
Governo, in Italia si inizia a sussurrare la parola elezioni (nel 2026)
Governo, in Italia si inizia a sussurrare la parola elezioni (nel 2026)Roma, 5 apr. (askanews) – Proprio mentre Giorgia Meloni festeggia l’ingresso nella top five dei governi più longevi, in Italia si comincia a parlare di elezioni. Per ora sono accenni, indizi, sussurri, confidenze. Come quelle che abbiamo raccolto da due ministri (non leghisti), in due diverse conversazioni. Ed entrambi hanno detto la stessa cosa: “Al massimo nella primavera 2026 si va a votare”.
E simile è anche la spiegazione di entrambi. “Il governo ha perso la sua spinta propulsiva. Giorgia (Meloni) si è stufata delle continue fughe in avanti di Salvini, sopporta con grande pazienza, ogni tanto sbotta, ma mi pare che abbia la consapevolezza che così rischia di farsi logorare”, spiega uno di loro. In effetti nel sondaggio elaborato da Ipsos e diffuso pochi giorni fa, Fdi è dato in leggero calo (26,6%) con la Lega in crescita al 9% (+ 0,9%) che torna a superare Forza Italia, accreditata dell’8,4%. Ma il dato che più colpisce è che l’indice di gradimento della premier è a quota 41, al livello minimo registrato dal 2022. E non è solo la presidente del Consiglio a essere irritata per la strategia aggressiva e la “diplomazia parallela” del leghista. Lo è anche – e forse ancor di più – Antonio Tajani, alla guida di un partito che appartiene al Ppe e che sempre più a disagio osserva le sortite dell’altro vice premier. Il voto anticipato dunque “non mi sembra una questione di se ma di quando e salvo rivolgimenti internazionali o un Papeete-bis sarà Giorgia a dettare i tempi”, osserva il secondo ministro. Fin qui le confidenze, ma dicevamo anche di indizi. Il principale è quello che riguarda la legge elettorale. Quando il tema viene fuori – nella storia politica italiana – vuol dire che si sta iniziando a pensare al voto. Dopo la partecipazione di Meloni al congresso di Azione, sabato 29 marzo, si è iniziato a sussurrare di conversazioni sottotraccia con il partito di Calenda per arrivare a una legge elettorale proporzionale. “Sarebbe una mossa astuta – riflette un parlamentare di lungo corso della maggioranza -. Tutti hanno parlato di un avvicinamento Meloni-Calenda, di una volontà di ‘sostituire’ i leghisti con gli azionisti. Cosa sul momento impossibile politicamente e numericamente. Ma per il futuro è un altro discorso. Con una legge proporzionale Meloni prenderebbe il suo 30% a cui potrebbe sommare gli eletti di Forza Italia e altri centristi, Calenda compreso, estromettendo la Lega. Se fosse vero mi sembrerebbe, sulla carta, una buona idea”. Poi certo c’è da trovare i voti per una legge del genere, cosa non facile. Senza contare che Salvini, se fiutasse l’inghippo, potrebbe far saltare il banco.
Senza spingersi alla fantapolitica, comunque, il clima è quello di una grande difficoltà, sia sulla scena internazionale – per le politiche di Donald Trump – che all’interno. Passeggiando in Transatlantico alla Camera, già al martedì non è raro vedere l’Aula non convocata e pochi deputati che si aggirano tra i divanetti. “E’ un momento strano, non arriva quasi nulla”, allarga le braccia un peone. Secondo cui, in Fdi, già si sta mettendo mano a una ricognizione per le eventuali candidature. I prossimi appuntamenti (il dossier dazi, il congresso della Lega sabato e domenica, le regionali e i referendum) saranno decisivi per chiarire il quadro. E forse anche i tempi. Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli