattori economici, bensì nel cambio di prospettiva assunto dalla retorica dell’epoca: un modo di “raccontare” in positivo tematiche come proprietà privata, commercio e borghesia si è sostituito a quello denigratorio tipico della tradizione. Alla borghesia è stata restituita una dignità intrinseca, sfidando tutti i presupposti ideologici dell’epoca. E’, quindi, l’avvento di una mentalità diversa l’asse portante che spiega il progresso economico. Sotto altra prospettiva sono analizzate le origini della borghesia in “Eguaglianza borghese”, libro conclusivo della trilogia. Qui, McCloskey va al fondo delle teorie più diffuse tra i maggiori economisti, che pongono alla base dello sviluppo economico moderno l’accumulo di capitali dal Settecento in poi. L’autrice dimostra, diversamente, che fu la circolazione di idee come quelle delle pari dignità e libertà a stravolgere un assetto secolare delle gerarchie al potere, favorendo la crescita dell’economia moderna. I nuovi valori hanno collocato sullo stesso piano delle virtù il desiderio di migliorare, attraverso il commercio, le proprie condizioni di vita. Un mutamento culturale così radicale ha permesso la trasformazione socio-economica contemporanea.

Bolaffi, all’asta opere di De Nittis, Boldini, Pellizza da Volpedo

Bolaffi, all’asta opere di De Nittis, Boldini, Pellizza da VolpedoMilano, 10 apr. (askanews) – L’asta di arredi, dipinti e oggetti d’arte di Aste Bolaffi, in programma mercoledì 16 aprile allo Spazio Bolaffi a Torino (corso Verona 34/D), propone 490 lotti, dal XVI secolo al XX secolo, provenienti da prestigiose collezioni private italiane.


Nel catalogo spicca in particolare un importante focus sulla pittura italiana dell’Ottocento con protagonisti di primo piano che hanno lasciato un segno nella storia dell’arte. Tra questi vi sono Giuseppe De Nittis con “L’avvicinarsi del temporale” del 1868 (lotto 421, base d’asta 80 mila euro), esposto all’XI Biennale di Venezia nel 1914 e già in Collezione Sommaruga a Parigi; Giovanni Boldini con “Cavalli lungo la Senna alla porta di Anières” (lotto 413, base 50 mila euro), protagonista di importanti mostre negli anni Trenta-Quaranta e indicato come proveniente dallo studio dell’artista; Giuseppe Pellizza da Volpedo con l’olio su carta del 1894 “Pecore con pastorello”, uno dei numerosi bozzetti eseguiti per il celebre quadro acquistato per il Museo civico d’arte moderna di Torino dalla Galleria Pesaro di Milano, su proposta di Emilio Zani (lotto 430, base 6 mila euro); Armando Spadini con “Ragazzo con aragosta” del 1922, esposto in occasione della prima Quadriennale d’arte nazionale di Roma nel 1931, (lotto 432, base 13 mila euro). Arricchiscono la proposta opere di Antonio Mancini, Giuseppe Palizzi e Giacomo Favretto. Nella selezione di dipinti tra il XVI e il XVII secolo si distinguono, solo per citarne alcuni, l’opera fiamminga del Seicento “Sansone e Dalila” (lotto 39, da 7 mila euro), “Sofonisba che prende il veleno” di scuola veneta del Seicento (lotto 53, da 12 mila euro) e la “Natura morta con globo marittimo e strumenti musicali” attribuita all’artista attivo a cavallo del 1650 Bartolomeo Bettera (lotto 67, da 10 mila euro).


Prestigiosa anche la selezione di arredi, i cui highlight sono un cartel d’applique in bronzo cesellato dorato realizzato dall’illustre orologiaio francese Charles Voisin nel 1745-1749 (lotto 248, base 3.500 euro); un cassettone settecentesco torinese con piano sagomato in alabastro di Busca (lotto 66, base 2 mila euro); un tavolo con piano rotondo in pietre dure e marmi dell’Ottocento (lotto 166, base 1.500 euro); un cabinet francese della seconda metà dell’Ottocento in legno ebanizzato riccamente intarsiato (lotto 271, base 1.500 euro). Infine tra gli oggetti d’arte si segnalano tre rari piatti in terraglia di Giacomo Boselli esposti nel 1939 nella prestigiosa Mostra antica maiolica ligure di Genova e nel 2008 nella mostra Tavole di Re Dogi e Borghesi a Savona (lotto 112, base 1.200 euro), un servizio di bicchieri in argento inglesi di inizio Novecento (lotto 302, base 3.300 euro), alcune piccole porcellane settecentesche di Ginori di grande qualità.

La Bibbia di Cazzullo batte Dicker: libro più venduto del 2024

La Bibbia di Cazzullo batte Dicker: libro più venduto del 2024Venezia, 31 gen. (askanews) – Durante la giornata conclusiva del XLII Seminario di Perfezionamento della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri di Venezia l’Associazione Italiana degli Editori ha comunicato i dieci libri più venduti in Italia nel 2024. Questa la classifica:


1.Il dio dei nostri padri. Il grande romanzo della Bibbia, A. Cazzullo, Harper Collins 2. Un animale selvaggio, J. Dicker, La nave di Teseo


3. La portalettere, F. Giannone, Nord 4. Tatà, V. Perrin, e/o


5. L’età fragile, D. Di Pietrantonio, Einaudi 6. L’orizzonte della notte, G. Carofiglio, Einaudi


7. Come l’arancio amaro, M. Palminteri, Bompiani 8. Il canto dei cuori ribelli, T. Umrigar, Libreria Pienogiorno 9. Domani, domani, F. Giannone, Nord 10. Il passato è un morto senza cadavere, A. Manzini, Sellerio (Ottobre 2024)

Brescia Musei, le migrazioni raccontate dal sudanese Khalid Albaih

Brescia Musei, le migrazioni raccontate dal sudanese Khalid AlbaihBrescia, 14 gen. (askanews) – Raccontare il tema dei diritti umani attraverso l’arte contemporanea. Il progetto della Fondazione Brescia Musei prosegue e arriva a parlare di migrazioni con una mostra dedicata a Khalid Albaih e incentrata sull’illustrazione politica, ma anche su una serie di installazioni e video di grande impatto, che guardano alla storia recente del Sudan. “Da circa due anni – ha detto ad askanews Stefano Karadjov, direttore della Fondazione Brescia Musei – il dramma umanitario del Sudan è il più tragico a livello geopolitico, oltre 20 milioni di sfollati e di profughi. Un Paese distrutto, la sua capitale, un’antica capitale, Khartoum completamente devastata, anche nell’edilizia coloniale britannica bellissima. Un contesto drammatico molto poco conosciuto e per questo di difficile percezione dell’opinione pubblica. Per questo i musei di Brescia hanno scelto di proseguire il proprio ciclo dedicato all’arte contemporanea in rapporto ai diritti umani scegliendo il più importante artista sudanese Khalid Albaih”.


Curata da Elettra Stamboulis nell’ambito anche del Festival della Pace, la mostra raccoglie le opere grafiche di Albaih, che durante le Primavere arabe sono diventate vere e proprie immagini di lotta e che l’artista stesso concepisce come destinate a circolare e a essere utilizzate, ma presenta anche video raccolti sulla Rete che documentano i naufragi in mare oppure installazioni create con i passaporti di veri migranti arrivati poi nel territorio di Brescia all’interno dei quali, come in una tenda, è possibile ascoltare la loro storia. “Si tratta di una sorta di mostra matrice – ha aggiunto il direttore -. Abbiamo da un lato la necessità di raccontare un perfetto sconosciuto per il pubblico italiano, dunque la necessità di raccontare molto bene la sua storia e in questo senso è una piccola antologica. Dall’altra parte avevamo la necessità di intercettare un tema che legasse questo artista alle vicende italiane, mediterranee e europee ed è per questo che abbiamo scelto il taglio tematico del sottotitolo della mostra: Le migrazioni a nord, il tempo delle migrazioni a nord”. Tra le opere anche una scultura divano che ritrae una grande figura femminile, quasi alla Henry Moore, ma in contesto africano. “Si tratta di una realizzazione simbolica della nonna – ha concluso Stefano Karadjov – che in ogni grande famiglia africana rappresenta l’arrocamento ai principi della famiglia, della casa”. Una casa che milioni di persone perdono ogni giorno ai confini di un’Europa che, dagli altri angoli del mondo viene vista come un miraggio, ma anche come qualcosa di crudele e respingente. Come la corona di stelle del Cristo-migrante che è l’immagine simbolo della mostra.

