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Dentro il vuoto, andando oltre il presente: Tosatti a Barcellona

Dentro il vuoto, andando oltre il presente: Tosatti a BarcellonaBarcellona, 1 mar. (askanews) – Le stanze di Gian Maria Tosatti sono uno di quei luoghi di confine nei quali il contemporaneo accade. E lo fa in maniera silenziosa, apparentemente implicita, in realtà con effetti che poi si rivelano potentissimi e duraturi per chi ha la fortuna di attraversarli. Succede così anche con l’installazione che l’artista ha portato a Barcellona all’interno di una mostra che il Centro d’arte Santa Monica ha dedicato a “The Other Side”, ciò che sta “dall’altra parte”.


“Ogni visitatore – ha detto Tosatti ad askanews – ha il suo sentimento entrando in quest’opera. Certo è un’opera che è stata costruita attorno a un vuoto. L’opera è l’episodio di Cape Town, del mio progetto, ‘Il mio cuore vuoto come uno specchio’ e quella città è una città che quando ci lavorai mi resi conto che era edificata attorno a un vuoto, a un senso di vuoto. E quindi da un certo punto di vista questo è il sentimento che alberga dentro questa installazione. È ovvio però che l’installazione è sempre uno specchio, quindi ognuno ha il suo tipo di vuoto”. La sensazione, attraversando gli spazi, è quella di essere parte di qualcosa che sappiamo di conoscere, ma a un livello che resta sospeso, in fondo misterioso, come gli specchi che non riflettono e le parole che scompaiono da giornali e televisori. La vita è da qualche parte, è certo, ma dove sia non è chiaro. Eppure, dentro quel luogo che per molti versi sembra essere profondamente drammatico, si avverte anche una sensazione di libertà.


“L’opera – ha aggiunto l’artista – è una macchina che serve a produrre la condizione di libertà, è una macchina estremamente precisa, come un’equazione matematica in cui tutti i numeri devono tornare, perché funzioni. Il punto è che nel momento in cui funziona, però, deve darti la sensazione di essere completamente libero di andare dove vuoi e come vuoi, ma effettivamente è così. L’opera deve poterti guardare dentro, questo è il punto”. Concepita in Sudafrica e per quel contesto, la stanza funziona anche a Barcellona, perché crea uno spazio che è interamente suo e gestisce il proprio vuoto. Forse la sua magia ha a che fare anche con il fatto di perdere l’orientamento sulla propria posizione nel presente e nella storia. “Effettivamente – ha concluso Gian Maria Tosatti – il senso della storia in questo lavoro è presente come forse anche in altri lavori, ma non è mai identico, con una pagina precisa. Il senso della storia è qualcosa di respiro più ampio, anche perché l’uomo vive di cicli e di ricorsi storici, errori sempre ripetuti. Quindi la storia è qualcosa di più immanente, di più espanso”.


E la stanza a Barcellona è certamente un’occasione per espandere il nostro stare di fronte, in questo caso dentro, al contemporaneo. Un’occasione per pensare e sentire il bisogno di quelle stesse bottiglie d’acqua che potrebbero stare a raccontarci dell’inesausta sede di qualcosa che vada oltre il senso di soffocamento di un presente che non finisce mai. (Leonardo Merlini)

Biennale: impossibile esculdere delle partecipazioni nazionali

Biennale: impossibile esculdere delle partecipazioni nazionaliMilano, 28 feb. (askanews) – La Biennale di Venezia non può decidere di escludere la partecipazione di nessuno tra i Paesi che l’Italia riconosce. Dopo le polemiche su Israele e Iran alla prossima Biennale Arte, in seguito a petizioni e appeli legati alle vicende in Medio Oriente, Ca’ Giustinian hga diffuso una nota ufficiale. “In merito alla partecipazione all’Esposizione Internazionale d’Arte di Paesi presenti nei padiglioni ai Giardini, all’Arsenale e in città – si legge – La Biennale di Venezia precisa che tutti i Paesi riconosciuti dalla Repubblica Italiana possono in totale autonomia richiedere di partecipare ufficialmente. La Biennale, di conseguenza, non può prendere in considerazione alcuna petizione o richiesta di escludere la presenza di Israele o Iran dalla prossima 60esima Esposizione Internazionale d’Arte”.


“La Biennale ricorda, inoltre, – prosegue la nota – che la chiusura del Padiglione della Russia alla 59esima Esposizione Internazionale d’Arte 2022 è stata decisa dal Commissario e dal Curatore nominati dal Ministro della Cultura della Federazione Russa, che ha comunicato che non parteciperà alla prossima 60. Esposizione Internazionale d’Arte. Con riferimento a citate esclusioni di domande di ammissione a Evento Collaterale della 60. Esposizione, si precisa che su 72 progetti eleggibili, due vedevano la partecipazione di artisti palestinesi, uno dei quali è stato inserito fra i 30 Eventi Collaterali approvati dal Curatore Adriano Pedrosa, in totale autonomia e a suo insindacabile giudizio artistico”. “Ci sono anche artisti palestinesi nella 60esima Esposizione Internazionale d’Arte a cura di Adriano Pedrosa, come risulta dalla lista dei partecipanti diffusa dalla Biennale il 31 gennaio 2024”, conclude la nota.

Biennale Arte, Padiglione Italia: con Bartolini un ascolto aperto

Biennale Arte, Padiglione Italia: con Bartolini un ascolto apertoVenezia, 27 feb. (askanews) – Si intitola Due qui / To Hear il progetto espositivo per il Padiglione Italia alla 60esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, promosso dalla Direzione generale Creatività contemporanea del ministero della Cultura. A cura di Luca Cerizza (con l’assistenza di Francesca Verga), il progetto ha il suo nucleo centrale in una grande installazione sonora e ambientale dell’artista Massimo Bartolini, che torna alla Biennale dopo la partecipazione al Padiglione Italia alla Biennale Arte 2013. In un’attenta relazione con il contesto espositivo, Due qui / To Hear propone un itinerario attraverso tutti gli spazi del Padiglione Italia, incluso il giardino di pertinenza, in cui l’alternarsi di vuoti e pieni, di movimenti e soste, conducono a incontri con opere e installazioni di natura sonora e performativa.


Il progetto per il Padiglione Italia dialoga con il tema della Biennale di Adriano Pedrosa, Stranieri Ovunque / Foreigners Everywhere, proponendone un’ulteriore declinazione per la quale il non essere straniero deve iniziare con il non essere stranieri a se stessi. In questo senso “ascoltare se stessi” è cruciale per comprendere la posizione dell’individuo nel mondo e nella serie di relazioni che stabilisce all’interno della società. “Giocare sull’assonanza tra ‘Two here’ (due qui) e ‘To hear’ (sentire/udire) – ha detto il curatore Cerizza – suggerisce la natura relazionale del suono. Ci si incontra per ascoltarsi e per ascoltare l’altro: un essere umano, una forma naturale, una macchina. Se poi consideriamo che, per Massimo Bartolini, l’arte è un percorso di conoscenza, ‘prestare ascolto’ diventa uno strumento per aspirare a essere forse migliori”. Il titolo del progetto già suggerisce, insomma, come ascoltare, ‘tendere l’orecchio’ sia una forma di azione verso l’altro. Incontro e ascolto, relazione e suono sono, d’altronde, elementi indissolubili nella pratica ultratrentennale di Bartolini. In Due qui / To Hear il paradigma acustico va letto, dunque, sia come esperienza fisica che come metafora e invito all’attenzione, all’apertura verso l’altro.


In un percorso potenzialmente circolare, due figure fanno da ideali introduzioni agli spazi e al progetto: gli alberi del Giardino delle Vergini e un Bodhisattva Pensieroso. Incarnazioni di un principio di natura e di spiritualità, sembrano rappresentare momenti di immobilità. In verità è un’inazione solo apparente. L’albero che è connesso attraverso le radici o il Bodhisattva che sta seduto a pensare incarnano forme di relazione forse più profonde con il Mondo. Intorno a loro e con loro si delineano le opere che aprono e chiudono il progetto, che ha il suo centro in una grande installazione sonora attraversabile dal pubblico. Il Bodhisattva Pensieroso è una figura tipica dell’iconografia buddista che, una volta raggiunta l’illuminazione, vi rinuncia volontariamente per indicare la via agli altri esseri umani. “Il Bodhisattva – ha spiegato Bartolini – è una figura che mi ha sempre affascinato, perché è un individuo che non agisce, ma riflette. Il suo invito a non fare niente mette in discussione il concetto di storia dalle fondamenta. L’installazione, invece, non produce architettura, ma suono: è una struttura che non occupa spazio, ma lascia passare tutti e passa attraverso tutti, generando comunità temporanee unite proprio dall’ascolto di una stessa fonte”. È alla base di questo meccanismo contemplativo che Bartolini situa il riferimento all’esempio del Bodhisattva, come forma di dissenso verso una cultura dell’agire intesa come unica prospettiva.


La pratica dell’artista abbraccia, invece, una molteplicità di suggestioni, riferimenti, linguaggi: alla profonda sensibilità per la musica, il teatro e la performance, unisce la capacità di sviluppare un rapporto unico con gli spazi e la loro architettura. E nel confrontarsi con un luogo tanto connotato come quello delle Tese delle Vergini, l’artista ha voluto optare per un radicale rispetto. Infatti, gli ambienti saranno nudi, esposti nella loro seducente stratificazione storica, senza sofisticazioni, pronti ad abbracciare le presenze che risuoneranno al loro interno. Nella varietà tipica della sua ricerca, che spazia tra opere scultoree, installative, sonore e performative, Bartolini delinea così una modalità collaborativa che vuole coinvolgere attivamente il pubblico, chiamato a muoversi, sostare e a vivere diverse esperienze in una dimensione sinestetica. In questo senso, il progetto per il Padiglione Italia è il risultato più complesso e ambizioso di questa pratica collaborativa usata con frequenza attraverso gli anni e che Bartolini definisce, con termine musicale, “jam session”. In un lungo processo di dialogo e scambio attraverso molteplici forme di ospitalità, curatore e artista definiscono una rete di relazioni e collaborazioni, che danno vita a un progetto collettivo in cui sono inclusi, in diverse forme, la presenza di altri artisti di diverse discipline e provenienze geografiche. Le giovani compositrici Caterina Barbieri e Kali Malone e uno dei musicisti più importanti della musica sperimentale degli ultimi cinquant’anni, Gavin Bryars (insieme al figlio Yuri Bryars), contribuiranno alle opere sonore di Bartolini, mentre la scrittrice e illustratrice per l’infanzia Nicoletta Costa e il romanziere e poeta Tiziano Scarpa sono stati invitati a concepire nuovi testi che saranno performati all’interno dello spazio del Giardino nei giorni dell’inaugurazione e come parte del Public Program.


“È straordinaria – ha commentato il presidente della Biennale di Venezia, Roberto Cicutto – la coincidenza fra il progetto di Massimo Bartolini, che nel Padiglione Italia mette al centro l’ascolto, e la recente riproposta di Prometeo. Tragedia dell’ascolto di Luigi Nono messa in scena a gennaio di quest’anno nella Chiesa di San Lorenzo a Venezia. La capacità di ascoltare come strumento di conoscenza di se stessi, oltre che di attenzione agli altri, è il comune denominatore di questi due progetti artistici simbolicamente riuniti nella Biennale a distanza di 40 anni l’uno dall’altro. Un altro aspetto che avvicina il Padiglione Italia di quest’anno alla molteplicità di temi e ricerche della Biennale è la presenza di diverse discipline e degli incontri multidisciplinari all’interno del Public Program curato da Luca Cerizza con la collaborazione di Gaia Martino”. “Il progetto curato da Luca Cerizza – ha aggiunto Angelo Piero Cappello, direttore generale Creatività contemporanea e commissario del Padiglione Italia – è senza dubbio capace di sollecitare le corde più intime della nostra appartenenza identitaria. ‘Ascoltare’ è proprio il filo rosso che viene teso al Padiglione Italia da Massimo Bartolini e dagli altri artisti coinvolti, accompagnando il visitatore tra le Tese delle Vergini e il Giardino, in un gioco visivo, tattile e sonoro che alterna il perdersi e il ritrovarsi, nello spazio e nel tempo”.

”Insufficente?”: Novara sfida Valditara a confronto sulle valutazioni

”Insufficente?”: Novara sfida Valditara a confronto sulle valutazioniRoma, 27 feb. (askanews) – “Lanciamo una sfida al ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara: sulla questione della valutazione si confronti con noi in un dibattito pubblico, anche in TV; scelga pure il programma che preferisce. La modalità delle risposte via social non ci appartiene, incontriamoci e dialoghiamo”: così il pedagogista Daniele Novara e il maestro Alex Corlazzoli dopo la risposta alla loro petizione/appello (https://www.change.org/NoVotiNumericieGiudiziSintetici) contro il ritorno ai giudizi sintetici che nel frattempo ha superato le 5.000 firme.


Nei giorni scorsi i due educatori, sostenuti da circa sessanta firmatari tra cui noti nomi del mondo pedagogico (Elisabetta Nigris, Alberto Pellai; Silvia Vegetti Finzi; Milena Santerini, Raffaele Mantegazza e tanti altri) e della cultura (Luca Zingaretti, Stefano Accorsi, Carlotta Natoli, Moni Ovadia, Pierfrancesco Favino e altri) avevano inviato in viale Trastevere la loro richiesta per tentare di fermare l’emendamento della maggioranza al Disegno di Legge sul voto di comportamento nella scuola secondaria che introduce una modifica importante al modello di valutazione in vigore oggi nella scuola primaria dopo la “riforma” del 2020: il ritorno dei giudizi sintetici. A questo appello ci ha risposto su “X” il ministro: “Temo che alcuni sottoscrittori di appelli non conoscano ciò contro cui firmano. L’emendamento governativo sulla riforma della valutazione alla scuola primaria non elimina la descrizione analitica dei livelli di apprendimento raggiunti in ogni disciplina dall’alunno, che è fra l’altro fondamentale per il portfolio e la futura attività dei docenti tutor. Elimina piuttosto giudizi sintetici, astrusi e incomprensibili quali “avanzato” o “in via di prima acquisizione”, sostituendoli con giudizi chiari e da tutti comprensibili, come ottimo o insufficiente. Non si perde nulla, piuttosto si migliora, semplificando e chiarendo, nell’interesse degli studenti e delle famiglie”.


Parole che i firmatari rispediscono al mittente lanciando un confronto pubblico: “Tutto il mondo pedagogico di prestigio ha aderito al nostro appello perché il ministero rinunci a reintrodurre i giudizi sintetici corrispondenti ai voti numerici o a ‘sufficiente’, ‘gravemente insufficiente’ etc. Etimologicamente c’è differenza tra ‘in via d’acquisizione’ e ‘insufficiente’. Fare chiarezza non significa né semplificare con dei giudizi da pagelle anni Trenta né applicare la logica della punizione. Pretendere che ‘gravemente insufficiente’ rappresenti un elemento di chiarezza significa confermare l’intenzione di procedere al ritorno di un apparato mortificatorio nei confronti dei bambini che sviluppano il loro percorso di apprendimento con errori e sbagli”.


Continuano i due estensori dell’appello: “Il mondo pedagogico è la base di riferimento scientifico per le riforme e i cambiamenti scolastici: non esiste nessun’altra disciplina così attinente. Questo è il campo nel quale ci si deve muovere per capire la direzione da adottare per modifiche così importanti, non certo l’appagamento di una certa opinione pubblica”. “Risulta offensivo sentire le parole del ministro che affermano che chi ha sottoscritto l’appello non ha capito cosa stava firmando. Stiamo parlando di docenti universitari ad altissimo livello. La presenza di attori e personalità del mondo della cultura è un riconoscimento che i pedagogisti e gli insegnanti non sono soli in questa richiesta. La società civile è vigile sull’operato del ministero”, concludono Novara e Corlazzoli.

Flashmob di Volt in piazza Montecitorio contro astensionismo

Flashmob di Volt in piazza Montecitorio contro astensionismoRoma, 27 feb. (askanews) – Questa mattina, davanti Montecitorio, si è tenuto un Flashmob organizzato da alcuni attivisti ed esponenti di Volt – partito paneuropeo progressista – per manifestare contro il pacchetto di misure restrittive, in discussione in questi giorni in Parlamento, rispetto alla partecipazione al voto e all’accesso alla politica.


“Alle ultime elezioni politiche 4 persone su 10 non hanno partecipato al voto, ovvero il 37,2% dell’elettorato. E’ una percentuale enorme su cui la politica dovrebbe perdere il sonno. Numeri che evidenziano una volontà della politica tradizionale a tenere i cittadini lontani dalla gestione della cosa pubblica e una gravissima mancanza di fiducia degli stessi nell’attuale classe politica considerata sostanzialmente inadeguata e inaffidabile”, ha denunciato il co-presidente di Volt Italia. Guido Silvestri “Con la campagna ‘4 su 10’, Volt vuole puntare un riflettore sull’ampio partito degli astensionisti sensibilizzando sull’importanza di partecipazione al voto e sulla necessità urgente di agevolarlo, allargando quanto più possibile l’accesso. Il nostro è un paese che di fatto continua ad esprimere una grave chiusura alla partecipazione: non è prevista la firma digitale, rimane irrisolto il problema del voto per i fuori sede, ad un milione di italiani ed italiane senza cittadinanza è negato il voto. Volt ribadisce l’appello presentato dal palco della convention per gli Stati Uniti d’Europa da Emma Bonino il 24 febbraio scorso, alla politica tutta, alle cittadine e ai cittadini italiani: non importa a favore di chi, ma è fondamentale che si voti e che si faccia votare. Non è solo un tema di rappresentanza, è un tema di democrazia, di libertà ” conclude Silvestri.

Roma, ritrovata una parte della Porticus Minucia Frumentaria

Roma, ritrovata una parte della Porticus Minucia FrumentariaRoma, 27 feb. (askanews) – A Roma, durante i lavori di ristrutturazione a Palazzo Lares Permarini, in via delle Botteghe Oscure, è stata ritrovata una parte della Porticus Porticus Minucia Frumentaria. Una importante scoperta archeologica che aiuta a conoscere qualcosa in più sul quadriportico costruito in epoca repubblicana, che abbracciava l’area del Campo Marzio, dove avvenivano le cosiddette frumentationes, le distribuzioni gratuite di grano ai cittadini di Roma.


Le strutture sono state ritrovate grazie alla stretta collaborazione tra Finint Investments, società di gestione del risparmio del Gruppo Banca Finint, e la Soprintendenza Speciale di Roma, durante una ristrutturazione dell’edificio per la realizzazione di un hotel 5 stelle della linea Radisson Collection. I resti ritrovati saranno visitabili al piano interrato dell’hotel, anche con un video multimediale. “Il ritrovamento di una porzione della Porticus Minucia ha una grande importanza a livello scientifico e costituisce l’occasione per ribadire come la Soprintendenza possa lavorare in modo efficace con enti privati – ha spiegato Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma -.Finint Investments ha finanziato sia le operazioni di scavo archeologico, sia una innovativa valorizzazione dei reperti, in modo da renderli fruibili a tutti e non disperdere il prezioso lavoro di scavo e di studio degli archeologi”. Mauro Sbroggiò, ad di Finint Investments, ha sottolineato: “Siamo un player molto attento alla rigenerazione urbana e al contesto in cui operiamo. Questa ristrutturazione, che ridà vita ad un palazzo prestigioso, rappresenta per noi un successo perché ci ha permesso anche di valorizzare questi importanti ritrovamenti archeologici mettendoli a disposizione della collettività grazie ad una collaborazione continua e sinergica con la Soprintendenza. Ridare luce a questi reperti e aprirli ad una fruizione costante della comunità è un esempio tangibile degli ottimi risultati che possono nascere da una proficua collaborazione tra pubblico e privato”.


Lo scavo è stato diretto dall’archeologa della Soprintendenza, Marta Baumgartner: “La scoperta è per noi motivo di orgoglio – ha detto – perché, per la prima volta, vediamo i muri della Porticus Minucia in elevato e le decorazioni marmoree che li impreziosivano: possenti blocchi di tufo uniti da grappe e rivestiti, almeno nella parte inferiore con lastre di marmo. Un secondo dato importante è la collocazione del limite orientale della Porticus Minucia, noto ma ora posizionato in modo esatto”. La scoperta archeologica ha così permesso di ricostruire l’aspetto della Porticus Minucia in modo estremamente attendibile, come mai accaduto prima d’ora. La realizzazione di un modello tridimensionale del monumento ha consentito inoltre di individuare la sua esatta collocazione rispetto all’odierno tessuto urbano.

”Dio. La scienza, le prove”, in Italia il libro di Bolloré-Bonnassies

”Dio. La scienza, le prove”, in Italia il libro di Bolloré-BonnassiesRoma, 26 feb. (askanews) – Si intitola “Dio. La scienza, le prove”, il libro di Michel-Yves Bolloré e Olivier Bonnassies, con una prefazione del premio Nobel per la Fisica Robert Wilson e la prefazione all’edizione italiana di Antonino Zichichi.


In libreria dal 27 febbraio, 250.000 copie vendute in Francia, 50.000 copie vendute in Spagna in poco più di 3 mesi, tradotto in 10 lingue; 3 anni di lavoro e 20 scienziati e specialisti di altissimo livello. Soltanto 100 anni fa gli scienziati pensavano che l’Universo fosse eterno e stabile, mentre oggi sappiamo che ha avuto un inizio, avrà una fine, è in espansione e proviene da un Big Bang. Ed è qui che si solleva la questione di un’intelligenza creatrice.


Perché arriva sempre un punto in cui la fisica non basta più a sé stessa e deve confrontarsi con i grandi interrogativi dell’esistenza. Dalla quantistica alla relatività, da Einstein a Gödel, sono molti e determinanti gli scienziati e le scoperte che tra Otto e Novecento hanno dato una svolta all’ipotesi dell’esistenza di una forza regolatrice del mondo. Di tutti loro Dio. La scienza, le prove di Michel-Yves Bolloré e Olivier Bonnaisses illustra il pensiero e la portata rivoluzionaria con una prosa vivida e sorprendente, arrivando a conclusioni inaspettate. In un linguaggio accessibile a tutti, gli autori offrono infatti un’inedita panoramica delle prove scientifiche dell’esistenza di Dio, impensabili fino a poco tempo fa, ma che alla luce delle teorie più recenti assumono tutto un altro valore. L’idea di un’intelligenza creatrice non sembra più inconciliabile con l’evidenza scientifica: forse siamo all’alba di una rivoluzione. Un team di 20 specialisti ingaggiati dagli autori in tre anni di ricerche, con oltre 500 fonti di riferimento, per realizzare il libro che stravolgerà tutte le nostre certezze.

10 Corso Como si rinnova, Ethridge inaugura la nuova Galleria

10 Corso Como si rinnova, Ethridge inaugura la nuova GalleriaMilano, 26 feb. (askanews) – 10 Corso Como a Milano si rinnova e presenta la Galleria e la Project Room, con spazi interamente ripensati dall’agenzia interdisciplinare 2050+. L’area culturale è incentrata sull’idea di una “archeologia selettiva” che, rimuovendo materiali ed elementi accumulati nel tempo, restituisca gli ambienti al loro originario carattere industriale di inizio Novecento. Pareti mobili autoportanti e grandi tavoli pantografo permettono differenti soluzioni e volumi, mentre le tribune possono ospitare talk e incontri. Tiziana Fausti, che guida il 10 Corso Como, ci ha raccontato la sua visione: “La mia vita – ha detto ad askanews – si snoda tra questo mondo, che è quello del fashion e quello dell’arte. Io qui ora sono riuscita a rimettere tutto insieme, a rimettere in ordine e ad avere le mie passioni un po’ come si può dire, raccontate. L’etica del viandante mi ha portato piano piano ad arrivare qua, guardandomi in giro e pensando e ripensando e oggi questo è il mondo nel quale voglio vivere: arte, fashion e food”.


Per questo a inaugurare la nuova galleria è una mostra di fotografia che unisce diversi mondi, dalla moda all’arte: “Happy Birthday Louise Parker”, prima mostra personale in Italia del fotografo americano Roe Ethridge, curata con la consueta brillantezza da Alessandro Rabottini. “È una mostra che, mostrando questo transito continuo anche della stessa immagine attraverso più ambiti della cultura dell’immagine, attraverso più supporti – ci ha detto il curatore – rende anche questa idea del trascorrere del tempo. C’è questo riferimento che è colto nel titolo al Buon compleanno Louis Parker, che è la modella la cui immagine ricorrente fa un po’ d’architettura portante di tutta la mostra, però un po’ l’idea quella di indagare quel momento, per esempio il compleanno è un giorno in cui tu hai da una parte l’eccitazione di questa attesa, ma anche un momento di riflessione malinconica sul tempo che trascorre. E quindi questa dicotomia, questa coesistenza di seduzione, ma anche di fine delle cose, attraversa un po’ tutta quanta la mostra, che ha diverse temperature emotive”. Concepita appositamente per 10 CorsoComo, la mostra riunisce opere degli ultimi 15 anni e lavori inediti, mescolando temi e soggetti che, a un primo sguardo, possono sembrare estranei tra loro. Ma proprio la dimensione del tempo e l’intreccio con la biografia di Ethridge fanno da filo rosso di un’esperienza che è visiva – ad alto livello – ma anche sentimentale e intima.

Ripensare il Rinascimento: la storia de Preraffaelliti a Forlì

Ripensare il Rinascimento: la storia de Preraffaelliti a ForlìForlì, 26 feb. (askanews) – Una mostra molto grande, articolata, profonda, per raccontare il movimento dei Preraffaelliti in relazione alla grande arte italiana che lo ha ispirato. I musei di San Domenico a Forlì hanno inaugurato l’esposizione “Preraffaelliti – Rinascimento moderno”: un viaggio denso tra il Quattrocento e il primo Novecento, che tocca corde estetiche, ma anche psicologiche e sentimentali, e accosta capolavori italiani alle riletture di Dante Gabriel Rossetti o John Everett Millais.


“È un confronto tra due rinascimenti – ha detto ad askanews il direttore della mostra, Gianfranco Brunelli – un confronto per differenza, per dialogo, per ricreazione di una nuova interpretazione perché i Preraffaelliti, con il loro movimento che si è sviluppato nell’arco di tre generazioni, hanno ridato vita al Rinascimento italiano in una nuova chiave. Hanno portato nel Novecento artisti del Quattrocento italiano come Botticelli o Piero della Francesca”. L’esito è affascinante e può dare una forma diversa al nostro modo di pensare l’arte più vicina a noi, ma anche di riconsiderare il potenziale moderno del Rinascimento italiano, riletto da una prospettiva che è omogenea e cerca di essere affine, ma non può non fare i conti con i secoli che sono passati. In questo conforto si gioca la scommessa della mostra e anche l’esperienza dei visitatori, che attraverseranno spazio espositivi molto ampi e articolati, carichi di diversità e suggestioni. Con tante possibili letture.


“Questa mostra – ha aggiunto Peter Trippi, co-curatore dell’esposizione – racconta una storia d’amore tra Italia e Gran Bretagna, che parte dal fatto che c’è sempre stata una simpatia dei britannici per l’Italia: si è rivelata nel periodo della letteratura classica, ma negli anno Quaranta dell’Ottocento tutto è cambiato. Si è iniziato a guardare al primo Rinascimento e a imparare da quel periodo a livello visivo, ma anche emotivo. Credo che sia qualcosa di molto potente perché riguarda le persone, non solo opere visuali e parole”. Da Firenze al Veneto, da Michelangelo all’architettura gotica: le fonti, per così dire, a cui i Preraffaelliti hanno attinto sono numerose e la mostra le documenta, così come documenta la presenza femminile nel movimento, le diverse anime e la costante tensione che lo hanno caratterizzato in profondità.

”Ferragnez” entra nei neologismi Treccani a rischio estinzione

”Ferragnez” entra nei neologismi Treccani a rischio estinzioneRoma, 23 feb. (askanews) – L’Osservatorio della Lingua Italiana Treccani ha registrato i neologismi scomparsi dopo un periodo di effimero successo: tra questi petaloso, meteorina, tronista e mignottocrazia. Sarà così anche per Ferragnez? Solo il tempo ci potrà dire se il neologismo Ferragnez, registrato nel Libro dell’Anno Treccani 2018, subirà, linguisticamente, la stessa crisi della famosa coppia. Si sa invece di certo che alcuni recenti neologismi dopo un periodo di inaspettato successo sono spariti dal linguaggio comune. Una notorietà “effimera” legata a un episodio, a una moda, a un fenomeno sociale o altro che li ha portati per poco tempo sotto le luci della ribalta. A registrare questo fenomeno è L’Osservatorio della Lingua Italiana Treccani in una ricerca curata da Valeria Della Valle, condirettrice del Vocabolario Treccani assieme a Giuseppe Patota.


Fra questi petaloso, “ricco di petali”, inventato da un bambino di terza elementare per descrivere un fiore e diventato di straordinario e temporaneo successo; ma anche meteorina, “annunciatrice televisiva delle previsioni meteorologiche”, arrivata dopo le veline ma sparita prima; esattamente come tronista “partecipante a uno spettacolo televisivo che si presta a essere corteggiato, su un trono”, che dopo avere trionfato qualche anno si aggira oggi in trasmissioni di secondo ordine; e che ha determinato la fine anche di torsonudista, chi come lui aveva la deprecabile “abitudine di girare a torso nudo”. La televisione, si sa, è il media più potente, ma come crea è capace di distruggere: ne sa qualcosa il gieffino “il partecipante al programma televisivo Grande Fratello, che alla 17esima edizione fa meno breccia nelle conversazioni; segno di come è mutevole la “mediacrazia, “il potere dei mezzi di informazione”, altra parola di cui si persa traccia. Alcuni di questi neologismi effimeri – si pensi ad asinocrazia (“il dominio esercitato dalle persone ignoranti o stupide”), guerrasantista (“da guerra santa, tipico di un conflitto dichiarato in nome della religione”), barcamenista (“chi ha l’abitudine di barcamenarsi, di sapersi abilmente destreggiare”), lamentologia (“lo studio del perché l’essere umano si lamenta) e lanacaprinesco (“di scarso rilievo e utilità”) – si devono alla firma di chi li aveva creati: firme prestigiose e in questi casi geniali come Giovanni Sartori, Guido Ceronetti, Aldo Grasso e perfino Mina; ma la genialità della creazione, legata alla polemica del momento, non ha garantito al neologismo d’autrice o d’autore l’ingresso nei vocabolari della lingua italiana contemporanea. “Nella ricerca – commentano Della Valle e Patota – ci siamo limitati a osservare quei neologismi occasionali che erano stati registrati, per dovere di documentazione, nella banca dati e nei nostri Dizionari di neologismi Treccani, ma che non hanno fatto in tempo a essere registrati nei dizionari dell’uso perché effimeri, e quindi privi dei requisiti necessari per entrare in queste opere”.


Un capitolo a parte, che potrebbe suscitare ancora oggi polemiche a non finire, è la parola mignottocrazia, inventata da un giornalista linguisticamente creativo come Paolo Guzzanti per indicare “il potere ottenuto compiacendo, eventualmente anche sul piano sessuale, chi ha la prerogativa di affidare importanti incarichi istituzionali e politici”. Honi soit qui mal y pense.