Il 5 marzo Ue torna a discutere il divieto del ‘meat sounding’
Il 5 marzo Ue torna a discutere il divieto del ‘meat sounding’
Roma, 4 mar. (askanews) – Il 5 marzo durante i negoziati trilaterali tra Commissione, Parlamento e Consiglio l’Europa tornerà a discutere il divieto del ‘meat sounding’. I decisori europei torneranno a esaminare la possibilità di vietare termini come “bacon” e “burger” per i prodotti plant-based. La proposta, presentata dall’eurodeputata francese Céline Imart, riprende un’iniziativa analoga già respinta dal Parlamento europeo nel 2020. Nel 2025, tuttavia, l’Europarlamento si è espresso a favore di restrizioni in materia, ma un approccio restrittivo all’etichettatura dei prodotti vegetali potrebbe incidere sullo sviluppo del settore delle proteine alternative, che in Italia potrebbe generare fino a 10 miliardi di euro di valore aggiunto entro il 2040.
Il dossier sarà oggetto di confronto tra Commissione, Parlamento e Consiglio nei negoziati trilaterali dopo che a dicembre non era stato possibile raggiungere un’intesa su un testo comune. I decisori politici potrebbero arrivare a vietare una lunga lista di termini tra cui alcuni comunemente usati per i prodotti vegetali, come ‘burger’ e ‘salsiccia’.
Secondo una recente analisi realizzata dalla società di consulenza Systemiq, con il supporto del Good Food Institute Europe, che le proteine alternative potrebbero invece diventare tra i principali motori dell’innovazione industriale europea. Secondo il rapporto, con un sostegno moderato, il settore potrebbe generare entro il 2040 fino a 10 miliardi di euro di valore aggiunto per l’economia italiana, creare oltre 30.000 posti di lavoro e rafforzare il posizionamento del Paese come hub strategico della bioproduzione in Europa. L’espansione del mercato dei prodotti vegetali alternativi a carne e latticini potrebbe inoltre più che raddoppiare la domanda europea di colture proteiche come piselli, fave, lenticchie e ceci, offrendo nuove opportunità di diversificazione agli agricoltori.
L’analisi sottolinea anche l’importanza di evitare restrizioni alle denominazioni dei prodotti vegetali e di adottare una terminologia condivisa, in grado di rafforzare la riconoscibilità e la fiducia dei consumatori. Alex Holst, vice responsabile delle relazioni istituzionali presso GFI Europe, ha dichiarato: “Limitare l’uso di termini familiari come “burger” significherebbe trattare i consumatori come se non sapessero distinguere ciò che acquistano. I dati dimostrano il contrario: queste denominazioni sono ormai parte del linguaggio comune e non generano confusione”.