Mostre, Carlo Maratti e i ritratti del Seicento a Palazzo Barberini

Mostre, Carlo Maratti e i ritratti del Seicento a Palazzo BarberiniRoma, 5 dic. (askanews) – A quattrocento anni dalla nascita di Carlo Maratti (Camerano 1625 – Roma 1713) e in occasione della pubblicazione del catalogo ragionato delle sue opere, le Gallerie Nazionali di Arte Antica presentano ‘Carlo maratti e il ritratto. Papi e principi del barocco romano’, una mostra focus a cura di Simonetta Prosperi Valenti Rodinò e Yuri Primarosa che, dal 6 dicembre 2024 al 16 febbraio 2025, porta nelle sale di Palazzo Barberini la produzione ritrattistica del Maestro marchigiano, figura centrale della pittura romana e italiana della seconda metà del Seicento.


Pitture poco noto al grande pubblico, la cui fortuna è legata soprattutto ai quadri di soggetto sacro e alle numerose decorazioni eseguite per le chiese di Roma, Maratti fu nei suoi anni un’istituzione. Fu infatti anche un ritrattista di fama europea che, attraverso queste prove, riuscì a sancire il primato della sua bottega e il suo ruolo di arbitro del gusto artistico sulla scena capitolina per oltre mezzo secolo. Per efficacia realistica, minuziosità d’esecuzione, equilibrio ed espressività, calibrata interazione fra introspezione ed esibizione del ruolo pubblico, e naturalmente per qualità pittorica, le opere in mostra – alcune delle quali restaurate per l’occasione – reggono il confronto con quelle dei migliori specialisti dell’epoca.


La fama europea di Maratti ritrattista si fondava non soltanto sulla sua capacità di coniugare la definizione dei tratti fisionomici con una penetrante indagine del carattere, ma anche nel consegnare il personaggio alla posterità, rappresentandolo tra oggetti resi con grande maestria, e scelti appositamente per svelarne il rango, la professione, il gusto, le aspirazioni e i più reconditi interessi. Artista tra i prediletti da Pietro Bellori, teorico e critico tra i più autorevoli del Seicento, fu infatti l’unico contemporaneo che Bellori comprese nelle sue Vite, tra coloro i quali avevano riportato la pittura alla grandezza della classicità, operando quella selezione del naturale necessaria per arrivare al bello ideale. Non a caso tra i maesti cui entrambi guardarono ci fu Raffaello. E non a caso Maratti fu un grande disegnatore in un momento in cui il disegno si impose come strumento di riconoscimento intellettuale dell’artista.


Nella sala dedicata alla mostra, tra i ritratti capolavoro di Maratti, spiccano i dipinti eseguiti per Clemente IX Rospigliosi e vari membri della famiglia Barberini, alcuni esposti per la prima volta. Il ritratto di Maria Maddalena Rospigliosi Panciatichi (1664) con l’abito migliore del suo corredo, il potente ritratto ufficiale del Principe Maffeo Barberini (1670-1671 circa), il ritratto del cardinale Giacomo Rospigliosi (1680) e, naturalmente, il ritratto del Papa Clemente IX Rospigliosi (1669) per il quale il pittore ebbe l’onore di poter rimanere seduto mentre dipingeva, perché la sua ispirazione non venisse in alcun modo turbata dalla stanchezza.