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Santarcangelo Festival, Sara Sguotti e le forme che si sfocano

Santarcangelo Festival, Sara Sguotti e le forme che si sfocanoSantarcangelo di Romagna, 18 lug. (askanews) – Un campo, sullo sfondo la rocca di San Marino e poi il cielo. E quindi un palcoscenico bianco e il corpo di Sara Sguotti che assume diverse forme, tra il biologico e il postumano, per creare un viaggio dentro la densità della materia, ma anche dentro le possibilità di un essere umano che danza. È lo spettacolo “S.O.P. -SOME.OTHER.PLACE” che la danzatrice e coreografa ha portato al Santarcangelo Festival 2023. “Le forme – ha detto l’artista ad askanews – entrano nel mio corpo in maniera anche abbastanza, come dire, sfocata. Quindi parto appunto da un’immagine che è legata a questa sensazione un po’ felina, quindi sono un po’ immagino di essere un felino per poi attraversare spazi e quindi magari non definire più la mia figura in quanto essere umano o non umano, essere nel presente e nel passato, nel futuro”.

Fino ad arrivare, simbolicamente, all’immagine mentale di un gorilla, che in un certo senso prima appare in tutta la sua chiarezza, ma poco a poco si offusca e scivola verso un’altra dimensione della percezione, verso quell’altrove dell’immaginazione che è l’obiettivo del lavoro di Sara Sguotti. “Il fuori entra nel dentro – ha aggiunto – e il corpo è soltanto una reazione in realtà, quindi il corpo si adatta a quelli che sono i luoghi che vengono proposti nella mia immaginazione”. Sul palco non c’è nulla, tutto è affidato ai movimenti e ai passi della performer, la natura la abbraccia, ma in scena ogni cosa, anche quella sensazione di nebbia, va costruita in continuazione, movimento dopo movimento. Qui c’è la cifra coreografica dello spettacolo, qui la sua difficoltà ovviamente. Accanto al corpo c’è un unico altro possibile appiglio, affidato alla partitura musicale che Spartaco Cortesi esegue dal vivo. “Abbiamo deciso di usare il suono – ci ha spiegato il musicista – come se fosse un agente atmosferico, per cui abbiamo immaginato nubi che passano, quindi l’audio diventa un elemento anche quello poco definito ma che cambia in continuazione e dà meno riferimenti possibili a Sara”.

Ecco, nell’assenza dei riferimenti lo spettacolo trova i suoi, che sono più sottili, forse inafferrabili, ma hanno comunque la forza di sostenere la scena, di restituire emozioni al pubblico, di parlarci dei tanti modi in cui la danza oggi rappresenta una pratica irrinunciabile per chi vuole realmente pensare il contemporaneo. (L.M.)

Ricerca, già a 13 mesi i bambini avvertono l’esclusione sociale

Ricerca, già a 13 mesi i bambini avvertono l’esclusione socialeRoma, 17 lug. (askanews) – L’esperienza di essere ignorati in presenza degli altri, nota con il nome di ostracismo, è un fenomeno che si verifica comunemente nell’arco della nostra vita in diversi contesti e a diverse età. Esso influisce negativamente sui bisogni psicologici fondamentali e induce cambiamenti fisiologici e comportamentali negli adulti.

Un nuovo studio, dal titolo “You can’t play with us: First-person ostracism affects infants’ behavioral reactivity”, condotto presso il Bicocca Child&Baby Lab dell’Università di Milano-Bicocca, e appena pubblicato sulla rivista scientifica internazionale “Child Development”, ha rivelato come anche i bambini di soli 13 mesi siano sensibili all’ostracismo e reagiscano in modo diverso quando vengono inclusi o esclusi in situazioni sociali. Nel corso degli ultimi vent’anni, diversi studi si sono occupati di comprendere le dinamiche sottostanti il fenomeno dell’ostracismo. A oggi – informa Bicocca – è noto come, a partire dall’età scolare, l’essere esclusi da situazioni sociali possa influenzare i bisogni psicologici di base come il bisogno di appartenenza e l’autostima, causando cambiamenti fisiologici come l’accelerazione del battito cardiaco. Non solo, l’ostracismo può anche modificare i nostri comportamenti, consentendoci di adottare atteggiamenti prosociali o antisociali a seconda della situazione.

Ma come e quando emerge questa precoce sensibilità all’esclusione sociale? Per cercare di rispondere a questa domanda, la ricerca, realizzata presso il Bicocca Child&Baby Lab da un gruppo di ricercatori coordinato da Ermanno Quadrelli, docente di psicologia dello sviluppo e psicologia dell’educazione, all’interno di un finanziamento della Commissione Europea tramite un bando Marie Sklodowska-Curie Innovative Training Network (Progetto MOTION), ha esaminato gli effetti dell’ostracismo sul comportamento di bambini di 13-14 mesi. I bambini venivano coinvolti in un gioco con una palla insieme a due sperimentatori. Durante il gioco potevano essere inclusi, ricevendo e passando la palla in modo equo con gli sperimentatori, oppure ostracizzati, venendo ignorati dagli sperimentatori ed esclusi dal gioco dopo i primi due passaggi. Il comportamento dei bambini veniva registrato per consentire di valutare in maniera dettagliata le espressioni facciali, vocali e posturali degli stessi durante le diverse fasi dell’esperimento.

I risultati ottenuti hanno dimostrato che i bambini ostracizzati mostravano una minor quantità di comportamenti a valenza positiva, quali sorrisi e risate, mostrando invece in misura maggiore espressioni emotive negative, quali pianto ed espressioni di rabbia, rispetto a quelli inclusi. I bambini esclusi, inoltre, si mostravano molto più attenti al gioco, osservando più a lungo la palla e/o i giocatori, e ricercavano l’attenzione degli altri giocatori, verosimilmente in un tentativo di essere re-inclusi nell’interazione sociale. Questi risultati – prosegue Bicocca – rivelano, per la prima volta, come, già a partire dai 13 mesi di età, i bambini siano sensibili all’ostracismo, mostrando una risposta comportamentale in linea con quanto osservato in bambini più grandi e negli adulti. Complessivamente, i dati raccolti forniscono inoltre nuove informazioni sullo sviluppo delle abilità di interazione sociale in prima infanzia ed evidenziano come la sensibilità all’esclusione sociale negli adulti affondi le sue radici nei primi mesi di vita.

I dati di ricerca ad oggi disponibili indicano come essere persistentemente ignorati dai coetanei a partire dalla scuola materna può comportare reazioni di insoddisfazione in classe fino a compromettere le prestazioni scolastiche. “Adottare una prospettiva evolutiva e studiare gli effetti dell’ostracismo fin dalla prima infanzia – sostiene Ermanno Quadrelli – consente quindi non solo di ampliare le conoscenze sullo sviluppo sociale nei primi anni di vita, ma mette anche in evidenza la necessità di intervenire precocemente per contrastare l’ostracismo e promuovere un ambiente inclusivo sin dai primi anni di vita. In questo senso, la creazione di programmi educativi e di intervento mirati a favorire l’integrazione sociale e a sviluppare abilità di adattamento socio-emotivo potrebbe contribuire a mitigare gli effetti negativi dell’ostracismo sui bambini e migliorare le loro prospettive di successo accademico e di benessere sociale”.

Biennale Danza, oppressione e rinascita: Oona Doherty a Venezia

Biennale Danza, oppressione e rinascita: Oona Doherty a VeneziaVenezia, 16 lug. (askanews) – Una coreografia corale di impianto classico, molto elegante, accompagnata dal Concerto per pianoforte n.2 di Sergei Rachmaninoff, che a un certo punto però viene sconvolta da degli spari. È la prima parte dello spettacolo “Navy Blue”, che la coreografa londinese Oona Doherty ha portato in prima nazionale per l’Italia alla Biennale Danza di Venezia, dove nel 2021 le era stato attribuito il Leone d’Argento. Questo nuovo lavoro si articola su due momenti, il primo tragico, con echi dei campi concentrazionari del Novecento e delle sue dittature totalitarie, il secondo improntato invece a una rinascita, che passa anche attraverso una sorta di immersione nello spazio profondo, in quel blu del cielo e delle stelle che forse conferisce la forza di riscattare anche gli orrori della storia.

Le parole chiave per Doherty sono, nel caso di quest’opera, crisi e redenzione. E se è disturbante vedere come l’unisono del balletto sia fatto vittima di una violenza cieca, invisibile e inesorabile nella parte intitolata “The Oppression”, è altrettanto strano, ma in senso positivo e liberatorio, assistere, da qualche parte in un mondo che immaginiamo più lontano, alla resurrezione degli stessi corpi dei ballerini a cui la coreografa offre la possibilità di agire “un tentativo di libertà e un nuovo futuro”. La seconda parte si intitola “Submission into Love”, e culmina con un assolo che probabilmente è la misura stessa della speranza presente in “Navy Blue”. Come un abbraccio poetico. Sulla scena i dodici performer, provenienti da tutta Europa, sembrano essere simbolo di una umanità fragile e in un certo senso impotente, schiacciata dalla violenza del potere, i loro passi sono a un certo punto terrorizzati. Ma non possono fare altro che continuare a danzare: qui probabilmente lo spettacolo costruisce la propria forza, la propria credibilità. E partendo da questa impossibilità di uscire dl circolo ermeneutico – se così possiamo dire – della danza, getta le basi per la rinascita. E il medium, in questo caso, è parte decisiva del messaggio. (L.M.)

”La moda al tempo dei Florio”, la mostra a Mirto dal 19 luglio

”La moda al tempo dei Florio”, la mostra a Mirto dal 19 luglioRoma, 15 lug. (askanews) – Mercoledì 19 luglio alle 19,00 al Museo del Costume e della Moda Siciliana di Mirto si inaugura la mostra “La Moda al Tempo dei Florio”, rassegna di abiti d’epoca dal 1900 al 1930. L’esposizione, fortemente voluta dall’Amministrazione Comunale di Mirto, è stata curata dall’architetto Giuseppe Miraudo, direttore del Museo del Costume e della Moda Siciliana. A tagliare il nastro inaugurale sarà Maria Grazia Cucinotta, che è anche madrina del museo siciliano e del quale in questi anni è stata testimonial in Italia e nel mondo.

In alcuni lavori l’attrice messinese ha indossato abiti d’epoca del Museo fra i quali il noto abito “Delfos” reso celebre in tutto il mondo da Eleonora Duse, Isadora Duncan e Sarah Bernhardt e che sarà una delle creazioni più attese dell’ interessante esposizione. “La Moda al Tempo dei Florio”, allestita all’interno di Palazzo Cupane offrirà uno spaccato di eccezionale fermento dell’alta moda di inizio 900.

Prima del conflitto mondiale si vivevano gli anni della “Bella Epoque” un periodo di grande bellezza e spensieratezza e la moda lo rappresentava in pieno con modelli nuovi ed originali. Nascevano le linee più armoniose e sottili tipiche dell’Art Nouveau ed i capi femminili divennero più sensuali e raffinati. Anche i vestiti maschili ebbero un cambiamento e l’uomo andò alla ricerca di capi sempre più importanti. L’attento lavoro di ricerca compiuto dal direttore del Museo del Costume e della Moda Sicilia di Mirto Giuseppe Miraudo esalterà questo momento di grande creatività dell’alta moda siciliana.

In mostra abiti da sposa del primo ‘900, abiti anni venti e trenta, accessori raffinati come cappelli, borsette, bigiotteria, scarpe, biancheria, un vero e proprio mondo scomparso testimone di un periodo che ha rivoluzionato la storia della moda. L’iniziativa sarà arricchita da un’esposizione fotografica a cura del maestro Melo Minnella che conterrà immagini dedicate al prestigio della famiglia Florio e da manifesti d’epoca del periodo liberty riguardanti le attività dei Florio negli Usa donati da Toti Librizzi, titolare del Museo della Memoria sito sempre a Mirto.

A Palazzo Cupane, sede del Museo del Costume e della Moda Siciliana la mostra “La Moda al Tempo dei Florio”, potrà essere visitata dal 19 luglio al 5 settembre.

Biennale Danza, il Barocco e i corpi queer di Andrea Peña

Biennale Danza, il Barocco e i corpi queer di Andrea PeñaVenezia, 15 lug. (askanews) – Una riflessione sulla morte e la resurrezione, sui corpi queer e sulla potenza del Barocco, calata in un contesto ipercontemporaneo fatto di spazi brutalisti, ma anche di luce naturale, la luce della Laguna, sfruttata come quinta. Alla Biennale Danza di Venezia è andata in scena la prima mondiale di “Bogota”, spettacolo della coreografa colombiana Andrea Peña, che vuole essere una ricerca sul complesso e mutevole stato dell’essere, alla luce di una continua evoluzione, narrativa e del ciclo vitale, dei personaggi sulla scena. Nove performer, che a volte interagiscono tra loro, a coppie o collettivamente, a volte portano avanti ciascuno una propria linea coreografica e narrativa, fino a collidere di nuovo con le altre.

C’è la potenza, anche retorica, del Barocco, soprattutto quello latino americano, mediato dagli oggetti di scena tratti dal mondo del lavoro; ci sono le posture così forti nella luce e nei corpi caravaggeschi, ma ci sono anche le ambiguità, le fluidità, i movimenti erotici. C’è la morte, si diceva, ma anche la conseguente rigenerazione, in un circuito che, come le corse dei danzatori sulla scena, non si ferma, è più grande anche del tempo dello spettacolo. Nella visione di Andrea Peña lo spettatore è chiamato a essere testimone attivo di questa continua mutazione, di questa “trasformazione viscerale”, per usare le parole della coreografa, che vorrebbe essere viatico alla creazione di universi alternativi, in perfetta linea con il filo conduttore di questa Biennale Danza per come l’ha costruita il direttore Wayne McGregor. Interessante, oltre al dinamismo della messa in scena, ai suoi frammenti di banale normalità dentro la cornice poderosa del Barocco – per esempio gli artisti si cambiano i costumi sul palco e a un certo punto la stessa coreografa entra in azione per ripulire una zona dai detriti – interessante si diceva è anche la continua relazione di scambio tra la dimensione interna ed esterna, interiore ed esteriore. Che è quella che alimenta l’energia e l’ambiguità dei corpi, oltre che molti dei momenti di azione dello spettacolo. E naturalmente fa da architrave a tutto il mondo di “Bogota”, offre ai suoi personaggi la possibilità di esistere e di essere sia fragili sia scultoreamente possenti, allo stesso tempo. Il tempo della possibilità. Il tempo della danza contemporanea. (L.M.)

Libri, presentato ‘Salvator Mundi’: premio speciale per Meloni

Libri, presentato ‘Salvator Mundi’: premio speciale per MeloniRoma, 14 lug. (askanews) – Durante la presentazione del volume “Salvator Mundi: Proposte e Riflessioni per Nuovi Equilibri di Pace” edito da Publiscoop editore a cura di Katia La Rosa, giornalista professionista, Presidente di ITDIFESA ed autore e fondatore di tutto il progetto integrato, in collaborazione con le Istituzioni civili e militari, si è svolta una cerimonia di premiazione, che ha coinvolto la Senatrice Isabella Rauti, in rappresentanza della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

La statua del “Salvator Mundi”, un Gesù senza le mani, donata dal restauratore di Genova Cesare Masi alla fondatrice del progetto, Katia La Rosa, diventa simbolo tangibile di questo straordinario volume, la cui riproduzione in miniatura dipinta a mano e realizzata con una dedica speciale dall’azienda Treddy è stata consegnata alla Senatrice Rauti come gesto di riconoscimento e apprezzamento per l’impegno della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel promuovere la pace e la difesa dei valori fondamentali della nostra nazione, perché attraverso loro la storia del “Salvator Mundi” senza le mani diventi un valore riconosciuto da tutto il mondo. Durante la solenne cerimonia la Presidente di ITDIFESA, Katia La Rosa ha conferito un premio speciale a Giorgia Meloni, prima donna Presidente del Consiglio, per le sue qualità umane e politiche, con l’augurio, che possa guidare il Paese, verso una rinascita collettiva, contribuendo al suo progresso.

Nella stessa cerimonia è stato anche riconosciuto l’instancabile impegno e la dedizione al servizio, del Sottosegretario al Ministero della Difesa Isabella Rauti. Nel corso dell’evento le è stato donato una copia del volume e l’anello Amen dei Valori e la Madonnina Miracolosa; ed una riproduzione in scala del Salvator Mundi. Che rappresenta, dunque, un’icona di speranza, un richiamo a credere nel potenziale dell’umanità per creare un mondo eticamente sostenibile. La statua originale, opera lignea, altra oltre 2 metri, incarna l’essenza del messaggio di pace e di rinascita che permea il libro stesso: Ama, Dona e Perdona. “Per me è un onore – ha dichiarato il Sottosegretario alla Difesa Senatrice Isabella Rauti – rappresentare il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla presentazione di un libro di grande spessore ideale, valoriale, simbolico, etico e religioso che racconta anche la storia affascinante del Cristo ritrovato. Il tema di oggi è anche oggetto del Vertice Nato di Vilnius: pace ed Europa sono i argomenti chiave dell’agenda politica di chi ha a cuore la stabilità e la sicurezza del mondo. Che l’opera presentata sia un augurio a chi è impegnato nel mondo come costruttore e portatore di pace”. “Consegnando questa statua del ‘Salvator Mundi’ alla Presidente del Consiglio – ha sottolineato La Rosa – vogliamo onorare il forte impegno nel promuovere la pace e la difesa dei nostri valori. Desideriamo che diventi un costante promemoria del nostro impegno a credere nel potere dell’Unione e della Solidarietà. La copia in scala 1:1 realizzata dall’Azienda Treddy, leader nella stampa 3D; che ha sposato il progetto, sarà collocata in un luogo simbolo del nostro Paese, perché quest’opera d’arte, segno tangibile di rinascita, diventi con la sua storia vera, l’icona di un progetto umano. L’augurio è che tutti noi, civili e militari, grazie al messaggio del Salvator Mundi, si possa diventare un esercito di pace e di speranza”.

Santarcangelo Festival, il volo in spirito del no di Dewey Dell

Santarcangelo Festival, il volo in spirito del no di Dewey DellSantarcangelo di Romagna, 14 lug. (askanews) – Un viaggio nella magia, dentro l’idea di un “volo in spirito”, che prende una forma mutevole sul palcoscenico e, letteralmente, porta lo spettatore in spazi diversi, attraverso la ripetizione cinetica di un gesto di base. “I’ll do, I’ll do, I’ll do” è lo spettacolo di grande intensità che la compagna Dewey Dell ha portato al Santarcangelo Festival e che ci è stato raccontato dalla performer Teodora Castellucci. “È una visione di un’immagine in movimento – ha detto ad askanews – che ricorda varie cose simultaneamente. Quello a cui noi ci siamo ispirati è una figura magica riconducibile alla strega”.

Il contesto di riferimento è il saggio “Storia Notturna” di Carlo Ginzburg, dedicato alla decifrazione del Sabba e alle esperienze di incontro con la magia nel passato. E dalle testimonianze raccolte dall’Inquisizione nel libro emergeva una costante: il volo in spirito, ossia l’estasi. “Noi venivamo da un lavoro, Hamlet – ha aggiunto Teodora, che nel collettivo lavora con Agata e Demetrio Castelluci e Vito Matera – fatto nel 2021, che si era concentrato sulla possessione, quindi della visita di un’entità nel mondo degli esseri umani. Qui, al contrario, si esplora il viaggio opposto, cioè la visita di un essere umano nel mondo degli spiriti. Non solo, oltre a questo c’è anche una idea di convocazione, quasi di chiamata di uno di questi spiriti all’interno di questo spazio”. Il modo in cui questa visita viene personificata è magnetico, nel cerchio in scena si sente vibrare tutto il mistero della storia e il corpo della performer, così come lo spazio della rappresentazione teatrale, diventa altro. “Il gesto che viene svolto – ha concluso l’artista – è un gesto ripetuto di scuotimento del capo che ricorda il no. Cioè, è il gesto del no. È un gesto del rifiuto, della vergogna, di tutta la sfera melanconica e negativa delle espressioni umane. È un gesto che otticamente, per come è costruito l’occhio umano, sia in chi lo fa sia in chi lo guarda, crea una scissione. È possibile viaggiare all’interno di questo gesto”.

È un no verso la realtà, secondo Dewey Dell, è un rifiuto della realtà fuori da questo cerchio. Ma è anche l’incredibile occasione di osservare, nella velocità di movimenti, la vera trasfigurazione del volto. Dalla platea del Lavatoio di Santarcangelo si ha la sensazione di vedere dal vivo, in una essere vivente davanti a noi, un Trittico di Francis Bacon, quei dipinti che presentano la stessa persona in momenti e angolazioni diverse. È un fenomeno ottico, come di dicevano, ma è anche una dimostrazione che l’idea di “reale” viene continuamente messa in discussione, in primo luogo da se stessa. E poi dall’arte. (L.M.)

Biennale Danza, il Leone d’Oro Simone Forti e la sua eredità

Biennale Danza, il Leone d’Oro Simone Forti e la sua ereditàVenezia, 14 lug. (askanews) – Simone Forti, leggendaria artista e coreografa americana di origini italiane, è in un certo senso il nume tutelare della Biennale Danza 2023, che a lei ha attribuito il Leone d’Oro alla carriera e una importante mostra retrospettiva in Arsenale, in collaborazione con il MOCA di Los Angeles e curata da Rebecca Lowery e Alex Sloane, che hanno sottolineato il ruolo seminale di Forti per la definizione del linguaggio contemporaneo della danza e la sua perdurante attualità. E anche il presidente della Biennale di Venezia, Roberto Cicutto, ha partecipato all’inaugurazione della mostra. “L’idea, la scelta di Simon Forti – ha detto ad askanews – è la massima esaltazione di questa ricerca che non è solo coreografica, è proprio l’arte pura in generale”.

Per l’occasione negli spazi espositivi sono stati performati dal vivo alcuni dei lavori storici di Forti e la stessa artista si è collegata dagli Stati Uniti e, in un’atmosfera di grande emozione e commozione, ha voluto parlare al pubblico. “È straordinario vedere il mio lavoro ancora in scena – ha detto – . Quello che è servito è stata l’esperienza del corpo, quello che si prova quando si cammina, quando si fanno movimenti normali, quando si sta appesi a una corda, quando si sente di occupare lo spazio con il proprio corpo”. Articolata su due diversi spazi, la mostra attraversa sei decenni di lavoro di Simone Forti, partendo dalle decisive “Dance Constructions”, che hanno cambiato per sempre la relazione tra la danza contemporanea e le arti visive, per arrivare poi a tutta una profonda lezione anche di sovvertimento delle dinamiche di potere, oltre che alla sua capacità di utilizzare diversi media, con straordinaria attualità. E proprio sulla relazione tra le diverse generazioni di artisti si è focalizzato il direttore della Biennale Danza Wayne McGregor. “C’è una straordinaria creatività nel mondo – ci ha detto – ma le risorse sono sempre poche. Dobbiamo impegnarci per sostenere i giovani artisti e permettere che la loro voce possa essere sentita, esattamente come quella degli artisti storicizzati. È fondamentale avere una diversità di voci nel mondo della danza, per continuare a innovare”.

Nel solco di una strada che Simone Forti, insieme ad altre figure di pioniere come Trisha Brown o Yvonne Rainer, ma in un certo senso viene in mente anche il nome di Joan Jonas, ha contribuito a creare e rendere sempre attuale.

Biennale Danza 2023, energia e consapevolezza nascono dal corpo

Biennale Danza 2023, energia e consapevolezza nascono dal corpoVenezia, 14 lug. (askanews) – C’è la chimica dei nostri corpi e dei nostri cervelli al centro della Biennale Danza 2023, evento chiave per capire dove va il movimento contemporaneo e continuare a esplorare i confini di una pratica sempre più decisiva sulla scena internazionale. Per il suo terzo anno di direzione artistica Wayne McGregor ha scelto di intitolare questa Biennale “Altered States” e ha messo in cartellone nove prime mondiali.

“Abbiamo bisogno di essere costantemente in uno stato di cambiamento – ha detto il direttore ad askanews -. Una delle cose stupefacenti che fa il teatro, una delle cose fantastiche che fa la danza, è proprio che ci cambiano fisicamente mentre li guardiamo. E tutti gli artisti presenti qui al festival hanno questa capacità”. Altre parole chiave per questa 17esima edizione della Biennale Danza sono “coscienza” e “consapevolezza”, ma considerate nelle loro molteplici varianti e, soprattutto, alla luce del processo che le fa generare in noi. “La nostra consapevolezza – ha aggiunto McGregor – viene in primo luogo da un elemento somatico, è dal corpo che le sensazioni arrivano al cervello e a quel punto noi siamo in grado di percepirle. L’elemento diretto della danza è che ci tocca in tempo reale in tutti i nostri sensi”.

Molto spazio è riservato al lavoro del College e dei giovani coreografi in generale, tanto che per la giornata inaugurale sono stati scelti spettacoli di due di loro, Andrea Pena e Oona Doherty. A fare in qualche modo da nume tutelare c’era però il Leone d’Oro alla carriera, la leggendaria artista Simone Forti, che ha ispirato molte delle pratiche della danza contemporanea a cui è dedicata una mostra retrospettiva all’interno della Biennale, realizzata insieme al MoCA di Los Angeles. Alla cui inaugurazione ha partecipato anche il presidente dell’istituzione veneziana, Roberto Cicutto. “Wayne McGregor – ci ha detto – fin dall’inizio ci ha raccontato veramente non la contemporaneità, ma anche quello che si sta seminando per il futuro. Parte dal corpo, parte dalla chimica del corpo, quest’anno addirittura parte dagli stati d’animo e dai passaggi chimici che nel nostro corpo e nel nostro cervello producono i movimenti o viceversa, dai movimenti che producono questi flussi chimici. Semplicemente, o in modo complicato, si tratta di parlare di energia”. Un’energia che si rivolge anche verso il pubblico e che alimenta le attese per il festival. “Mi aspetto delle montagne russe emotive – ha concluso Wayne McGregor – mi aspetto una danza potente e viscerale, ma anche meditativa e riflessiva. Mi aspetto di vedere danzare in luoghi sorprendenti e con oggetti sorprendenti”.

Quello che “Altered States” promette è anche una sfida alle ortodossie tradizionali della danza per arrivare poi a un’esperienza del nostro corpo rinnovato.

Il tutto e l’incontrollato: manifesto Cannibale a Santarcangelo

Il tutto e l’incontrollato: manifesto Cannibale a SantarcangeloSantarcangelo di Romagna, 13 lug. (askanews) – Si parte dall’idea di una relazione con l’essere piante, con il radicamento del vegetale in opposizione alla mobilità dell’animale, ma poi lo spettacolo cresce, cresce, attraversa il tempo, lo spazio e la stessa idea di teatro e danza per arrivare a qualcosa di enorme, di incandescente e inedito. Francesca Pennini è una coreografa e artista fondatrice di CollettivO CineticO che al Santarcangelo festival ha portato il suo “Manifesto Cannibale”, opera totale articolata su due macro momenti, ma attraversata da una serie di rimandi e suggestioni quasi sconfinata.

“La questione – ha detto Francesca Pennini ad askanews – è che per me questo lavoro ha a che fare con tutto. E con tutto soprattutto nel senso del reale, cioè di un mondo, dello sconfinamento del mondo. E in qualche modo il rettangolo, il ritaglio di mondo che è lo spettacolo, è un punto di vista che però ingurgita effettivamente, cioè dove vale tutto. Non ho pensato di spingermi verso gli estremi, ho pensato di toccare qualcosa che per me era essenziale. E quindi anche in questo senso è una ricerca per me veramente su ogni secondo in scena e sul fatto che è una presa di posizione anche politica, sul tipo di patto e di relazione che si instaura e che si inventa con lo spettatore”. In una luce fantascientifica, con momenti in cui l’azione sembra addirittura cinematografica, ma con una costate e seminale presenza dei corpi, “Manifesto cannibale” a un certo punto pare spingere lo spettatore sull’orlo di un grande Buco nero, talmente potente da inglobare tutta la realtà, non solo quella della messa in scena. Sembra portarci sull’orizzonte degli eventi, come dicono i fisici, quel confine dove il tempo rallenta fino quasi a fermarsi, prima di scivolare nell’incontrollabile. E tutto lo spettacolo ha questo elemento decisivo di incontrollabilità per la stessa autrice, che lo rende meraviglioso e potentissimo. Come se a essere cannibale fosse proprio lo spettacolo in sé e il suo pasto tutto ciò che sta oltre il palco.

“Io – ha aggiunto la coreografa – ho sempre avuto tantissima necessità di controllare le cose, e forse proprio per questo non è che così interessante psicanalizzarlo, però per questo forse artisticamente ho sempre cercato di boicottare questa cosa, cioè di creare dei piani perfetti con delle valvole che li rendevano irrealizzabili. Però questo uscire dalla possibilità di controllo per me è la meraviglia”. Una meraviglia che assume forme sempre diverse, fino a spingersi sul terreno della simbiosi pressoché totale tra l’opera e il pubblico, fino a superare ogni idea di unità di luogo e di tempo, nel senso che, teoricamente, lo spettacolo non ha una fine, ma si propaga, si diffonde. È danza, è azione, è anche altro. Il pubblico può andarsene a un certo punto, o può scegliere di restare. E chi resta è come se davvero si radicasse, come una pianta, dentro qualcosa di bellissimo, ma che non sappiamo, nessuno sa, cosa sia. “Mi piace pensare di essere attraversata – ha concluso Francesca Pennini – cioè di fare delle scelte anche molto radicali, molto forti, in cui credo. Però è come vederle crescere da sole poi, cioè rimanere di lato e guardare cosa succede”.

E quello che succede è tanto, potrebbe essere tutto, ma in fondo, per fortuna restiamo nel terreno del dubbio, della nebbia, delle possibilità. Così accade l’arte, ecco, forse questa è la cosa meglio approssimata che possiamo dire. (L.M.)