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Rifiuti, Mase: in GU il decreto sul Registro per la tracciabilità

Rifiuti, Mase: in GU il decreto sul Registro per la tracciabilitàRoma, 3 giu. (askanews) – È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto interministeriale sul nuovo Registro Elettronico Nazionale per la Tracciabilità dei Rifiuti (RENTRi). Oltre ad assicurare l’attività di controllo sui rifiuti, il nuovo sistema intende mettere a disposizione di imprese e settore pubblico dati, servizi e informazioni per promuovere l’economia circolare e il recupero di materia. E’ quanto informa una nota del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (Mase).

“L’obiettivo – spiega il Ministro Gilberto Pichetto Fratin – è quello di garantire un sistema efficiente per nuove catene di approvvigionamento delle materie prime da riciclo. Serve un tracciamento efficace che, anche attraverso procedure digitali e nuove tecnologie, semplifichi gli adempimenti delle imprese: ed è questa la sfida del nuovo Registro”. “Innoviamo e semplifichiamo, superando un modello obsoleto per migliorare il sistema e renderlo più efficiente ai fini degli obiettivi di economia circolare e rispetto all’attività degli operatori – ha precisato il Viceministro Vannia Gava -. Il tutto prevedendo la giusta gradualità temporale, approccio che riteniamo fondamentale per una transizione reale e pragmatica”.

Il RENTRi è gestito dal MASE con il supporto tecnico-operativo dell’Albo Nazionale Gestori Ambientali e del sistema delle Camere di Commercio per la gestione del sistema informativo centrale. Il provvedimento, rientrante nelle azioni della Strategia Nazionale per l’Economia circolare, riforma abilitante del PNRR, entra in vigore dal 15 giugno e prevede un ampio periodo transitorio. I soggetti obbligati potranno aderire al Registro in un arco temporale che va dai 18 ai 30 mesi, a seconda delle dimensioni delle aziende. Anche le tariffe di iscrizione variano a seconda della grandezza delle imprese: dai cento euro ai quindici per il contributo del primo anno, mentre per i successivi si va dai sessanta ai dieci. Nel decreto interministeriale sono introdotti nuovi modelli di formulario di identificazione del rifiuto e dei registri cronologici di carico e scarico, che saranno vigenti a partire dal 15 dicembre 2024.

Si prevedono anche modalità di adempimento più semplici rispetto al passato, con la possibilità che i formulari digitali possano essere esibiti durante il trasporto anche su dispositivi mobili. Il periodo transitorio servirà a tarare al meglio le istruzioni operative per la gestione della piattaforma: sia in forma diretta, tramite gli applicativi che saranno resi disponibili alle aziende, sia in interoperabilità con i principali software gestionali di mercato.

Il viceministro dell’economia: “Nessuno pensa di tagliar fuori la magistratura contabile dal Pnrr”

Il viceministro dell’economia: “Nessuno pensa di tagliar fuori la magistratura contabile dal Pnrr”Roma, 3 giu. (askanews) – Maurizio Leo (FdI), viceministro dell’Economia, sdrammatizza le polemiche sul ruolo della Corte dei conti nel Piano nazionale di ripresa. “Nessuno pensa di tagliar fuori la magistratura contabile dal Pnrr – dice in un’intervista al Corriere della sera -. Si tratta solo di prevedere controlli compatibili con il massimo dell’efficienza possibile”.

Il governatore Ignazio Visco critica l’idea di ridurre la progressività delle imposte e della flat tax. Che ne pensa? “Ma la riforma fiscale non fa venir meno la progressività. Avremo un sistema più semplice – spiega -. Vogliamo evolvere verso una progressività basata sulla combinazione tra area esente, deduzioni, detrazioni e minori aliquote e scaglioni Irpef. Dopodiché, nel Rapporto sul coordinamento della spesa pubblica 2023 della Corte dei Conti c’è un’affermazione che dovrebbe far riflettere: si dice che se un’imposta progressiva si dimostra ‘molto difettosa’ – sfido chiunque a dire che l’Irpef oggi non lo sia – allora potrebbe essere meglio attenuare. “Non vogliamo tagliare il welfare, ma la sua parte improduttiva. Il fisco deve fare la sua parte e la può fare anche con la riduzione degli scaglioni Irpef e delle aliquote. Ma anche il welfare dovrà fare la sua parte, per scongiurare la crescita senza fine delle risorse necessarie”, avverte il viceministro.

“Mai pensato a una riforma in deficit. Molti interventi non comportano costi: vale, ad esempio, per le moltissime semplificazioni. Vale per l’accertamento, il contenzioso, la riscossione”. I conti del taglio del cuneo fiscale ? “Il taglio di 7 punti di cuneo fiscale costa 11,4 miliardi di indebitamento netto per l’anno in corso, ai quali si aggiungono circa 315 milioni sul 2024. Ma determina un aumento dell’imponibile” “Quel che ha detto il presidente del Consiglio è chiaro. Chi non lo vuole chiamare ‘pizzo’ lo chiami in un altro modo, la sostanza non cambia – spiega Leo -. Abbiamo un sistema che al peso di una tassazione tra le più esose al mondo unisce una serie infinita di adempimenti. Sono costi indiretti della burocrazia, una sorta di fiscalità occulta, ancora più opprimenti per i soggetti più piccoli. Anche qui vogliamo cambiare volto al sistema. Lo stesso vogliamo fare nel contrasto all’evasione, che resta uno dei punti chiave della riforma fiscale”. Ma definire le tasse come “pizzo” non suona come un incoraggiamento alla fedeltà fiscale…”L’imposta va pagata, su questo non ci piove. Giorgia Meloni si riferiva soprattutto all’aspetto sanzionatorio, che ormai è spropositato. E in quel caso il termine è appropriato. Pensi che sull’Iva si arrivano a pagare sanzioni fra il 120% e il 240% della somma dovuta. La stessa Corte costituzionale ha detto che il sistema sanzionatorio va rivisto, perché non è più proporzionale”.

Fisco, Cgia Mestre: 8 giugno il tax freedom day

Fisco, Cgia Mestre: 8 giugno il tax freedom dayRoma, 3 giu. (askanews) – Questo weekend è l’ultimo dell’anno nel quale lavoriamo per il fisco. In linea puramente teorica, infatti, mercoledì prossimo, i contribuenti italiani terminano di lavorare per destinare il reddito al pagamento di tasse, imposte, tributi e contributi sociali necessari per far funzionare le scuole, gli ospedali, i trasporti, per pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici, le pensioni, etc. Giovedì 8 giugno, pertanto, festeggiamo il “giorno di liberazione fiscale”. E’ quanto riporta uno studio della Cgia di Mestre.

In altre parole, spiega il comunicato della Cgia, se dall’inizio di gennaio al 7 giugno abbiamo lavorato per onorare le richieste del fisco, dal giorno successivo e fino al prossimo 31 dicembre, invece, lo facciamo per noi stessi e per le nostre famiglie. Da questo caso di scuola messo a punto dall’Ufficio studi della Cgia, emerge che per l’anno in corso sono stati necessari ben 158 giorni di lavoro (sabati e domeniche inclusi) per adempiere a tutti i versamenti fiscali previsti quest’anno (Irpef, Imu, Iva, Irap, Ires, addizionali varie, contributi previdenziali/assicurativi, etc.). Rispetto al 2022, il tax freedom day di quest’anno “cade” un giorno prima. Nel 2022, allorché la pressione fiscale ha raggiunto il record storico del 43,5 per cento e, di conseguenza, il “giorno di liberazione fiscale” è “scoccato” il 9 giugno. E’ corretto segnalare che il picco record di pressione fiscale toccato l’anno scorso non è ascrivibile ad un aumento del prelievo imposto a famiglie e imprese, ma da una serie di altri fattori che si sono concentrati nel 2022. In particolar modo: dall’impennata del costo dei prodotti energetici importati e dal deciso aumento dell’inflazione che hanno spinto all’insù il gettito dell’Iva. Inoltre i vari bonus edilizi non sono stati classificati come riduzione delle tasse ma come maggiore spesa pubblica.

Nel 2022 solo la Francia e il Belgio hanno registrato un peso fiscale superiore al nostro. Se a Parigi la pressione fiscale era al 47,7 per cento del Pil, a Bruxelles si è attestata al 45,1 per cento. In Italia invece, ha toccato la soglia record del 43,5 per cento. A giugno i contribuenti dovranno affrontare quallo che la Cgia di Mestre giudica un ‘ingorgo fiscale’ con 115 scadenze, mediamente 4 al giorno.

Bonomi: la Ue adotti una politica industriale comune

Bonomi: la Ue adotti una politica industriale comuneMilano, 2 giu. (askanews) – “Abbiamo richiamato l’attenzione sulla necessità che l’Europa adotti una politica industriale comune e abbandoni l’impostazione dirigista assunta su alcuni provvedimenti, come quello sull’automotive e sul packaging”. Questo il commento del presidente di Confindustria Carlo Bonomi in occasione del Copres Business Europe in corso a Madrid. L’associazione delle industrie europee, composta da 40 federazioni industriali europee, si è riunita in Spagna su invito della CEOE, la Confederazione degli imprenditori spagnoli, in vista dell’assunzione della Presidenza di turno dell’Ue da parte del governo iberico.

“Tutti i Paesi sono pienamente concordi sul principio della neutralità tecnologica per affrontare le transizioni in atto – ha chiarito Bonomi. Inoltre, in vista delle elezioni europee del 2024 gli industriali europei ritengono necessario che l’Ue si posizioni come continente industriale, che governi adeguatamente e nei tempi corretti le transizioni ambientali e digitali e che si impegni verso una maggiore autonomia sulle materie prime e sulle tecnologie chiave, tra cui le terre rare, i semiconduttori e i pannelli solari, l’intelligenza artificiale. È fondamentale – ha aggiunto il leader degli industriali italiani – consentire un approvvigionamento energetico a prezzi competitivi e, in questo senso, l’UE deve dotarsi di un mercato dell’elettricità con investimenti a lungo termine perché su queste sfide si giocherà il futuro del nostro manifatturiero”. Tra i temi al centro della riunione tra le Confindustrie europee anche il nuovo Patto di Stabilità e Crescita che, secondo Carlo Bonomi “è cruciale che salvaguardi e favorisca gli investimenti”.

2 Giugno, Urso da Washington: Italia Paese forte e affidabile

2 Giugno, Urso da Washington: Italia Paese forte e affidabileNew York, 2 giu. (askanews) – “L’Italia è un Paese forte, affidabile, che si assume le proprie responsabilità ed assolve ai propri doveri, in Europa, nei Balcani, nel Mediterraneo, in Africa, nel grande Medio Oriente”, ha detto il ministro delle imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, intervenendo alla celebrazione della Festa della Repubblica presso l’ambasciata italiana a Washington, alla presenza oltre mille esponenti del mondo imprenditoriale e politico statunitense e italiano.

Urso ha elencato poi gli strumenti che provano tale affidabilità: “la politica, la diplomazia, promuovendo lo sviluppo economico e lo Stato di diritto, la nostra cultura e la nostra lingua, espressione di valori universali, dei valori e dei diritti della persona” Il ministro ha voluto ricordare particolarmente le Forze Armate, soprattutto quelle schierate in Kosovo, per evitare che la situazione degeneri. “A loro, ai nostri militari feriti, giunga in questo giorno da Washington il saluto e la riconoscenza della Comunità nazionale”, ha detto Urso strappando l’applauso dei presenti.

Un altro applauso è stato riservato all’Ucraina. Il ministro ha ricordato di essere stato a Kiev due volte “per sostenere la battaglia del popolo ucraino per la liberta e l’indipendenza del loro Paese”, definito dal ministro la “nuova frontiera dell’Occidente”, mentre arrivano proposte di integrazione di Kiev nella Nato e nell’Unione europea.

Europarlamento approva norme su dovere diligenza delle imprese

Europarlamento approva norme su dovere diligenza delle impreseBruxelles, 1 giu. (askanews) – La plenaria del Parlamento europeo ha adottato, oggi a Bruxelles, con 366 voti a favore, 225 contrari e 38 astensioni, la sua posizione sulla direttiva per la “il dovere di diligenza da parte delle imprese” (“corporate due diligence”), che ora dovrà negoziare con il Consiglio Ue per arrivare a un accordo sul testo finale, si spera entro la fine della legislatura.

Secondo la posizione adottata dal Parlamento europeo, che sostanzialmente sostiene e rafforza la proposta originaria della Commissione (mentre il Consiglio Ue mira ad annacquarla in diversi punti), le società attive nell’Ue dovranno garantire che le proprie attività e quelle di tutte le aziende coinvolte nella  loro catena del valore rispettino i diritti umani, sociali e ambientali tutelati dalle convenzioni e dai trattati internazionali.   Il voto ha segnato il sostanziale fallimento del tentativo degli eurodeputati della destra, soprattutto del gruppo conservatore e di una parte del Ppe, di stravolgere, con una lunga serie di emendamenti presentati all’ultimo momento, il testo che era stato approvato dalla commissione europarlamentare competente (commissione Affari giuridici), e sostenuto dalla relatrice, la socialista olandese Lara Wolters.

I nuovi emendamenti della destra miravano in particolare: 1)a escludere il settore finanziario dal campo di applicazione della direttiva; 2) a evitare di attribuire agli amministratori delle imprese una diretta responsabilità dell’attuazione del dovere di diligenza e di vigilanza; 3) a eliminare l’obbligo per le società di sviluppare e attuare dei piani di transizione ambientale con obiettivi di sostenibilità e scadenze per realizzarli; 4) a cancellare gli articoli che legano i premi nella retribuzione dei manager al raggiungimento degli obiettivi di questi piani aziendali; 5) a eliminare i riferimenti precisi ai trattati internazionali (come quello di Parigi sul clima o come la Convenzione sulla biodiversità) per definire la responsabilità per danni ambientali che le aziende potranno essere chiamate a risarcire; 6) a limitare il dovere di vigilanza delle imprese europee solo a una parte delle proprie catene del valore.     Questi emendamenti sono stati quasi tutti respinti, con una sola eccezione notevole: gli emendamenti 391 e 405 (identici) che sopprimono il testo originario dell’articolo 26 in cui si attribuiva agli amministratori delegati delle società la responsabilità della predisposizione delle azioni di diligenza e vigilanza aziendale, con il dovere di riferire ai loro consigli d’amministrazione in merito a queste azioni.  

Secondo il testo approvato, le aziende saranno tenute a identificare e, se necessario, prevenire, far cessare o mitigare, l’impatto negativo che le loro attività hanno su diritti umani e ambiente, come il lavoro minorile, la schiavitù, lo sfruttamento del lavoro, l’inquinamento, il degrado ambientale e la perdita di biodiversità. Le imprese dell’Ue dovranno monitorare e valutare l’impatto sui diritti umani e sull’ambiente dei loro partner lungo tutta la catena del valore, a monte e a valle della produzione, comprese la fornitura di materie prime e componenti, la vendita, la distribuzione, il trasporto, lo stoccaggio, la gestione dei rifiuti. Le aziende europee dovranno sospendere o terminare i rapporti commerciali con le società partner che non consentono il rispetto del dovere di diligenza quando. Per il Parlamento europeo, le nuove norme dovranno interessare le imprese dell’Ue con più di 250 dipendenti e un fatturato superiore a 40 milioni di euro, indipendentemente dal loro settore di appartenenza (la proposta della Commissione riguardava imprese con 500 dipendenti e un fatturato di 150 milioni di euro, ed escludeva il settore finanziario). Saranno incluse anche società con sede fuori dall’Ue aventi un fatturato superiore a 150 milioni di euro, se hanno generato attività per almeno 40 milioni di euro all’interno dell’Ue.

Le società dovranno attuare dei piani aziendali di transizione verde per mantenere il riscaldamento globale entro il limite di 1,5°. Inoltre, è stato confermato che per le grandi società con oltre 1.000 dipendenti, il raggiungimento degli obiettivi del piano avrà un impatto sulla remunerazione variabile degli amministratori, come i bonus. Le società che non rispetteranno le regole saranno responsabili degli eventuali danni e potranno essere sanzionate dalle autorità di vigilanza nazionali. Le sanzioni comprendono misure quali la pubblicazione dei nomi degli inadempienti( (“naming and shaming”), il ritiro dal mercato dei prodotti dell’azienda, o ammende pari ad almeno il 5% del fatturato netto globale. Le aziende extra-Ue che non rispettano le regole saranno escluse dagli appalti pubblici dell’Unione. I nuovi obblighi si applicheranno alle società tre o quattro anni dopo l’adozione della direttiva, a seconda delle dimensioni. Le imprese più piccole avranno un ulteriore anno di tempo.

Il Parlamento europeo chiede alle aziende di rendere le proprie catene del valore climaticamente neutrali entro il 2050, con un avvicinamento graduale all’obiettivo in cinque fasi annuali, a partire dal 2030. Le organizzazioni della società civile e i sindacati potranno rappresentare in tribunale le vittime di danni dovuti al non rispetto della direttiva; i tribunali potranno ordinare la divulgazione di prove da parte delle aziende, ed emettere ingiunzioni per fermare il danno.

Gros-Pietro: concetto di profitto sia sostituito da benessere

Gros-Pietro: concetto di profitto sia sostituito da benessereTorino, 1 giu. (askanews) – “Il concetto di profitto deve essere ampliato e sostituito da un concetto di benessere, che deve essere ragionevolmente distribuito, la creazione di valore deve essere inclusiva”. Lo ha detto il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, a margine della presentazione del secondo Rapporto sul mondo post globale del Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi, quest’anno intitolato “Dall’illusione dell’abbondanza all’economia dell’abbastanza”.

“Naturalmente l’abbondanza – ha aggiunto Gros-Pietro – può sempre essere considerata qualcosa di positivo, ma abbastanza vuol proprio dire che c’è tutto quello che serve. Uno dei problemi che abbiamo di fronte sul lungo termine e che riguarda soprattutto i giovani, che a questo tema sono molto sensibili, è il fatto che lo sviluppo, per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi decenni, ha cominciato a deprivare il pianeta di risorse, dobbiamo essere più attenti al pianeta, lo stiamo cambiando e dobbiamo prendercene la responsabilità. Abbastanza vuol dire appunto ‘abbastanza’ e si possono pensare anche dei sacrifici assolutamente sopportabili in vista di un futuro più equilibrato e meno rischioso”.

Bce, Enria: “Le banche ben gestite non falliscono”

Bce, Enria: “Le banche ben gestite non falliscono”Roma, 1 giu. (askanews) – “Le banche ben gestite non falliscono”. È il titolo scelto dal presidente del ramo di vigilanza bancaria della Bce, Andrea Enria per il suo intervento alla 22esima conferenza internazionale organizzata da Banca Mondiale, Fondo monetario internazionale e Federal Reserve.

Ha ovviamente preso spunto dai recenti casi di dissesto negli Stati Uniti, che hanno coinvolto la Silicon Valley Bank e la Signature Bank (seguiti da quello del Credit Suisse in Svizzera). Ma ha concentrato la sua attenzione sulle banche dell’Unione Europea. E secondo il capo della Vigilanza, proprio queste ultime “ora sono più forti e con la redditività in crescita. Questo in parte grazie al duro lavoro che le nostre squadre di vigilanza hanno fatto nell’ultimo decennio per rafforzare i bilanci e per rendere più sostenibili i modelli di business”, ha rivendicato.

“Ma non dobbiamo lasciarci andare all’autocompiacimento. Sappiamo che il contesto dei rischi è sempre in evoluzione. Anche noi dobbiamo praticare quello che predichiamo. La vigilanza è più efficace quando ci sono processi interni per identificare e misurare i rischi, identificare chiaramente priorità per il lavoro di vigilanza – ha proseguito -. I vigilanti devono disporre dei poteri per tradurre queste priorità in iniziative concrete, alla luce delle sfide specifiche che si trovano di fronte le banche”. La congruenza e l’efficacia dei controlli va assicurata anche “con un sistema di rendicontazione diretto al consiglio dell’autorità. E noi dobbiamo essere tenuti a rendere conto delle scelte che compiamo, spiegandole chiaramente ex ante, accettando le critiche ed assumendoci responsabilità ex post”.

Enria, tuttavia, ha avvertito che le autorità di vigilanza non hanno una visione perfetta del quadro e non possono pensare di identificare qualunque pericolo incomba su una banca. “Quindi, imn definitiva sta alle banche, non ai vigilanti, assumersi la responsabilità di identificare gestire i rischi. E questo significa avere robuste e solide culture gestionali e del rischio, affinché il perseguimento di crescita e redditività – ha concluso – non vada mai a detrimento della prudenza”.

Banche, nell’Ue meno sportelli (-5,39%) e meno bancari (-1,25%)

Banche, nell’Ue meno sportelli (-5,39%) e meno bancari (-1,25%)Roma, 1 giu. (askanews) – Sempre meno filiali e sempre meno bancari nell’Unione europea. Secondo gli indicatori strutturali sulla finanza pubblicati dalla Bce, aggiornati alla fine del 2022, in media nell’Unione il numero di sportelli è diminuito del 5,39% lo scorso anno. Contestualmente il numero di bancari si è ridotto dell’1,25%.

L’istituzione di Francoforte riporta queste medie e precisa che le dinamiche possono divergere ampiamente tra i vari paesi: ad esempio sul numero di sportelli il calo spazia tra il -0,98% e il -21,50%. A fine 2022 nell’intera unione si contavano 132.871 sportelli bancari, che nell’82,8% dei casi erano situati nell’area euro. Sul numero di bancari la Bce riferisce di cali in 18 paesi Ue, con una tendenza che prosegue fin dal 2008.

Infine, sul livello di concentrazione nel settore bancario l’istituzione riporta come persista un quadro molto differenziato tra paesi. Prendendo a riferimento la quota di asset sul totale detenuta da sulle cinque maggiori banche di un Paese, si spazia dal 31,16% del Lussemburgo, il livello più basso, al 95,72% della Grecia. A fine 2022 la media di questo indicatore per l’Unione europea era pari al 68,27%.

Bce, verbali Consiglio svelano compromesso su rialzo tassi maggio

Bce, verbali Consiglio svelano compromesso su rialzo tassi maggioRoma, 1 giu. (askanews) – Il rialzo da 25 punti base ai tassi di interesse operato a inizio maggio dalla Bce è frutto di un compromesso. Alla riunione del Consiglio direttivo, infatti “alcuni componenti hanno espresso la preferenza per alzare i tassi di interesse di 50 punti base, alla luce dei rischi sulle prospettive di inflazione dovuti a continue sorprese a rialzo, alla previsione di un’inflazione sopra il livello obiettivo per quattro anni, così come al rischio di disancoraggio delle aspettative del pubblico”. Lo riportano i verbali della riunione del 3 e 4 maggio, pubblicati oggi dalla stessa istituzione monetaria.

Tuttavia, “la maggior parte di questi componenti del consiglio hanno indicato che avrebbero accettato la proposta di alzare i tassi di 25 punti base”, a condizione che la comunicazione della Bce contenesse “un chiaro orientamento a ulteriori aumenti dei tassi per evitare che questo rialzo più contenuto venisse frainteso”, magari essendo interpretato “come segnale di una pausa sul ciclo restrittivo”. “Sulla base di questo quadro quasi tutti i componenti del Consiglio hanno appoggiato il rialzo da 25 punti base in combinazione con la chiara comunicazione che, in base alle circostanze attuali la politica monetaria ha ancora della strada da fare”, aggiungono i verbali.