Italia e Spagna, due modelli di sviluppo a confronto
Italia e Spagna, due modelli di sviluppo a confronto
Roma, 21 feb. (askanews) – Italia e Spagna, Giorgia Meloni e Pedro Sanchez, due modelli di sviluppo diversi con risultati diversi ma che entrambi i governi rivendicano. Per la Spagna, le stime preliminari indicano una crescita del Pil nel 2025 del 2,8%-2,9%, circa il doppio della media dell’Eurozona. L’Italia è cresciuta dello 0,7%, “meglio di Francia e di Germania”, come ha più volte sottolineato la presidente del Consiglio.
Per quanto riguarda il mercato del lavoro, la Spagna ha chiuso il 2025 con un record storico di oltre 22,46 milioni di occupati, portando la disoccupazione sotto il 10% (9,93%), il livello più basso dal 2008. Una crescita che però, secondo il governo, non è solo quantitativa ma anche qualitativa. “Negli ultimi due anni e mezzo – ha spiegato Carlos Cuerpo, ministro spagnolo dell’Economia, a margine dell’Ecofin del 17 febbraio – il 50% dei posti che sono stati creati è stato registrato nei cinque settori con i salari più alti. Questo credo che sia un segnale chiaro del fatto che stiamo andando avanti, spezzando il circolo vizioso che avevamo in Spagna, con imprese che erano sempre più piccole e meno produttive, e che per questo potevano pagare meno i salari”. Secondo il ministro, “siamo ora in una dinamica più positiva, che va precisamente nell’altro senso: aziende sempre più grandi, una maggiore creazione di imprese”, nonché “imprese che possono permettersi di pagare salari migliori, e anche di attrarre lavoratori più qualificati”.
I dati sul lavoro sono un fiore all’occhiello anche del governo di centrodestra italiano. Il tasso di occupazione è al 62,5%, dopo aver toccato il livello record del 62,7% a ottobre, il massimo da quando esiste la rilevazione dell’Istat. “Sono dati – ha commentato sui social Meloni a dicembre – che confermano la fiducia che arriva dal mondo del lavoro e dalle nostre imprese, e che incoraggiano a proseguire con serietà sulle politiche che sostengono occupazione e crescita. Continuiamo su questa strada: più opportunità, più crescita, più futuro”. Dal punto di vista qualitativo, però, sempre secondo l’Istat, il 42,7% delle nuove posizioni lavorative nel 2023 (ultimo dato stabile disponibile) è stato in attività a basso reddito, con solo il 6,9% in settori ad alto reddito.
Anche per questo, visto il fenomeno dei “working poors”, le opposizioni, in particolare Partito democratico e Alleanza Verdi-Sinistra chiedono da tempo a gran voce una legge per stabilire il salario minimo a 9 euro all’ora. Richiesta, sin qui, mai raccolta perchè la premier è convinta che potrebbe avere un effetto contrario a quello desiderato. “Il timore è che il salario minimo possa diventare un parametro sostitutivo e non aggiuntivo per i lavoratori, andando così, per paradosso a peggiorare la condizione di molti lavoratori”, ha spiegato. Al contrario in Spagna il salario minimo c’è, ed è anzi stato appena aumentato di 518 euro all’anno, passando da 1.184 a 1.221 euro al mese, per 14 mensilità, e il governo lo rivendica come uno dei driver della crescita. L’aumento appena deciso, secondo Cuerpo, “si allinea con i prezzi, cioè mantiene il potere d’acquisto di questo segmento dei lavoratori con i salari più bassi. E per questo pensiamo che sia perfettamente gestibile da parte delle imprese, e ci aspettiamo che cosí vada avanti”.
Altra differenza sostanziale nelle politiche tra i due Paesi è la questione dei migranti. Il governo Sanchez il 27 gennaio, ha approvato un decreto che permette la regolarizzazione straordinaria di oltre mezzo milione di immigrati irregolari. la Spagna è uno dei principali Paesi d’arrivo dei flussi migratori diretti verso l’Europa: rispetto ad un totale di 50 milioni di abitanti ospita oltre 7 milioni di stranieri, di cui all’incirca 840 mila irregolari. “Alcuni leader hanno scelto di dar loro la caccia e deportarli attraverso operazioni illegali e crudeli. Il mio governo ha scelto una strada diversa: una procedura semplice e veloce per regolarizzare il loro status di immigrati”, ha detto Sanchez spiegando che la motivazione della scelta è sì “morale” ma anche utilitaristica perché “l’Occidente ha bisogno di persone” per “tenere a galla” l’economia. La linea italiana è, invece, quella della fermezza: il governo ha appena approvato un disegno di legge, che dovrà ora essere esaminato e approvato dal Parlamento, che prevede tra l’altro il “blocco navale”, norme per consentire il ‘decollo’ dei centri in Albania, procedure più rapide e semplici per i rimpatri, in linea con il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo che entrerà in vigore a giugno.
Per quanto riguarda i lavoratori di cui l’industria e i servizi hanno bisogno, ci sono i “decreti flussi” che stabiliscono le quote annuali di ingressi regolari. Un sistema che, però, ha mostrato difficoltà. Secondo un report di “Ero Straniero”, a quasi due anni dai click day del 2024, a fronte di 146.850 persone programmate per gli ingressi, risultano 24.858 permessi di soggiorno richiesti, pari a un tasso di successo del 16,9%. Solo 17 persone circa su 100 riescono a entrare in Italia e risultano avere un lavoro e un regolare titolo di soggiorno. Per il 2025 il quadro non pare migliorare: su 181.450 quote da decreto sono 14.349 i permessi di soggiorno richiesti, il 7,9%Circa 8 persone su 100 hanno finalizzato la procedura a dicembre 2025.
In Italia al momento le stime parlano di circa 450 mila irregolari. Una massiccia regolarizzazione – secondo Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS, intervistato dal “Fatto Quotidiano”, porterebbe “un enorme vantaggio economico” perchè “oggi gli immigrati regolari producono già il 10% del Pil e lo Stato incassa da loro più di quanto spenda in servizi. Regolarizzarne altri, per Di Sciullo, “significherebbe sottrarli all’economia sommersa e aumentare la ricchezza generale del Paese”.
Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli