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Gb, piano Bilancio governo tra risanamento e aumenti alle pensioni

Gb, piano Bilancio governo tra risanamento e aumenti alle pensioniRoma, 22 nov. (askanews) – Il governo della Gran Bretagna ha presentato il suo piano di bilancio per il prossimo anno, contestualmente alla programmazione sulla politica economica per gli anni avvenire che prevede continue riduzioni del deficit-Pil da qui al 2028 e l’obiettivo di riportare il disavanzo sotto il 3% del Pil (il limite previsto dal patto di stabilità Ue, che pure il Regno Unito non è tenuto a rispettare in quanto non più membro dell’Ue) sdal 2025. Le cifre sono state illustrate dal cancelliere allo scacchiere, Jeremy Hunt in una seduta parlamentare a cui partecipa l’esecutivo e il premier Rishi Sunak.

Tuttavia, essendo un bilancio “pre elettorale”, la manovra del governo conservatore fa anche l’occhiolino all’opinione pubblica. Il progetto prevede infatti un aumento delle pensioni pubbliche dell’8,5% a partire dal prossimo aprile e un congelamento delle tasse sugli alcolici dal prossimo agosto, assieme a quello che Hunt ha definito “cambio di passo” sui tagli alle tasse. Secondo i piani dell’esecutivo Gb, il deficit di bilancio dovrebbe calare al 4,5% quest’anno fiscale, al 3% nel 2024-2025 e poi negli esercizi successivi al 2,7%, al 2,3%, all’1,6% fino a portarsi all’1,1% nel 2028-2029. Secondo il cancelliere allo Scacchiere, l’equivalente di ministro delle Finanze, l’inflazione nel Regno dovrebbe tornare al 2% nel 2025, ossia al valore obiettivo perseguito dalla Banca d’Inghilterra.

Guerra in Medio Oriente, Borrell al Parlamento europeo: indignarsi per Gaza non è essere antisemiti

Guerra in Medio Oriente, Borrell al Parlamento europeo: indignarsi per Gaza non è essere antisemitiStrasburgo, 22 nov. (askanews) – Non sostituire l’emotività alla ragione, tornare al rispetto della legge internazionale umanitaria, che oggi Israele sta violando a Gaza come l’aveva violata Hamas con gli attacchi terroristici del 7 ottobre, denunciare i bombardamenti dei civili nella Striscia senza per questo dover essere accusati di antisemitismo, consentire e garantire l’accesso della popolazione agli aiuti umanitari; e prepararsi al ‘giorno dopo’, quando l’Europa dovrà essere all’appuntamento con la storia per riproporre con forza la soluzione dei due Stati, unica garanzia di sicurezza per Israele. E’ quanto ha detto, in estrema sintesi, l’Alto Rappresentante per la Politica estera dell’Ue, Josep Borrell, oggi a Strasburgo, durante il dibattito della plenaria del Parlamento europeo sul conflitto in Medio Oriente.

‘Sono appena tornato – ha esordito Borrell – da una missione di cinque giorni nei paesi del Medio Oriente, nei paesi arabi, in Israele e in Palestina e ho percepito l’intensa emozione con cui lì si vivono gli eventi; ma dovrebbe essere possibile portare avanti il dibattito su quanto sta accadendo, superando l’emotività e con lo sguardo rivolto alla costruzione della pace’. ‘È vero che il 7 ottobre – ha ricordato – il mondo ha visto il più grande massacro di ebrei commesso dopo la Seconda Guerra Mondiale, e che ha visto anche il bombardamento di Gaza, che le Nazioni Unite hanno definito una catastrofe umanitaria senza precedenti. Ma non è una catastrofe naturale, non è né un terremoto né un’alluvione; è una catastrofe prodotta come conseguenza di un blocco che impedisce l’accesso dei beni di prima necessità per la sussistenza della popolazione’.

‘Le stesse Nazioni Unite lo chiamano carneficina (‘carnage’, ndr), massacro, e dovrebbe essere possibile – ha osservato l’Alto Rappresentante – riconoscere il diritto di Israele a difendersi, e allo stesso tempo indignarsi per ciò che sta accadendo ai civili a Gaza e in Cisgiordania. Dovrebbe essere possibile difendere il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato senza essere tacciati di antisemitismo. Dovrebbe essere possibile criticare la politica del governo israeliano, perché i governi di qualsiasi paese possono essere criticati, senza essere accusati di voler male agli ebrei. Non confondiamo le cose. Ma dico anche – ha aggiunto Borrell – che le manifestazioni che presentano il brutto volto dell’antisemitismo non aiutano la causa palestinese, al contrario’. ‘In questo momento – ha rilevato l’Alto Rappresentante – la Corte penale internazionale ha già avviato le indagini per scoprire cosa stia accadendo; il procuratore generale Karim Khan, con cui sono in contatto, ha lanciato seri avvertimenti a tutte le parti in causa, sottolineando che anche Israele ha obblighi chiari rispetto alla guerra che sta conducendo contro Hamas, che sono obblighi non solo morali, ma anche legali. Obblighi derivanti dal diritto dei conflitti armati e che riguardano l’accesso della popolazione ai beni di prima necessità per la propria sussistenza’.

Obblighi che stabiliscono, ha puntualizzato Borrell, ‘che ogni scuola, ogni ospedale, ogni chiesa, ogni moschea sono luoghi protetti e, a meno che non perdano questo status di luoghi protetti a causa del loro utilizzo per scopi militari, devono essere rispettati. E se c’è qualche dubbio sul fatto che abbiano perso questo status, l’aggressore deve presumere che siano ancora protetti, deve offrire la prova che hanno perso il loro status, e deve facilitare la partenza dei civili da quei luoghi in cui sono intrappolati’. ‘Allo stesso modo – ha aggiunto ancora -, anche gli attacchi missilistici indiscriminati da Gaza contro Israele costituiscono violazioni del diritto umanitario internazionale’. ‘Sono stato uno dei primi a dire che impedire l’accesso all’acqua, all’elettricità, ai beni di prima necessità violava il diritto internazionale umanitario; e ora lo dice il procuratore della Corte penale internazionale, non lo dico io, lo dice lui, che ha fermamente ammonito Israele sulla necessità di compiere sforzi visibili senza ulteriori ritardi per consentire la consegna di cibo, medicine e anestetici ai civili’.

