L’artista romano Fabrizio Campaiola presenta il progetto “Labirinti”Roma, 17 ott. (askanews) – L’artista romano Fabrizio Campaiola presenta il progetto “Labirinti” attraverso il materiale pop dei mattoncini Lego. Si tratta di “dedali”, di “maze” (multicursali, complessi, ramificati). E non di “labyrinth” (unicursali). Cioè ci si può perdere per davvero tra i bivi e gli innumerevoli percorsi possibili, tra torri che cercano simmetrie, citazioni e colori che assumono significati differenti a seconda del punto di vista (frontale o prospettico), giocando con affascinanti citazioni dell’arte cinetica del Novecento, con lo spirito squisitamente pop dei mattoncini Lego e con il concetto di architettura in senso lato.
Sono i “Labirinti” di Fabrizio Campaiola, il progetto che l’artista romano presenterà in occasione dell’omonima mostra personale, in programma venerdì 20 ottobre (dalle ore 18 alle ore 21) presso lo showroom Irsap di Roma, in zona Mandrione, dove, dell’ambito della rassegna “InOltre”, le architetture degli antichi acquedotti romani, per una sera, dialogheranno con un corpus omogeneo di venti opere, realizzate dal 2019 ad oggi. “Questo progetto nasce circa quattro anni fa – racconta Campaiola – quando, in un momento difficile della mia vita personale, ho avuto modo di fermarmi e scavare dentro i ricordi, e rendere reale un’esigenza comunicativa che portavo dentro di me da sempre: rappresentare l’idea di città come un labirinto capace di chiamare in causa il fruitore, lo interroga e lo invita a giocare con l’opera d’arte, evocando sensazioni personali o temi sociali e, al tempo stesso, una irrinunciabile nostalgia ludica», dovuta alla scelta di realizzare questo progetto utilizzando esclusivamente mattoncini Lego”.
“E così è possibile disorientarsi, oppure divertirsi, o ancora perdersi, magari – con un esercizio d’immaginazione – sentendosi in una città tridimensionale, a volte asfissiante, altre gioiosa. Ecco, quindi, che l’opera coinvolge il fruitore, invitandolo implicitamente a risolverla, a immergersi all’interno del discorso artistico. Per uscire dal labirinto, oppure viceversa restarci. «Mi piace pensare – continua l’artista – che non sia un caso che il personaggio mitologico greco Dedalo fosse un grande architetto, oltre che scultore e inventore. Perché secondo me il legame tra l’arte, la suggestione del labirinto e l’architettura in senso lato – dal design all’urbanistica – è indissolubile, si perde nella notte dei tempi, nel mito appunto”.
Al via la terza edizione di “Roma Arte in Nuvola”Roma, 17 ott. (askanews) – Dal 24 al 26 novembre torna nella Capitale “Roma Arte in Nuvola”, la grande Fiera internazionale di Arte moderna e contemporanea, ideata e diretta da Alessandro Nicosia e prodotta da C.O.R. con la direzione artistica di Adriana Polveroni e con la consulenza di Valentina Ciarallo, giunta oggi alla sua terza edizione ed organizzata presso la suggestiva cornice della Nuvola di Fuksas.
Forte degli oltre 36.000 visitatori che hanno decretato il grande successo della seconda edizione, “Roma Arte in Nuvola” si impone sulla scena nazionale ed internazionale come una delle principali fiere di settore che vede i suoi punti di forza non solo nella qualità delle gallerie partecipanti ma anche nell’offerta artistica poliedrica in grado di coinvolgere tutte le discipline – dalla pittura alle installazioni, dalla scultura alle performance, dalla video arte alla digital art fino alla street art – nonché di intercettare l’interesse del grande pubblico, giovani ed appassionati. La nuova edizione promossa con EUR Spa – con la presenza attiva del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e del Ministero della Cultura, con Regione Lazio e Roma Capitale – è stata presentata oggi a Roma, presso la Sala del Tempio di Vibia Sabina e Adriano della Camera di Commercio di Roma, nell’ambito di una conferenza stampa introdotta e coordinata dal Direttore Generale Alessandro Nicosia. All’incontro, oltre a Vittorio Sgarbi, Sottosegretario di Stato alla Cultura, sono intervenuti: Alessandro De Pedys, Direttore Generale per la Diplomazia Pubblica e Culturale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Mario Turetta, Segretario Generale del Ministero della Cultura, Ilaria Miarelli Mariani, Direttrice dei Musei Civici della Sovrintendenza di Roma Capitale, Mary Ellen Miller, Incaricata d’Affari – Ambasciata d’Australia, Ernesto Fürstenberg Fassio, Presidente Banca Ifis ed Adriana Polveroni, Direttrice Artistica di Roma Arte in Nuvola.
Con oltre 150 gallerie partecipanti, nazionali ed estere, “Roma Arte in Nuvola” consolida il proprio ruolo di manifestazione di grande richiamo non solo per gli espositori provenienti da numerose città del Mezzogiorno ma dall’intero territorio nazionale, con una crescente presenza delle gallerie del Nord. Rispetto alle due passate edizioni, aumenta anche il numero delle gallerie internazionali: da Londra a Parigi, da Barcellona a Knokke, da Dubai a Tel Aviv fino a New York ed Osaka. Un’offerta espositiva completa e di alto profilo che, anche quest’anno, caratterizza gli oltre 14.000 metri quadri di spazio espositivo, suddivisi fra arte moderna e contemporanea, creando un dialogo che rappresenta una straordinaria proposta integrata fra le diverse espressioni artistiche. Dopo aver ospitato Israele nella prima edizione e l’Ucraina nella seconda, la Fiera ha scelto di consolidare la propria vocazione internazionale ospitando, quest’anno, l’Australia come Paese straniero presentando un’offerta espositiva contemporanea che trova nell’arte aborigena la propria vocazione, dando vita ad un’interessante proposta artistica.
Il padiglione ospiterà la mostra d’arte aborigena “Threads and Lands”: pittura, scultura, lavorazione del legno e arazzi compongono una collezione dinamica, la cui narrazione curatoriale si ispira alla materialità fisica delle opere d’arte e ai processi di creazione. Tra gli artisti ospitati Witjiti George, Nyunmiti Burton, Yaritji Heffernan e Zaachariaha Fielding. Fiore all’occhiello dell’edizione 2023 è la partecipazione attiva del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e del Ministero della Cultura con una serie di iniziative mirate. In anteprima assoluta, sono esposte a Roma 40 opere della Collezione Farnesina, con artisti tra i tanti del calibro di Michelangelo Pistoletto, Mimmo Paladino, Afro, Agostino Iacurci e Tomaso Binga.
Uniti sotto il payoff “Il MiC per Roma Arte in Nuvola”, partecipano attivamente alla Fiera, per la prima volta, diverse istituzioni museali e culturali afferenti al Ministero della Cultura: dal MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, presente con due opere centrali della propria Collezione, Senza titolo (Triplo igloo) di Mario Merz e Ciclomóvil di Pedro Reyes, al Museo delle Civiltà partecipe con diversi artisti fra cui Victor Fotso Nyie e la sua opera in ceramica Suivre ses Reves, dalla Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea che espone Nero bianco nero (1955), opera iconica di Alberto Burri fino all’Archivio Luce Cinecittà che presenta due postazioni/installazioni site specific; al piano terra, una presentazione di cinegiornali dedicati alle grandi mostre degli anni Sessanta, mentre al secondo piano una rassegna di film prodotti dall’Archivio e dedicati all’arte contemporanea. Significativa la partecipazione della Direzione Generale Creatività Contemporanea del MiC con un’isola informativa digitale che presenterà le numerose attività legate alla promozione e al sostegno delle arti visive e dell’architettura contemporanee, nonché delle imprese culturali e creative e degli interventi di rigenerazione urbana. Sarà anche l’occasione per approfondire gli avvisi pubblici e i progetti nei diversi settori di competenza e per conoscere alcuni strumenti quali le piattaforme web realizzate dalla DGCC che raccolgono censimenti e mappature delle varie forme di arte e di architettura contemporanea. Presente anche Roma Capitale, con la mostra La Città delle Donne, che prende corpo dalla metafora di felliniana memoria e che si struttura in un suggestivo percorso visivo elaborato sul corpo della donna nella considerazione di un rapporto che quasi non distingue più il valore semantico del corpo della donna con quello stesso della città di Roma. Tra i numerosi progetti speciali (fra installazioni, talk e performance) una grande mostra dedicata ad Alighiero Boetti, uno dei principali protagonisti del gruppo dell’Arte Povera, nonché degli artisti italiani più apprezzati del secondo Novecento, realizzata in collaborazione con la Galleria Tornabuoni Arte. Omaggio all’artista, di cui nel 2024 si celebreranno i trent’anni dalla scomparsa, la mostra include una selezione di trenta lavori su carta, espressione delle diverse fasi dell’artista. Da “Senza Titolo”, emblematico del passaggio tra la fase poverista e quella concettuale, si prosegue con i “Lavori Postali” e le loro permutazioni matematiche, fino ad arrivare alle cosiddette “Biro” e ai “Fregi”. Non solo gallerie quindi ma anche un ricco programma di Talk, ospitati al piano Nuvola in cui tornano a confrontarsi voci diverse, sia italiane che internazionali – fra artisti, curatori, collezionisti e direttori di musei – sui grandi temi del contemporaneo. Saranno assegnati dei premi nell’ambito della fiera a testimonianza della grande attenzione che la fiera riserva nei confronti della cura e dell’originalità con cui le gallerie allestiscono i propri stand, riconoscendone la professionalità e la capacità di reinventare la propria proposta. Un’ulteriore dimostrazione dell’alto riconoscimento che Roma Arte in Nuvola manifesta nei confronti delle gallerie, da sempre i primi interlocutori di una fiera. Tra i numerosi sostenitori di quest’anno. Main Partner: Banca Ifis; Sponsor: Terna, Rai, Archivio Luce Cinecittà; con la partecipazione di: Poste Italiane, Treccani Arte; Radio Ufficiale: RDS; Official Insurance: European Brokers; Sponsor Tecnici: Ticketone, Caffetterie Palombini. Ernesto Fürstenberg Fassio, Presidente di Banca Ifis, ha sottolineato: “Dopo l’inaugurazione del “Parco Internazionale di Scultura” di Villa Fürstenberg, a Venezia, per celebrare il nostro 40mo anniversario, portiamo a Roma un’installazione full digital, che permetterà agli appassionati di Arte in Nuvola di entrare in contatto con alcune delle opere della nostra collezione presenti nella nostra sede veneziana. Si chiama “Infinite Room” e sarà una esperienza immersiva a 360 gradi” lo ha dichiarato il Presidente di Banca Ifis, Ernesto Furstenberg Fassio, intervenendo stamattina alla conferenza stampa di presentazione di Arte in Nuvola di cui la banca è main sponsor. Nelle scorse settimane, Banca Ifis ha inaugurato presso Villa Furstenberg a Mestre, oggi sede della Banca, il Parco Internazionale di Scultura nel quale le opere di dieci maestri di arte contemporanea sono disseminate negli oltre 22 ettari di giardino che sarà visitabile gratuitamente dalla prossima primavera’. La sponsorizzazione di Roma Arte in Nuvola da parte di Banca Ifis “si inserisce nell’ambito di un percorso più ampio a sostegno dell’ecosistema culturale del nostro Paese: dallo sviluppo del progetto “Economia della Bellezza”, una piattaforma che ha l’obiettivo di valorizzare il patrimonio di Bellezza del nostro Paese, fino ad arrivare a progetti di economia sociale come “Your Future You”, avviato insieme alla 21 Gallery di Treviso per offrire ai ragazzi dei licei italiani l’opportunità di acquisire consapevolezza delle proprie potenzialità attraverso l’arte”, ha aggiunto il Presidente di Banca Ifis, Ernesto Furstenberg Fassio.
