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Schlein compatta Pd su Trump e Salvini, ma nodo è Jobs act

Schlein compatta Pd su Trump e Salvini, ma nodo è Jobs actRoma, 21 gen. (askanews) – Donald Trump, Elon Musk, la tecno-destra, Matteo Salvini, l’autonomia differenziata: Elly Schlein fissa l’agenda comunicativa del Pd, punta i riflettori sul centrodestra e cerca di tenere da parte le questioni più spinose, dal ritrovato protagonismo dei “moderati” dem alla questione del referendum sul Jobs act. La leader democratica convoca anche la segreteria, la riunione dura parecchio e viene dedicata, appunto, soprattutto ai temi della “mobilitazione”, come li ha definiti lei stessa. Sui centristi neanche una parola con i cronisti, ma frasi molto diplomatiche anche durante la riunione della segreteria. Per quanto riguarda il Jobs act appena un accenno quando i giornalisti le pongono la domanda: “Io li ho firmati – ha spiegato quando le è stato chiesto quale sarà l’indicazione di voto – senz’altro non faremo mancare il nostro contributo”.


Se ne discuterà, l’ala moderata-riformista del Pd – quella che era stata più vicina a Matteo Renzi – non ha intenzione di rinnegare il lavoro fatto dieci anni fa. Alessandro Alfieri, sul Corriere della sera, lo ha già spiegato: “Un referendum sul Jobs act rischia di riaprire ferite del passato. Fin dall’inizio ho dichiarato che non l’avrei sostenuto. Abbiamo bisogno, oggi, di mettere in evidenza le tantissime battaglie che ci uniscono, non quelle che ci dividono”. Posizione che è un po’ quella di tutta la minoranza, da Marianna Madia a Graziano Delrio e Lorenzo Guerini. Certo, precisa uno di parlamentari ‘moderati’, “non ci metteremo a fare i comitati del no con Renzi, ma c’è una strumentalizzazione da parte di Landini che non ci fa bene. E certamente non faremo campagna per il sì, ne voteremo per l’abrogazione”. La minoranza spera che la segretaria arrivi a non dare indicazione di voto, pur ovviamente facendo campagna attiva per il sì. “Se schierasse il partito tutti noi non la seguiremmo”. Antonio Misiani, responsabile economia in segreteria, la mette così: “Capisco che il referendum non è il migliore degli strumenti possibili, ma è importante che arrivi un segnale nella direzione di un rafforzamento delle tutele del lavoro”. Insomma, difficile non stare con la Cgil e chi vuole l’abrogazione del Jobs act. Ma, precisa, “avremo luoghi in cui discuterne, il Pd non è e non sarà mai una caserma”.


Sui movimenti di cattolici e riformisti – i due convegni dello scorso fine settimana – non sono mancate le critiche – da sinistra – in segreteria. Ma, appunto, non da parte di Schlein, che – raccontano – è stata assai prudente. La segretaria, del resto, sa che chi era ad Orvieto, a partire da Paolo Gentiloni, non mette in discussione la permanenza nel Pd. E lo stesso ex premier oggi ha precisato: “C’è una gran voglia di pluralismo interno. Sarebbe un errore trasformare questo in una fronda nei confronti di Elly Schlein, che ha riattivato il Pd in fondo, e quindi ha dei meriti”. Al tempo stesso, ripete, se i centristi fuori dal partito si uniscono bene, ma in ogni caso il Pd “deve avere un profilo di governo” e non cercare un “alibi per dire che mandiamo all’esterno le componenti riformiste”. Da questo punto di vista, raccontano, la stessa Schlein sarebbe almeno in parte d’accordo: la leader Pd non intende rinunciare al profilo ‘netto’ che ha dato al partito, ma non vede bene nemmeno la nascita di una ‘nuova Margherita’ che porti alla fuoriuscita dei moderati Pd. La spaccatura ridimensionerebbe il partito e aprirebbe la discussione sul nome del ‘federatore’, o meglio del candidato – o della candidata! – premier. Dunque bene se Renzi, Calenda, Sala, Ruffini, Più Europa trovano un modo per presentare un’unica lista. Ma l’esodo dei moderati dem sarebbe un’altra cosa, non auspicabile. Per questa discussione però c’è tempo, se parlerà molto da qui alle politiche.

Salvini alla Camera su ritardi treni, Schlein: cominci a lavorare

Salvini alla Camera su ritardi treni, Schlein: cominci a lavorareRoma, 21 gen. (askanews) – “Viene qui con un esposto a ricordarci che le Ferrovie si sono scusate. Ma quand’è che si scusa lei con gli italiani? Quand’è che si scusa Giorgia Meloni per i disagi?”. La leader Pd Elly Schlein interviene in aula alla Camera, attacca il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, che ha riferito in Parlamento sui disservizi della rete ferroviaria. “E non parliamo solo dei disagi dovuti ai guasti, ma ai ritardi, alle procedure troppo complicate per i rimborsi. Non passa giorno che la situazione non veda un peggioramento. Oggi è difficile programmare qualsiasi spostamento”.


“Lei non fa più il ministro dell’Interno e non è possibile che l’unico spostamento che le interessa è il suo al Viminale. Ma Giorgia Meloni non vuole affidarle quell’incarico, si rassegni e cominci a lavorare”, ha detto ancora la leader dem rivolta a Salvini. “Il governo Meloni sta paralizzando l’Italia, blocca ogni giorno milioni di pendolari nelle amministrazioni. E non vi assumente neanche oggi uno straccio di responsabilità”, ha attaccato ancora Schlein. “Guardate che non fa male ogni tanto in politica dire ‘scusate, possiamo fare meglio’. I cittadini vogliono impegni concreti, treni in orario, rimborsi immediatià”.


Invece “Giorgia Meloni ha lasciato le briciole nella legge di bilancio per il trasporto pubblico. Mentre sprecate risorse pubbliche per il fantomatico ponte sullo Strettoà Un consiglio ministro (Salvini, ndr): lasci stare il ponte e il Viminale e lavori a far funzionare i treni”.

Meloni torna da Washington e sente Costa. Su Santanchè prende tempo (e vede La Russa)

Meloni torna da Washington e sente Costa. Su Santanchè prende tempo (e vede La Russa)Roma, 21 gen. (askanews) – Caso Santanchè, ddl sicurezza, prossime missioni internazionali, rapporti con l’Ue. Questi i dossier che Giorgia Meloni si è trovata sulla scrivania di rientro da Washington, dove ha partecipato all’Inauguration day.


La premier è arrivata presto in ufficio, molto prima del solito, praticamente appena atterrata a Roma da Washington. Del resto i ‘nodi’ da risolvere sul tavolo sono molti e non semplici. Per quanto riguarda il ddl sicurezza, la questione è stata affidata al sottosegretario Alfredo Mantovano che – in raccordo con Meloni – ha riunito in mattinata i capigruppo di maggioranza del Senato, Lucio Malan (Fdi), Maurizio Gasparri (Fi) e Massimiliano Romeo (Lega), i presidenti delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia, Alberto Balboni e Giulia Bongiorno, oltre ai ministri per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani; dell’Interno Matteo Piantedosi; della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario Nicola Molteni. Nel corso dell’incontro – è stato spiegato – è stato deciso di accelerare sull’esame del provvedimento intervenendo però con poche e concordate modifiche “senza snaturarlo”.


Più complicata la questione della ministra del Turismo. Dopo il rinvio a giudizio deciso dal Tribunale di Milano, la decisione sulla sua permanenza al governo è nelle mani di Meloni. Al momento la premier sta prendendo tempo. Da Fdi, partito di Santanché, nei giorni scorsi sono arrivate ben poche attestazioni di sostegno mentre l’opposizione chiede le dimissioni (il M5s ha presentato una mozione di sfiducia in entrambe le Camere). La ministra sembra intenzionata a resistere ma dopo una telefonata nei giorni scorsi, Meloni sta valutando il da farsi consapevole del rischio – che vuole assolutamente evitare – che la questione giudiziaria possa indebolire il governo nel suo complesso. Probabile, secondo quanto viene riferito, che nelle prossime ore possa esserci un faccia a faccia tra le due: Santanchè è a Milano, ma mercoledì dovrebbe rientrare a Roma. Intanto Meloni ha incontrato a pranzo il presidente del Senato Ignazio La Russa (che con Santanchè ha un rapporto stretto): un colloquio che era “previsto da tempo per fare il punto della situazione”, viene assicurato. Difficile, però, pensare che i due non si siano confrontati anche, se non soprattutto, sul dossier. Per quanto riguarda le prossime missioni, tra sabato e lunedì Meloni sarà in Arabia saudita e Bahrein, per incontri bilaterali. Il 31, a Belgrado, si terrà il vertice intergovernativo Italia-Serbia mentre il 3 febbraio, allo Château de Limont in Belgio, parteciperà al summit informale dei leader Ue dedicato alla difesa. Sarà quella la prima occasione di incontro per i 27 dopo l’insediamento di Donald Trump. Meloni, unica leader europea presente a Washington, sa che il rapporto con il tycoon ha creato qualche mal di pancia a Bruxelles e nelle cancellerie, visto un rapporto tra Ue e nuova amministrazione Usa che non si preannuncia semplice. Per questo, lunedì, in un post su X in cui faceva gli auguri a Trump ha voluto anche mandare un messaggio di ‘rassicurazione’ ai partner, garantendo che “l’Italia sarà sempre impegnata nel consolidare il dialogo tra Stati Uniti ed Europa, quale pilastro essenziale per la stabilità e la crescita delle nostre comunità”.


Per preparare il summit del 3, la premier ha sentito il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Nel corso del colloquio, riferisce Palazzo Chigi, “Meloni ha sottolineato l’esigenza di rafforzare concretamente il pilastro europeo della Nato, anche sul fronte della competitività dell’industria europea del settore, attraverso una piena complementarietà delle iniziative e dei programmi Ue in ambito difesa”. A questo proposito, Meloni e Costa hanno “condiviso l’importanza e l’urgenza di lavorare su nuovi e più efficaci strumenti comuni per sostenere gli ingenti investimenti necessari”.

Salvini alla Camera, tra i banchi del governo solo esponenti Lega

Salvini alla Camera, tra i banchi del governo solo esponenti LegaRoma, 21 gen. (askanews) – Inizia con due applausi dai banchi della maggioranza l’informativa del ministro per i Trasporti e le infrastrutture Matteo Salvini in aula alla Camera sui ritardi dei treni: uno per i dipendenti delle Fs che “non meritano il fango” delle reazioni che la situazione critica della rete ferroviaria ha suscitato e l’altro per il numero record di viaggiatori registrati.


Tra i banchi del governo, mentre il leader della Lega interviene, solo un ministro – Roberto Calderoli – e una schiera di sottosegretari, tutti del partito di Salvini: Nicola Molteni, Edoardo Rixi, Giuseppina Castiello, Federico Frenj, Massimo Bitonci, Claudio Durigon, Andrea Ostellari, Alessandro Morelli. Al termine dell’intervento, tra i banchi della maggioranza, solo i deputati leghisti si sono alzati in piedi per applaudire il ministro Salvini.

Usa, Schlein: Trump cerca alleati per rompere Ue, Meloni che fa?

Usa, Schlein: Trump cerca alleati per rompere Ue, Meloni che fa?Roma, 21 gen. (askanews) – “Quello che ci preoccupa è che Trump stia cercando degli alleati per frammentare, per disgregare l’Ue. Invece per noi la risposta dell’Europa deve essere all’altezza di questa sfida”. Lo ha detto la segretaria Pd Elly Schlein parlando con i giornalisti alla Camera.


“La domanda – ha aggiunto – è se Giorgia Meloni sarà in grado di far rispettare gli interessi europei e italiani. Perché è andata in solitudine, nonostante non ci fosse un coinvolgimento dell’Ue”.

Usa, Schlein: Meloni unica leader Ue da Trump? Si chieda perché…

Usa, Schlein: Meloni unica leader Ue da Trump? Si chieda perché…Roma, 21 gen. (askanews) – “Io spero si sia chiesta perché c’era solo lei, perché l’Ue non è stata invitata e coinvolta e che tipo di messaggio vogliamo lanciare”. Lo ha detto la segretaria Pd Elly Schlein, commentando con i giornalisti alla Camera la partecipazione di Giorgia Meloni all’insediamento del nuovo presidente Usa. Una presenza rivendicata dal centrodestra come motivo di orgoglio per l’Italia.


“Davanti a sfide di questa portata – ha aggiunto la Schlein – chi pensa ci si salvi da soli sbaglia. Al di là delle singole partecipazioni, il punto è come Italia intenda contribuire ad un rilancio europeo che risponda a questa sfida aggressiva che ci è stata lanciata. Perché non fanno con noi una battaglia vera sugli investimenti comuni europei?”.

Ue, Meloni sente Costa: strumenti comuni per investimenti difesa

Ue, Meloni sente Costa: strumenti comuni per investimenti difesaRoma, 21 gen. (askanews) – La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha avuto una conversazione telefonica con il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa in vista del vertice informale del prossimo 3 febbraio sulla difesa europea.


Nel corso del colloquio, riferisce Palazzo Chigi, “Meloni ha sottolineato l’esigenza di rafforzare concretamente il pilastro europeo della Nato, anche sul fronte della competitività dell’industria europea del settore, attraverso una piena complementarietà delle iniziative e dei programmi Ue in ambito difesa”. Meloni e Costa “hanno inoltre condiviso l’importanza e l’urgenza di lavorare su nuovi e più efficaci strumenti comuni per sostenere gli ingenti investimenti necessari”.

Giovanni Amoroso eletto nuovo presidente della Corte costituzionale

Giovanni Amoroso eletto nuovo presidente della Corte costituzionaleRoma, 21 gen. (askanews) – Giovanni Amoroso è il nuovo presidente della Corte Costituzionale. Amoroso, che prende il posto di Augusto Barbera, il cui mandato è scaduto il 21 dicembre scorso, è stato eletto all’unanimità. Sono stati nominati vice presidenti Francesco Viganò e Luca Antonini.


Amoroso è giudice della Consulta dal 26 ottobre del 2017 e dal 21 dicembre scorso ha ricoperto l’incarico di presidente facente funzioni. Amoroso, 75 anni, nato a Mercato Sanseverino (Salerno) il 30 marzo 1949, è entrato in magistratura nel marzo 1975 (collocato al secondo posto della graduatoria finale); ha svolto le funzioni di pretore penale presso la pretura di Bergamo (1976-1980) e di pretore del lavoro presso la pretura di Roma (1980-1984). Nel 1984 è stato assegnato all’Ufficio del Massimario della Corte di cassazione, dapprima come magistrato di tribunale (1984-1989) e poi come magistrato d’appello (1996-2000), venendo applicato alla Sezione Lavoro e partecipando ai collegi come relatore e poi estensore delle pronunce adottate.


Nel periodo 1986-1989 è stato altresì applicato al Centro elettronico di documentazione della Corte di cassazione, tenendo anche corsi di apprendimento del sistema Italgiure delle banche dati della Corte. Dal 1990 al 1996 è stato collocato fuori ruolo della magistratura in quanto assistente di studio a tempo pieno del giudice costituzionale Renato Granata. Successivamente – rientrato in ruolo come magistrato d’appello applicato all’Ufficio del Massimario della Corte di cassazione – ha proseguito dal 1996 al 1999 come assistente di studio a tempo parziale del giudice costituzionale Renato Granata, eletto presidente della Corte.


In seguito, dal 1999 al 2008, rimanendo in ruolo come magistrato della Corte di cassazione, è stato assistente di studio del giudice costituzionale e poi presidente Franco Bile. Nominato consigliere di cassazione nel 2000, è stato dapprima assegnato alla Terza Sezione penale della Corte di cassazione con applicazione alla Sezione Lavoro e successivamente a quest’ultima con applicazione alla Terza Sezione penale, svolgendo sempre contemporaneamente funzioni di legittimità sia nel settore civile che in quello penale. Conseguita l’idoneità alle funzioni direttive superiori, dal marzo 2006 è stato assegnato anche alle Sezioni Unite civili della Corte di cassazione come consigliere e poi come Presidente di sezione.


Nel febbraio del 2013 è stato nominato direttore aggiunto dell’Ufficio del Massimario della Corte e successivamente direttore dello stesso Ufficio. Nel febbraio del 2015 è stato nominato presidente di sezione della Corte e assegnato alla Sezione Lavoro. Nel giugno del 2015 è stato destinato anche alle Sezioni Unite civili come presidente di sezione non titolare, venendo altresì designato come coordinatore delle Sezioni Unite civili. Eletto giudice costituzionale dalla Corte di Cassazione il 26 ottobre 2017, ha giurato il 13 novembre 2017.

Usa, Meloni: ogni rapporto solido è porta aperta per l’Italia

Usa, Meloni: ogni rapporto solido è porta aperta per l’ItaliaRoma, 21 gen. (askanews) – “Mi chiedono spesso perché io vado così tanto all’estero, perché dedichi così tanta parte della mia energia alla politica estera. Banalmente, perché non è politica estera, è politica interna. Nel senso che ogni rapporto solido che si crea è una porta aperta per le nostre imprese, per i nostri prodotti. È un’occasione per i nostri lavoratori”. Lo afferma in un video postato su X la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ieri ha partecipato a Washington alla cerimonia di insediamento del presidente Usa Donadl Trump.


“Faccio del mio meglio per aprire quelle porte – prosegue la premier -, perché so che una volta che è stata aperta il resto del lavoro lo farete voi”. “Costruire solide relazioni per il presente e il futuro della nostra Nazione”, scrive Meloni a corredo del video.

M5s, via limite mandati per chi si candida a presidente di Regione

M5s, via limite mandati per chi si candida a presidente di RegioneRoma, 20 gen. (askanews) – Si avvia a conclusione il percorso di “rifondazione”, o più realisticamente di riorganizzazione del Movimento 5 stelle. Nella riunione odierna del Consiglio nazionale il presidente, Giuseppe Conte, ha illustrato le proposte delle nuove regole interne, approvate dagli iscritti nel voto dell’assemblea costituente ma non tutte applicabili in automatico: su alcuni temi le scelte più votate (non necessariamente contrapposte le une alle altre) vanno tradotte in una sintesi formale per statuto e codice etico.


Da Campo Marzio confermano che il Consiglio nazionale non sarà nuovamente convocato sullo stesso tema e l’ex premier presenterà i testi al Comitato di garanzia, l’organismo interno sopravvissuto (anche se verrà modificata la sua composizione nel nuovo statuto) alla consultazione on line che ha abrogato la figura del garante Beppe Grillo. Il cuore della discussione, “in un clima di serenità e di confronto”, raccontano le fonti ufficiali, è stato rappresentato dal tema del superamento del limite dei due mandati elettivi nelle istituzioni: chi c’era racconta di interventi diversificati, con opinioni anche apertamente contrapposte, ma in sostanza alcuni punti fermi sono emersi.


“Conte ha ascoltato tutti, in vista della sintesi che deve fare”, dice uno dei presenti. In sostanza è certo che sarà superato il divieto di candidatura a sindaco o presidente di Regione per chi ha già svolto due mandati in Parlamento: è l’atteso via libera all’ipotesi che l’ex presidente della Camera, Roberto Fico, o l’ex ministro, Sergio Costa, possano correre come rappresentanti del centrosinistra per la guida della Regione Campania. Meno definita la questione del “terzo mandato”: il Consiglio nazionale, comunque, concordano diverse fonti interne, ha condiviso il no alla possibilità (peraltro quella che aveva raccolto i minori consensi nel voto degli iscritti) di saltare da una istituzione all’altra, considerando il limite solo per ciascun livello istituzionale.


“Viene confermato il no al carrierismo”, rivendicano dall’entourage di Conte, chi ha fatto due volte il senatore o il deputato non potrà semplicemente spostarsi in un consiglio regionale o comunale (se non, appunto, per cariche monocratiche a elezione diretta come presidente di regione o sindaco, per le quali varranno gli attuali limiti di legge). E non sarà automatico nemmeno il meccanismo del cosiddetto “stop and go”, cioè non basterà aver saltato una legislatura, dopo aver fatto due mandati, per potersi liberamente ricandidare. Il passaggio successivo è quindi nelle mani di Conte, che dovrà mettere nero su bianco le nuove regole, e, dopo il passaggio dal Comitato di garanzia, l’ultima parola spetterà probabilmente a un nuovo pronunciamento degli iscritti, sempre attraverso il meccanismo del voto on line.