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Al mercato prezzi in calo per carciofi, mandarini e broccoli

Al mercato prezzi in calo per carciofi, mandarini e broccoliRoma, 17 mar. (askanews) – Prezzi in calo nei mercati per carciofi, mandarini e broccoli. Lo segnala La Borsa della Spesa, il servizio settimanale di BMTI e Italmercati Rete di Imprese, in collaborazione con Consumerismo No Profit. Tra la frutta fresca, La Borsa della Spesa suggerisce ancora gli agrumi, in particolare mandarini, arance rosse e limoni. Nel dettaglio, i mandarini stanno attraversando un’ottima stagione, con una qualità eccellente e prezzi che partono da 1,00, nel caso dei più piccoli, fino a 1,50 euro/kg per i più grandi. La loro richiesta è in deciso aumento, in sostituzione delle clementine ormai giunte al termine.


Per quanto riguarda le arance rosse utilizzate per le spremute, quelle di dimensioni minori, sebbene i prezzi abbiano subito un leggero aumento, rimangono comunque convenienti, intorno a 1,00 euro/Kg. Il leggero rialzo è dovuto alla fine della stagione, tuttavia il sapore e la dolcezza rimangono su alti livelli. Prosegue bene la produzione dei limoni, che accompagnano i prodotti primaverili, come ad esempio le fragole. I prezzi del Primo fiore siciliano si confermano prezzi all’ingrosso regolari, da 1,20 a 1,50 euro/kg e la loro qualità è favorita dal clima caldo e soleggiato nelle zone di produzione. Aumenta la produzione delle fragole che, sebbene in anticipo, mostrano già un’ottima qualità, un buon sapore e una perfetta pigmentazione grazie alle temperature calde. All’ingrosso, sono disponibili intorno ai 4,00 euro/Kg, più alte invece le quotazioni del prodotto lucano, dalla Sabrosa che parte da 4,50 euro/kg fino ad arrivare alla fragola Inspire di Matera, la cui qualità si conferma superiore anche quest’anno, disponibile anche a 5,50 euro/kg.


Tra gli ortaggi, via libera ai carciofi, in calo del 5% rispetto alla scorsa settimana, abbondanti e di ottima qualità grazie all’assenza di gelate notturne e temperature diurne fredde. In particolare, il romanesco, sia pugliese che sardo, è disponibile all’ingrosso intorno a 0,80 euro al pezzo mentre il violetto senza spine dai 0,40 ai 0,60 euro al pezzo. Sempre grazie al clima caldo, le lattughe sono abbondanti e con prezzi all’ingrosso convenienti. La varietà cappuccio è in vendita all’ingrosso mediamente intorno a 1,40 euro/kg ma è disponibile anche a 1,00 euro/kg nelle zone di produzione come Lazio e Campania; il prezzo della lattuga romana si aggira, invece, intorno a 1,40 euro/kg. Continuano ad essere abbondanti e di buona qualità i finocchi, con prezzi bassi (circa 0,80 euro/Kg), poiché la domanda continua ad essere bassa. Infine, è iniziata la campagna degli agretti, detti anche barba del frate, che all’ingrosso mostrano prezzi regolari rispetto alla media del periodo, intorno a 3,50 euro/kg.


Per quanto riguarda il settore ittico, invece, il maltempo che ha colpito l’Italia in quest’ultima settimana, ha fortemente limitato le attività di pesca. A prezzi convenienti si trovano il cefalo bosega, stabile rispetto alle settimane precedenti e intorno ai 6,00 euro/kg all’ingrosso; il suro, un pesce “povero” ma molto saporito che sta guadagnando popolarità, con prezzi intorno a 1,00 euro/kg; l’alaccia, un pesce azzurro simile alla sardina pescato soprattutto nel Mediterraneo, all’ingrosso disponibile da 1,50 a 2,00 euro/kg; infine, continua la convenienza per le pannocchie che, sebbene siano presenti in minori quantità rispetto alle scorse settimane a causa del maltempo, presentano prezzi stabili intorno ai 6,00 euro/Kg. Tra le carni, l’equilibrio tra domanda e offerta ha mantenuto stabili i prezzi del tacchino. In particolare, all’ingrosso la fesa di tacchino oscilla tra 7,90 e 8,10 euro/kg. Dopo i rialzi delle settimane precedenti, il mercato torna a registrare una maggiore stabilità anche per le carni bovine, sia per i tagli di vitellone (all’ingrosso tra 8,68 e 9,08 euro/kg) che di scottona (tra 9,14 e 9,54 euro/kg).

Confagri Toscana: con droni e Tea agricoltura più efficiente

Confagri Toscana: con droni e Tea agricoltura più efficienteRoma, 17 mar. (askanews) – “Non c’è tempo da perdere. Le tecnologie innovative come i droni e le Tecniche di Evoluzione Assistita sono strumenti concreti che possono trasformare la nostra agricoltura, rendendola più efficiente, sicura e competitiva”. A dirlo è il direttore di Confagricoltura Toscana, Gianluca Cavicchioli, dopo la tavola rotonda “Toscana e agricoltura – Ricerca ed innovazione. Fra TEA e droni”, che è andata in onda su Italia7.


“Investire in ricerca, sperimentazione e aggiornamento normativo è fondamentale per valorizzare la nostra tradizione agricola e ridurre la dipendenza da produzioni estere – dice Cavicchioli – È giunto il momento di dare fiducia agli imprenditori e adottare una programmazione strutturata e lungimirante”. “Utilizzare i droni per una gestione più efficiente dei fitofarmaci e applicare le tecniche di evoluzione assistita per rafforzare le colture – spiega il direttore di Confagicoltura Toscana – rappresenta una soluzione immediata, con costi contenuti e benefici tangibili per la sicurezza alimentare e la sostenibilità del settore”.


“Le opportunità offerte dall’innovazione non sono mere ipotesi: sono dati concreti che, se messi in pratica, potranno rivoluzionare il mercato agricolo toscano, migliorando qualità, competitività e autonomia produttiva”, conclude Cavicchioli.

Prezzi mondiali caffè più alti di sempre e aumenteranno in 2025

Prezzi mondiali caffè più alti di sempre e aumenteranno in 2025Roma, 17 mar. (askanews) – Crescita record per i prezzi mondiali del caffè che nel 2024 hanno raggiunto un massimo pluriennale, con un aumento del 38,8% rispetto alla media dell’anno precedente, principalmente a causa delle condizioni meteorologiche avverse che hanno colpito i principali paesi produttori, riducendone la produzione. Ma anche a causa dei costi di spedizione sempre più elevati. E’ quanto emerge da un report dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).


Secondo una nota della Fao sulle tendenze del mercato globale del caffè, a dicembre 2024, l’Arabica, il caffè di qualità superiore preferito nel mercato del caffè tostato e macinato, si è venduto al 58% in più rispetto all’anno precedente, mentre la Robusta, utilizzata principalmente per caffè solubile e miscele, ha visto un aumento dei prezzi del 70% in termini reali. E nel 2025 i prezzi delle esportazioni di caffè potrebbero aumentare ulteriormente se le principali regioni in crescita dovessero subire ulteriori significative riduzioni dell’offerta. I fattori chiave alla base del recente aumento dei prezzi, spiega la Fao, includono quantità limitate di esportazioni dal Vietnam, produzione ridotta in Indonesia e condizioni meteorologiche avverse che hanno avuto un impatto sulla produzione di caffè in Brasile.


In Vietnam, il clima secco prolungato ha causato un calo del 20% nella produzione di caffè nel 2023/24, con esportazioni in calo del 10% per il secondo anno consecutivo. Analogamente, in Indonesia, la produzione di caffè nel 2023/24 è diminuita del 16,5% anno su anno a causa delle piogge eccessive di aprile-maggio 2023 che hanno danneggiato le ciliegie del caffè. Le esportazioni sono diminuite del 23%. In Brasile, le condizioni meteorologiche secche e calde hanno indotto successive revisioni al ribasso delle previsioni di produzione per il 2023/24, con stime ufficiali passate da un aumento previsto del 5,5% anno su anno a un calo dell’1,6%.


La Fao sottolinea che anche i costi di spedizione più elevati sono uno dei fattori che contribuiscono all’aumento dei prezzi mondiali del caffè. I primi dati indicano che a dicembre 2024, l’aumento dei prezzi mondiali si è tradotto in un aumento del 6,6% del caffè pagato dai consumatori negli Stati Uniti e del 3,75% in più nell’Unione Europea, rispetto allo stesso periodo del 2023.

In Veneto previsione semina riso +3,3% ma si temono le piogge

In Veneto previsione semina riso +3,3% ma si temono le pioggeRoma, 17 mar. (askanews) – Buone prospettive per le semine 2025 di riso in Veneto. Secondo il sondaggio dell’Ente nazionale risi si prevede un aumento di semine dell’1,46% per la varietà Vialone Nano, prediletta dalle province di Verona e Vicenza e del 2,75% per il Carnaroli, coltivato nel Delta del Po ma anche nel Veronese. Ancora più ottimistiche le previsioni per altre due varietà di riso che, oltre al Carnaroli, fanno parte del Delta del Po igp: 61,20% per il Baldo e +14,81% per l’Arborio.


“Gli agricoltori sono invogliati a seminare perché le quotazioni del riso sono molto alte – spiega in una nota Filippo Sussi, presidente dei risicoltori di Confagricoltura Veneto – Questo perché lo scorso anno la produzione è stata bassa a causa del meteo: troppe piogge in primavera in fase di semina e in autunno in fase di raccolta, oltre all’eccesso di caldo durante la fioritura. Anche quest’anno partiamo con parecchia acqua dal cielo, che in questi mesi ha reso impossibile entrare nei campi per la lavorazione del terreno. Ma ci auguriamo che, in prossimità delle semine, che andranno dal 15 aprile al 15 maggio, il tempo volga al bello e si riesca a eseguire l’operazione. Altrimenti si rischia un’altra annata con le rese basse. E sarebbe il quarto anno consecutivo condizionato da problematiche diverse. L’anno scorso dalle piogge, il 2022 e il 2023 dalla siccità”. Per Marco Uccellatori, presidente della sezione riso di Confagricoltura Rovigo, la pioggia finora è stata benefica per il Delta del Po. “Con tutta l’acqua caduta non dovremmo avere problemi, quando arriverà il caldo estivo, di risalita del cuneo salino, che è letale per le coltivazioni di riso – sottolinea – La stagione si prospetta dunque buona. Per quanto riguarda l’aumento di superfici, ce lo aspettavamo perché i prezzi sono molto elevati per le varietà del Delta. Basti pensare che il Carnaroli è arrivato a 100 euro al quintale, ma se si seminerà di più mi aspetto che torni a un livello più basso, attorno a 70 euro. Nel Delta siamo rimasti in pochi a coltivare riso, ma è una coltura in cui continuiamo a credere perché i prezzi sono sempre migliori di tutte le altre”.


Secondo i dati di Veneto Agricoltura la superficie coltivata a riso nel 2023 è stata in lieve crescita (+0,8%), attestandosi a 3.050 ettari. Il 90% degli investimenti si concentra nelle province di Verona (2.180 ettari circa, +3,9%) e Rovigo (550, -8,3%).

19 marzo manifestazione Coldiretti a Parma su cibi in laboratorio

19 marzo manifestazione Coldiretti a Parma su cibi in laboratorioRoma, 17 mar. (askanews) – Un corteo a Parma per chiedere chiarezza sulla questione del novel food e dei cibi creati in laboratorio, che chiamerà a raccolta agricoltori da tutta Italia che, insieme al presidente nazionale di Coldiretti Ettore Prandini e al segretario generale Vincenzo Gesmundo, attraverseranno il centro con le bandiere gialle dell’organizzazione e quelle dell’Unione Europea, unite dallo slogan “Facciamo luce”. Il corteo partirà alle 9.30 da Piazza della Repubblica per raggiungere la sede dell’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare), l’ente che esamina le richieste di autorizzazione dei novel food.


Nel dibattito sui cibi creati in laboratorio, infatti, Coldiretti ha sempre sottolineato la necessità di un maggiore rigore scientifico nella valutazione dei nuovi alimenti per tutelare la salute dei cittadini, in linea con un approccio responsabile e coerente con i valori europei. “La comunità scientifica sul tema – spiega Coldiretti – è concorde nel segnalare i rischi legati ai cibi ultraformulati, considerati l’anticamera dei cibi creati in laboratorio e sollecita ulteriori approfondimenti su sicurezza, valore nutrizionale e impatto sulla salute a lungo termine, ribadendo la necessità di procedere con prudenza”.


Per l’occasione, Coldiretti ha anche lanciato la campagna digitale #facciamoluce, per informare i consumatori sui potenziali rischi di questi prodotti e promuovere un’alimentazione consapevole, radicata nella tradizione agricola italiana. Attraverso sticker simbolici a forma di lampadina e contenuti mirati, l’iniziativa invita a riflettere su ciò che arriva sulle nostre tavole e a dare voce ai dubbi sollevati dalla comunità scientifica.

Dazi, Cereal Docks: tensioni su mercati soia e mais ma finora no rialzi

Dazi, Cereal Docks: tensioni su mercati soia e mais ma finora no rialziMilano, 17 mar. (askanews) – Gli effetti della guerra commerciale innescata dal presidente americano, Donald Trump, stanno creando tensioni e incertezza sui mercati delle materie prime agricole, come soia, mais e girasole, ma finora non hanno avuto ricadute effettive sui prezzi. E sul 2025, per quanto sia difficile fare previsioni data la volatilità del mercato, non dovrebbero esserci tensioni sul lato dell’offerta. A tracciare il quadro è Giacomo Fanin, business director di Cereal Docks, gruppo industriale di Camisano Vicentino, specializzato nella prima trasformazione agro-alimentare, per la produzione di ingredienti come farine, oli e lecitine derivati da semi oleosi e cereali. Attraverso i suoi 11 stabilimenti (7 stabilimenti produttivi e 4 centri di stoccaggio) il gruppo veneto trasforma ogni anno 3 milioni di tonnellate di materie prime di origine vegetale in ingredienti per i settori delle carni, del latte, dei prodotti da forno, dell’industria dolciaria e del pet food.


“Le tensioni sono iniziate da un po’ di anni, scatenate soprattutto dalla guerra russa in Ucraina. Lì si è visto il più importante rialzo. Ora devo dire che si registrano tante tensioni che non per forza si traducono in veri e propri rialzi, almeno fino ad adesso – ha detto Fanin – E’ vero che sono state annunciate tariffe al 10% su soia e mais americani da parte della Cina e dazi del 100% sempre da parte di Pechino sulla colza canadese. Questo per l’Europa, che è il mercato dove noi siamo attivi, potrebbe portare un po’ di scompensi ai tradizionali flussi e che l’approvvigionamento di alcune materie prime diventi più costoso, ma le materie prime americane di fatto non sanno dove andare in quanto la Cina è storicamente il primo mercato di destinazione, quindi, forse è una dinamica che in qualche modo si bilancia. L’abbiamo già visto nel primo mandato di Trump, quando aveva messo i dazi, i cinesi, che sono i più grossi importatori di materie prime, sono andati verso il Sud America e il Nord America ha dovuto anche scontare per l’Europa”. Cereal Docks trasforma principalmente semi di soia, mais e girasole. “Fatto 100 il totale, la soia per noi rappresenta il 50%, il mais un altro 30%. E il restante 20% si divide in girasole, grano e altre culture come la colza – ha spiegato Fanin – Dei 3 milioni di tonnellate di materie prime agricole che trasformiamo in un anno, un terzo viene dall’Italia, dalla nostra filiera di 17.000 agricoltori, un terzo dalla vicina Europa, Ungheria, Romania, Serbia e Croazia, e un terzo dalle Americhe, Brasile e Stati Uniti”.


Nel corso dell’ultimo anno i prezzi di queste materie prime sono rimasti “tutti abbastanza stabili”, eccezion fatta per l’olio di girasole. Dopo l’impennata in coincidenza con lo scoppio della guerra in Ucraina, “era sceso a livelli anche più bassi di prima della guerra. Adesso è tornato un po’ su, proprio perché c’è un po’ di mancanza in Ucraina. Però devo dire che sulla soia e sul mais sono abbastanza stabili”. Fanin non nega una certa preoccupazione, però, per l’incertezza che gli annunci degli ultimi mesi stanno generando e la difficoltà di fare previsioni. “E’ veramente difficile leggere il mercato e il contesto perché ogni giorno arriva una notizia che in maniera sclerotica fa reagire i mercati – ci ha detto – Bisogna lavorare con grande pragmatismo, strutturati, non farsi prendere né dal panico né dalla volontà di speculare. Noi da industriali non l’abbiamo mai fatto, proprio perché dobbiamo assicurare un approvvigionamento e bisogna rimanere concentrati su questo. Sicuramente queste tensioni, però, non aiutano nella quotidianità. Questa incertezza generale ormai diffusa è quasi la normalità, purtroppo”.


Per il 2025 la Banca Mondiale, nel suo Commodity markets outlook, ha previsto dei ribassi per i prodotti agricoli, con un calo complessivo del 4%. Anche in Cereal Docks c’è un cauto ottimismo su questo. “L’andamento dei prezzi delle materie prime che trattiamo dipenderà anche dall’andamento climatico, però vediamo che il Brasile farà il raccolto di soia più grande di sempre quest’anno, è in corso ora la raccolta – ha analizzato Fanin – Gli Stati Uniti, invece, sono in fase di semina adesso, siamo nell’emisfero nord, quindi lì bisognerà un po’ vedere come andrà. E anche in Europa ci sono delle buone previsioni sulle semine, sul totale di ettari seminati, quindi effettivamente la merce c’è e non ci sono tensioni dal punto di vista dell’offerta in questo momento”. Le uniche tensioni che per ora si avvertono “ma non riguardano noi”, sono sull’olio di palma, “dove c’è un forte aumento nell’utilizzo di biodiesel e quindi si sta alzando il prezzo di questa materia prima che arriva dalla Malesia e dall’Indonesia e che vede l’Europa come grande consumatore. Noi però non trattiamo olio di palma, quindi dal lato della nostra produzione non vedo tensioni possibili in questo momento”.

