Referendum in salita e legge elettorale, per Meloni un mese decisivo
Referendum in salita e legge elettorale, per Meloni un mese decisivo
Roma, 28 feb. (askanews) – Nell’agenda di Giorgia Meloni il prossimo appuntamento all’estero è il Consiglio europeo del 19 e 20 marzo. L’ultima missione è stata il “retreat”, ovvero il vertice infiormale dei leader dei Ventisette nel castello belga di Alden Biesen del 12 febbraio. Nel mezzo, anche ufficiosamente, non si segnalano missioni fuori dall’Italia. Un tempo insolitamente lungo per la presidente del Consiglio che del suo dinamismo sul fronte internazionale ha fatto una cifra di governo.
Segno, anche, della percezione che il prossimo mese è uno snodo complesso e decisivo della legislatura. Il referendum costituzionale sulla riforma della magistratura, che fino a un mese fa appariva come una “passeggiata” si è trasformato in un rischio. Alcune improvvide sortite del ministro della Giustizia Carlo Nordio (che la stessa premier, in privato, avrebbe richiamato a interventi più sobri), e una politicizzazione che – al di là delle dichiarazioni – è nei fatti, hanno invertito il trend, con il fronte del No che ha avviato una consistente rimonta. Su questo abbiamo consultato separatamente due esponenti di primo piano sia di Fdi che del centrosinistra, due di quelli che, nelle rispettive parti, si occupano dei numeri. E per entrambi il responso è lo stesso: se nei prossimi dieci giorni il trend di crescita del “No” non si fermerà un ribaltamento della situazione, con la bocciatura della riforma, è possibile, se non probabile. Anche per questo, pur se controvoglia, Meloni si deciderà a scendere in campo in prima persona nella fase finale della campagna. Cercando però il più possibile, ha spiegato ai suoi, di mantenere un profilo “istituzionale” più che politico. Metterci la faccia, dunque, ma senza fare “all in” sul modello di Matteo Renzi.
Intanto però un segnale di nervosismo è stato dato con la brusca accelerazione sulla nuova legge elettorale, depositata in Parlamento il 26 febbraio dopo una maratona notturna degli sherpa per trovare un accordo nella maggioranza. Il sistema proposto, chiamata “Stabilicum”, è nella sostanza un proporzionale con premio di maggioranza per la coalizione che raggiunga almeno il 40% dei consensi alle elezioni. In particolare, il sistema si basa su collegi plurinominali con liste bloccate, dal momento che, nonostante le pressioni di Fratelli d’Italia, per ora non è previsto che ci sia il voto di preferenza. Il premio di maggioranza consiste in 70 seggi per la Camera e 35 per il Senato: si tratta di seggi che vengono scomputati dal totale per quanto riguarda l’assegnazione che viene invece fatta su base proporzionale. Viene attribuito a chi abbia raggiunto almeno il 40% dei consensi a livello nazionale, ma viene suddiviso su base circoscrizionale alla Camera e regionale al Senato attraverso dei listini. Lo stesso premio – secondo quanto prevede il testo – non può superare il 15% per cento dei seggi, con una soglia massima di 230 seggi alla Camera e 114 al senato. Viene inoltre introdotto il meccanismo del ballottaggio nel caso in cui nessuno raggiungesse il 40% su base nazionale ma ci fossero almeno due coalizioni che hanno ottenuto non meno del 35%. Si prevede poi “l’indicazione obbligatoria” del candidato premier nel momento in cui viene depositato il programma: si tratta del nome da indicare al capo dello Stato al momento delle consultazioni “fatte salve le sue prerogative”. Restano invariate le soglie di sbarramento, compresa quella del 3% per ciascuna lista che si presenta agli elettori. Nessuna modifica anche per il meccanismo che prevede la possibilità delle pluri-candidature e dell’alternanza di genere.
Un sistema che piace poco anche alla Lega (per l’abolizione dei collegi che l’hanno premiata in passato), tanto che il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari ha atteso un bel po’ prima di firmare la proposta di legge. Anche Fdi e i centristi della maggioranza non sono pienamente convinti, tanto da annunciare già un emendamento per inserire le preferenze. Nettamente contrario il giudizio delle opposizioni, che la considerano “irricevibile” in toto, almeno per il momento. Del resto, secondo una proiezione di YouTrend per Repubblica, in base ai sondaggi più recenti, con l’attuale Rosatellum il centrosinistra registrerebbe un leggerissimo vantaggio ma nessuna coalizione raggiungerebbe una maggioranza netta in Parlamento; con il neonato Stabilicum il centrodestra vincerebbe, prendendosi il 57% dei seggi totali. Se dunque la legge non è pienamente sostenuta neanche dalla maggioranza, qual è il motivo di tanta fretta? Il motivo, viene spiegato a taccuini chiusi, è proprio il referendum: presentare il testo dopo il voto, qualunque sia l’esito ma soprattutto in caso di sconfitta, sarebbe inevitabilmente percepito come una mossa per fare una legge su misura. Meglio evitare e anticipare, magari anche per distogliere un po’ l’attenzione dalla campagna.
Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli