Milano, 7 dicembre torna la Prima diffusa: si potrà seguire anche al Mumac

Milano, 7 dicembre torna la Prima diffusa: si potrà seguire anche al Mumac

Milano, 24 nov. (askanews) – In occasione della Prima della Scala 2022, si conferma anche quest’anno, per l’undicesima edizione, l’iniziativa Prima diffusa, con la quale l’opera inaugurale del 7 dicembre viene trasmessa in streaming in diversi luoghi della città di Milano e hinterland. Tra questi c’è il Mumac, Museo della macchina per caffè di Gruppo Cimbali, primo museo d’impresa inserito nel circuito Prima Diffusa curato dal Comune di Milano e Edison.

Il museo con sede a Binasco ospita per la sesta volta – previa prenotazione sul sito mumac.it – oltre 100 persone per assistere in diretta all’inaugurazione della stagione 2022/2023 del Teatro alla Scala, con Boris Godunov di Modest Petrovic Musorgskij con la regia di Kasper Holten. Nella sede del Mumac l’evento sarà preceduto da un’introduzione all’opera a cura del Professor Marco Targa.

https://www.askanews.it/logo_askanews_small.pngNovembre 25, 2022

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Violenza sulle donne, 500 cure gratuite per le cicatrici al volto

Violenza sulle donne, 500 cure gratuite per le cicatrici al volto

Roma, 22 nov. (askanews) – Il 25 novembre si celebra la Giornata Mondiale contro la Violenza sulla Donne. Per offrire alle vittime un aiuto concreto, Biodermogenesi®, la metodologia coperta da brevetto internazionale per la rigenerazione tissutale, con i suoi centri d’eccellenza sull’intero territorio nazionale, rinnova il progetto RigeneraDerma, presentato lo scorso aprile alla Camera dei Deputati, e offre a 500 persone che non possono permetterselo, la cura per le cicatrici.

Testimonial del progetto RigeneraDerma è Filomena Lamberti, la donna salernitana cui, nel 2012, l’ex marito nella notte versò dell’acido su testa, volto, mani e décolleté. A 10 anni di distanza da quel tragico episodio, finalmente la donna sta via via riacquistando la sensibilità dei tessuti. Tanto da riuscire a “sentire nuovamente il vento sul volto”, come lei stessa ha dichiarato. Merito del percorso di terapia con metodologia Biodermogenesi®.

«L’aggressione con acido, conosciuta anche come “vitriolage” è una forma di violenza premeditata che consiste nel gettare una sostanza corrosiva sul corpo di un’altra persona con l’intento di sfigurarla, mutilarla, torturarla o ucciderla. La gravità del danno dipende sia dalla concentrazione della sostanza corrosiva utilizzata che dal tempo in cui essa rimane a contatto con i tessuti. Il comune denominatore degli aggressori è il desiderio di colpire la faccia. Contro la povera signora Lamberti è stato usato l’acido solforico uno degli agenti più aggressivi: ha ricevuto danni gravissimi alle palpebre, labbra, naso, orecchie. La signora ha dovuto subire numerosi interventi di chirurgia plastica che non sono riuscite a restituirle completamente ne l’aspetto né la funzione», spiega il Dottor Bruno Brunetti, Specialista in Dermatologia e Malattie sessualmente trasmissibili e titolare del Centro dermatologico Brunetti di Salerno.

«La metodologia Biodermogenesi® è in grado di recuperare la funzionalità del microcircolo cutaneo, migliorando la qualità della matrice extracellulare e moltiplicando la produzione di collagene e fibre elastiche in tutte le alterazioni cutanee, in particolare sulle cicatrici. Ho trattato le cicatrici della signora Lamberti causate da acido solforico, con 12 sedute Biodermogenesi®», sottolinea la Dottoressa Anna Maria Minichino, Medico Chirurgo e Responsabile dermoestetico del Centro dermatologico Brunetti di Salerno.

«Seduta dopo seduta ho notato un livellamento delle cicatrici che reso la pelle più liscia, compatta ed uniforme; le rughe si sono attenuate ed anche il diverso colore delle cicatrici si è presentato sempre più simile a quello della pelle sana. Alla palpazione di volto e collo effettuata dopo i trattamenti i cordoni cicatriziali presenti sono notevolmente migliorati, divenendo più morbidi ed elastici permettendo alla paziente di poter finalmente inclinare e ruotare la testa senza limitazioni e dolore. L’aspetto professionale per me più gratificante nel dedicarmi alla signora Lamberti è stato quello di averle migliorato la qualità della vita, grazie ad un importante miglioramento delle sue cicatrici, sia funzionale con il recupero della sensibilità delle pelle del volto, che estetico, dando sollievo e speranza ad una paziente così emotivamente provata», continua la Dottoressa Minichino.

«Le cicatrici al volto sono un problema grave in medicina, perché creano conseguenze sulla psiche dell’individuo, alterano l’immagine del sé e diminuiscono la qualità della vita in modo significativo. Oggi abbiamo degli approcci terapeutici sicuramente efficaci, ma occorre sviluppare sempre più le terapie non invasive, in grado di agire in modo sicuro e con una documentata efficacia. Le terapie non invasive sono particolarmente importanti perché possono essere utilizzate più facilmente anche nelle fasce più svantaggiate della popolazione. Proprio per questo hanno un elevato impatto sociale», sottolinea il Professor Andrea Sbarbati, Professore Ordinario dell’Università di Verona.

Oltre alle donne vittime di violenza, il progetto è aperto anche a persone di entrambi i sessi, economicamente svantaggiate. Per tutti, le terapie saranno erogate interamente pro-bono con il medical device Bi-one® LifeTouchTherapy presso i Center of Therapeutic Excellence Biodermogenesi® (CTE) che aderiranno all’iniziativa.

Ogni anno, nei soli Paesi sviluppati vi sono mediamente 100 milioni di persone con nuove cicatrici che riguardano sia il corpo che il volto. Di queste, 55 milioni sono legate ad esiti post-chirurgici elettivi, mentre 25 milioni sono dovute ad interventi chirurgici post-traumatici, i restanti 20 sono di diversa natura. Parlando nello specifico del volto vi sono, inoltre, cicatrici derivanti da trauma, per le quali non si può quantificare il numero annuo, sebbene probabilmente sia più elevato rispetto a quelle chirurgiche.

Allo stato dell’arte non si è affermata una tecnologia che si possa definire universalmente efficace nella terapia delle cicatrici e questo ci ha portati a valutare la sinergia tra campi elettromagnetici e vuoto, anche di conseguenza ad esperienze maturate da Nicoletti e coll. della Cattedra di Chirurgia Plastica dell’Università di Pavia e da Veronese e coll. del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Verona, che hanno ottenuto significativi esiti su cicatrici di ogni genere, comprese quelle lacero-contuse, da trauma e da ustione su collo e volto.

L’esperienza Biodermogenesi® relativa a 25 pazienti gravati da cicatrici da trauma, ustione, da taglio e post-chirurgiche, ha permesso di constatare un importante miglioramento delle cicatrici trattate, sia per quanto riguarda la trama cutanea che per la discromia, ottenendo in alcuni casi anche l’abbronzatura della cicatrice. Da tale esperienza sono derivate un articolo scientifico recentemente pubblicato e il presente progetto RigeneraDerma.

Ecco il progetto per aiutare le vittime

{authorlink}https://www.askanews.it/cronaca/2022/11/22/violenza-sulle-donne-500-cure-gratuite-per-le-cicatrici-al-volto-pn_20221122_00212/http://rss.askanews.it/rss/studionews/topnews.xmlAskanews

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Roma, 22 nov. (askanews) – Il 25 novembre si celebra la Giornata Mondiale contro la Violenza sulla Donne. Per offrire alle vittime un aiuto concreto, Biodermogenesi®, la metodologia coperta da brevetto internazionale per la rigenerazione tissutale, con i suoi centri d’eccellenza sull’intero territorio nazionale, rinnova il progetto RigeneraDerma, presentato lo scorso aprile alla Camera dei Deputati, e offre a 500 persone che non possono permetterselo, la cura per le cicatrici.

Testimonial del progetto RigeneraDerma è Filomena Lamberti, la donna salernitana cui, nel 2012, l’ex marito nella notte versò dell’acido su testa, volto, mani e décolleté. A 10 anni di distanza da quel tragico episodio, finalmente la donna sta via via riacquistando la sensibilità dei tessuti. Tanto da riuscire a “sentire nuovamente il vento sul volto”, come lei stessa ha dichiarato. Merito del percorso di terapia con metodologia Biodermogenesi®.

«L’aggressione con acido, conosciuta anche come “vitriolage” è una forma di violenza premeditata che consiste nel gettare una sostanza corrosiva sul corpo di un’altra persona con l’intento di sfigurarla, mutilarla, torturarla o ucciderla. La gravità del danno dipende sia dalla concentrazione della sostanza corrosiva utilizzata che dal tempo in cui essa rimane a contatto con i tessuti. Il comune denominatore degli aggressori è il desiderio di colpire la faccia. Contro la povera signora Lamberti è stato usato l’acido solforico uno degli agenti più aggressivi: ha ricevuto danni gravissimi alle palpebre, labbra, naso, orecchie. La signora ha dovuto subire numerosi interventi di chirurgia plastica che non sono riuscite a restituirle completamente ne l’aspetto né la funzione», spiega il Dottor Bruno Brunetti, Specialista in Dermatologia e Malattie sessualmente trasmissibili e titolare del Centro dermatologico Brunetti di Salerno.

«La metodologia Biodermogenesi® è in grado di recuperare la funzionalità del microcircolo cutaneo, migliorando la qualità della matrice extracellulare e moltiplicando la produzione di collagene e fibre elastiche in tutte le alterazioni cutanee, in particolare sulle cicatrici. Ho trattato le cicatrici della signora Lamberti causate da acido solforico, con 12 sedute Biodermogenesi®», sottolinea la Dottoressa Anna Maria Minichino, Medico Chirurgo e Responsabile dermoestetico del Centro dermatologico Brunetti di Salerno.

«Seduta dopo seduta ho notato un livellamento delle cicatrici che reso la pelle più liscia, compatta ed uniforme; le rughe si sono attenuate ed anche il diverso colore delle cicatrici si è presentato sempre più simile a quello della pelle sana. Alla palpazione di volto e collo effettuata dopo i trattamenti i cordoni cicatriziali presenti sono notevolmente migliorati, divenendo più morbidi ed elastici permettendo alla paziente di poter finalmente inclinare e ruotare la testa senza limitazioni e dolore. L’aspetto professionale per me più gratificante nel dedicarmi alla signora Lamberti è stato quello di averle migliorato la qualità della vita, grazie ad un importante miglioramento delle sue cicatrici, sia funzionale con il recupero della sensibilità delle pelle del volto, che estetico, dando sollievo e speranza ad una paziente così emotivamente provata», continua la Dottoressa Minichino.

«Le cicatrici al volto sono un problema grave in medicina, perché creano conseguenze sulla psiche dell’individuo, alterano l’immagine del sé e diminuiscono la qualità della vita in modo significativo. Oggi abbiamo degli approcci terapeutici sicuramente efficaci, ma occorre sviluppare sempre più le terapie non invasive, in grado di agire in modo sicuro e con una documentata efficacia. Le terapie non invasive sono particolarmente importanti perché possono essere utilizzate più facilmente anche nelle fasce più svantaggiate della popolazione. Proprio per questo hanno un elevato impatto sociale», sottolinea il Professor Andrea Sbarbati, Professore Ordinario dell’Università di Verona.

Oltre alle donne vittime di violenza, il progetto è aperto anche a persone di entrambi i sessi, economicamente svantaggiate. Per tutti, le terapie saranno erogate interamente pro-bono con il medical device Bi-one® LifeTouchTherapy presso i Center of Therapeutic Excellence Biodermogenesi® (CTE) che aderiranno all’iniziativa.

Ogni anno, nei soli Paesi sviluppati vi sono mediamente 100 milioni di persone con nuove cicatrici che riguardano sia il corpo che il volto. Di queste, 55 milioni sono legate ad esiti post-chirurgici elettivi, mentre 25 milioni sono dovute ad interventi chirurgici post-traumatici, i restanti 20 sono di diversa natura. Parlando nello specifico del volto vi sono, inoltre, cicatrici derivanti da trauma, per le quali non si può quantificare il numero annuo, sebbene probabilmente sia più elevato rispetto a quelle chirurgiche.

Allo stato dell’arte non si è affermata una tecnologia che si possa definire universalmente efficace nella terapia delle cicatrici e questo ci ha portati a valutare la sinergia tra campi elettromagnetici e vuoto, anche di conseguenza ad esperienze maturate da Nicoletti e coll. della Cattedra di Chirurgia Plastica dell’Università di Pavia e da Veronese e coll. del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Verona, che hanno ottenuto significativi esiti su cicatrici di ogni genere, comprese quelle lacero-contuse, da trauma e da ustione su collo e volto.

L’esperienza Biodermogenesi® relativa a 25 pazienti gravati da cicatrici da trauma, ustione, da taglio e post-chirurgiche, ha permesso di constatare un importante miglioramento delle cicatrici trattate, sia per quanto riguarda la trama cutanea che per la discromia, ottenendo in alcuni casi anche l’abbronzatura della cicatrice. Da tale esperienza sono derivate un articolo scientifico recentemente pubblicato e il presente progetto RigeneraDerma.

Ecco il progetto per aiutare le vittime

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Studio San Raffaele indaga su come cervello elabora informazioni visive

Studio San Raffaele indaga su come cervello elabora informazioni visive

Roma, 22 nov. (askanews) – Capita di imboccare una di quelle vie piene zeppe di “divieto di sosta”, a cui non facciamo caso per nulla non avendo necessità di parcheggiare l’auto, nel mentre siamo particolarmente concentrati sui cartelli che indicano direzioni diverse da seguire (svolta a destra, a sinistra, ecc). Proprio per indagare come il nostro cervello processa diversamente i simboli, che essi siano direzionali o non, ha preso il via lo studio “Time-frequency analysis of brain activity in response to directional and non-directional visual stimuli: an event related spectral perturbations (ERSP) study”. I risultati dell’indagine, condotta nel laboratorio di Brain Connectivity dell’IRCCS San Raffaele, sono stati pubblicati sulla rivista Journal of Neural Engineering.

“Dinanzi a stimoli visivi differenti (immagini di frecce o quadrati, dunque simboli direzionali e non)”, spiega Fabrizio Vecchio, Responsabile del laboratorio e autore della ricerca, “si riscontra una diversa attività cerebrale nel lobo occipitale, regione del cervello deputata a l’interpretazione degli stimoli visivi. Nello specifico abbiamo riscontrato come l’attività cerebrale aumenti, con l’impiego di un maggior numero di neuroni, dinanzi a uno stimolo di tipo direzionale”. “Lo studio di questi meccanismi fisiologici” spiega Paolo M. Rossini, Direttore del Dipartimento Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele e coautore della pubblicazione, “è di fondamentale importanza per la comprensione e la valutazione dei disturbi riguardanti la percezione visiva nelle malattie cerebrali e per la validazione di tecniche innovative di riabilitazione. Sebbene così rilevanti, i meccanismi di elaborazione visiva sono stati esplorati in modo ancora molto parziale. L’analisi tempo-frequenza del segnale dell’elettroencefalogramma (EEG) può essere uno strumento utile per indagare la codifica delle informazioni visive in diverse regioni cerebrali sia in condizioni fisiologiche che patologiche. Grazie alla sua semplicità e alla capacità di rappresentare le modulazioni dell’attività cerebrale, questa tecnica potrebbe essere in un prossimo futuro utilizzata come biomarcatore clinico del recupero funzionale, ad esempio nella riabilitazione di disturbi della percezione visiva e della disabilità motoria in seguito a ictus, nonché come strumento diagnostico di patologie neurologiche, con l’obiettivo di sviluppare trattamenti riabilitativi personalizzati in ambito clinico” conclude il neurologo.

Per comprensione e riabilitazione disturbi visivi in malattie cerebrali

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Roma, 22 nov. (askanews) – Capita di imboccare una di quelle vie piene zeppe di “divieto di sosta”, a cui non facciamo caso per nulla non avendo necessità di parcheggiare l’auto, nel mentre siamo particolarmente concentrati sui cartelli che indicano direzioni diverse da seguire (svolta a destra, a sinistra, ecc). Proprio per indagare come il nostro cervello processa diversamente i simboli, che essi siano direzionali o non, ha preso il via lo studio “Time-frequency analysis of brain activity in response to directional and non-directional visual stimuli: an event related spectral perturbations (ERSP) study”. I risultati dell’indagine, condotta nel laboratorio di Brain Connectivity dell’IRCCS San Raffaele, sono stati pubblicati sulla rivista Journal of Neural Engineering.

“Dinanzi a stimoli visivi differenti (immagini di frecce o quadrati, dunque simboli direzionali e non)”, spiega Fabrizio Vecchio, Responsabile del laboratorio e autore della ricerca, “si riscontra una diversa attività cerebrale nel lobo occipitale, regione del cervello deputata a l’interpretazione degli stimoli visivi. Nello specifico abbiamo riscontrato come l’attività cerebrale aumenti, con l’impiego di un maggior numero di neuroni, dinanzi a uno stimolo di tipo direzionale”. “Lo studio di questi meccanismi fisiologici” spiega Paolo M. Rossini, Direttore del Dipartimento Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele e coautore della pubblicazione, “è di fondamentale importanza per la comprensione e la valutazione dei disturbi riguardanti la percezione visiva nelle malattie cerebrali e per la validazione di tecniche innovative di riabilitazione. Sebbene così rilevanti, i meccanismi di elaborazione visiva sono stati esplorati in modo ancora molto parziale. L’analisi tempo-frequenza del segnale dell’elettroencefalogramma (EEG) può essere uno strumento utile per indagare la codifica delle informazioni visive in diverse regioni cerebrali sia in condizioni fisiologiche che patologiche. Grazie alla sua semplicità e alla capacità di rappresentare le modulazioni dell’attività cerebrale, questa tecnica potrebbe essere in un prossimo futuro utilizzata come biomarcatore clinico del recupero funzionale, ad esempio nella riabilitazione di disturbi della percezione visiva e della disabilità motoria in seguito a ictus, nonché come strumento diagnostico di patologie neurologiche, con l’obiettivo di sviluppare trattamenti riabilitativi personalizzati in ambito clinico” conclude il neurologo.

Per comprensione e riabilitazione disturbi visivi in malattie cerebrali

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Sanità, a Parma nascerà il centro per i farmaci del futuro

Sanità, a Parma nascerà il centro per i farmaci del futuro

Parma, 21 nov. (askanews) – Innovazione, diritto alla salute, ricerca, malattie rare, farmaci biologici. A Parma si sta costruendo il futuro della sanità e della salute, che riguarderà non solo gli italiani ma i cittadini del mondo. E’ qui che il gruppo Chiesi ha avviato i lavori per realizzare il Biotech Center of Excellence. “Un centro di questo tipo, che è necessario non solo per l’economia del territorio ma per il paese, serve a rimanere competitivi, ad attirare non solo manodopera specializzata e cervelli e aiuta al nostro paese a creare quel rapporto tra l’industria privata e la ricerca pubblica – ha detto nel corso dell’avvio dei lavori il viceministro delle Imprese, Valentino Valentini -. Unico modo fondamentale per far fronte alle nuove sfide che dobbiamo affrontare”.

A chiedere un intervento deciso del governo è stato il presidente di Farmindustria, Marcello Cattani: “Abbiamo bisogno di regole nuove nel governo della spesa farmaceutica. Oggi combattiamo ancora con i tetti di spesa inadeguati rispetto al fabbisogno reale verso innovazione e cure ospedaliere che è sbalorditivo se pensiamo a quello raggiunto negli ultimi dieci anni grazie all’innovazione” portata avanti dalle imprese del settore.

Qui a Parma “lavoriamo per cercare di sviluppare delle terapie innovative in ambito biotecnologico – ha spiegato Francesca Usberti, responsabile del Pharmaceutical development in ricerca e sviluppo di Chiesi -. Questo centro si contraddistingue per un’unicità importante nelle realtà produttive italiane, che è quella di aver associato alla parte produttiva la ricerca e sviluppo che è distante da qui circa un chilometro. Quindi ci possiamo avvantaggiare di una competenza molto importante in ambito produttivo associata al tipico approccio di ricerca che ha contraddistinto Chiesi da sempre”.

Il Centro sarà operativo dal 2024 e sarà specializzato nello sviluppo e produzione di principi attivi come anticorpi monoclonali, enzimi e altre proteine. “Qui possiamo andare dal principio attivo fino alla produzione del prodotto finito e alla consegna al paziente – ha aggiunto Usberti -. Lo step in più è rappresentato dal fatto che possiamo partire ancora prima, dall’identificazione del target, dallo studio della patologia con i pazienti fino al disegno finale del prodotto. Quindi è un sistema di catena integrata dal disegno del prodotto fino alla consegna nelle mani del paziente”.

Dalle cellule al farmaco finito, quindi, fino all’imballaggio per il mercato internazionale, richiamando in Italia talenti e competenze tecniche cruciali per lo sviluppo di un know-how specializzato. “Stiamo già incamerando persone già specializzate nell’ambito delle biotecnologie – ha confermato Antonio Magnelli, Head of Global Manufacturing Division del Gruppo Chiesi -. Pensiamo che questo nuovo impianto, verso la fine, quando sarà a tutti gli effetti lanciato, occuperà più di cento persone”.

L’incontro a Parma è stato anche l’occasione per raccontare l’impegno di Chiesi a favore della ricerca in Italia e in Emilia-Romagna. “E’ un investimento che sta al passo con la tradizione di questa ragione – ha detto il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini – dove imprese straordinarie, e per fortuna ce ne sono tante, tra la quali Chiesi, fanno un investimento in relazione anche agli impegni di governo, Regione, istituzioni che garantiranno di nuovo e ancora quella che è la nostra cifra per competere con le parti più avanzate dell’Europa e del mondo: ricerca, innovazione e tecnologie. Questo è quello che dobbiamo fare per tenere alta la competitività”.

Iniziati i lavori del Biotech Center of Excellence alla Chiesi

{authorlink}https://www.askanews.it/cronaca/2022/11/21/sanit%c3%a0-a-parma-nascer%c3%a0-il-centro-per-i-farmaci-del-futuro-pn_20221121_00213/http://rss.askanews.it/rss/studionews/topnews.xmlAskanews

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Parma, 21 nov. (askanews) – Innovazione, diritto alla salute, ricerca, malattie rare, farmaci biologici. A Parma si sta costruendo il futuro della sanità e della salute, che riguarderà non solo gli italiani ma i cittadini del mondo. E’ qui che il gruppo Chiesi ha avviato i lavori per realizzare il Biotech Center of Excellence. “Un centro di questo tipo, che è necessario non solo per l’economia del territorio ma per il paese, serve a rimanere competitivi, ad attirare non solo manodopera specializzata e cervelli e aiuta al nostro paese a creare quel rapporto tra l’industria privata e la ricerca pubblica – ha detto nel corso dell’avvio dei lavori il viceministro delle Imprese, Valentino Valentini -. Unico modo fondamentale per far fronte alle nuove sfide che dobbiamo affrontare”.

A chiedere un intervento deciso del governo è stato il presidente di Farmindustria, Marcello Cattani: “Abbiamo bisogno di regole nuove nel governo della spesa farmaceutica. Oggi combattiamo ancora con i tetti di spesa inadeguati rispetto al fabbisogno reale verso innovazione e cure ospedaliere che è sbalorditivo se pensiamo a quello raggiunto negli ultimi dieci anni grazie all’innovazione” portata avanti dalle imprese del settore.

Qui a Parma “lavoriamo per cercare di sviluppare delle terapie innovative in ambito biotecnologico – ha spiegato Francesca Usberti, responsabile del Pharmaceutical development in ricerca e sviluppo di Chiesi -. Questo centro si contraddistingue per un’unicità importante nelle realtà produttive italiane, che è quella di aver associato alla parte produttiva la ricerca e sviluppo che è distante da qui circa un chilometro. Quindi ci possiamo avvantaggiare di una competenza molto importante in ambito produttivo associata al tipico approccio di ricerca che ha contraddistinto Chiesi da sempre”.

Il Centro sarà operativo dal 2024 e sarà specializzato nello sviluppo e produzione di principi attivi come anticorpi monoclonali, enzimi e altre proteine. “Qui possiamo andare dal principio attivo fino alla produzione del prodotto finito e alla consegna al paziente – ha aggiunto Usberti -. Lo step in più è rappresentato dal fatto che possiamo partire ancora prima, dall’identificazione del target, dallo studio della patologia con i pazienti fino al disegno finale del prodotto. Quindi è un sistema di catena integrata dal disegno del prodotto fino alla consegna nelle mani del paziente”.

Dalle cellule al farmaco finito, quindi, fino all’imballaggio per il mercato internazionale, richiamando in Italia talenti e competenze tecniche cruciali per lo sviluppo di un know-how specializzato. “Stiamo già incamerando persone già specializzate nell’ambito delle biotecnologie – ha confermato Antonio Magnelli, Head of Global Manufacturing Division del Gruppo Chiesi -. Pensiamo che questo nuovo impianto, verso la fine, quando sarà a tutti gli effetti lanciato, occuperà più di cento persone”.

L’incontro a Parma è stato anche l’occasione per raccontare l’impegno di Chiesi a favore della ricerca in Italia e in Emilia-Romagna. “E’ un investimento che sta al passo con la tradizione di questa ragione – ha detto il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini – dove imprese straordinarie, e per fortuna ce ne sono tante, tra la quali Chiesi, fanno un investimento in relazione anche agli impegni di governo, Regione, istituzioni che garantiranno di nuovo e ancora quella che è la nostra cifra per competere con le parti più avanzate dell’Europa e del mondo: ricerca, innovazione e tecnologie. Questo è quello che dobbiamo fare per tenere alta la competitività”.

Iniziati i lavori del Biotech Center of Excellence alla Chiesi

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Packaging, per 8 consumatori su 10 il vetro guarda al futuro

Packaging, per 8 consumatori su 10 il vetro guarda al futuro

Roma, 21 nov. (askanews) – Garantisce sicurezza alimentare, sostenibilità e riciclabilità: il vetro oggi è un materiale che guarda al futuro per 8 consumatori europei su 10. er questi motivi è stato l’unico materiale da imballaggio ad aver registrato negli ultimi tre anni una crescita media dell’8% rispetto agli altri materiali da imballaggio che hanno risentito di un calo tra il 24 e il 41%: l’Italia con un +13% è nella “top 5” dei risultati. I tre quarti dei consumatori europei raccomandano di acquistare prodotti confezionati in vetro, addirittura l’85% gli italiani, che sono anche, nel panorama europeo, i più “ricicloni”,con 9 su 10 che dichiarano di fare la raccolta differenziata.

La tendenza vetro è fotografata da un’indagine indipendente InSites condotta nel 2022 tra più di 4.000 consumatori in 13 paesi europei (Austria, Croazia, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Italia, Polonia, Portogallo, Slovacchia, Spagna, Svizzera, Turchia e Regno Unito) commissionata dalla European Container Glass Federation (FEVE) per la piattaforma dei consumatori Friends of Glass.

“Questa indagine – ha dichiarato Roberto Cardini, Presidente della sezione contenitori di Assovetro – dimostra che i consumatori nelle loro scelte di acquisto prediligono un packaging rispettoso dell’ambiente esicuro per gli alimenti. Il vetro è riciclabile al 100% e infinite volte, non crea rifiuti perché tutto viene recuperato per produrre nuovi contenitori in un perfetto esempio di circolarità, rispondendocosì alle aspettative ed ai bisogni di un futuro rispettoso dell’ambiente. Ormai non si legge solo l’etichetta di un prodotto, ma si tiene conto anche della sostenibilità dei contenitori”.

Nella “top 4” delle preferenze su alimenti e bevande confezionate in vetro, ci sono i prodotti lattiero-caseari con il 65% delle preferenze a livello europeo (soprattutto in Turchia e Austria), seguiti dalle bevande analcoliche con il 54% (soprattutto in Turchia e Regno Unito), dalle salse con il 50% (Turchia e Polonia al top) e dall’olio (soprattutto in Spagna) con il 47%. Anche in Italia questi quattro prodotti si trovano nelle prime 4 posizioni, ma è il paese, primo in Europa, a enfatizzare il binomio vetro-vino con il 44% delle preferenze contro una media europea del 32%(in fondo alla classifica la Svizzera con solo il 20% delle preferenze). Non solo vino anche la birra in vetro piace al 42% degli italiani(34% la media europea). In totale circa 6 italiani su 10 preferiscono prodotti confezionati in vetro.

Il vetro è considerato parte integrante di uno stile di vita sano, perché è completamente riciclabile, efficacemente riciclato in tutta Europa e sicuro una volta riciclato. 8 consumatori su 10 affermano di riciclare “sempre” o “spesso” i loro imballaggi in vetro e l’Italia, con 9 consumatori su 10,si conferma il Paese più “riciclone”. I consumatori sono anche informati: l’82% afferma di avere una buona conoscenza di come riciclare (86% in Italia). La metà degli intervistati ha anche dichiarato di acquistare di più in vetro proprio per la sua peculiarità di essere riciclato in modo più efficace e sicuro rispetto ad altri imballaggi. Secondo il sondaggio, la salute e la conservazione del prodotto sono visti come un fattore decisivo negli acquisti di alimenti e bevande. Il campione intervistato dimostra una comprensione evolutae ampia del concetto di sostenibilità. 6 consumatori su 10 considerano la riduzione degli sprechi alimentari, il ricicloe latutela della salute gli elementi chiave di sostenibilità(per gli italiani c’è anche la riduzione dell’uso di plastica usa e getta non biodegradabile). Oltre un terzo dei consumatori intervistati ha dichiarato di scegliere più vetro perché inerte e perché mantiene i prodotti più sicuri e più a lungo, riducendo così gli sprechi alimentari. La richiesta di sostenibilità è rivolta anche alle Aziende: l’80% degli intervistati dichiara che le imprese hanno l’obbligo morale di utilizzare packaging sostenibili (85% in Italia) con quasi altrettanti (78%) che vorrebbero che le Aziende apponessero sulle confezioni le credenziali di sostenibilità (84% in Italia). Un prodotto confezionato in vetro riscuote più fiducia per il 65% del campione e per il 70% degli italiani.

Sicuro, sostenibile, riciclabile

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Roma, 21 nov. (askanews) – Garantisce sicurezza alimentare, sostenibilità e riciclabilità: il vetro oggi è un materiale che guarda al futuro per 8 consumatori europei su 10. er questi motivi è stato l’unico materiale da imballaggio ad aver registrato negli ultimi tre anni una crescita media dell’8% rispetto agli altri materiali da imballaggio che hanno risentito di un calo tra il 24 e il 41%: l’Italia con un +13% è nella “top 5” dei risultati. I tre quarti dei consumatori europei raccomandano di acquistare prodotti confezionati in vetro, addirittura l’85% gli italiani, che sono anche, nel panorama europeo, i più “ricicloni”,con 9 su 10 che dichiarano di fare la raccolta differenziata.

La tendenza vetro è fotografata da un’indagine indipendente InSites condotta nel 2022 tra più di 4.000 consumatori in 13 paesi europei (Austria, Croazia, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Italia, Polonia, Portogallo, Slovacchia, Spagna, Svizzera, Turchia e Regno Unito) commissionata dalla European Container Glass Federation (FEVE) per la piattaforma dei consumatori Friends of Glass.

“Questa indagine – ha dichiarato Roberto Cardini, Presidente della sezione contenitori di Assovetro – dimostra che i consumatori nelle loro scelte di acquisto prediligono un packaging rispettoso dell’ambiente esicuro per gli alimenti. Il vetro è riciclabile al 100% e infinite volte, non crea rifiuti perché tutto viene recuperato per produrre nuovi contenitori in un perfetto esempio di circolarità, rispondendocosì alle aspettative ed ai bisogni di un futuro rispettoso dell’ambiente. Ormai non si legge solo l’etichetta di un prodotto, ma si tiene conto anche della sostenibilità dei contenitori”.

Nella “top 4” delle preferenze su alimenti e bevande confezionate in vetro, ci sono i prodotti lattiero-caseari con il 65% delle preferenze a livello europeo (soprattutto in Turchia e Austria), seguiti dalle bevande analcoliche con il 54% (soprattutto in Turchia e Regno Unito), dalle salse con il 50% (Turchia e Polonia al top) e dall’olio (soprattutto in Spagna) con il 47%. Anche in Italia questi quattro prodotti si trovano nelle prime 4 posizioni, ma è il paese, primo in Europa, a enfatizzare il binomio vetro-vino con il 44% delle preferenze contro una media europea del 32%(in fondo alla classifica la Svizzera con solo il 20% delle preferenze). Non solo vino anche la birra in vetro piace al 42% degli italiani(34% la media europea). In totale circa 6 italiani su 10 preferiscono prodotti confezionati in vetro.

Il vetro è considerato parte integrante di uno stile di vita sano, perché è completamente riciclabile, efficacemente riciclato in tutta Europa e sicuro una volta riciclato. 8 consumatori su 10 affermano di riciclare “sempre” o “spesso” i loro imballaggi in vetro e l’Italia, con 9 consumatori su 10,si conferma il Paese più “riciclone”. I consumatori sono anche informati: l’82% afferma di avere una buona conoscenza di come riciclare (86% in Italia). La metà degli intervistati ha anche dichiarato di acquistare di più in vetro proprio per la sua peculiarità di essere riciclato in modo più efficace e sicuro rispetto ad altri imballaggi. Secondo il sondaggio, la salute e la conservazione del prodotto sono visti come un fattore decisivo negli acquisti di alimenti e bevande. Il campione intervistato dimostra una comprensione evolutae ampia del concetto di sostenibilità. 6 consumatori su 10 considerano la riduzione degli sprechi alimentari, il ricicloe latutela della salute gli elementi chiave di sostenibilità(per gli italiani c’è anche la riduzione dell’uso di plastica usa e getta non biodegradabile). Oltre un terzo dei consumatori intervistati ha dichiarato di scegliere più vetro perché inerte e perché mantiene i prodotti più sicuri e più a lungo, riducendo così gli sprechi alimentari. La richiesta di sostenibilità è rivolta anche alle Aziende: l’80% degli intervistati dichiara che le imprese hanno l’obbligo morale di utilizzare packaging sostenibili (85% in Italia) con quasi altrettanti (78%) che vorrebbero che le Aziende apponessero sulle confezioni le credenziali di sostenibilità (84% in Italia). Un prodotto confezionato in vetro riscuote più fiducia per il 65% del campione e per il 70% degli italiani.

Sicuro, sostenibile, riciclabile

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Problemi a denti e bocca per quasi metà della popolazione mondiale

Problemi a denti e bocca per quasi metà della popolazione mondiale

Roma, 21 nov. (askanews) – Quasi la metà della popolazione mondiale (45% o 3,5 miliardi di persone) soffre di malattie orali, con 3 persone colpite su 4 che vivono in paesi a basso e medio reddito. I casi globali di malattie orali sono aumentati di 1 miliardo negli ultimi 30 anni, una chiara indicazione che molte persone non hanno accesso alla prevenzione e al trattamento delle malattie orali. Lo rivela un nuovo rapporto sullo stato della salute orale globale pubblicato oggi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che fornisce il primo quadro completo in assoluto del carico di malattie orali con profili di dati per 194 Paesi, fornendo approfondimenti unici su aree chiave e indicatori di salute orale rilevanti per decisori.

“La salute orale è stata a lungo trascurata nell’ambito della salute globale, ma molte malattie orali possono essere prevenute e curate con le misure economicamente vantaggiose delineate in questo rapporto”, ha affermato il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, sottolineando che “l’OMS si impegna a fornire guida e sostegno ai Paesi in modo che tutte le persone, ovunque vivano e qualunque sia il loro reddito, abbiano le conoscenze e gli strumenti necessari per prendersi cura dei propri denti e della propria bocca e per accedere ai servizi di prevenzione e cura quando ne hanno bisogno”.

Le malattie orali più comuni sono la carie dentale, gravi malattie gengivali, perdita dei denti e tumori orali. La carie dentale non trattata è la condizione più comune a livello globale e colpisce circa 2,5 miliardi di persone. Si stima che una grave malattia gengivale, una delle principali cause della perdita totale dei denti, colpisca 1 miliardo di persone in tutto il mondo. Ogni anno vengono diagnosticati circa 380.000 nuovi casi di cancro orale.