Speck Alto Adige Igp: torna a crescere produzione certificata, vale 170 mln

Speck Alto Adige Igp: torna a crescere produzione certificata, vale 170 mlnMilano, 16 mar. (askanews) – Nel 2024 oltre 2,8 milioni (2.815.390) di prosciutti sono stati certificati Speck Alto Adige Igp. Si tratta del 42,6% della produzione totale dei produttori riconosciuti dal consorzio, un numero in aumento del 12,8% rispetto al 2023. Torna, quindi, a crescere la quota dell’indicazione geografica protetta dopo il calo dello scorso anno, quando era scesa sotto il 40%. Il valore al consumo della Igp si è attestato a 170 milioni, di cui quasi un terzo (32,7%) destinato all’export, con Germania, Stati Uniti e Francia come principali mercati. Segno più anche per le vendite che a volume sono cresciute del 3,4% rispetto all’anno precedente.


Come per il resto del comparto, anche lo speck Alto Adige Igp registra una crescita del preaffettato (+7,3% rispetto al 2023) con un totale di oltre 46 milioni di vaschette vendute, un formato sostenuto, tra le altre cose, dal numero crescente di piccole famiglie e dagli investimenti per migliorare la produzione. Non a caso quasi la metà, il 47% della produzione della Igp, è costituito da confezioni preaffettare per un totale di 30,5 milioni di imballaggi prodotti nel 2024. La confezione da 100 grammi rimane il formato più prodotto. “Il 2024 è stato un anno importante per lo Speck Alto Adige Igp, con risultati che testimoniano il nostro impegno continuo nel garantire la qualità certificata del nostro prodotto – ha commentato il presidente del Consorzio Speck Alto Adige Paul Recla – L’aumento della produzione Igp e l’espansione nei mercati internazionali confermano l’eccellenza che lo Speck Alto Adige Igp rappresenta oggi, ed è frutto del lavoro e degli investimenti portati avanti dal Consorzio. Grazie alle nuove tecnologie, ai controlli rigorosi e al nostro impegno verso la qualità, stiamo gettando basi solide per il futuro, rafforzando la fiducia dei consumatori e la nostra presenza sul mercato globale”.


In Italia, la distribuzione avviene principalmente attraverso i supermercati, che rappresentano il 65% delle vendite totali. Altri canali di distribuzione includono i discount (21%), il commercio all’ingrosso (3 %), la ristorazione (6%) e il commercio al dettaglio (5%). Nella provincia di Bolzano, il commercio al dettaglio gioca un ruolo particolarmente importante: circa il 33% dello speck venduto nella provincia viene distribuito attraverso questo canale. Inoltre, il 14% viene consegnato direttamente al settore della ristorazione, mentre circa il 20% viene commercializzato attraverso il commercio all’ingrosso.

Consiglio Ue: accordo su mandato negoziale per le Ngt, i nuovi Ogm

Consiglio Ue: accordo su mandato negoziale per le Ngt, i nuovi OgmBruxelles, 14 mar. (askanews) – Il Comitato dei rappresentanti permanenti degli Stati membri (Coreper,) che prepara le riunioni ministeriali del Consiglio Ue, ha approvato oggi a Bruxelles il mandato alla presidenza semestrale di turno polacca per condurre i negoziati co-legislativi con il Parlamento europeo e con la Commissione sul regolamento riguardante le piante ottenute con le “Nuove tecniche genomiche” (Ngt) e sugli alimenti e mangimi derivati.


Pur introducendo diverse modifiche per poter ottenere l’appoggio di un numero di Stati membri corrispondente alla maggioranza qualificata, il mandato negoziale del Consiglio lascia sostanzialmente intatto l’impianto di fondo della proposta iniziale della Commissione, che comporta la parziale deregolamentazione nell’Ue di questi Ogm di nuova generazione, caratterizzati dall’introduzione in laboratorio di modificazioni genetiche che potrebbero anche verificarsi naturalmente o tramite metodi di riproduzione convenzionali. Sono previsti due percorsi distinti per l’immissione sul mercato delle piante Ngt: quando risultano da non più di 20 modificazioni genetiche (categoria Ngt1) sono considerate come “sostanzialmente equivalenti” alle piante “convenzionali” ed esentate dale attuali norme Ue sugli Ogm, compreso l’obbligo di etichettatura.


Al di là delle 20 modificazioni genetiche introdotte (categoria Ngt2) resta invece pienamente applicabile la normativa sugli Ogm, ovvero un regime di autorizzazione fondato sulle valutazioni di rischio da parte dell’Efsa (l’Autorità Ue di sicurezza alimentare), con un sistema obbligatorio di tracciabilità ed etichettatura, e con la possibilità da parte degli Stati membri di imporre divieti di coltivazione sul proprio territorio nazionale. La proposta stabilisce l’esclusione dell’uso di piante Ngt nella produzione biologica e l’etichettatura obbligatoria per le sementi Ngt, per entrambe le categorie.


Il mandato del Consiglio prevede che gli Stati membri possano decidere di vietare la coltivazione di piante Ngt di categoria 2 sul loro territorio, e adottare misure per evitare la presenza indesiderata di tracce di piante Ngt2 in altri prodotti. Gli Stati membri dovranno inoltre introdurre misure per prevenire la contaminazione transfrontaliera. I prodotti derivati da piante Ngt2 saranno sottoposti a etichettatura obbligatoria, in linea con la proposta della Commissione. Per quanto riguarda le piante Ngt1, la posizione del Consiglio chiarisce che, per evitarne la presenza indesiderata nell’agricoltura biologica, gli Stati membri possano adottare misure specifiche nel loro territorio, in particolare in aree con condizioni geografiche particolari, come le isole e le regioni insulari.


Una novità importante nel mandato negoziale del Consiglio è poi il divieto di considerare come Ngt di categoria 1 le piante modificate geneticamente per essere rese tolleranti agli erbicidi, garantendo così che tutte le piante con questa caratteristica rimangano soggette ai requisiti di autorizzazione, tracciabilità e monitoraggio previsti per i “vecchi” Ogm e per le piante Ngt2. In Consiglio Ue, i paesi più favorevoli al nuovo regolamento sono Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Olanda; contrari invece Austria, Romania, Slovacchia e Ungheria. La Grecia, inizialmente indecisa, ha votato a favore della proposta della presidenza polacca, e lo stesso ha fatto anche il Belgio, ma con riserva, dichiarando di non impegnarsi necessariamente a sostenere l’eventuale accordo finale dopo i negoziati con il Parlamento europeo. La Germania, che si è sempre astenuta a causa di contrasti in seno alla propria maggioranza di governo, ha confermato la propria posizione. Il Parlamento europeo aveva votato la sua posizione nel febbraio 2024, chiedendo in particolare tre cambiamenti importanti al testo del regolamento: 1) un divieto assoluto di brevettabilità per tutte le piante Ngt, di entrambe le categorie, per evitare l’aumento dei costi e nuove dipendenze di agricoltori e allevatori dalle grandi società agroindustriali; 2) una condizione aggiuntiva per la definizione delle Ngt di categoria 1, secondo cui non più di tre modifiche genetiche, tra le 20 consentite, dovrebbero riguardare le sequenze che modificano una proteina; 3) un obbligo di etichettatura con la dicitura “Nuove tecniche genomiche” anche per le piante Ngt1 e i prodotti derivati. Soprattutto su questi tre punti il negoziato si annuncia difficile. L’obiettivo dichiarato del regolamento è quello di agevolare la creazione di varietà vegetali migliorate, che siano resistenti al cambiamento climatico e ai parassiti, che diano rese più elevate o che richiedano meno fertilizzanti e pesticidi durante la coltivazione. Le nuove tecniche genomiche, al contrario dei “vecchi” Ogm che erano ottenuti attraverso la “transgenesi”, sono basate sulla “cisgenesi”, ovvero l’inserimento nelle piante di geni provenienti da specie affini, e non estranee. In pratica, per ottenere determinate caratteristiche delle piante, si “pilotano” e si accelerano modificazioni genetiche che non sarebbero impossibili naturalmente, e lo si fa applicando i meccanismi di precisione della genomica, basati cioè sulla mappatura dettagliata del genoma. Negli Ogm tradizionali, invece, le modificazioni genetiche venivano conseguite senza sapere esattamente dove nel genoma sarebbero andate a inserirsi le nuove sequenze di Dna introdotte. Resta il fatto, sottolineato da diverse organizzazioni ambientaliste ed esperti scientifici, che qualunque modificazione del genoma comporta il rischio potenziale di “effetti non intenzionali”, a livello sia genetico che epigenetico (cioè dentro o fuori il Dna), ed eliminare la valutazione di rischio, il regime di autorizzazione e gli obblighi di tracciabilità ed etichettatura, come la Commissione propone di fare con gli Ngt1, appare poco coerente con il principio di precauzione previsto dal Trattato Ue e con il dovere di informare i consumatori. Inoltre, appare poco fondato scientificamente il criterio puramente quantitativo della “soglia” di 20 modifiche genetiche per distinguere tra le due categorie di Ngt: il numero di modifiche è importante, ma non è l’unico fattore che può determinare il rischio di “effetti non intenzionali”.

De’ Longhi: fatturato 2024 +14% grazie a caffè e nutrition, utile a 310 mln

De’ Longhi: fatturato 2024 +14% grazie a caffè e nutrition, utile a 310 mlnMilano, 14 mar. (askanews) – Nel 2024 il gruppo De’ Longhi ha registrato ricavi per 3,49 miliardi, in aumento del 13,7% grazie al consolidamento de La Marzocco da marzo 2024 (crescita che a parità di perimetro è stata pari al 6,6%). L’utile netto ha raggiunto i 310,7 milioni, in crescita del 24,1% rispetto ai 12 mesi precedenti. In crescita anche l’Ebitda a 548,4 milioni (+26%) mentre la posizione finanziaria netta a fine 2024 era positiva per 643,2 milioni, sostanzialmente in linea con quella registrata nel 2023. Il consiglio di amministrazione, nell’approvare il consolidato, ha proposto la distribuzione di un dividendo complessivo di 1,25 euro per azione, in aumento dell’87% rispetto all’anno precedente, pari ad un pay-out ratio nell’intorno del 60% (rispetto al 40% ordinario previsto dalla dividend policy).


“Il gruppo ha evidenziato nel corso dell’anno continuità e solidità di risultati, con un robusto trend di crescita organica per il sesto trimestre consecutivo, grazie allo sviluppo strutturale nel caffè ed alla rinnovata attenzione per la nutrition – ha commentato il Ceo Fabio de’ Longhi – Tale trend, assieme al consolidamento de La Marzocco e al momentum favorevole del brand, ha sostenuto un’espansione del fatturato pari al 14%, in accelerazione al 18% nell’ultimo trimestre. Sono estremamente soddisfatto per il raggiungimento di un Ebitda record, con una marginalità al 16% che ha beneficiato della crescita dei volumi, della stabilizzazione dei costi industriali e del miglioramento del mix, oltre che dell’allargamento del perimetro nel caffè professionale che ha ulteriormente rafforzato la profittabilità del gruppo”. Il ceo sottolinea che questi risultati hanno portato a “un’importante generazione di cassa, consentendo al gruppo di mantenere piena flessibilità in termini di capital allocation verso potenziali opportunità di crescita esterna, oltre che nei confronti di una maggior remunerazione per il mercato. I recenti trend di crescita, confermati anche nei primi mesi dell’anno, ci portano a stimare per il nuovo perimetro un fatturato per il 2025 in espansione tra il 5% e il 7%, sostenuto anche dal lancio di nuovi prodotti e dagli investimenti in comunicazione. A livello di marginalità ci attendiamo un adjusted Ebitda nell’intorno 580-600 milioni (nuovo perimetro), considerata l’attuale situazione sulle tariffe relative ai prodotti destinati al mercato americano”.

Dai longobardi all’industria: la colomba dolce tradizione da 97 mln di euro

Dai longobardi all’industria: la colomba dolce tradizione da 97 mln di euroMilano, 14 mar. (askanews) – Quando sulle tavole ci sono ancora le ultime fette di pandoro e panettone, avanzate dalle feste natalizie, l’industria dei dolci da ricorrenza si rimette in moto per avviare la produzione delle colombe, il terzo dei grandi lievitati della tradizione italiana che approderà sulle tavole per Pasqua. Si inizia dopo l’Epifania, a sfornare questo dolce le cui incerte origini longobarde si intrecciano con il più moderno genio imprenditoriale di Angelo Motta che, per la prima volta, ne avviò la produzione nella sua fabbrica, a fine anni Trenta.


Sì, perché se la leggenda vuole che questo dolce nasca all’epoca del re longobardo Alboino, che avrebbe graziato la città di Pavia, durante il suo assedio, dopo aver ricevuto in dono da un fornaio un dolce a forma di colomba, la storia ci dice che è grazie al binomio industria-pubblicità che diventa un simbolo della tradizione pasquale nazionale. Industria che ancora oggi contribuisce a tenere viva questa tradizione, dal 2005 disciplinata dal decreto di Denominazione Riservata, che stabilisce ingredienti e regole di produzione dei lievitati da ricorrenza, colomba inclusa. “La prima cosa da fare quando si acquista è verificare che sul prodotto ci sia scritta Denominazione riservata Colomba – avverte Luca Ragaglini, vice direttore di Unione italiana food in occasione di un evento organizzato nell’ambito del progetto dell’associazione Buone fette – Questo presuppone il rispetto di un Decreto con la definizione di un disciplinare che, ormai, da quasi vent’anni ne preserva gli ingredienti, la lavorazione e la forma: il burro in quantità non inferiore al 16%, almeno il 4% di uova fresche, il 15% di scorze di agrumi canditi e, protagonista assoluto dell’aroma inconfondibile, il lievito che deve essere naturale e costituito da pasta acida”.


Ragaglini snocciola gli ingredienti della complessità di questo lievitato che, al pari dei fratelli maggiori, panettone e pandoro, richiede tempi lunghi di produzione, come quelli di un laboratorio artigianale: basti pensare che per ogni una singola colomba servono fino a tre giorni di lavoro prima che possa essere confezionata. E chiaramente questo per una produzione su larga scala come quella industriale, che deve garantire anche efficienza e accessibilità sul mercato, è un elemento complicato da gestire. “Questi tipi di lavorazione sono complessi perché sono sempre sull’orlo del fallimento: basta un minimo errore che si perde tutto ma è anche il bello di questo mondo – spiega Marco Brandani, presidente del gruppo Lievitati da ricorrenza di Unione italiana food e amministratore delegato di Maina – Mettendoci tre giorni a produrre una colomba abbiamo circa 300 colombe che girano ogni giorno in stabilimento, e non è che il lievito madre sia sempre al top”. “Questa complessità – avverte – D’altronde è anche il motivo per cui il numero delle grandi aziende che le produce si è ridotto”. A oggi sei marchi – Balocco, Bauli, Maina, Melegatti, Paluani e Tre Marie associati al gruppo Lievitati da ricorrenza di Unionfood – producono l’80% di questi dolci, e di questi uno solo è focalizzato su di essi, tutti gli altri hanno diversificato la produzione. “E’ una sfida soprattutto di questi tempi – ha spiegato ancora Brandani – perchè ormai i costi rispetto al pre-Covid sono aumentati del 40%, il burro in un anno è salito del 60%. La ricetta della colomba contiene 5-6 ingredienti di origine agricola soggetti a scossoni e stress ormai da qualche anno. Ma il problema non è l’aumento in sè dei costi quanto l’imprevedibilità degli eventi” che si ripercuote sugli equilibri dei mercati globali. Già, perché per quanto la colomba sia un simbolo della tradizione italiana le materie prime non sono necessariamente tutte di origine italiana, per ragioni di qualità ma anche di quantità. “È chiaro che si cerca di prediligere l’Italia per acquistare materie prime ma non è l’origine che fa la qualità” spiegano in Maina.


Di sicuro l’Italia resta il principale mercato di sbocco per la colomba, mantenendo solida una tradizione che trova riscontro nei numeri: quasi 8 italiani su 10 la portano in tavola per festeggiare la Pasqua. E solo lo scorso anno ne sono stati consumati 31 milioni, per un totale di 24.227 tonnellate e un valore pari a 96,7 milioni di euro (Fonte: Unione italiana Food – stime produzione 2024). Un consumo pressochè domestico, dove è la grande distribuzione il canale privilegiato d’acquisto. Qui l’industria arriva sia con il proprio marchio che con il prodotto private label. “A livello di settore più o meno un 50% sono colombe di marca e il resto sono prodotte con la marca del distributore. In tutti e due i casi il rispetto del disciplinare è garantito” assicura Ragaglini. E di fronte a questa scelta i consumatori si dividono: quasi la metà (49,9%) opta per quelle dell’industria di marca, con una particolare predilezione da parte della Generazione Z. E qui il motivo principale è sicuramente la facile reperibilità dei prodotti presso nella gdo (80,5%) ma anche la fiducia riposta nelle marche (33%).


“Le aziende che producono dolci da ricorrenza sono state tutte pasticcerie – conclude Brandani – e quell’impronta è rimasta: oggi sono dei grandi laboratori che hanno introdotto un certo modo di lavorare ma sempre cercando di proteggere, come nello spirito del Decreto del 2005, le ricette. E noi vorremo continuare con questa storia, vorremmo che questo sogno di famiglia continuasse”.