Morton Subotnick in Biennale: la musica accade, ed è significatoVenezia, 17 ott. (askanews) – Morton Subotnick è un pioniere della musica elettronica, compositore che ha innovato il modo di utilizzare dispositivi, strumenti e altri media, tra i quali ovviamente i computer. A 90 anni è stato ospite alla Biennale Musica di Venezia e ha performato da vivo, insieme all’artista Lillevan, la propria opera “As I Live and Breathe”. Lo abbiamo incontrato e gli abbiamo chiesto cosa significa oggi la parola suono per lui.
“Il suono è rumore – ci ha detto – non è musica. Noi creiamo musica nel nostro cervello partendo dai suoi che troviamo all’esterno e gradualmente ci liberiamo del del rumore e sentiamo… Come se guardiamo in una foresta, all’inizio si vede molto verde, poi a poco a poco si distinguono gli alberi o uno scoiattolo o un uccello che non avevamo visto all’inizio. Il nostro cervello ci porta in modi diversi a ricavare del significato da ciò che abbiamo visto e in questo modo il suono diventa musica. La musica è il significato”. Un significato che il suo lavoro, che parte dal respiro e al respiro torna, costruisce passo dopo passo, suono dopo suono, arrivando a costruire, e poi a decostruire, una ipnotica genesi dell’idea profonda di musica. Come se, dalla sala dell’Arsenale, fossimo, noi spettatori, partiti alla ricerca stessa della musica. “Ma non dobbiamo cercarla, la musica – ha obiettato Subotnick – semplicemente succede, diventa importante per noi. E più ci vivi insieme e più le permetti di stare con te, più poi farla accadere, e così facendo diventa sempre più forte, più musicale. In un certo senso la musica non ha niente a che fare con il suono, ha a che fare con il modo in cui osservi e ascolti”.
E ha a che fare, aggiungiamo noi, con il senso di una vita dedicata alla musica, che in qualche modo, lo ha detto lo stesso artista, nello spettacolo veneziano è stata tutta compresa. (Leonardo Merlini)
Aperta la Biennale Musica: un’esplorazione del suono elettronicoVenezia, 17 ott. (askanews) – Un’esplorazione del suono elettronico, dalle prime sperimentazioni avanguardistiche fino alle espressioni contemporanee, che sono indissolubilmente legate agli sviluppi della tecnologia digitale. È questa l’idea che guida la 67esima edizione del Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia, diretto per il terzo anno da Lucia Ronchetti.
“Il festival si chiama Micro Music – ha spiegato la direttrice ad askanews – perché si intende come un viaggio all’interno del suono, all’interno delle microscopie, dei diversi materiali che compongono il suono, ma è anche un omaggio al microfono. Il microfono visto come microscopio che ci permette proprio di vedere qualcosa, di sentire qualcosa che prima non era possibile. attraverso nuove tecnologie e attraverso sistemi di ripresa avanzati. Ci sono compositori che ci portano nel mondo subacqueo della laguna di Venezia con microfoni particolari, compositori che usano sensori per fare in modo che il pubblico entri nel merito dell’opera e crei, diciamo, delle variazioni all’interno dell’opera”. Le giornate inaugurali della Biennale Musica sono state scandite sia dalla presenza di installazioni sulla terraferma, a Mestre e Porto Marghera, che si inseriscono nella costante volontà di allargare gli spazi, non solo fisici, della Biennale, sia da alcuni spettacoli, come il concerto di Morton Subotnick, leggendario pioniere delle musica digitale classe 1933 che ha performato dal vivo in Arsenale, oppure dalla prima italiana dell’opera “Glia” di Maryanne Amacher, scomparsa nel 2009, che è stata diretta da Bill Dietz e ha coinvolto il pubblico in un’esperienza di musica totalizzante.
“Compositori attivi e che hanno creato lavori originali, interessanti e seminali secondo diverse tendenze stilistiche – ha aggiunto Lucia Ronchetti – sono presenti nel festival tutti insieme, quindi abbiamo in qualche modo un’apertura a 360 gradi della creatività contemporanea relativa alla musica digitale”. Per la Biennale come istituzione il festival è anche l’occasione di ribadire l’obiettivo di entrare direttamente sulla scena culturale, come ha detto il presidente Roberto Cicutto. “Molte istituzioni che si occupano di musica – ha detto da Forte Marghera – non hanno fondi o forse non hanno nella loro politica l’idea di produrre nuova musica, la Biennale lo sta facendo”.
Nel solco di una volontà di presidiare tutte le arti e di ricercare gli aspetti più innovativi delle diverse pratiche, anche quelle sociali, che da anni è uno dei tratti distintivi della Biennale. (Leonardo Merlini)
Dal 21 ottobre l’Almanacco Barbanera, “Memoria del mondo” UnescoRoma, 16 ott. (askanews) – Sostenibile per vocazione, ricco di tradizioni e sempre attento al mondo che cambia, l’Almanacco Barbanera da sabato 21 ottobre torna nelle edicole e librerie italiane con tanti pratici consigli per un vivere quotidiano armonioso e consapevole. L’almanacco più celebre e longevo d’Italia, riconosciuto “Memoria del mondo” dall’Unesco, è pronto a entrare nelle case degli italiani per portare ogni giorno ottimismo e fiducia nel futuro e seminare un po’ di quella vaga e “socratica” capacità con cui dal 1762 ci esorta a guardare alle cose del mondo con incanto, gentilezza e un pizzico di ironia.
L’edizione 2024, fresca e colorata, si propone nell’elegante veste grafica firmata da Roberta Pinti e con le sognanti illustrazioni di Monica Zani: immagini tratte da antichi almanacchi giocano con soggetti dal gusto contemporaneo e riempiono le pagine di colori che invitano alla meraviglia e sfumano i confini tra passato e presente, suggerendo la ciclicità del tempo su cui si fonda tutto il pensiero di Barbanera. Ogni dettaglio sottolinea la bellezza delle piccole cose, il filo conduttore che attraversa tutto l’almanacco, dai dialoghi tra il saggio filosofo e l’amico Silvano – citazione dei Barbanera settecenteschi – alle pagine del giardino, quest’anno incentrate sui rapporti simbiotici e sulle convivenze pacifiche del mondo vegetale. Rispetto al passato, la nuova edizione si arricchisce di tanti nuovi e utili consigli – ben quattro pagine in più ogni mese – dedicati al verde, alle attività in casa e al benessere personale, con il recupero di antiche tecniche e metodi naturali, qualche gioco per allenare la mente e tenere lontana la pigrizia e pillole per “amarsi un po’”. Mese dopo mese, le fasi della Luna e il ciclo delle stagioni ispirano le pagine dell’almanacco, esortano a fare tesoro di piccole idee contro lo spreco, a rivalutare antichi rimedi per la cura del corpo e dello spirito e a fare più verde il pianeta attraverso buone e consolidate pratiche per svolgere, al momento giusto e nel modo migliore, i lavori in casa e in cantina, nell’orto e nel frutteto, in giardino e sul balcone. Per i piaceri da condividere a tavola, ogni mese l’Almanacco propone una ricetta delle tradizioni regionali italiane che valorizza ingredienti di stagione conditi con curiosità storiche, scientifiche e culturali.
Oltre che alla terra, l’occhio attento di Barbanera si alza, come sempre, anche al cielo, che tanto ci incuriosisce e un po’ ci orienta nel sentire e nel vivere quotidiano. Poste in apertura di ogni mese, le pagine dedicate agli astri abbinano alla presentazione delle costellazioni protagoniste del cielo di stagione, suggerimenti su come osservare i principali eventi astronomici senza bisogno di telescopi, curiosità tra mito e scienza e un glossario delle “parole celesti” più comuni. Naturalmente il Barbanera 2024 non dimentica di riproporre i grandi classici della cultura d’almanacco: le previsioni astrologiche, degli specchietti sintetici sulle coltivazioni e i cibi di stagione, proverbi tramandati di generazione in generazione e la tradizionale tavola delle effemeridi con i santi del giorno, gli orari del levare e calare del sole e della luna, previsioni meteo, curiosità calendariali e le più importanti ricorrenze religiose e civili.
Simbolo universale di un genere letterario che ha contribuito a diffondere cultura per tutti, e per questo riconosciuto “Memoria del mondo” Unesco, l’Almanacco Barbanera continua a farsi narratore e interprete del tempo. Forte di una saggezza antica, ma capace di stare al passo con i tempi, anche questo ottobre torna puntuale in edicola e in libreria, insieme al classico Calendario, per offrire ai propri lettori sempre nuovi spunti per vivere felici.
Libri, esce il romanzo “Rosa” di Veronica PivettiRoma, 16 ott. (askanews) – Una vita a ostacoli quella di Rosa Cruzado, la grintosa protagonista del nuovo romanzo di Veronica Pivetti. Donna di cuore e di cervello, è giunta in Italia dal Perù ed è operatrice sociosanitaria in una RSA milanese. Cura gli anziani ospiti con dedizione, ma lo stipendio non basta per arrivare a fine mese e così, insieme alle colleghe Lupe, Teodora, Polina, Denisa e Maka, apre una cooperativa di assistenza per malati all’insaputa della coordinatrice, la temibile dottoressa Spinelli. Giornate e nottate di duro lavoro, il desiderio di affrancarsi dalle difficoltà economiche che l’accompagnano da sempre, la volontà di costruire un futuro sereno. La forza della protagonista è nella sua grande umanità, nell’ironia e nell’empatia che la contraddistinguono. “Rosa”, un racconto in commedia con un finale inatteso, che è al tempo stesso una storia di emancipazione e una favola dei giorni nostri.
“Rosa” di Veronica Pivetti, edito da Rai Libri, è in vendita nelle librerie e negli store digitali dal 17 ottobre 2023 (Euro: 19,00). Veronica Pivetti è attrice, doppiatrice, conduttrice e scrittrice. Protagonista di molte fiction fra cui Commesse, Il Maresciallo Rocca, Provaci ancora prof, La ladra, ha debuttato al cinema con Viaggi di nozze di Carlo Verdone. Ha condotto con Raimondo Vianello il Festival di Sanremo e vari programmi tv fra cui “Per un pugno di libri”, “Amore criminale”, “La donna della domenica”, ed è stata ospite fissa a “Le parole”, con Massimo Gramellini. A teatro è stata protagonista di Boston Marriage, Sorelle d’Italia, Viktor und Viktoria, Stanno sparando sulla nostra canzone e altri spettacoli. Ha diretto il film Né Giulietta, né Romeo (2015).
È autrice di Ho smesso di piangere (2012), Mai all’altezza (2017), Per sole donne (2020), Tequila bang bang (2022), pubblicati da Mondadori.
Da Milano al mondo: le città (in)visibili di Gabriele BasilicoMilano, 15 ott. (askanews) – Le città sono stati d’animo, ma anche forme di sguardo. E una delle più celebri tra queste ultime è quella di Gabriele Basilico, il fotografo milanese di cui ricorre il decennale dalla morte. E Milano ora lo ricorda con una mostra su due sedi, la Triennale e Palazzo Reale, che parte dal capoluogo lombardo per arrivare al resto del mondo ed è intitolata “Le mie città”. Giovanna Calvenzi ha curato entrambe le esposizioni. “Milano era il suo porto di partenza e il suo porto di ritorno – ci ha raccontato – l’ha detto e scritto più volte. Però di Milano amava soprattutto le zone in espansione, le periferie, le zone dove delle cose potevano succedere”.
Quello che più si percepisce, addentrandosi nelle fotografie di Basilico, è il modo in cui la città prende forma, il suo “darsi” una forma, che in un certo senso sembra prescindere dall’intervento umano. La città esiste, la città è. E noi lo possiamo scoprire grazie a queste immagini. In Triennale attraverso 13 serie si incontra la Milano di Basilico, dai famosi ritratti di fabbriche agli anni della trasformazione urbanistica con l’arrivo dei grattacieli. A co-curare questa mostra, realizzata in collaborazione con il Museo di fotografia contemporanea, c’è Matteo Balduzzi. “Si tratta di una mostra molto libera, molto aperta – ha spiegato – ma anche rigorosa, che di fatto ordina il lavoro che Gabriele ha fatto su Milano e lo presenta in modo quasi completo per la prima volta al pubblico”. A Palazzo Reale, invece, gli scatti di Basilico arrivano nella Sala delle Cariatidi, riproponendo un dialogo serrato tra la contemporaneità del lavoro e la storicità del luogo, tra lo spirito delle città e la dimensione architettonica dello spazio che fa da cornice. In questo caso insieme a Calvenzi ha lavorato Filippo Maggia. “Una città che non si ripete – ci ha detto – ma che è successiva una all’altra: ogni città è diversa, il luogo è diverso, il modo di interpretare l’impatto con la città, il modo di conoscere la città di Gabriele Basilico muta negli anni, si evolve, si passa da una visione più frontale a una che negli ultimi anni sarà verticale spsso e anche a colori, ma verticale inteso come a volo d’uccello, non dall’alto verso il basso, quindi come una fotocamera che plana sulla città”.
E l’azione di planare è forse quella più coerente quando si prova a capire una città: arrivarci per scoprirla e farlo perdendosi in mille angoli e mille storie silenziose. Quelle storie che Gabriele Basilico ha raccontato per decenni con un nitore che sarebbe piaciuto all’Italo Calvino de Le città invisibili. (Leonardo Merlini)
”Invisible City”, la mostra fotografica di Gaido in VersiliaRoma, 15 ott. (askanews) – In occasione della seconda edizione di Pietrasanta Design Week-end, il Complesso Monumentale Chiostro di Sant’Agostino della cittadina versiliese ospita dal 19 ottobre al 10 dicembre 2023 la mostra di Veronica Gaido INVISIBLE CITY a cura di Maria Vittoria Baravelli.
L’esposizione è una serie fotografica, nata nel 2015 e ancora in fieri, per cui l’artista si è ispirata al celebre romanzo omonimo di Italo Calvino. La mostra, dopo essere stata ospitata al Consolato generale d’Italia a New York da maggio a settembre 2023, approda in Italia e sarà uno degli eventi di punta di Pietrasanta Design Week-end. Da New York a Pechino, da Miami a Tokyo, gli edifici di queste grandi metropoli si trasformano passando attraverso l’occhio di Veronica Gaido e diventano sostanza viva, pura luce. L’artista fa diventare la materia dura delle architetture monumentali fluida, flessibile, sinuosa; tratta i grattacieli come fossero canne di bambù mosse dal vento, percorse dalla luce, dal tempo e dalle sue emozioni, in una visione che guarda alla pittura futurista del primo Novecento, ma che diventa futuristica.
Un vero e proprio passaggio di materia dove il solido diventa fluido e vibrante, creando delle immagini che attraggono e respingono allo stesso tempo e che, trasportando la mente nella sfera del sublime, fanno correre l’immaginazione e danno vita a spazi e mondi altri. In questo modo, Veronica Gaido non è solo una fotografa, ma una pittrice della realtà, un’artista che dipinge con la luce per farci vedere il mondo con una nuova prospettiva, ricordandoci che la bellezza è ovunque, se siamo disposti a osservare con attenzione e sensibilità. Le sue immagini sono più di semplici scatti: sono pennellate di colore, luce ed emozione. Ogni foto racconta una storia, cattura un momento, e ci invita a vedere il mondo con occhi diversi.
L’artista spesso parte da una fonte letteraria per dare vita ai suoi lavori, come in questo caso in cui è stata ispirata da Italo Calvino, di cui ricorrono proprio i cento anni dalla nascita, e da quel Marco Polo delle Città invisibili che descrive città immaginifiche, fantastiche, ma dalle possibilità illimitate, come quelle di Veronica Gaido. Veronica Gaido, utilizzando la lunga esposizione e componendo e scomponendo i soggetti che ritrae, siano essi corpi o architetture, come in questo caso, ci restituisce una sua personale interpretazione delle realtà e delle emozioni che quel preciso pezzo di mondo ha suscitato in lei.
“D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda”, questa citazione di Italo Calvino sembra incarnare il sentimento che emerge dal lavoro fotografico di Veronica Gaido intitolato “INVISIBLE CITY”, in omaggio al celebre romanzo dello scrittore”, scrive Maria Vittoria Baravelli curatrice della mostra. “Una indagine attraverso le sue fotografie liquide delle città del mondo, dall’America al Giappone, dalla Cina all’Europa, per giungere oggi, in occasione della sua mostra, in Versilia, territorio in cui è nata”. L’esposizione racconta di come le architetture, totem della nostra contemporaneità esprimano le vite di chi i luoghi li vive, dimostrando quanto la sua fotografia sia più vicina all’arte che al reportage. Corpi vicini, lontani, sfumati, accennati o a malapena visibili. Nelle immagini di Veronica, sembra che esploriamo la superficie delle cose, cercando di unire i pezzi e di delineare tutte le vite che non sono le nostre, o che forse avremmo potuto vivere se fossimo dall’altra parte del mondo”.
Karen Russell vince il premio letterario Lattes GrinzaneMilano, 14 ott. (askanews) – Con il suo romanzo “I donatori di sonno” (Edizioni Sur, traduzione di Martina Testa), la statunitense Karen Russell è la vincitrice della XIII edizione del Premio Lattes Grinzane, il riconoscimento internazionale intitolato a Mario Lattes e promosso dalla Fondazione Bottari Lattes, che anche quest’anno ha visto concorrere insieme i migliori libri di narrativa italiana e straniera pubblicati nell’ultimo anno. La cerimonia di premiazione, condotta da Alessandro Mari, si è svolta sabato 14 ottobre 2023 al Teatro Sociale Busca di Alba (CN). A determinare la vittoria di Russell sono stati i voti di 400 studentesse e studenti di 25 giurie scolastiche delle scuole superiori in tutta Italia, più una di Parigi.
Si legge come motivazione della Giuria Tecnica del Premio, che aveva selezionato “I donatori di sonno” tra i finalisti: “La qualità di certe storie del terrore si può misurare con la quantità di sonno che sottrae, per l’eccitazione che non fa chiudere occhio. Poi si cede, altrimenti il corpo collassa. Come ne I” donatori di sonno”, dove Karen Russell trasforma l’insonnia stessa in un incubo di massa: la misteriosa epidemia che impedisce di dormire fiacca la mente e il corpo fino alla morte. È l’apocalisse, bianca. Ci sono alcuni donatori, che con il loro sonno idratano le menti dei malati, ma rischiano di infettarli con gli incubi. Il genere umano rischia l’estinzione. L’unica speranza sono i bambini, il sonno purissimo. A scoprirlo è la voce narrante del romanzo, che ha perso la sorella, tra le prime vittime della pandemia: la sua storia è una ferita pulsante, perché la usa per convince i più riluttanti a donare, come il padre di una bambina prodigiosa. Così la distopia diventa riflessione sul senso del dono, il sacrificio per la salvezza, il potere delle storie. E il romanzo, uscito negli Usa nel 2014, non si riduce a profezia del Covid, ma re-invenzione del mito di Morfeo-Hypnos. Con uno stile essenziale, tra guizzi psicologici e colpi d’ala dell’immaginazione, Russell ci ricorda che certi traumi non si superano, ma possono venire trasformati in storie che danno senso al dolore e alla paura di tutti. E la letteratura è far proprio, incubare, ciò che è stato sognato da altri”. Domani Karen Russell terrà una masterclass alla Scuola Holden di Torino, con la quale da quest’anno il Premio Lattes Grinzane ha avviato una nuova collaborazione preceduta da una lezione introduttiva a cura di Loredana Lipperini. Al centro, il tema della letteratura di genere secondo l’autrice, con un approfondimento sul suo metodo di lavoro. Informazioni sul sito scuolaholden.it Jonathan Safran Foer, pubblicato in Italia da Guanda, è il vincitore del Premio Speciale Lattes Grinzane, attribuito ogni anno a un’autrice o a un autore internazionale di fama riconosciuta a livello mondiale che nel corso del tempo abbia raccolto un condiviso apprezzamento di critica e di pubblico. Durante la cerimonia, secondo la tradizione, lo scrittore ha tenuto una lectio magistralis dal titolo “Cuori di macchina”, tradotta in italiano da Irene Abigail Piccinini, incentrata sul rapporto tra il valore del tempo e la società tecnologica in cui viviamo: “Cambierà tutto, è ciò di cui si vanta qualunque novità tecnologica di rilievo. Ma questo cambiamento ha una direzione, e come facciamo a sapere per certo che si tratti di una direzione positiva? È un progresso?”.