Il rapporto sottolinea le evidenti disuguaglianze nell’accesso ai servizi di salute orale, con un enorme carico di malattie e condizioni orali che colpiscono le popolazioni più vulnerabili e svantaggiate. Le persone a basso reddito, le persone con disabilità, gli anziani che vivono da soli o in case di cura, coloro che vivono in comunità remote e rurali e le persone appartenenti a gruppi minoritari portano un carico maggiore di malattie orali.

Rapporto OMS racchiude i dati di 194 Paesi

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Roma, 21 nov. (askanews) – Quasi la metà della popolazione mondiale (45% o 3,5 miliardi di persone) soffre di malattie orali, con 3 persone colpite su 4 che vivono in paesi a basso e medio reddito. I casi globali di malattie orali sono aumentati di 1 miliardo negli ultimi 30 anni, una chiara indicazione che molte persone non hanno accesso alla prevenzione e al trattamento delle malattie orali. Lo rivela un nuovo rapporto sullo stato della salute orale globale pubblicato oggi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che fornisce il primo quadro completo in assoluto del carico di malattie orali con profili di dati per 194 Paesi, fornendo approfondimenti unici su aree chiave e indicatori di salute orale rilevanti per decisori.

“La salute orale è stata a lungo trascurata nell’ambito della salute globale, ma molte malattie orali possono essere prevenute e curate con le misure economicamente vantaggiose delineate in questo rapporto”, ha affermato il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, sottolineando che “l’OMS si impegna a fornire guida e sostegno ai Paesi in modo che tutte le persone, ovunque vivano e qualunque sia il loro reddito, abbiano le conoscenze e gli strumenti necessari per prendersi cura dei propri denti e della propria bocca e per accedere ai servizi di prevenzione e cura quando ne hanno bisogno”.

Le malattie orali più comuni sono la carie dentale, gravi malattie gengivali, perdita dei denti e tumori orali. La carie dentale non trattata è la condizione più comune a livello globale e colpisce circa 2,5 miliardi di persone. Si stima che una grave malattia gengivale, una delle principali cause della perdita totale dei denti, colpisca 1 miliardo di persone in tutto il mondo. Ogni anno vengono diagnosticati circa 380.000 nuovi casi di cancro orale.

Il rapporto sottolinea le evidenti disuguaglianze nell’accesso ai servizi di salute orale, con un enorme carico di malattie e condizioni orali che colpiscono le popolazioni più vulnerabili e svantaggiate. Le persone a basso reddito, le persone con disabilità, gli anziani che vivono da soli o in case di cura, coloro che vivono in comunità remote e rurali e le persone appartenenti a gruppi minoritari portano un carico maggiore di malattie orali.

Rapporto OMS racchiude i dati di 194 Paesi

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Caro energia, in hotel soluzioni green-tech per ottimizzare costi

Caro energia, in hotel soluzioni green-tech per ottimizzare costi

Roma, 19 nov. (askanews) – Gli albergatori puntano sulla tecnologia come valido alleato per ottimizzare la gestione delle strutture a beneficio del contenimento dei costi e della soddisfazione dell’ospite. Lo evidenzia Vda-Telkonet, Gruppo globale che fornisce soluzioni tecnologiche per il mercato dell’hospitality, nel suo primo report “Ospitalità 2023: tecnologie green negli hotel”. Un’indagine internazionale che ha coinvolto 100 strutture alberghiere italiane, fotografando il loro livello tecnologico per contribuire a delineare il paradigma dell’ospitalità del futuro.

La prima domanda a monte del sondaggio va dritta al dunque e indica il perché gli albergatori installino nuove tecnologie negli hotel. Migliorare l’esperienza dell’ospite – spiega il rapporto – resta il driver principale dell’offerta alberghiera ma non a tutti i costi: per oltre 7 su 10 degli albergatori italiani intervistati da Vda-Telkonet il risparmio energetico è sullo stesso piano della soddisfazione del guest, ormai sempre più consapevole.

Il caro energia rappresenta un’urgenza per gli albergatori considerando che per circa la metà dei partecipanti al sondaggio i ricavi della stagione natalizia di quest’anno saranno al di sotto delle medie del periodo a causa dell’impennata dei costi energetici, con un conseguente rincaro sulle prenotazioni di circa il 40 per cento. Le soluzioni green tech, che permettono un risparmio dei consumi del 20-40 per cento, sono uno strumento utile agli albergatori che riescono a recuperare l’investimento già nel giro di 2-3 anni. Il 52 per cento degli intervistati ha dichiarato di aver già utilizzato fondi pubblici, il 78 per cento reputa che utilizzerà i fondi del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) per rinnovare l’impianto tecnologico dell’hotel.

L’indagine individua le tre principali soluzioni tecnologiche preferite dagli albergatori per rispondere agli obiettivi prioritari di energy saving e guest satisfaction. Per l’83 per cento dei partecipanti è il Property Management (Pms) lo strumento più apprezzato, perché consente la gestione centralizzata delle prenotazioni e dell’intero soggiorno degli ospiti da un’unica piattaforma. Subito dopo troviamo i Sistemi di risparmio energetico (Ems) al 78 per cento e le soluzioni di gestione camera (Grms) al 43 per cento che gli ospiti ritrovano sotto forma di placche a parete e termostati, in grado di controllare temperatura e luci. Entrambe le soluzioni adottano misure intelligenti basate sull’occupazione di camera attivando o disattivando le loro funzioni in base alla presenza dell’ospite.

“Vogliamo creare consapevolezza su un buon utilizzo della tecnologia capace di migliorare le relazioni tra le persone e l’ambiente circostante, ha dichiarato Piercarlo Gramaglia, amministratore delegato di Vda-Telkonet. “Ci troviamo di fronte a un’epoca di cambiamenti: da un lato l’urgenza di avere i consumi sotto controllo, dall’altro il patto di Glasgow e l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050. Il mondo sta cambiando così come i viaggiatori, oggi sempre più responsabili, trend figlio di un’era post-pandemica e della generazione Z che si fa spazio. Ed è per questo che in qualità di leader di mercato, accanto al lavoro di monitoraggio del livello tecnologico delle strutture, abbiamo iniziato un racconto di viaggio con il progetto Bright Journey, per descrivere come la sostenibilità in hotel passi anche dall’utilizzo della tecnologia e per far sì che gli stessi hotel diventino una smart destination”, ha aggiunto Gramaglia.

Lo rivela ricerca sull’hospitality del gruppo Vda-Telkonet

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Roma, 19 nov. (askanews) – Gli albergatori puntano sulla tecnologia come valido alleato per ottimizzare la gestione delle strutture a beneficio del contenimento dei costi e della soddisfazione dell’ospite. Lo evidenzia Vda-Telkonet, Gruppo globale che fornisce soluzioni tecnologiche per il mercato dell’hospitality, nel suo primo report “Ospitalità 2023: tecnologie green negli hotel”. Un’indagine internazionale che ha coinvolto 100 strutture alberghiere italiane, fotografando il loro livello tecnologico per contribuire a delineare il paradigma dell’ospitalità del futuro.

La prima domanda a monte del sondaggio va dritta al dunque e indica il perché gli albergatori installino nuove tecnologie negli hotel. Migliorare l’esperienza dell’ospite – spiega il rapporto – resta il driver principale dell’offerta alberghiera ma non a tutti i costi: per oltre 7 su 10 degli albergatori italiani intervistati da Vda-Telkonet il risparmio energetico è sullo stesso piano della soddisfazione del guest, ormai sempre più consapevole.

Il caro energia rappresenta un’urgenza per gli albergatori considerando che per circa la metà dei partecipanti al sondaggio i ricavi della stagione natalizia di quest’anno saranno al di sotto delle medie del periodo a causa dell’impennata dei costi energetici, con un conseguente rincaro sulle prenotazioni di circa il 40 per cento. Le soluzioni green tech, che permettono un risparmio dei consumi del 20-40 per cento, sono uno strumento utile agli albergatori che riescono a recuperare l’investimento già nel giro di 2-3 anni. Il 52 per cento degli intervistati ha dichiarato di aver già utilizzato fondi pubblici, il 78 per cento reputa che utilizzerà i fondi del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) per rinnovare l’impianto tecnologico dell’hotel.

L’indagine individua le tre principali soluzioni tecnologiche preferite dagli albergatori per rispondere agli obiettivi prioritari di energy saving e guest satisfaction. Per l’83 per cento dei partecipanti è il Property Management (Pms) lo strumento più apprezzato, perché consente la gestione centralizzata delle prenotazioni e dell’intero soggiorno degli ospiti da un’unica piattaforma. Subito dopo troviamo i Sistemi di risparmio energetico (Ems) al 78 per cento e le soluzioni di gestione camera (Grms) al 43 per cento che gli ospiti ritrovano sotto forma di placche a parete e termostati, in grado di controllare temperatura e luci. Entrambe le soluzioni adottano misure intelligenti basate sull’occupazione di camera attivando o disattivando le loro funzioni in base alla presenza dell’ospite.

“Vogliamo creare consapevolezza su un buon utilizzo della tecnologia capace di migliorare le relazioni tra le persone e l’ambiente circostante, ha dichiarato Piercarlo Gramaglia, amministratore delegato di Vda-Telkonet. “Ci troviamo di fronte a un’epoca di cambiamenti: da un lato l’urgenza di avere i consumi sotto controllo, dall’altro il patto di Glasgow e l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050. Il mondo sta cambiando così come i viaggiatori, oggi sempre più responsabili, trend figlio di un’era post-pandemica e della generazione Z che si fa spazio. Ed è per questo che in qualità di leader di mercato, accanto al lavoro di monitoraggio del livello tecnologico delle strutture, abbiamo iniziato un racconto di viaggio con il progetto Bright Journey, per descrivere come la sostenibilità in hotel passi anche dall’utilizzo della tecnologia e per far sì che gli stessi hotel diventino una smart destination”, ha aggiunto Gramaglia.

Lo rivela ricerca sull’hospitality del gruppo Vda-Telkonet

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Settimana cucina italiana nel mondo, Ita0039 arriva in Cina e Australia

Settimana cucina italiana nel mondo, Ita0039 arriva in Cina e Australia

Roma, 19 nov. (askanews) – La certificazione Asacert arriva anche in Cina e in Australia. Sono due i ristoranti italiani, uno nella Repubblica Popolare Cinese (altri due in corso di certificazione) ed uno nel continente australiano, ad aver scelto di aderire al protocollo “ITA0039 | 100% Italian Taste Certification” che attesta l’italianità dei cibi serviti in tavola. Si tratta dei locali attualmente più lontani in cui la certificazione abbia mai messo piede.

“L’approdo in Cina e Australia di ITA0039 è un’ottima notizia, non solo per Asacert, ma per il movimento che cerca di diffondere la cultura del cibo Made in Italy e si batte per fermare la diffusione della contraffazione alimentare a spese dei nostri prodotti. Il protocollo rappresenta un’arma formidabile a disposizione di questa battaglia – afferma Fabrizio Capaccioli, Ad di Asacert e ideatore del Protocollo di certificazione -. Convivialità, sostenibilità e innovazione: gli ingredienti della cucina italiana per la salute delle persone e la tutela del Pianeta è il tema di questa settimana edizione della settimana della cucina italiana nel mondo, tutti elementi che sono, sin dall’inizio, nello sviluppo del Progetto ITA0039 e dell’App gratuita attraverso cui ogni consumatore nel mondo può verificare se nel suo carrello della spesa ci sono prodotti italiani taroccati”, conclude Capaccioli.

Il protocollo di certificazione, ideato nel 2019 da Asacert – a cui hanno aderito importanti partners come Coldiretti ed Euro-Toques – è presente in molti ristoranti delle principali capitali europee, degli Stati Uniti, dell’America Latina e degli Emirati Arabi. L’approdo in Cina e in Australia conferma l’attenzione dei ristoratori italiani all’estero verso la qualità e l’autenticità dei cibi italiani offerti.

ITA0039 | 100% Italian Taste Certification arriva in Cina, a Suzhou (provincia dello Jiangsu) con la trattoria ristorante “Mammamia”. In Australia, a ottenere la certificazione è il ristorante “Bella Italia” di New Castle West. Entrambi con rating Platinum, il massimo del punteggio ottenibile, in base ai parametri della check-list elaborati dall’ente di certificazione Asacert, e ottenuto in seguito a un audit di verifica.

“ITA0039, che arriva in luoghi molto lontani, indica che cresce la consapevolezza della necessità da parte dei ristoratori italiani nel mondo di rappresentare le proprie cucine come autentiche. Siamo a loro disposizione perché ciò avvenga sempre di più. E siamo anche a disposizione del governo italiano perché il protocollo ITA0039 venga promosso a livello istituzionale come strumento valido per certificare i nostri ristoranti all’estero”, conclude Capaccioli.

Altri due ristoranti italiani all’estero ottengono la certificazione

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Roma, 19 nov. (askanews) – La certificazione Asacert arriva anche in Cina e in Australia. Sono due i ristoranti italiani, uno nella Repubblica Popolare Cinese (altri due in corso di certificazione) ed uno nel continente australiano, ad aver scelto di aderire al protocollo “ITA0039 | 100% Italian Taste Certification” che attesta l’italianità dei cibi serviti in tavola. Si tratta dei locali attualmente più lontani in cui la certificazione abbia mai messo piede.

“L’approdo in Cina e Australia di ITA0039 è un’ottima notizia, non solo per Asacert, ma per il movimento che cerca di diffondere la cultura del cibo Made in Italy e si batte per fermare la diffusione della contraffazione alimentare a spese dei nostri prodotti. Il protocollo rappresenta un’arma formidabile a disposizione di questa battaglia – afferma Fabrizio Capaccioli, Ad di Asacert e ideatore del Protocollo di certificazione -. Convivialità, sostenibilità e innovazione: gli ingredienti della cucina italiana per la salute delle persone e la tutela del Pianeta è il tema di questa settimana edizione della settimana della cucina italiana nel mondo, tutti elementi che sono, sin dall’inizio, nello sviluppo del Progetto ITA0039 e dell’App gratuita attraverso cui ogni consumatore nel mondo può verificare se nel suo carrello della spesa ci sono prodotti italiani taroccati”, conclude Capaccioli.

Il protocollo di certificazione, ideato nel 2019 da Asacert – a cui hanno aderito importanti partners come Coldiretti ed Euro-Toques – è presente in molti ristoranti delle principali capitali europee, degli Stati Uniti, dell’America Latina e degli Emirati Arabi. L’approdo in Cina e in Australia conferma l’attenzione dei ristoratori italiani all’estero verso la qualità e l’autenticità dei cibi italiani offerti.

ITA0039 | 100% Italian Taste Certification arriva in Cina, a Suzhou (provincia dello Jiangsu) con la trattoria ristorante “Mammamia”. In Australia, a ottenere la certificazione è il ristorante “Bella Italia” di New Castle West. Entrambi con rating Platinum, il massimo del punteggio ottenibile, in base ai parametri della check-list elaborati dall’ente di certificazione Asacert, e ottenuto in seguito a un audit di verifica.

“ITA0039, che arriva in luoghi molto lontani, indica che cresce la consapevolezza della necessità da parte dei ristoratori italiani nel mondo di rappresentare le proprie cucine come autentiche. Siamo a loro disposizione perché ciò avvenga sempre di più. E siamo anche a disposizione del governo italiano perché il protocollo ITA0039 venga promosso a livello istituzionale come strumento valido per certificare i nostri ristoranti all’estero”, conclude Capaccioli.

Altri due ristoranti italiani all’estero ottengono la certificazione

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Esce “Passo Passo” il podcast del TCI che racconta l’Italia che cambia

Esce “Passo Passo” il podcast del TCI che racconta l’Italia che cambia

Milano, 16 nov. (askanews) – Esce il 17 novembre il primo dei cinque episodi del podcast “Passo Passo”, realizzato da Chora Media in collaborazione con Touring Club Italiano, che ripercorre le tappe della storia dell’Associazione e racconta di come l’Italia ha cominciato a cambiare insieme con la nascita del turismo.

A guidare l’ascoltatore lungo la storia di un Paese da scoprire è la voce di Cristina Di Canio, a partire da quando Luigi Vittorio Bertarelli e altri 56 pionieri che la sera dell’8 novembre 1894 fondarono l’associazione, iniziarono un viaggio in bicicletta con l’intento di far conoscere la bellezza d’Italia ai suoi abitanti. Un racconto inedito di un Paese inizialmente unito solo sulla carta e che, piano piano, comincia a cambiare la propria idea di turismo. Dalla bicicletta all’automobile, dalla rinascita del Dopoguerra alla scelta di un turismo consapevole e “lento”: la storia del Touring Club Italiano ha scritto e continua a scrivere quella del nostro Paese, insegnando il gusto del viaggio e del prendersi cura del territorio come bene comune. Le voci di esperti, storici, cartografi, professori così come quelle dei protagonisti attivi, soci, dipendenti e volontari, si alternano nel corso dei cinque episodi, restituendo un racconto corale, che offre all’ascoltatore un affresco del percorso compiuto dall’Italia per la piena valorizzazione e tutela del proprio patrimonio culturale e paesaggistico, ma soprattutto uno sguardo deciso sul futuro, stimolando discussioni aperte rispetto ai temi fondativi dell’associazione, come tutela dell’ambiente e del bene comune.

Il progetto, disponibile su tutte le app free (Spotify, Apple Podcast, Spreaker, Google Podcast), è stato presentato oggi pomeriggio nello storico palazzo di corso Italia 10 a Milano dal direttore generale del Touring, Giulio Lattanzi, e da Mario Calabresi direttore (nonché uno dei fondatori) della podcast company italiana Chora Media. “Ciò che ci ha sempre contraddistinto è la passione per la modernità, a partire dai suoi visionari fondatori” ha affermato Lattanzi, ricordando che furono, tra l’altro, promotori di una legge per la difesa del paesaggio e che nel 1936 pubblicarono la prima guida enogastronomica, e che dietro all’idea del turismo scolastico, delle settimane bianche, della scoperta dei borghi quando non se ne occupava nessuno, c’era il Touring.

“Oggi i nostri occhi sono sfiniti dall’attenzione costante al telefono, ma l’audio non è in concorrenza con le immagini” ha spiegato Calabresi, sottolineando come “lo spazio per l’audio è in questo momento grande, perché è fruibile in momenti diversi (quando guidi, corri, vai bicicletta, sei in palestra o cucini) e per un tempo molto più lungo”. “Un racconto orale immersivo, con voci, suoni e rumori che dura 35-40 minuti corrisponde a otto pagine su un giornale: sfido chiunque a leggere un articolo così lungo” ha aggiunto il 52enne ex direttore di Repubblica, evidenziando che uno dei punti di forza di questi “long-form” è l’essere “on-demand”, e che “chi ascolta podcast sulle piattaforme che offrono audio e musica è passato nell’ultimo anno dal 10 al 30%”.

Realizzato da Chora Media con la voce di Cristina Di Canio

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Milano, 16 nov. (askanews) – Esce il 17 novembre il primo dei cinque episodi del podcast “Passo Passo”, realizzato da Chora Media in collaborazione con Touring Club Italiano, che ripercorre le tappe della storia dell’Associazione e racconta di come l’Italia ha cominciato a cambiare insieme con la nascita del turismo.

A guidare l’ascoltatore lungo la storia di un Paese da scoprire è la voce di Cristina Di Canio, a partire da quando Luigi Vittorio Bertarelli e altri 56 pionieri che la sera dell’8 novembre 1894 fondarono l’associazione, iniziarono un viaggio in bicicletta con l’intento di far conoscere la bellezza d’Italia ai suoi abitanti. Un racconto inedito di un Paese inizialmente unito solo sulla carta e che, piano piano, comincia a cambiare la propria idea di turismo. Dalla bicicletta all’automobile, dalla rinascita del Dopoguerra alla scelta di un turismo consapevole e “lento”: la storia del Touring Club Italiano ha scritto e continua a scrivere quella del nostro Paese, insegnando il gusto del viaggio e del prendersi cura del territorio come bene comune. Le voci di esperti, storici, cartografi, professori così come quelle dei protagonisti attivi, soci, dipendenti e volontari, si alternano nel corso dei cinque episodi, restituendo un racconto corale, che offre all’ascoltatore un affresco del percorso compiuto dall’Italia per la piena valorizzazione e tutela del proprio patrimonio culturale e paesaggistico, ma soprattutto uno sguardo deciso sul futuro, stimolando discussioni aperte rispetto ai temi fondativi dell’associazione, come tutela dell’ambiente e del bene comune.

Il progetto, disponibile su tutte le app free (Spotify, Apple Podcast, Spreaker, Google Podcast), è stato presentato oggi pomeriggio nello storico palazzo di corso Italia 10 a Milano dal direttore generale del Touring, Giulio Lattanzi, e da Mario Calabresi direttore (nonché uno dei fondatori) della podcast company italiana Chora Media. “Ciò che ci ha sempre contraddistinto è la passione per la modernità, a partire dai suoi visionari fondatori” ha affermato Lattanzi, ricordando che furono, tra l’altro, promotori di una legge per la difesa del paesaggio e che nel 1936 pubblicarono la prima guida enogastronomica, e che dietro all’idea del turismo scolastico, delle settimane bianche, della scoperta dei borghi quando non se ne occupava nessuno, c’era il Touring.

“Oggi i nostri occhi sono sfiniti dall’attenzione costante al telefono, ma l’audio non è in concorrenza con le immagini” ha spiegato Calabresi, sottolineando come “lo spazio per l’audio è in questo momento grande, perché è fruibile in momenti diversi (quando guidi, corri, vai bicicletta, sei in palestra o cucini) e per un tempo molto più lungo”. “Un racconto orale immersivo, con voci, suoni e rumori che dura 35-40 minuti corrisponde a otto pagine su un giornale: sfido chiunque a leggere un articolo così lungo” ha aggiunto il 52enne ex direttore di Repubblica, evidenziando che uno dei punti di forza di questi “long-form” è l’essere “on-demand”, e che “chi ascolta podcast sulle piattaforme che offrono audio e musica è passato nell’ultimo anno dal 10 al 30%”.

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