
Meloni mantiene il punto sui rapporti con Trump, ma ora affiorano primi dubbi
Meloni mantiene il punto sui rapporti con Trump, ma ora affiorano primi dubbiRoma, 29 mar. (askanews) – A Washington, a Washington! Ma a far cosa? E’ questo il dubbio che inizia a serpeggiare, anche nel governo, di fronte al tentativo di Palazzo Chigi, per ora non riuscito, di organizzare un faccia a faccia tra Giorgia Meloni e Donald Trump alla Casa Bianca. Se la strategia di mantenere un’equidistanza tra l’appartenenza all’Europa e la vicinanza politica al tycoon era ritenuta giusta e condivisa da tutta la maggioranza, la scarsa (eufemismo) volontà di dialogo con i “parassiti” europei manifestata dal presidente americano sta iniziando a creare qualche dubbio sull’opportunità di andare in visita della capitale Usa, almeno se non si è certi di portare a casa qualcosa che non sia una mera photo opportunity.
Dubbi che non sembra avere la premier, che in un’intervista pubblicata sul Financial Times il 28 marzo ha definito “infantile” e “superficiale” l’idea che l’Italia debba prima o poi scegliere da che parte stare, se con gli Stati Uniti o con l’Europa. Per lei “l’Italia può avere buoni rapporti” con gli Stati Uniti e “costruire ponti” con Trump, a cui si sente “più vicina” che “a molti altri”. Anche al vertice dei “volenterosi” di Parigi, ribadendo il “no” italiano (come di altri Paesi) all’invio di truppe in Ucraina per monitorare un’eventuale tregua, la presidente del Consiglio ha ribadito che è importante “continuare a lavorare con gli Stati Uniti per fermare il conflitto e raggiungere una pace che assicuri la sovranità e la sicurezza dell’Ucraina” e per la prima volta ha chiesto e fatto mettere a verbale la richiesta di un “coinvolgimento di una delegazione americana al prossimo incontro di coordinamento”. Un’insistenza che ha infastidito Emmanuel Macron, che con Trump ha una linea diretta – si sono sentiti anche mercoledì sera prima del summit – che però al momento non sembra portare a un apprezzabile miglioramento delle relazioni tra Vecchio e Nuovo continente. Se Meloni non cambia linea, si diceva, tra i suoi qualche perplessità inizia ad affiorare. Non perché considerino sbagliata la strategia ma perché il destinatario degli inviti al dialogo non sembra rispondere. E dunque qualche ripensamento comincia a serpeggiare sia nella base politica e sociale di Fratelli d’Italia (vedi le posizioni molto critiche sui dazi di un tradizionale grande collettore di voti come Coldiretti, che invita il governo a seguire la linea dura dell’Ue, senza trattative ‘bilaterali’) sia nell’esecutivo. “Il tentativo di mantenere un’equidistanza tra Bruxelles e Washington e di rivestire un ruolo di intermediario, di facilitatore del dialogo era giusto e sembrava anche possibile – ragiona un membro del governo – ma al momento non sembra che Trump e la sua amministrazione siano intenzionati a raccogliere l’invito. Anzi ci sono dei segnali, l’attivismo di Salvini che telefona a Vance e sostiene Starlink, che in qualche modo sono una novità rispetto al quadro che ci eravamo fatti di un ‘rapporto privilegiato’ tra Meloni, Trump e Musk. Io a questo punto suggerirei prudenza. Ovvero: va bene andare a Washington ma adesso, con la guerra commerciale di fatto iniziata, un rapporto diciamo ambiguo con Putin, le frasi offensive contro gli europei, una visita va preparata con grande cura e finalizzata solo quando si ha la certezza di portare a casa qualche risultato concreto. Altrimenti rischia di essere un boomerang. Ma questo, ne sono certo, a Palazzo Chigi lo sanno benissimo”.
Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli