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Fed, Bostic: Non si può aspettare 2% inflazione prima di tagliare

Fed, Bostic: Non si può aspettare 2% inflazione prima di tagliareNew York, 4 set. (askanews) – Il presidente della Fed di Atlanta, Raphael Bostic, ha dichiarato mercoledì di essere pronto ad iniziare ad abbassare i tassi di interesse, anche se l’inflazione è ancora superiore all’obiettivo del 2% stabilito dalla banca centrale.


Bostic che è sempre stato a favore di una politica più restrittiva per combattere l’inflazione, ha spiegato sul sito web della Fed di Atlanto che la sua attenzione si sta spostando maggiormente verso il settore dell’occupazione, poiché aumentano i segnali di un indebolimento del mercato del lavoro. “Credo che non possiamo aspettare che l’inflazione sia effettivamente scesa fino al 2 percento per iniziare a rimuovere le restrizioni, perché ciò rischierebbe di causare interruzioni del mercato del lavoro che potrebbero infliggere inutili sofferenze”, ha scritto nella dichiarazione.


Bostic che è membro votante del FOMC, il braccio di politica monetaria della Fed, ha spiegato che “Date le circostanze che abbiamo di fronte, ovvero l’erosione del potere di determinazione dei prezzi e un mercato del lavoro in raffreddamento, ho riequilibrato la mia attenzione verso entrambi i lati del doppio mandato per la prima volta dall’inizio del 2021”.

Usa, +5% ordini alle fabbriche in luglio, come da stime

Usa, +5% ordini alle fabbriche in luglio, come da stimeNew York, 4 set. (askanews) – In luglio gli ordini alle fabbriche statunitensi hanno registrato un picco, dopo i crolli di giugno e maggio. Il dipartimento del Commercio ha rilevato un ribasso del 5% a 592,1 miliardi di dollari. Anche le attese degli analisti prevedevano la stessa crescita. Il dato di giugnoo è stato rivisto in leggero ribasso e cioè da 564,2 miliardi di dollari a 564 miliardi di dollari.


Al netto dei trasporti, il dato è aumentato dello 0,4%. Escludendo la difesa, un’altra categoria volatile, il dato è in rialzo del 5,1%.

Volkswagen vuole tagli: ‘un anno forse due’ per invertire la rotta

Volkswagen vuole tagli: ‘un anno forse due’ per invertire la rottaRoma, 4 set. (askanews) – Volkswagen afferma di avere “un anno, forse due” per adattarsi al crollo delle vendite di auto in Europa, mentre cerca di giustificare le proposte di chiusura di fabbriche in Germania per la prima volta nella sua storia. I vertici della casa automobilistica hanno detto ai lavoratori, in un incontro presso la sede centrale di Wolfsburg ,che prevedono di vendere 500.000 veicoli in meno rispetto a prima della pandemia di Covid, “l’equivalente di circa due stabilimenti”, stimando di non poter tornare ai livelli del 2019.


Il segnale, riporta il Guardian, è stato dato da Volkswagen al suo consiglio aziendale con i piani per chiudere due fabbriche tedesche, una per le auto e una per i componenti: una prospettiva che ha scatenato la furia dei rappresentanti sindacali e dei politici. Oltretutto i piani di chiusura rappresentano un problema significativo per il cancelliere, Olaf Scholz, la cui coalizione di governo è sotto forte pressione dopo aver perso le elezioni nello stato tedesco della Turingia contro Alternative für Deutschland: la prima volta che un partito di estrema destra vince un’elezione statale dal periodo nazista. La Volkswagen è stata seconda nel mondo solo alla Toyota giapponese nelle vendite di veicoli del 2023. Più di ogni altra azienda, la VW è emblematica della potente industria automobilistica tedesca, che è stata una delle forze che hanno reso il paese il cuore industriale dell’Europa. Impiega 300.000 persone in Germania su una forza lavoro globale di 650.000.


Tuttavia – sottolinea il Guardian – la Volkswagen e altri rivali europei sono stati lenti ad abbracciare le auto elettriche, il che li ha messi in una posizione di svantaggio poiché i rivali cinesi prendono di mira l’Europa per vendere le loro auto elettriche più economiche. Arno Antlitz, direttore finanziario del Gruppo Volkswagen, ha affermato che la casa automobilistica ha “un anno, forse due anni, per cambiare le cose”. Volkswagen ha sottolineato che le vendite complessive di auto in Europa non torneranno ai 16 milioni registrati nel 2019, prima che la pandemia ostacolasse le catene di approvvigionamento globali e la carenza di chip per computer semiconduttori, in particolare, rallentasse la produzione di automobili.


“Il mercato in Europa si è ripreso da allora, ma non tornerà al suo livello precedente”, ha affermato Antlitz. “Prevediamo che in futuro saranno venduti circa 14 milioni di veicoli all’anno, se mai. E questo non ha nulla a che fare con i nostri prodotti o con le scarse performance di vendita. Il mercato semplicemente non c’è più”. Antlitz ha segnalato problemi finanziari in particolare presso il marchio Volkswagen. “Da un po’ di tempo spendiamo più soldi per il marchio di quanti ne guadagniamo. Questo non va bene a lungo termine. Se continuiamo così, non riusciremo nella trasformazione”. (immagine da sito Volkswagen)

Gas, Arera: ad agosto bolletta dei clienti vulnerabili +6%

Gas, Arera: ad agosto bolletta dei clienti vulnerabili +6%Roma, 3 set. (askanews) – Per i clienti vulnerabili ad agosto il prezzo del gas aumenta del 6% rispetto a luglio. Lo riferisce l’Arera, sottolineando che il prezzo di riferimento del gas per il nuovo cliente tipo1 è pari a 113,10 centesimi di euro per metro cubo così suddiviso: 46,94 centesimi di euro (pari al 41,5% del totale della bolletta) per l’approvvigionamento del gas naturale e per le attività connesse; 6,15 centesimi di euro (5,4% del totale della bolletta) per la vendita al dettaglio; 24,53 centesimi di euro (21,7% del totale della bolletta) per i servizi di distribuzione, misura, trasporto, perequazione della distribuzione, qualità; 2,95 centesimi di euro (2,6% del totale della bolletta) per gli oneri generali di sistema; 32,53 centesimi di euro (28,8% del totale della bolletta) per le imposte.

Usa, Ism manifatturiero sale a 47,2 punti ad agosto, sotto stime

Usa, Ism manifatturiero sale a 47,2 punti ad agosto, sotto stimeNew York, 3 set. (askanews) – Nel mese di agosto resta in contrazione l’Ism manifatturiero, l’indice che misura la performance del settore manifatturiero negli Stati Uniti, anche se è leggermente salito rispetto al mese precedente. In agosto l’indice è salito a 47,2 punti, dai 46,8 di luglio (confermato). Le attese degli analisti erano per un dato a 47,9 punti. L’indice ha così registrato il ventunesimo mese in contrazione degli ultimi ventidue.


L’indice sui prezzi è salito da 52,9 a 54. L’indice sull’occupazione è salito da 43,4 a 46 punti, mentre quello sui nuovi ordini è sceso da 47,4 a 44,6. Infinel’indice sulla produzione è passato da 45,9 a 44,8, mentre quello sulle scorte è salito da 44,5 punti a 50,3 punti.

Usa, Spese costruzioni in luglio -0,3%, peggio di stime

Usa, Spese costruzioni in luglio -0,3%, peggio di stimeNew York, 3 set. (askanews) – Il settore delle costruzioni Usa, in luglio, ha registrato un ribasso nelle spese dello 0,3%, a un tasso annuo destagionalizzato di 2.162,7 miliardi di dollari. Il dato è superiore alle attese degli analisti che pronosticavano invece un ribasso dello 0,1%. Il dato di giugno è stato rivisto da 2.148,4 miliardi a 2.169 miliardi.


Rispetto allo stesso periodo del 2023, le spese per costruzioni hanno registrato un incremento del 6,7%. Le spese per le costruzioni private sono scese dello 0,4% a 1.678,7 miliardi di dollari; quelle per le costruzioni nel settore pubblico sono in rialzo dello 0,1% a 484 miliardi di dollari.

Usa, Pmi manifatturiero scende a 47,9 punti a agosto, sotto stime

Usa, Pmi manifatturiero scende a 47,9 punti a agosto, sotto stimeNew York, 3 set. (askanews) – L’indice sull’attività manifatturiera statunitense è diminuito ad agosto poco meno delle attese, segnalando che il settore è in contrazione. Il dato – stilato da Ihs Markit – che ne misura l’andamento è sceso, a 47,9 punti, dopo i 49,6 punti di luglio. Le attese erano per un dato a 48 punti, come in lettura preliminare.


Un dato al di sopra dei 50 indica un’espansione rispetto al mese precedente, mentre uno al di sotto dei 50 indica una contrazione.

Pil, De Nardis: servizi e costruzioni sostengono andamento economia

Pil, De Nardis: servizi e costruzioni sostengono andamento economiaRoma, 2 set. (askanews) – “L’Istat ha confermato l’incremento del Pil dello 0,2% nel II trimestre, limando solo impercettibilmente al ribasso la stima anticipata un mese fa. L’industria in senso stretto è in regresso (-0,8%), così come l’agricoltura (-1,7). L’attività economica viene sostenuta dai servizi (0,4%) e, sorprendentemente, ancora delle costruzioni (0,6). Il temuto controshock per la fine dei super-incentivi non si è ancora verificato”. E’ l’opinione di Sergio De Nardis (Luiss School of European Political Economy), uno dei più autorevoli economisti italiani, in un commento su Inpiù.


Secondo De Nardsis “è possibile che il rafforzamento degli investimenti del Pnrr e l’avvio delle “normali” ristrutturazioni edilizie, rinviate in epoca di superbonus, abbiano compensato l’effetto del ridimensionamento dei sussidi. Sul lato della domanda, la ripresa del contributo delle scorte (+0,4 punti), dopo il prolungato ridimensionamento dei trimestri precedenti, è stata a ben vedere decisiva nel consentire l’aumento del Pil, controbilanciando la debolezza della domanda finale. Consumi privati e investimenti hanno infatti fornito un apporto solo leggermente positivo (0,1), a fronte di quello sfavorevole della spesa pubblica (-0,1) e, soprattutto, delle esportazioni nette (0,3). Questi dati aiutano, nell’insieme, l’elaborazione del quadro macroeconomico previsivo in corso al Mef, con l’interlocuzione dell’Upb? Si può presumere – prosegue l’economista – che il governo intenda attestarsi, nei suoi programmi, sulla “linea dell’1%” nel 2024 e negli anni seguenti (la previsione deve spingersi al 2029), assumendo una dinamica media del Pil nell’arco della previsione prossima all’attuale stima del potenziale. È fattibile?”. Secondo De Nardis “per il 2024, data la crescita finora acquisita (0,6%, destagionalizzato), quel traguardo sarebbe conseguibile, considerata anche l’influenza del maggior numero di giorni di lavoro. Non vi devono, però, essere deterioramenti nella seconda metà dell’anno. Al rigua rdo, gli indicatori congiunturali non sono univoci. L’industria potrebbe essere in via di stabilizzazione (in contrasto con tendenze ancora negative in Germania e in Francia), sostenuta anche dal miglioramento degli scambi mondiali. Tuttavia, la spinta dei servizi si sarebbe attenuata in estate, mentre rimane incerta la congiuntura delle costruzioni. I rischi per l’1% si accrescono nel 2025, quando prende avvio l’aggiustamento di bilancio secondo le regole europee e diviene, quindi, cruciale il sostegno del quadro economico esterno, con il superamento delle politiche monetarie restrittive e una significativa ripresa mondiale. Dinamiche che non possono essere date per scontate”.


Per De Nardis “a ulteriore chiosa di tutto ciò occorre ricordare che i dati su cui si sta costruendo la previsione governativa sono destinati ad essere rivisti dall’Istat da qui a venti giorni, per la programmata revisione quinquennale della contabilità nazionale. I nuovi conti, inoltre, dovranno incorporare per gli anni recenti anche le informazioni delle statistiche strutturali delle imprese che potranno comportare ulteriori modifiche. È verosimile che vi saranno impatti di tali revisioni sulle variabili economiche, incluse quelle rilevanti per i rapporti di finanza pubblica. Un inusuale grado di provvisorietà – conclude – accompagnerà, quindi, per qualche settimana l’elaborazione del nuovo piano di stabilità a medio termine”.

Corte dei Conti Ue: Paesi europei troppo lenti ad attingere ai fondi del Pnrr

Corte dei Conti Ue: Paesi europei troppo lenti ad attingere ai fondi del PnrrRoma, 2 set. (askanews) – I fondi europei per la ripresa post-COVID filtrano più lentamente del previsto nell’economia reale. A fine 2023 i paesi dell’UE avevano attinto a meno di un terzo delle risorse UE previste a tale scopo. Solo la metà circa del denaro trasferito da Bruxelles alle capitali nazionali avrebbe raggiunto i destinatari finali. Lo rende noto la Corte dei conti europea “segnalando il rischio che l’assorbimento dei fondi rallenti ulteriormente e che i progetti non siano completati secondo i programmi”.


Nei primi tre anni del dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF), istituito dall’UE con una dotazione di 724 miliardi di euro si sono osservati ritardi nell’erogazione dei fondi e nell’attuazione dei progetti. È così messo a rischio il conseguimento degli obiettivi tesi ad aiutare la ripresa dei paesi UE dalla pandemia di COVID-19 e ad accrescere la resilienza di questi ultimi, stando a una relazione della Corte dei conti europea. Nonostante il progredire del tasso dei pagamenti eseguiti dalla Commissione europea, gli Stati membri potrebbero non essere in grado di attingere ai fondi o assorbirli per tempo, completare le misure previste prima dello scadere dell’RRF nell’agosto 2026 e, quindi, godere dei benefici economici e sociali attesi. Istituito nel febbraio 2021, l’RRF finanzia riforme e investimenti negli Stati membri dell’UE, a partire dall’insorgere della pandemia nel febbraio 2020 fino a fine agosto 2026. È incentrato su sei settori prioritari, tra cui la transizione verde e la trasformazione digitale. I paesi possono ricevere i fondi in funzione dei progressi compiuti.


“Un assorbimento tempestivo dell’RRF è indispensabile: aiuta a evitare strozzature nell’esecuzione delle misure verso la fine del ciclo di vita del dispositivo e riduce il rischio di spese inefficienti e irregolari”, ha dichiarato Ivana Maletic, il Membro della Corte responsabile dell’audit. “Lanciamo un segnale d’allarme, perché a metà percorso i paesi UE avevano attinto a meno di un terzo dei finanziamenti previsti ed erano avanzati per meno del 30 % verso i traguardi e gli obiettivi prefissati”. Per contro, un aspetto positivo è che, grazie a un prefinanziamento massimo del 13 % dell’importo erogabile agli Stati membri, è stato possibile versare rapidamente più fondi all’inizio, in linea con le finalità della risposta alla crisi. La Corte critica però il ritmo con cui da allora si è fatto ricorso al grosso dei fondi. A fine 2023, erano stati trasferiti solo 213 miliardi di euro dalla Commissione alle casseforti nazionali. Non è detto poi che questi soldi siano arrivati ai destinatari finali, fra cui imprese private, società pubbliche di servizi energetici e scuole. Di fatto, quasi la metà dei fondi RRF erogati ai 15 Stati membri che hanno fornito le necessarie informazioni al riguardo non aveva ancora raggiunto i destinatari finali.


Quasi tutti i paesi hanno presentato in ritardo le richieste di pagamento alla Commissione, spesso a causa dell’inflazione o di carenze di approvvigionamento, di incertezze circa la normativa ambientale e di una capacità amministrativa insufficiente. A fine 2023 era stato presentato il 70 % delle richieste previste e per un ammontare inferiore del 16 % circa alle attese; per svariati motivi, sette paesi non avevano ricevuto alcun finanziamento per il soddisfacente conseguimento di traguardi e obiettivi. La Commissione e gli Stati membri hanno intrapreso azioni per agevolare l’assorbimento, specie nel 2023, ma è prematuro verificarne l’eventuale impatto. Vi è il rischio che non tutte le misure previste siano completate per tempo. A fine 2023 le richieste di pagamento avevano riguardato meno del 30 % degli oltre 6 000 traguardi e obiettivi (cioè gli indicatori dello stato di avanzamento) totali; ne consegue che sono tanti (forse i più difficili) quelli ancora da raggiungere. Molti paesi hanno realizzato innanzitutto le riforme prima di procedere con gli investimenti. È probabile, tuttavia, che la concentrazione di questi ultimi verso la fine del periodo utile aggravi ulteriormente i ritardi e rallenti l’assorbimento.


Infine, gli esborsi non riflettono necessariamente la quantità e l’importanza dei traguardi e degli obiettivi, per cui potrebbero essere versati fondi ingenti senza che le misure corrispondenti siano portate a termine dagli Stati membri. La Corte sottolinea che la normativa non prevede il recupero dei fondi se i traguardi e gli obiettivi sono raggiunti, ma le misure da ultimo non vengono completate.

Pnrr,Corte Conti Ue: Paesi europei troppo lenti ad attingere a fondi

Pnrr,Corte Conti Ue: Paesi europei troppo lenti ad attingere a fondiRoma, 2 set. (askanews) – I fondi europei per la ripresa post-COVID filtrano più lentamente del previsto nell’economia reale. A fine 2023 i paesi dell’UE avevano attinto a meno di un terzo delle risorse UE previste a tale scopo. Solo la metà circa del denaro trasferito da Bruxelles alle capitali nazionali avrebbe raggiunto i destinatari finali. Lo rende noto la Corte dei conti europea “segnalando il rischio che l’assorbimento dei fondi rallenti ulteriormente e che i progetti non siano completati secondo i programmi”.


Nei primi tre anni del dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF), istituito dall’UE con una dotazione di 724 miliardi di euro si sono osservati ritardi nell’erogazione dei fondi e nell’attuazione dei progetti. È così messo a rischio il conseguimento degli obiettivi tesi ad aiutare la ripresa dei paesi UE dalla pandemia di COVID-19 e ad accrescere la resilienza di questi ultimi, stando a una relazione della Corte dei conti europea. Nonostante il progredire del tasso dei pagamenti eseguiti dalla Commissione europea, gli Stati membri potrebbero non essere in grado di attingere ai fondi o assorbirli per tempo, completare le misure previste prima dello scadere dell’RRF nell’agosto 2026 e, quindi, godere dei benefici economici e sociali attesi. Istituito nel febbraio 2021, l’RRF finanzia riforme e investimenti negli Stati membri dell’UE, a partire dall’insorgere della pandemia nel febbraio 2020 fino a fine agosto 2026. È incentrato su sei settori prioritari, tra cui la transizione verde e la trasformazione digitale. I paesi possono ricevere i fondi in funzione dei progressi compiuti.


“Un assorbimento tempestivo dell’RRF è indispensabile: aiuta a evitare strozzature nell’esecuzione delle misure verso la fine del ciclo di vita del dispositivo e riduce il rischio di spese inefficienti e irregolari”, ha dichiarato Ivana Maletic, il Membro della Corte responsabile dell’audit. “Lanciamo un segnale d’allarme, perché a metà percorso i paesi UE avevano attinto a meno di un terzo dei finanziamenti previsti ed erano avanzati per meno del 30 % verso i traguardi e gli obiettivi prefissati”. Per contro, un aspetto positivo è che, grazie a un prefinanziamento massimo del 13 % dell’importo erogabile agli Stati membri, è stato possibile versare rapidamente più fondi all’inizio, in linea con le finalità della risposta alla crisi. La Corte critica però il ritmo con cui da allora si è fatto ricorso al grosso dei fondi. A fine 2023, erano stati trasferiti solo 213 miliardi di euro dalla Commissione alle casseforti nazionali. Non è detto poi che questi soldi siano arrivati ai destinatari finali, fra cui imprese private, società pubbliche di servizi energetici e scuole. Di fatto, quasi la metà dei fondi RRF erogati ai 15 Stati membri che hanno fornito le necessarie informazioni al riguardo non aveva ancora raggiunto i destinatari finali.


Quasi tutti i paesi hanno presentato in ritardo le richieste di pagamento alla Commissione, spesso a causa dell’inflazione o di carenze di approvvigionamento, di incertezze circa la normativa ambientale e di una capacità amministrativa insufficiente. A fine 2023 era stato presentato il 70 % delle richieste previste e per un ammontare inferiore del 16 % circa alle attese; per svariati motivi, sette paesi non avevano ricevuto alcun finanziamento per il soddisfacente conseguimento di traguardi e obiettivi. La Commissione e gli Stati membri hanno intrapreso azioni per agevolare l’assorbimento, specie nel 2023, ma è prematuro verificarne l’eventuale impatto. Vi è il rischio che non tutte le misure previste siano completate per tempo. A fine 2023 le richieste di pagamento avevano riguardato meno del 30 % degli oltre 6 000 traguardi e obiettivi (cioè gli indicatori dello stato di avanzamento) totali; ne consegue che sono tanti (forse i più difficili) quelli ancora da raggiungere. Molti paesi hanno realizzato innanzitutto le riforme prima di procedere con gli investimenti. È probabile, tuttavia, che la concentrazione di questi ultimi verso la fine del periodo utile aggravi ulteriormente i ritardi e rallenti l’assorbimento.


Infine, gli esborsi non riflettono necessariamente la quantità e l’importanza dei traguardi e degli obiettivi, per cui potrebbero essere versati fondi ingenti senza che le misure corrispondenti siano portate a termine dagli Stati membri. La Corte sottolinea che la normativa non prevede il recupero dei fondi se i traguardi e gli obiettivi sono raggiunti, ma le misure da ultimo non vengono completate.