Museo dell’Ottocento presenta “Antonio Mancini e Vincenzo Gemito”Roma, 14 ott. (askanews) – Attraverso 140 opere, tra dipinti, sculture e disegni provenienti da importanti raccolte pubbliche e private, il Museo dell’Ottocento presenta l’esposizione ‘Antonio Mancini e Vincenzo Gemito’, che racconta la storia di due dei più importanti artisti italiani vissuti tra il XIX e il XX secolo: il pittore Antonio Mancini (Roma 1852-1930) e lo scultore Vincenzo Gemito (Napoli 1852-1929). Di fatto, due vere e proprie retrospettive che si incrociano, mettendo in evidenza tangenze e distanze tra le ricerche dei due artisti, tra i più apprezzati del loro tempo anche al di là dei confini nazionali. La mostra, a cura di Manuel Carrera, Fernando Mazzocca, Carlo Sisi e Isabella Valente, intende inoltre indagare il rapporto dei due artisti con i colleghi e mecenati.
I capolavori sono stati concessi da collezioni private e istituzioni museali quali la Direzione regionale Musei Campania – Certosa e Museo di San Martino di Napoli, la Fondazione Cardinale Giacomo Lercaro – Raccolta Lercaro di Bologna, la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, la Galleria d’Arte Moderna di Milano, la Galleria d’Arte Moderna di Roma, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, il Museo delle Raccolte Frugone di Genova. Fondamentale il contributo di Intesa Sanpaolo, con sedici opere provenienti dalle sedi delle Gallerie d’Italia di Napoli e Milano. Il Museo dell’Ottocento, inoltre, espone per intero il suo nucleo di diciassette opere di Mancini, capaci di restituire la vicenda di un artista che conquistò una fama internazionale. Nati nel 1852, Mancini e Gemito, entrambi di umili origini, si incontrarono tredicenni alla scuola serale di San Domenico Maggiore a Napoli. Sotto la guida degli scultori Stanislao Lista ed Emanuele Caggiano, poi del pittore Domenico Morelli, negli anni della formazione condivisero l’attitudine a una rappresentazione realistica della figura umana, accomunati dall’abilità nell’introspezione psicologica, ciascuno secondo le peculiarità del proprio linguaggio. Tra gli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento, Napoli era teatro di sperimentazioni pittoriche sul rapporto tra luce e colore e al centro di un dibattito che rivoluzionava la secolare supremazia del disegno propugnata dall’Accademia; la città era aperta al dialogo con artisti di tutta Europa e attenta alle novità che giungevano dalla Francia, dalla Spagna e dall’Inghilterra. A partire dalla metà degli anni Ottanta dell’Ottocento, dopo i soggiorni parigini e un lungo periodo di instabilità psichica che afflisse i due artisti, le strade di Mancini e Gemito si separarono prendendo direzioni diametralmente opposte. Mancini stabilitosi a Roma sperimenterà una pittura caratterizzata da una pennellata veloce, frammentata, con brillanti tocchi luministici, stile che attirerà da un lato l’attenzione del collezionismo straniero, dall’altro le critiche di coloro i quali ritenevano la sua figurazione eccentrica. Gemito negli anni della maturità si avvicinerà al rigore e all’eleganza dell’arte ellenistica e alla tradizione orafa. L’esposizione offre la visione delle fasi salienti del percorso di entrambi, con affondi tematici sulle rispettive poetiche.
Negli anni dell’apprendistato entrambi si esercitavano nella tecnica del disegno e nella rappresentazione del ‘vero’ con una nuova sensibilità, che si tradusse nella capacità di catturare le emozioni e gli stati d’animo. Dai maestri venivano indirizzati allo studio dei capolavori provenienti dagli scavi di Pompei ed Ercolano custoditi nel Museo Nazionale di Napoli. Per la formazione di Mancini fu fondamentale la scoperta di Caravaggio e della pittura naturalistica del Seicento che si potevano ammirare nelle chiese partenopee. Il Malatiello (terracotta, 1870 ca., Certosa e Museo di San Martino, Napoli) rappresenta il primo approdo di Gemito al realismo, quale esito formale degli insegnamenti del maestro Stanislao Lista. Lo Scugnizzo (terracotta, 1872, Collezione Intesa Sanpaolo Gallerie d’Italia – Napoli) è uno straordinario studio dal vero dal modellato morbido che riesce a trasmettere l’ingenuo stupore di un bambino colto di sorpresa. Gli fanno eco due tele di Antonio Mancini messe a confronto per la prima volta: Il Prevetariello, piccolo prete, (1870 ca., Certosa e Museo di San Martino, Napoli) e il Prevetariello in preghiera (1873 ca., Museo dell’Ottocento, Pescara) opera eseguita dopo un viaggio a Venezia. Come si può notare dal raffronto, la scoperta della pittura veneta funge da spartiacque nel percorso formativo del pittore che, dai contrasti drammatici di reminiscenza caravaggesca, passerà ad un colorismo acceso, caldo e sensuale. Mutamento stilistico di cui si cominciano a cogliere i riflessi anche nella grande tela Dopo il duello (1872, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino), nella quale il pittore rivela un’eccellente attenzione per il dettaglio e per la resa degli stati d’animo. Mancini nel maggio 1875 partì per Parigi dove rimase alcuni mesi durante i quali conobbe alcuni mercanti d’arte, come Adolphe Goupil e Alphonse Portier. Grazie alla frequentazione di Giuseppe De Nittis, che viveva nella città, egli incontrò Giovanni Boldini, gli impressionisti Edgar Degas e Édouard Manet, dal cui stile non fu particolarmente attratto. Tornerà nella Ville Lumière insieme a Gemito nel 1877. L’opera Saltimbanchi suonatori (1877, coll. priv., Courtesy METS Percorsi d’Arte), caratterizzata da colori vivaci e ricchezza di dettagli, nasce con l’intento di assecondare il mercato francese che ben presto si rivelerà troppo stretto per il talentuoso pittore. Da questa consapevolezza e dalla crisi esistenziale che ne derivò, si fece strada la genesi di Verità (1873-1878, Museo dell’Ottocento, Pescara), il suo dipinto più libero, un flusso di coscienza visivo che sembra anticipare, senza volerlo, gli aspetti della pittura surrealista. Gemito a Parigi frequentò l’atelier di Ernest Meissonier, pittore di grande fama, raffigurato in due sculture in bronzo (post 1879, Chines Collection, Roma e Galleria d’Arte Moderna, Milano); tra i due nacque un’amicizia profonda e duratura che andò avanti fino alla morte del francese. Nel percorso espositivo si ammira, inoltre, il Pescatore (Galleria d’Arte Moderna, Milano), replica del 1924-1925 della fusione in bronzo del 1875-1877 conservata presso il Museo Nazionale del Bargello di Firenze.
L’opera manifesto dello scultore, esposta al Salon del 1877 e all’Exposition Universelle del 1878, catalizzò l’attenzione critica sia per la posa irrituale e spontanea del ragazzo sia per il richiamo di citazioni classiche, come lo Spinario dei Musei Capitolini. A Parigi però le differenze caratteriali tra i due – Mancini mite e remissivo, Gemito volitivo e autoritario – non tardarono a manifestarsi. I contrasti sfociarono nel 1878 nella rottura della loro amicizia, funestata dalle difficoltà economiche e dalla malattia. Mancini, affetto da crisi nervose dal 1881 al 1882 fu internato al manicomio provinciale di Napoli. Nel 1883 si trasferì a Roma dove conquistò fama internazionale, inserendosi nel giro dei collezionisti e dei pittori stranieri. Si può rintracciare l’eco di tale notorietà nel Ritratto di Antonio Mancini, (1901 ca., Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma) eseguito dallo statunitense John Singer Sargent che lo definì “Il più grande pittore vivente”. Sono di questo periodo: Mi dipingerà così o Il buon modellino o Pastorello in Ciocie (1884 ca., Museo delle Raccolte Frugone, Genova) e Ciociara o Ragazza che espone un quadro (1885 ca., coll. priv.) dove Mancini inserisce un quadro nel quadro; la pennellata si fa più ampia, rapida e si arricchisce di colori accesi nel ricordo di Rembrandt. Vincenzo Gemito, tornato a Napoli, afflitto da un esaurimento psichico, si segregò nella sua abitazione per circa un ventennio nel corso del quale pose in essere una riflessione sull’arte ellenistica, come testimoniano alcuni bronzetti e la Maschera dell’imperatore Alessandro, (cera, 1920 ca., Galleria d’Arte Moderna, Milano).
In mostra si ammirano anche i disegni di Gemito, come Fanciulla napoletana o La Zingara, (1885, Collezione Intesa Sanpaolo Gallerie d’Italia – Napoli) ed esempi significativi della serie di Autoritratti. Egli, soprattutto nella fase della maturità, concepì questa tecnica come un’espressione indipendente che procede in parallelo a quella plastica. La mostra ha il patrocinio del Consiglio Regionale dell’Abruzzo, del Comune di Pescara, del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Si ringrazia Intesa Sanpaolo / Gallerie d’Italia per la collaborazione. La mostra ha ricevuto altresì la preziosa collaborazione dell’Associazione METS Percorsi d’Arte per il reperimento di numerose opere. Il catalogo pubblicato in occasione della mostra, edito da Silvana Editoriale, approfondisce gli aspetti nodali delle ricerche di Mancini e Gemito attraverso contributi inediti dei curatori e di altri studiosi, con il supporto di un ricco apparato documentario e centinaia di illustrazioni, ponendosi così come contributo fondamentale per le future ricerche sui due artisti.