‘L’Unione europea – ha continuato Borrell – è estremamente preoccupata per quanto sta accadendo, e in particolare ci siamo pronunciati contro gli attacchi perpetrati dai coloni israeliani contro i civili palestinesi in Cisgiordania, che continuano ad aumentare. A questo ha fatto riferimento anche il procuratore della Corte penale internazionale’. L’Alto Rappresentante ha quindi riconosciuto le divisioni che esistono interne dell’Ue e quanto sia difficile cercare di superarle, riguardo alle posizioni sul conflitto in corso. ‘Sapete – ha detto agli eurodeputati – che rappresento il Consiglio e quindi tutti gli Stati membri. E sapete anche che non è facile, perché a volte gli Stati membri non sono stati allineati sulla stessa posizione. Ad esempio, nel voto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove otto di loro hanno votato a favore della pausa per motivi umanitari, quattro hanno votato contro, e il resto si è astenuto’. Comunque, ‘esiste una posizione comune del Consiglio europeo che difende le pause, le pause al plurale, e i corridoi umanitari, e chiede a Israele che quando esercita il suo diritto alla difesa lo faccia nel rispetto delle leggi umanitarie e delle leggi internazionali che regolano la guerra. Ma finora ci sono state dichiarazioni diverse da parte di diversi leader europei su come viene esercitato questo diritto a difendere Israele; e quando non esiste una posizione comune, l’Alto rappresentante non può rappresentarla. Non può rappresentarla, ma deve continuare a lavorare per costruirla. Deve continuare a lavorare per consentire agli Stati membri di convergere in una posizione che consenta loro di essere una forza geopolitica in questo conflitto’. ‘E’ quello che stiamo cercando di fare – ha proseguito Borrell – con la convinzione che non ci sarà una soluzione militare a questo conflitto, che non si può uccidere un’idea, che l’unico modo di combattere un’idea è avere un’idea migliore. E l’idea migliore non può che essere quella di riconoscere che due popoli che da più di 100 anni lottano per la stessa terra devono e possono convivere, e che la comunità internazionale si impegni in questo’. ‘Da 30 anni, dopo gli accordi di Oslo, ripetiamo che la soluzione sono i due Stati, ma abbiamo fatto poco o nulla per realizzarla. Credevamo che il problema potesse essere risolto e che potessimo dimenticarci dei palestinesi, dal momento che gli stati arabi stavano già facendo la pace con israele. Ma il dramma che è esploso ci dimostra che questo non basta: dobbiamo – ha insistito l’alto rappresentante – fare la pace anche tra Israele e Palestina, e per fare la pace tra Israele e Palestina sarà necessario che tutti, e in particolare noi europei, ci impegniamo a superare il gigantesco dolore che hanno prodotto gli eventi innescati dall’attacco terroristico di Hamas contro i kibbutz vicino al confine di Gaza. Questa può essere un’occasione, un momento affinché si possa costruire la pace, e questo è ciò che intende fare l’Unione europea’. Borrell ha quindi ricordato i tre ‘sì’ e i tre ‘no’ per il futuro di Gaza, che ha proposto recentemente al Consiglio Affari esteri dell’Ue, e che ha così riassunto: ‘Gaza non può essere lasciata sotto il controllo di Hamas, non può essere nuovamente occupata da Israele, e non può essere divisa. L’Autorità Palestinese deve ritornare a Gaza; gli Stati arabi devono impegnarsi, e non solo finanziando la ricostruzione; e anche noi europei dobbiamo essere parte attiva di una soluzione che può avvenire solo attraverso un accordo che consenta ciò che chiediamo da anni, e cioè la convivenza dei due popoli oggi contrapposti, che devono poter condividere la stessa terra e la stessa pace’. Durante la sua replica, alla fine del dibattito, l’Alto Rappresentante ha osservato ancora: ‘Deve essere possibile guardare a entrambi i piatti della bilancia. Bisogna dirlo ancora, ripeterlo ogni volta che è necessario: ciò che è successo il 7 ottobre è qualcosa di assolutamente riprovevole e condannabile, che non può essere giustificato nel nome del diritto e della difesa contro la colonizzazione, nel nome della lotta per costruire uno Stato palestinese, no’. Rispetto a questo, ‘c’è chi mi chiede se i palestinesi non abbiano anche loro il diritto di difendersi; ma l’attacco del 7 ottobre non è stato un atto di difesa, è stato un atto di terrore, con attacchi premeditati ai civili. Bisogna riaffermarlo ogni volta che serve, perché c’è chi non vuole ascoltare quando lo diciamo’. ‘Bisogna dire anche – ha ricordato Borrell – che le molotov lanciate contro la Sinagoga di Berlino e gli slogan nell’altra parte del mondo, a Sydney, contro gli ebrei non hanno niente a che vedere con la solidarietà con il popolo palestinese. Rappresentano l’antico odio contro il popolo ebreo, che ha scritto la peggiore pagina della storia d’Europa, e che dobbiamo combattere ogni giorno senza eccezioni e senza dubbio alcuno. Dobbiamo ripeterlo ancora, e lo facciamo ogni giorno’. ‘Tuttavia – ha ribadito – non per questo non riconosciamo ciò che accade oggi in Cisgiordania, con una colonizzazione che va contro le risoluzioni delle Nazioni Unite, né minimizziamo gli errori che hanno potuto commettere gli uni e gli altri in questa tragedia che dura già da troppo tempo. E se vogliamo parlare della legge, del diritto, allora ascoltiamo il procuratore della Corte penale internazionale, quando ricorda che il suo compito deve essere sviluppato non basandosi sulle emozioni ma su prove oggettive e verificabili. Sappiamo che sta portando a termine le inchieste necessarie per rispondere a quello che ora percepiamo come un dramma e, che deve essere trasformato in atti legali, quando arriverà il momento dell’accusa di fronte alla difesa’. ‘Non sostituiamo – ha esortato Borrell – l’emozione alla ragione; le emozioni stanno a fior di pelle in questa parte del mondo, ma il nostro compito è tentare di superarle, cercare una via da percorrere insieme verso la ricerca di una pace che non potrà essere costruita solo sulla distruzione militare di una organizzazione terroristica, ma sulla speranza del popolo palestinese di poter vivere in libertà e dignità. Senza questo non ci sarà pace, e la pace non è solamente qualcosa che occorre per ragioni morali’. La pace, ha sottolineato ancora l’Alto Rappresentante, è ‘una assoluta necessità, e chi più ha bisogno dell’esistenza dello Stato palestinese è proprio Israele, perché la miglior garanzia di pace e sicurezza per Israele è l’esistenza di uno Stato palestinese, iscritto nell’ordine internazionale e che rispetti la convivenza giusta, ed è su questo che dobbiamo investire’. Oggi è molto difficile parlarne, mentre continua il conflitto ‘ma ci sarà un giorno dopo, ed è allora che l’Unione Europea dovrà essere all’appuntamento con la storia, dovrà essere capace di contribuire di più, non solo come un buon samaritano che aiuta e cerca di minimizzare i danni che gli altri hanno prodotto, ma per evitare che si producono più danni’. L’Ue dovrà contribuire ‘non solo con tutti gli aiuti umanitari, dedicandosi a curare le ferite, ma anche con il suo impegno politico. Perché serve a poco essere curati durante una notte se poi il giorno dopo ti uccidono le bombe’, ha concluso Borrell.

Il Papa ha incontrato in Vaticano familiari degli ostaggi israeliani e palestinesi di Gaza: “Soffrono tanto, tutti”

Il Papa ha incontrato in Vaticano familiari degli ostaggi israeliani e palestinesi di Gaza: “Soffrono tanto, tutti”Città del Vaticano, 22 nov. (askanews) – Papa Francesco ha incontrato in Vaticano i parenti dei rapiti israeliani e anche alcuni dei palestinesi che vivono, sotto i bombardamenti, a Gaza. E filtrano alcuni particolari sugli incontri di stamane. Prima dell’udienza generale in piazza San Pietro, alle 7.30, da quanto si apprende, il Pontefice ha ricevuto a casa Santa Marta 12 familiari dei rapiti da Hamas il 7 ottobre scorso. Un incontro che è durato circa trenta minuti.

Quindi, è stata la volta di un gruppo di dieci, tra musulmani e cristiani, palestinesi che vivono a Gaza che sono stati ricevuti, alle 8 nell’auletta che si trova nell’edificio dell’Aula Paolo VI in Vaticano. I palestinesi erano accompagnati dal parroco di Gaza, padre Gabriel Romanelli e da un sacerdote della Chiesa greco-ortodossa. Anche in questo caso si è trattato di un incontro di circa mezz’ora. Sempre da quanto si apprende, Francesco, come poi ha lui stesso dichiarato al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro, ha vissuto con “angoscia e partecipazione”, gli incontri ascoltando alcune testimonianze dei presenti. Dopo gli incontri si è svolta l’udienza generale in Piazza San Pietro: in Medio Oriente “si è andati oltre la guerra” per finire nel “terrorismo”, ha detto Papa Francesco al termine. Rivolgendosi ai tanti fedeli riuniti per ascoltarlo ha ricordato di aver ricevuto in udienza stamane alcuni civili di Israele e Palestina colpiti dal conflitto, come i parenti dei rapiti.

“Non dimentichiamo di perseverare nella preghiera per quanti soffrano a causa delle guerre. In tante parti del mondo specialmente per le care popolazioni dell’Ucraina, la martoriata Ucraina e di Israele e della Palestina. – ha detto Francesco – Questa mattina ho ricevuto due delegazioni una di israeliani che hanno i parenti come ostaggi a Gaza e un’altra, di palestinesi che hanno dei parenti prigionieri in Israele. Loro soffrono tanto e ho sentito come soffrono ambedue. – ha spiegato il Papa – Le guerre fanno questo ma qui siamo andati oltre le guerre, questa non è guerra, questo è terrorismo. Per favore andiamo avanti con la pregate per la pace. Pregate tanto per la pace”, ha poi chiesto ai fedeli. Il Papa ha, infine, chiesto che sia Dio ad aiutare l’umanità “a risolvere i problemi e non andare avanti con le passioni che alla fine uccidono tutti. Preghiamo per il popolo palestinese, preghiamo per il popolo israeliano. Perché regni la pace”.

M.O., Borrell: indignarsi per Gaza non è essere antisemiti

M.O., Borrell: indignarsi per Gaza non è essere antisemitiStrasburgo, 22 nov. (askanews) – Non sostituire l’emotività alla ragione, tornare al rispetto della legge internazionale umanitaria, che oggi Israele sta violando a Gaza come l’aveva violata Hamas con gli attacchi terroristici del 7 ottobre, denunciare i bombardamenti dei civili nella Striscia senza per questo dover essere accusati di antisemitismo, consentire e garantire l’accesso della popolazione agli aiuti umanitari; e prepararsi al ‘giorno dopo’, quando l’Europa dovrà essere all’appuntamento con la storia per riproporre con forza la soluzione dei due Stati, unica garanzia di sicurezza per Israele. E’ quanto ha detto, in esterema sintesi, l’Alto Rappresentante per la Politica estera dell’Ue, Josep Borrell, oggi a Strasburgo, durante il dibattito della plenaria del Parlamento europeo sul conflitto in Medio Oriente.

‘Sono appena tornato – ha esordito Borrell – da una missione di cinque giorni nei paesi del Medio Oriente, nei paesi arabi, in Israele e in Palestina e ho percepito l’intensa emozione con cui lì si vivono gli eventi; ma dovrebbe essere possibile portare avanti il dibattito su quanto sta accadendo, superando l’emotività e con lo sguardo rivolto alla costruzione della pace’. ‘È vero che il 7 ottobre – ha ricordato – il mondo ha visto il più grande massacro di ebrei commesso dopo la Seconda Guerra Mondiale, e che ha visto anche il bombardamento di Gaza, che le Nazioni Unite hanno definito una catastrofe umanitaria senza precedenti. Ma non è una catastrofe naturale, non è né un terremoto né un’alluvione; è una catastrofe prodotta come conseguenza di un blocco che impedisce l’accesso dei beni di prima necessità per la sussistenza della popolazione’.

‘Le stesse Nazioni Unite lo chiamano carneficina (‘carnage’, ndr), massacro, e dovrebbe essere possibile – ha osservato l’Alto Rappresentante – riconoscere il diritto di Israele a difendersi, e allo stesso tempo indignarsi per ciò che sta accadendo ai civili a Gaza e in Cisgiordania. Dovrebbe essere possibile difendere il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato senza essere tacciati di antisemitismo. Dovrebbe essere possibile criticare la politica del governo israeliano, perché i governi di qualsiasi paese possono essere criticati, senza essere accusati di voler male agli ebrei. Non confondiamo le cose. Ma dico anche – ha aggiunto Borrell – che le manifestazioni che presentano il brutto volto dell’antisemitismo non aiutano la causa palestinese, al contrario’. ‘In questo momento – ha rilevato l’Alto Rappresentante – la Corte penale internazionale ha già avviato le indagini per scoprire cosa stia accadendo; il procuratore generale Karim Khan, con cui sono in contatto, ha lanciato seri avvertimenti a tutte le parti in causa, sottolineando che anche Israele ha obblighi chiari rispetto alla guerra che sta conducendo contro Hamas, che sono obblighi non solo morali, ma anche legali. Obblighi derivanti dal diritto dei conflitti armati e che riguardano l’accesso della popolazione ai beni di prima necessità per la propria sussistenza’.

Obblighi che stabiliscono, ha puntualizzato Borrell, ‘che ogni scuola, ogni ospedale, ogni chiesa, ogni moschea sono luoghi protetti e, a meno che non perdano questo status di luoghi protetti a causa del loro utilizzo per scopi militari, devono essere rispettati. E se c’è qualche dubbio sul fatto che abbiano perso questo status, l’aggressore deve presumere che siano ancora protetti, deve offrire la prova che hanno perso il loro status, e deve facilitare la partenza dei civili da quei luoghi in cui sono intrappolati’. ‘Allo stesso modo – ha aggiunto ancora -, anche gli attacchi missilistici indiscriminati da Gaza contro Israele costituiscono violazioni del diritto umanitario internazionale’.

‘Sono stato uno dei primi a dire che impedire l’accesso all’acqua, all’elettricità, ai beni di prima necessità violava il diritto internazionale umanitario; e ora lo dice il procuratore della Corte penale internazionale, non lo dico io, lo dice lui, che ha fermamente ammonito Israele sulla necessità di compiere sforzi visibili senza ulteriori ritardi per consentire la consegna di cibo, medicine e anestetici ai civili’. ‘L’Unione europea – ha continuato Borrell – è estremamente preoccupata per quanto sta accadendo, e in particolare ci siamo pronunciati contro gli attacchi perpetrati dai coloni israeliani contro i civili palestinesi in Cisgiordania, che continuano ad aumentare. A questo ha fatto riferimento anche il procuratore della Corte penale internazionale’. L’Alto Rappresentante ha quindi riconosciuto le divisioni che esistono interne dell’Ue e quanto sia difficile cercare di superarle, riguardo alle posizioni sul conflitto in corso. ‘Sapete – ha detto agli eurodeputati – che rappresento il Consiglio e quindi tutti gli Stati membri. E sapete anche che non è facile, perché a volte gli Stati membri non sono stati allineati sulla stessa posizione. Ad esempio, nel voto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove otto di loro hanno votato a favore della pausa per motivi umanitari, quattro hanno votato contro, e il resto si è astenuto’. Comunque, ‘esiste una posizione comune del Consiglio europeo che difende le pause, le pause al plurale, e i corridoi umanitari, e chiede a Israele che quando esercita il suo diritto alla difesa lo faccia nel rispetto delle leggi umanitarie e delle leggi internazionali che regolano la guerra. Ma finora ci sono state dichiarazioni diverse da parte di diversi leader europei su come viene esercitato questo diritto a difendere Israele; e quando non esiste una posizione comune, l’Alto rappresentante non può rappresentarla. Non può rappresentarla, ma deve continuare a lavorare per costruirla. Deve continuare a lavorare per consentire agli Stati membri di convergere in una posizione che consenta loro di essere una forza geopolitica in questo conflitto’. ‘E’ quello che stiamo cercando di fare – ha proseguito Borrell -, con la convinzione che non ci sarà una soluzione militare a questo conflitto, che non si può uccidere un’idea, che l’unico modo di combattere un’idea è avere un’idea migliore. E l’idea migliore non può che essere quella di riconoscere che due popoli che da più di 100 anni lottano per la stessa terra devono e possono convivere, e che la comunità internazionale si impegni in questo’. ‘Da 30 anni, dopo gli accordi di Oslo, ripetiamo che la soluzione sono i due Stati, ma abbiamo fatto poco o nulla per realizzarla. Credevamo che il problema potesse essere risolto e che potessimo dimenticarci dei palestinesi, dal momento che gli Stati arabi stavano già facendo la pace con Israele. Ma il dramma che è esploso ci dimostra che questo non basta: dobbiamo – ha insistito l’Alto Rappresentante – fare la pace anche tra Israele e Palestina, e per fare la pace tra Israele e Palestina sarà necessario che tutti, e in particolare noi europei, ci impegniamo a superare il gigantesco dolore che hanno prodotto gli eventi innescati dall’attacco terroristico di Hamas contro i kibbutz vicino al confine di Gaza. Questa può essere un’occasione, un momento affinché si possa costruire la pace, e questo è ciò che intende fare l’Unione europea’. Borrell ha quindi ricordato i tre ‘sì’ e i tre ‘no’ per il futuro di Gaza, che ha proposto recentemente al Consiglio Affari esteri dell’Ue, e che ha così riassunto: ‘Gaza non può essere lasciata sotto il controllo di Hamas, non può essere nuovamente occupata da Israele, e non può essere divisa. L’Autorità Palestinese deve ritornare a Gaza; gli Stati arabi devono impegnarsi, e non solo finanziando la ricostruzione; e anche noi europei dobbiamo essere parte attiva di una soluzione che può avvenire solo attraverso un accordo che consenta ciò che chiediamo da anni, e cioè la convivenza dei due popoli oggi contrapposti, che devono poter condividere la stessa terra e la stessa pace’. Durante la sua replica, alla fine del dibattito, l’Alto Rappresentante ha osservato ancora: ‘Deve essere possibile guardare a entrambi i piatti della bilancia. Bisogna dirlo ancora, ripeterlo ogni volta che è necessario: ciò che è successo il 7 ottobre è qualcosa di assolutamente riprovevole e condannabile, che non può essere giustificato nel nome del diritto e della difesa contro la colonizzazione, nel nome della lotta per costruire uno Stato palestinese, no’. Rispetto a questo, ‘c’è chi mi chiede se i palestinesi non abbiano anche loro il diritto di difendersi; ma l’attacco del 7 ottobre non è stato un atto di difesa, è stato un atto di terrore, con attacchi premeditati ai civili. Bisogna riaffermarlo ogni volta che serve, perché c’è chi non vuole ascoltare quando lo diciamo’. ‘Bisogna dire anche – ha ricordato Borrell – che le molotov lanciate contro la Sinagoga di Berlino e gli slogan nell’altra parte del mondo, a Sydney, contro gli ebrei non hanno niente a che vedere con la solidarietà con il popolo palestinese. Rappresentano l’antico odio contro il popolo ebreo, che ha scritto la peggiore pagina della storia d’Europa, e che dobbiamo combattere ogni giorno senza eccezioni e senza dubbio alcuno. Dobbiamo ripeterlo ancora, e lo facciamo ogni giorno’. ‘Tuttavia – ha ribadito – non per questo non riconosciamo ciò che accade oggi in Cisgiordania, con una colonizzazione che va contro le risoluzioni delle Nazioni Unite, né minimizziamo gli errori che hanno potuto commettere gli uni e gli altri in questa tragedia che dura già da troppo tempo. E se vogliamo parlare della legge, del diritto, allora ascoltiamo il procuratore della Corte penale internazionale, quando ricorda che il suo compito deve essere sviluppato non basandosi sulle emozioni ma su prove oggettive e verificabili. Sappiamo che sta portando a termine le inchieste necessarie per rispondere a quello che ora percepiamo come un dramma e, che deve essere trasformato in atti legali, quando arriverà il momento dell’accusa di fronte alla difesa’. ‘Non sostituiamo – ha esortato Borrell – l’emozione alla ragione; le emozioni stanno a fior di pelle in questa parte del mondo, ma il nostro compito è tentare di superarle, cercare una via da percorrere insieme verso la ricerca di una pace che non potrà essere costruita solo sulla distruzione militare di una organizzazione terroristica, ma sulla speranza del popolo palestinese di poter vivere in libertà e dignità. Senza questo non ci sarà pace, e la pace non è solamente qualcosa che occorre per ragioni morali’. La pace, ha sottolineato ancora l’Alto Rappresentante, è ‘una assoluta necessità, e chi più ha bisogno dell’esistenza dello Stato palestinese è proprio Israele, perché la miglior garanzia di pace e sicurezza per Israele è l’esistenza di uno Stato palestinese, iscritto nell’ordine internazionale e che rispetti la convivenza giusta, ed è su questo che dobbiamo investire’. Oggi è molto difficile parlarne, mentre continua il conflitto ‘ma ci sarà un giorno dopo, ed è allora che l’Unione Europea dovrà essere all’appuntamento con la storia, dovrà essere capace di contribuire di più, non solo come un buon samaritano che aiuta e cerca di minimizzare i danni che gli altri hanno prodotto, ma per evitare che si producono più danni’. L’Ue dovrà contribuire ‘non solo con tutti gli aiuti umanitari, dedicandosi a curare le ferite, ma anche con il suo impegno politico. Perché serve a poco essere curati durante una notte se poi il giorno dopo ti uccidono le bombe’, ha concluso Borrell.

Domani liberi i primi ostaggi: cosa si sa dell’accordo Hamas-Israele

Domani liberi i primi ostaggi: cosa si sa dell’accordo Hamas-IsraeleRoma, 22 nov. (askanews) – La pausa umanitaria concordata nella notte tra Israele e Hamas, e mediata dal Qatar, per uno scambio tra ostaggi detenuti da Hamas e prigionieri palestinesi nelle carceri dello Stato ebraico, dovrebbe iniziare domani alle 10. A confermarlo, in un’intervista ad al Jazeera, è stato l’esponente di Hamas Moussa Abu Marzouk, ribadendo di fatto alcune informazioni diffuse in tal senso dalla stampa israeliana e dal ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen. L’attesa di qualche ora sarebbe necessaria per la preparazione delle liste preliminari delle persone interessate.

Già questa sera, il movimento estremista palestinese dovrebbe consegnare a Israele un primo elenco di dieci ostaggi che il gruppo sarebbe disposto a rilasciare. Secondo Marzouk, gran parte dei 50 ostaggi che saranno rilasciati dal gruppo avrebbero cittadinanza straniera. Da parte sua, Israele fornirà alla controparte i nominativi dei primi detenuti interessati allo scambio. La tregua, così come concordato, dovrebbe avere la durata di quattro giorni. Allo scadere, gli scontri riprenderanno, anche se da più parti si ipotizza già un’estensione. A questo proposito, il governo di Benjamin Netanyahu è stato chiaro: Israele “continuerà la guerra” per “ottenere l’eliminazione di Hamas e garantire che non vi sia alcuna nuova minaccia per lo Stato di Israele da Gaza”, è stato precisato.

I termini dell’accordo, secondo il Times of Israel, prevedono “il rilascio di 50 cittadini israeliani viventi, per lo più donne e bambini, in gruppi di 12-13 persone al giorno”. Ma non tutti i dettagli dell’intesa sono stati formalmente resi pubblici. Un alto funzionario americano ha spiegato che tra gli ostaggi rilasciati da Hamas dovrebbero esserci anche tre cittadini statunitensi. Tra loro, una bambina di 3 anni i cui genitori figurano tra le oltre 1.200 persone uccise nel massacro del 7 ottobre nel sud di Israele. Il ministero della Giustizia dello Stato ebraico ha già pubblicato un elenco di 300 palestinesi che potrebbero essere rilasciati, con nomi, età e reati compiuti dai detenuti. Solo 150 di loro, però, saranno scelti inizialmente per portare a termine lo scambio. La maggior parte dei prigionieri inseriti nella lista ha 17 o 18 anni: la fascia d’età complessiva è compresa tra i 14 e i 59 anni. La maggioranza dei detenuti – 274 su 300 – è rappresentata da uomini. Tra i reati dei detenuti, sono citati il tentato omicidio, il lancio di una bomba, la creazione di un oggetto esplosivo o incendiario, il lancio di pietre, il contatto con un’organizzazione ostile, le lesioni personali gravi e l’incendio doloso.

Secondo alcuni organi di stampa israeliani, la pausa umanitaria nei combattimenti potrebbe essere prolungata se Hamas dovesse convincersi a rilasciare un numero superiore di ostaggi. Il Times of Israel, in particolare, ha spiegato che almeno altre 30 persone trattenute con la forza dal movimento estremista palestinese potrebbero essere consegnate. La pausa del conflitto potrebbe così essere estesa “di un giorno per ogni gruppo di altri 10 ostaggi israeliani”, ha riferito il giornale. L’informazione è stata confermata prima da un funzionario di governo dello Stato ebraico e poi dallo stesso governo. Israele riterrebbe infatti che Hamas potrebbe potenzialmente localizzare all’incirca altre 30 madri e bambini israeliani oltre ai 50 iniziali, prolungando la durata dell’accordo, ha spiegato una fonte. “Il rilascio di altri 10 ostaggi comporterà un ulteriore giorno di pausa”, ha confermato l’esecutivo. L’accordo, che secondo Axios prevederebbe anche l’autorizzazione a far entrare nella Striscia di gaza “circa 300 camion di aiuti al giorno” dal valico di Rafah, al confine con l’Egitto, è stato accolto con grande soddisfazione da tutti i principali attori internazionali e dalle stesse parti in causa. Hamas lo ritiene “in conformità con la visione di resistenza e determinazione che mira a servire il nostro popolo e rafforzare la sua tenacia di fronte all’aggressione”. Per Israele risponde al “dovere di riportare a casa tutti gli ostaggi”. Dai leader di Stati Uniti e Paesi dell’Unione europea è arrivato l’invito ad approfittare il più possibile della pausa umanitaria per assicurare il massiomo sostegno alla popolazione civile dell’enclave palestinese. Il primo ministro e ministro degli Affari esteri del Qatar, Mohammed bin Abderrahmane Al-Thani, grande mediatore dell’intesa, ha auspicato che la pausa concordata da Hamas e Israele possa condurre a “un accordo globale” per la “fine della guerra” e a “colloqui seri per un processo di pace globale e giusto in conformità con le risoluzioni di legittimità internazionale”. (di Corrado Accaputo)

Guerra in Medio Oriente, come funziona l’accordo Israele-Hamas. Idf avverte: scaduto il tempo continueremo la guerra

Guerra in Medio Oriente, come funziona l’accordo Israele-Hamas. Idf avverte: scaduto il tempo continueremo la guerraRoma, 22 nov. (askanews) – L’accordo raggiunto, con la mediazione del Qatar, tra Israele e Hamas per il rilascio degli ostaggi israeliani, prevede un cessate il fuoco di 4 giorni, che potrebbero salire a 5 con il rilascio di altri ostaggi, la liberazione di circa 140 detenuti palestinesi nelle carceri israeliane e l’autorizzazione a far entrare “circa 300 camion di aiuti al giorno” dall’Egitto. In cambio verrà rilasciato un gruppo di almeno 50 ostaggi, donne e bambini, tra le persone trattenute da Hamas a Gaza dall’attacco del 7 ottobre. Tra i primi dettagli che trapelano, un funzionario americano ha rivelato che in questo primo gruppo di ostaggi figurano tre cittadini americani, tra cui una bambina di 3 anni i cui genitori sono tra le oltre 1.200 persone uccise nel massacro del 7 ottobre nel sud di Israele, ha detto il funzionario.

Dall’altro lato, Israele ha pubblicato un elenco di 300 palestinesi che potrebbero essere rilasciati in base all’accordo raggiunto con Hamas per uno scambio con almeno 50 ostaggi. L’elenco, pubblicato sul sito web del ministero della Giustizia israeliano, include i nomi, l’età e i reati degli aventi diritto. Secondo i termini dell’intesa, all’inizio dovrebbero essere rilasciati solo 150 detenuti. La maggior parte dei prigionieri inseriti nella lista ha 17 o 18 anni: la fascia d’età complessiva è compresa tra i 14 e i 59 anni. La maggioranza dei detenuti – 274 su 300 – è rappresentata da uomini. Sono elencati anche i reati dei detenuti. Tra questi rientrano il tentato omicidio, il lancio di una bomba, la creazione di un oggetto esplosivo o incendiario, il lancio di pietre, il contatto con un’organizzazione ostile, lesioni personali gravi e incendio doloso. Hamas consegnerà già questa sera a Israele una lista preliminare di 10 ostaggi da rilasciare. La parte israeliana consegnerà a sua volta al movimento palestinese una lista di prigionieri che lo Stato ebraico è disposto a liberare in cambio.

E la pausa umanitaria tra Israele e Hamas prevista dall’accordo potrebbe iniziare alle 5:30 di domani, ora italiana. Ma scaduto l’accordo “continueremo la guerra”, ha avvertito Israele. Allo scadere dei termini dell’accordo raggiunto con Hamas per il rilascio di almeno 50 ostaggi in cambio di prigionieri palestinesi, che prevede una pausa nei combattimenti di quattro giorni, Israele “continuerà la guerra”. Lo ha precisato il governo dello Stato ebraico in una dichiarazione ufficiale rilasciata dopo il voto con cui sono stati approvati i termini dell’intesa. “Il governo israeliano ha il dovere di riportare a casa tutti gli ostaggi”, si legge. Il governo ha approvato lo schema del primo passo per raggiungere questo obiettivo, secondo il quale almeno 50 ostaggi – donne e bambini – saranno rilasciati nell’arco di quattro giorni, durante i quali sarà osservata una pausa nei combattimenti. Il rilascio di altri 10 ostaggi comporterà un ulteriore giorno di pausa. Il governo di Israele, l’esercito israeliano e i servizi di sicurezza continueranno la guerra per riportare indietro tutti gli ostaggi, ottenere l’eliminazione di Hamas e garantire che non vi sia alcuna nuova minaccia per lo Stato di Israele da Gaza”, conclude il governo.

M.O., approvato accordo su ostaggi, 4 giorni di cessate il fuoco

M.O., approvato accordo su ostaggi, 4 giorni di cessate il fuocoRoma, 22 nov. (askanews) – I media israeliani riferiscono che il gabinetto israeliano ha votato per approvare l’accordo sugli ostaggi, che, riferisce Haaretz, “comporterebbe lo scambio di ostaggi detenuti dall’organizzazione per i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane .”

Citando un alto funzionario israeliano, Haaretz riferisce che “il piano prevede che Hamas rilasci 30 bambini rapiti, otto madri e altre 12 donne durante un cessate il fuoco di cinque giorni”. La fonte riferisce ad Haaretz che “tutti i rami dei servizi di sicurezza israeliani – l’IDF, lo Shin Bet e il Mossad – sostengono l’accordo pianificato. Il funzionario ha precisato che l’accordo riguarda solo gli israeliani ancora in vita, aggiungendo che Hamas potrebbe rilasciare contemporaneamente cittadini stranieri, in conformità con gli accordi raggiunti con quei paesi”.

Sei ospedali israeliani si starebbero preparando ad accoglieregli ostaggi rilasciati che verrebbero ricoverati in zone speciali senza accesso ai media. Il Times of Israel riporta, citando un anonimo funzionario governativo, che l’accordo votato dal governo israeliano vedrà il rilascio di “50 cittadini israeliani viventi, per lo più donne e bambini, in gruppi di 12-13 persone al giorno”.

“Non ci sono ancora dettagli immediati su come hanno votato i ministri. Mentre la stragrande maggioranza dei 38 ministri del governo ha sostenuto l’accordo, i rappresentanti dei partiti di estrema destra Otzma Yehudit e Sionismo religioso hanno espresso opposizione all’accordo prima dell’incontro”, riferisce il Times of Israel. “Non tutti i dettagli dell’accordo sono stati formalmente resi pubblici, ma martedì un funzionario del governo israeliano ha riferito ai giornalisti che l’accordo prevede il rilascio di 50 cittadini israeliani vivi, per lo più donne e bambini, in gruppi di 12 persone. 13 persone al giorno.”

Fonti del governo israeliano citate dal Times of Israel precisano che il cessate il fuoco dopo l’accordo sugli ostaggi dovrebbe durare almeno 4 giorni.

Guerra in Medio Oriente, cosa prevede il (possibile) accordo per la liberazione degli ostaggi israeliani

Guerra in Medio Oriente, cosa prevede il (possibile) accordo per la liberazione degli ostaggi israelianiNew York, 21 nov. (askanews) – Alcuni funzionari statunitensi hanno riferito a NBC News che è stato raggiunto un accordo provvisorio tra i negoziatori per il rilascio di circa 50 ostaggi. L’accordo è ora in attesa dell’approvazione del governo israeliano.

Allo stato attuale, secondo un alto funzionario americano, l’accordo provvisorio includerebbe in una prima fase lo scambio di circa 50 donne e bambini in ostaggio con circa 150 prigionieri palestinesi detenuti da Israele. I numeri sono soggetti a modifiche. A questo si aggiungerebbe una pausa di quattro-cinque giorni nei combattimenti per consentire lo scambio di ostaggi e l’ingresso di più camion di carburante a Gaza. Israele sceglierà quali prigionieri palestinesi rilasciare, dopo vari controlli di sicurezza. L’accordo includerebbe anche la sospensione dei voli dei droni per un massimo di sei ore al giorno in modo che Hamas possa mettere al sicuro gli ostaggi rimanenti. Alcuni ostaggi sono sotto il controllo di altri gruppi, inclusa la Jihad islamica palestinese. Secondo il funzionario Usa l’accordo, comunque, continua a restare debole e potrebbe saltare da un momento all’altro.

Manovra, Ue: l’Italia non pienamente in linea con le raccomandazioni (e con il tetto di spesa 2024)

Manovra, Ue: l’Italia non pienamente in linea con le raccomandazioni (e con il tetto di spesa 2024)Strasburgo, 21 nov. (askanews) – L’Italia, assieme alla Germania e altri sette paesi dell’Unione Europea ha presentato un progetto di bilancio per il prossimo anno che appare “non pienamente in linea con le raccomandazioni del Consiglio europeo”. E’ il parere pubblicato dalla Commissione europea all’avvio del ciclo del semestre di coordinamento sulle politiche di bilancio per il 2024.

L’Italia – assieme a Austria, Germania, Lussemburgo, Lettonia, Malta, Olanda, Portogallo e Slovacchia – nella categoria intermedia dei paesi non pienamente in linea con le raccomandazioni di bilancio, mentre altri 7 Stati – Cipro, Estonia, Grecia, Spagna, Irlanda, Slovenia, Lituania – risultano virtualmente già “promossi”, dato che secondo la Commissione i progetti di Bilancio che hanno presentato sono in linea con le raccomandazioni. All’opposto per altri quattro Stati – Belgio, Finlandia, Francia e Croazia – secondo Bruxelles i piani di bilancio “non sono in linea con le raccomandazioni”.

Guardando all’Italia, la Commissione “prevede che il disavanzo di bilancio nominale dell’Italia sarà al 4,4% del Pil nel 2024, al di sopra del valore di riferimento del Trattato pari al 3% del Pil, e il rapporto debito pubblico/Pil al 140,6% nel 2024, al di sopra del valore di riferimento del trattato del 60% del Pil, ma – nota la Commissione – 6,5 punti percentuali al di sotto del rapporto debito-Pil di fine 2021”. “Come annunciato nella comunicazione sul semestre europeo 2023, la Commissione – ricorda il parere nel paragrafo 5 – proporrà al Consiglio di avviare procedure per disavanzo eccessivo basate sul disavanzo nella primavera del 2024 sulla base dei dati di risultato per il 2023, in linea con le disposizioni giuridiche esistenti. Gli Stati membri sono stati invitati a tenerne conto nell’esecuzione dei bilanci 2023 e nella preparazione dei documenti programmatici di bilancio per il 2024”.

C’è da aspettarsi, quindi, nella prossima primavera, che la Commissione chieda l’apertura delle procedure per deficit eccessivo per l’Italia e per tutti gli altri paesi (almeno altri otto) che superano il valore di riferimento del 3% rispetto al Pil. La Commissione europea, in particolare, rileva che il piano di Bilancio presentato l’Italia non rispetta pienamente il tetto di spesa previsto per il prossimo anno in base alla raccomandazioni del Consiglio Ue. Il 14 luglio scorso, sulla base delle proposte della Commissione, il Consiglio aveva raccomandato all’Italia un target di aumento nominale della spesa pubblica netta non oltre l’1,3%, dal 2023 al 2024. Su questo punto l’Italia è nominalmente in linea con le raccomandazioni, perché secondo le previsioni economiche d’autunno della Commissione, la spesa pubblica netta aumenterà dello 0,9% nel 2024, rispetto al 2023, ben al di sotto del limite dell’1,3%.

Sostanzialmente, però, nel pacchetto di avvio del semestre europeo presentato oggi a Bruxelles, la Commissione nota che l’aumento della spesa è stato ben maggiore di quanto appare. Il target dell’1,3%, infatti, era basato sulle previsioni economiche della primavera scorsa, che prospettavano un aumento della spesa nel 2023 molto inferiore a quello che poi si è verificato. Questo perché, dopo che il governo italiano ha deciso una riclassificazione dei crediti d’imposta previsti dal Superbonus edilizio, che da esigibili nel 2023 diventeranno inesigibili nel 2024, si è registrata una forte impennata delle richieste del Superbonus nel 2023, con un amento sostanziale della spesa pubblica primaria, pari allo 0,8% del Pil in più rispetto a quanto era stato previsto in primavera. In pratica, la Commissione calcola che, se la raccomandazione sul tetto di spesa per il 2024 fosse stata fatta con i dati reali del 2023, e non sulla base delle previsioni di primavera, l’Italia avrebbe superato il limite per un ammontare equivalente allo 0,6% del Pil. E questo nonostante il fatto che nel 2024 non saranno più esigibili i crediti d’imposta del Superbonus, che comporterà una sostanziale riduzione della spesa pubblica netta rispetto al 2023. “Perciò – si legge al paragrafo 15 del parere della Commissione sui piani di bilancio dell’Italia – la spesa pubblica primaria nazionale netta è valutata come non pienamente in linea con la raccomandazione”. La conclusione su questo punto (paragrafo 20) e che “secondo le previsioni della Commissione, la crescita della spesa primaria netta finanziata a livello nazionale dovrebbe rispettare il tasso di crescita massimo raccomandato nel 2024. Tuttavia, se la spesa netta nel 2023 fosse stata la stessa prevista al momento della raccomandazione, il tasso di crescita risultante della spesa netta nel 2024 sarebbe superiore a quello raccomandato”.

Casa, reddito familiare per l’affitto +33% di quello per acquisto

Casa, reddito familiare per l’affitto +33% di quello per acquistoRoma, 21 nov. (askanews) – Il reddito familiare richiesto per affittare una casa in Italia si aggira intorno ai 28.319 euro netti all’anno, come evidenziato da un’indagine pubblicata da idealista, portale per lo sviluppo tecnologico. Si tratta di una cifra del 33% superiore a quella necessaria per sostenere la rata del mutuo per l’acquisto della stessa abitazione – una casa con due stanze da letto, la tipologia più richiesta da coloro che stanno cercando una nuova soluzione abitativa -, stimato in 21.363 euro netti. A questa cifra bisogna aggiungere un risparmio minimo di 40.682 euro, richiesti come acconto. Tra i principali mercati italiani, Genova presenta la maggiore differenza percentuale tra il reddito netto necessario per l’affitto e per l’acquisto, con una disparità del 70%. Seguono Palermo (60%), Torino (43%), Napoli (22%), Roma (21%), Bologna (20%) e Milano (12%). In modo sorprendente, a Rimini (-22%), il reddito familiare essenziale per l’affitto è inferiore rispetto a quello per l’acquisto. Rimini precede altri 15 centri, tra cui Bolzano e Arezzo (entrambe -14%), quindi Cuneo, Imperia e Matera (tutte -12%).

Il saldo più significativo tra le due operazioni emerge nella città di Biella, dove è necessario avere un reddito superiore del 112% per affittare una casa rispetto all’acquisto. A seguire, si collocano Ragusa (98%), Vicenza (94%), Trapani (86%), e Siracusa (83%). In sintonia con i suoi elevati costi di affitto, Milano richiede il reddito netto più alto per accedere a una casa in affitto: 72.782 euro netti. Seguono Firenze (49.403 euro netti), Bologna (49.039 euro netti), Bolzano (48.786 euro netti) e Venezia (47.743 euro netti). Roma (45.649 euro netti) e Napoli (37.336 euro netti) si collocano rispettivamente all’ottavo e tredicesimo posto nella classifica. Nell’opposto spettro, Vercelli richiede solo un reddito di 11.809 euro per affittare un trilocale.

“I dati di questo studio indicano che il reddito necessario per acquistare una casa, seguendo le raccomandazioni finanziarie (non destinare più del 30% delle proprie entrate mensili all’affitto o al pagamento della rata del mutuo) – commenta Vincenzo De Tommaso, responsabile dell’Ufficio Studi di idealista – è spesso notevolmente inferiore rispetto a quello richiesto per affittare la stessa proprietà. Tuttavia, è essenziale ricordare che l’acquisto richiede investire una parte significativa dei risparmi accumulati nel tempo. L’elevata domanda continua a generare tensioni sui prezzi, portando a un aumento costante che mette a dura prova gli inquilini, limitando la loro capacità di risparmio e favorendo una crescente dipendenza dall’affitto. Per interrompere questo circolo vizioso, è fondamentale adottare politiche di locazione che incrementino l’offerta di case in affitto, riducendo la pressione sui prezzi e favorendo una tendenza al ribasso. Questo, a sua volta, potrebbe migliorare le prospettive di risparmio per i residenti nel futuro”.