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Eso, trovato possibile gemello di un pianeta con la stessa orbita

Eso, trovato possibile gemello di un pianeta con la stessa orbitaRoma, 20 lug. (askanews) – Usando ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array), alcuni astronomi hanno trovato il possibile “gemello” di un pianeta in orbita intorno a una stella lontana. L’equipe ha rilevato una nuvola di detriti che sembra condividere l’orbita del pianeta e che, ritengono gli scienziati, potrebbe rappresentare il materiale costitutivo per un nuovo pianeta oppure i resti di uno formato in precedenza. Se confermata, – informa l’Eso – questa scoperta sarebbe la prova più stringente finora che due esopianeti possono condividere la stessa orbita.

“Vent’anni fa era stato previsto in teoria che coppie di pianeti di massa simile potessero condividere la stessa orbita intorno alla propria stella, i cosiddetti pianeti troiani o co-orbitali. Per la prima volta, abbiamo trovato prove a favore di questa idea”, afferma Olga Balsalobre-Ruza, una studentessa del Centro di astrobiologia di Madrid, in Spagna, che ha guidato l’articolo pubblicato su “Astronomy & Astrophysics”. I Troiani, corpi rocciosi nella stessa orbita di un pianeta, sono comuni nel Sistema Solare: l’esempio più famoso sono gli asteroidi troiani di Giove – più di 12.000 corpi rocciosi che condividono la stessa orbita intorno al Sole del gigante gassoso. Gli astronomi prevedono che i troiani, in particolare i pianeti troiani, potrebbero esistere anche intorno a una stella diversa dal Sole, ma le prove di questo sono scarse. “Gli ‘esotroiani’ – i pianeti troiani al di fuori del sistema solare – sono stati finora come unicorni: in teoria possono esistere, ma nessuno li ha mai visti”, afferma il coautore Jorge Lillo-Box, ricercatore senior presso il Center for Astrobiology.

Adesso, un gruppo internazionale di scienziati ha utilizzato ALMA, di cui l’ESO è partner, per trovare la prova osservativa più forte dell’esistenza dei pianeti troiani, nel sistema PDS 70. Si sa che questa giovane stella ospita due pianeti giganti simili a Giove, PDS 70b e PDS 70c. Analizzando le osservazioni ALMA d’archivio del sistema, l’equipe ha individuato una nube di detriti nella posizione dell’orbita di PDS 70b in cui si prevede si possano trovare i troiani. I troiani occupano le cosiddette zone lagrangiane, due regioni estese nell’orbita di un pianeta dove la materia può rimanere intrappolata grazie all’attrazione gravitazionale combinata della stella e del pianeta. Studiando queste regioni dell’orbita di PDS 70b, gli astronomi hanno rilevato un segnale debole da una di esse, che indica la possibile presenza di una nube di detriti con una massa fino a circa due volte quella della Luna.

L’equipe ritiene che questa nube di detriti potrebbe indicare un mondo troiano o un pianeta in via di formazione in questo sistema. “Chi potrebbe immaginare due mondi che condividono la durata dell’anno e le condizioni di abitabilità? Il nostro lavoro è la prima prova che questo tipo di mondo potrebbe esistere”, afferma Balsalobre-Ruza. “Possiamo immaginare che un pianeta possa condividere la sua orbita con migliaia di asteroidi come nel caso di Giove, ma per me è strabiliante pensare che due pianeti possano condividere la stessa orbita”. “La nostra ricerca è il primo passo per cercare pianeti coorbitali in epoche molto iniziali di formazione”, afferma la coautrice Nuria Huélamo, ricercatrice senior presso il Center for Astrobiology. “Apre nuove domande sulla formazione dei troiani, su come si evolvono e quanto sono frequenti nei diversi sistemi planetari”, aggiunge Itziar De Gregorio-Monsalvo, capo dell’Ufficio dell’Eso per la scienza in Cile, che pure ha contribuito alla ricerca.

Per confermare definitivamente la scoperta, l’equipe dovrà attendere fino a dopo il 2026, quando mireranno a utilizzare ALMA per vedere se sia PDS 70b che la sua nube gemella di detriti si sono mossi in modo significativo lungo la loro orbita comune intorno alla stella. “Questo sarebbe un notevole passo avanti nel campo esoplanetario”, afferma Balsalobre-Ruza. “Il futuro in questo campo si mostra molto entusiasmante e attendiamo con impazienza le capacità della schiera estesa di ALMA, pianificata per il 2030, che miglioreranno notevolmente la possibilità dello strumento di caratterizzare i trioani in molte altre stelle”, conclude De Gregorio-Monsalvo.

IIT e Uni Bicocca: dalla curcuma un aiuto contro sbiancamento coralli

IIT e Uni Bicocca: dalla curcuma un aiuto contro sbiancamento coralliMilano, 19 lug. (askanews) – Arriva dalla curcuma un aiuto alle barriere coralline nel contrasto ai danni provocati dai cambiamenti climatici, in particolare contro il fenomeno dello sbiancamento. L’IIT-Istituto Italiano di Tecnologia, l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, in collaborazione con l’Acquario di Genova, hanno infatti recentemente pubblicato su “ACS Applied Materials and Interfaces”, uno studio dove è stata dimostrata l’efficacia della curcumina – sostanza antiossidante naturale estratta dalla curcuma – nel ridurre lo sbiancamento dei coralli. IIT e Università Bicocca hanno anche sviluppato un biomateriale biodegradabile per somministrare la molecola senza provocare danni all’ambiente marino circostante. I test eseguiti all’Acquario di Genova hanno poi dimostrato un’efficacia significativa della soluzione trovata nel prevenire lo sbiancamento dei coralli.

La curcumina viene somministrata in maniera controllata sul corallo applicando un biomateriale a base di zeina, una proteina derivata dal mais, che è stato sviluppato dagli stessi partner per essere sicuro per l’ambiente. Durante i test, svolti nell’Acquario di Genova, si sono simulate le condizioni di surriscaldamento dei mari tropicali alzando la temperatura dell’acqua fino a 33°C. In questa condizione tutti i coralli non trattati sono risultati colpiti dal fenomeno dello sbiancamento come succederebbe in natura mentre, al contrario, tutti gli esemplari trattati con la curcumina non hanno mostrato segni del fenomeno: risultati che dimostrano l’efficacia del metodo nel ridurre la suscettibilità dei coralli allo stress termico. Nello studio è stata utilizzata una specie di corallo (Stylophora pistillata) tipica dell’oceano Indiano tropicale e inserita nella Lista rossa IUCN – l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura – tra le specie minacciate dal rischio di estinzione. “Questa tecnologia è oggetto di una domanda di brevetto depositata, infatti i prossimi passi di questa ricerca si focalizzeranno sull’applicazione in natura e su larga scala – afferma il primo autore dello studio Marco Contardi, ricercatore affiliato del gruppo Smart Materials dell’Istituto Italiano di Tecnologia e ricercatore del DISAT, il Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Terra dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca – Allo stesso tempo, esamineremo l’utilizzo di altre sostanze antiossidanti di origine naturale per bloccare il processo di sbiancamento e prevenire così la distruzione delle barriere coralline”.

“L’utilizzo di nuovi materiali biodegradabili e biocompatibili capaci di rilasciare sostanze naturali in grado di ridurre lo sbiancamento dei coralli rappresenta una novità assoluta – aggiunge Simone Montano ricercatore del DISAT e vice direttore del MaRHE center, il Marine Research and Higher Education Center dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca – Credo fortemente che questo approccio innovativo rappresenterà una trasformazione significativa nello sviluppo di strategie per il recupero degli ecosistemi marini”. Lo sbiancamento dei coralli è un fenomeno che, negli eventi estremi, determina la morte di questi organismi con conseguenze devastanti per le barriere coralline. La maggior parte dei coralli vive in simbiosi con alghe microscopiche, indispensabili per la loro sopravvivenza e responsabili dei loro colori brillanti. A causa dei cambiamenti climatici le temperature di mari e oceani sono in aumento, condizione che interrompe il rapporto tra questi due organismi. Quando ciò accade, il corallo, ormai bianco per la perdita delle alghe, rischia letteralmente di morire di fame.

Negli ultimi anni, a seguito dei cambiamenti climatici, questa condizione ha colpito la maggior parte delle barriere scogliere coralline più importanti del mondo, inclusa la Grande Barriera Corallina australiana. Ma a oggi non esistono interventi di mitigazione efficaci per prevenire lo sbiancamento dei coralli senza mettere in serio pericolo l’integrità di questi habitat e l’eccezionale biodiversità associata. (Nella foto: Corallo Stylophora pistillata ricoperto del biomateriale durante le prove di stress termico – Credits: Università Milano-Bicocca)

Ricerca, creato il primo atlante completo delle reti perineuronali

Ricerca, creato il primo atlante completo delle reti perineuronaliRoma, 14 lug. (askanews) – Un team di ricerca del Laboratorio di Biologia della Scuola Normale Superiore a Pisa ha creato il primo atlante completo delle reti perineuronali in oltre 600 regioni cerebrali. Il lavoro, pubblicato sulla rivista “Cell Reports”, ha visto come autori principali due dottorandi del Laboratorio di Biologia della Scuola Normale, Leonardo Lupori e Valentino Totaro sotto la supervisione del professor Tommaso Pizzorusso.

Le reti perineuronali sono strutture costituite da proteine e carboidrati che compaiono nel cervello dei mammiferi al termine dello sviluppo, contribuendo alla riduzione di plasticità subito prima della transizione ad adulto. Attraverso una specifica applicazione disponibile su un sito aperto – www.pnnatlas.sns.it – si può osservare quante reti perineuronali sono localizzate in determinate aree del cervello, dall’ippocampo alla corteccia, dall’ipotalamo all’area orbitale, e la loro associazione con specifici tipi cellulari. Si tratta di un importante passo avanti nella comprensione del ruolo delle reti perineuronali (PNN). Queste strutture infatti sono alterate in diversi modelli di neuropatologie umane, come nell’Alzheimer, e nella schizofrenia. Finora, la mancanza di mappe altamente quantitative della distribuzione delle reti perineuronali e della loro associazione con specifici tipi cellulari – informa la Scuola Normale – ha limitato la nostra comprensione della loro azione. Questo studio ha aperto nuove prospettive e fornito una panoramica senza precedenti delle loro localizzazione.

“Utilizzando metodiche di intelligenza artificiale che riconoscono automaticamente le reti e i neuroni inibitori da immagini al microscopio si è creato un atlante quantitativo delle reti perineuronali e della loro localizzazione – spiega il prof. Pizzorusso, ordinario di Fisiologia alla Scuola Normale-. Si è potuto osservare che aree del cervello connesse tra loro tendono ad avere simili livelli di PNN. L’analisi dell’espressione genica nel cervello ha identificato molti geni correlati alle reti perineuronali. Sorprendentemente, i geni che sono anticorrelati alle reti perineuronali sono quelli importanti per la plasticità sinaptica, indicando così il ruolo delle reti perineuronali come fattori di stabilità dei circuiti cerebrali”.

Agricoltura, sensori hi-tech per monitorare la crescita delle piante

Agricoltura, sensori hi-tech per monitorare la crescita delle pianteRoma, 14 lug. (askanews) – Università Campus Bio-Medico di Roma (UCBM) ed Enea, in collaborazione con l’Università di Napoli Federico II, hanno sviluppato e testato sensori in fibra ottica su misura da applicare direttamente su piante e frutti per monitorarne in modo non invasivo crescita e stato di salute. Dai risultati, pubblicati su diverse riviste scientifiche, emergono soluzioni per un’agricoltura sostenibile e smart che utilizza la tecnologia per incrementare qualità e quantità dei raccolti, in uno scenario globale sempre più caratterizzato da cambiamenti climatici e crescita demografica.

“Questo progetto di ricerca nasce da una collaborazione tra tre unità di ricerca dell’Università Campus Bio-Medico di Roma – ‘Misure e strumentazione biomedica’, ‘Scienze degli alimenti e nutrizione’ e ‘Fisica non lineare e modelli matematici’ – e il Centro Ricerche Enea di Frascati”, sottolinea Emiliano Schena, professore ordinario di Misure meccaniche e termiche di UBCM. “L’obiettivo – aggiunge – è quello di sviluppare tecnologie ‘indossabili’ finalizzate al monitoraggio di parametri microambientali e fisiologici della pianta che trovano applicazione nell’ambito dell’agricoltura di precisione. Attraverso queste tecnologie vogliamo estrarre informazioni che consentano di migliorare la gestione della pianta, dall’ottimizzazione della produzione agricola fino al monitoraggio di piante, anche ornamentali”. I sensori realizzati dal gruppo di ricerca – si legge nella notizia che apre il nuovo numero del settimanale ENEAinform@ – hanno caratteristiche diverse in base alle parti delle piante dove raccogliere dati (stelo, foglie o frutti). Gli scienziati hanno lavorato su colture molto diffuse, quali il pomodoro, il melone e la zucchina e altre piante particolarmente utilizzate dall’industria, ad esempio il tabacco.

“Per questo studio abbiamo realizzato due diversi sensori in fibra ottica: il primo dalla forma allungata è stato posizionato sugli steli di una pianta di tabacco e di una di pomodoro coltivate in laboratorio, mentre il secondo dispositivo a forma di anello è stato applicato intorno a un melone e a una zucchina cresciute all’aperto”, spiega Michele Caponero, ricercatore del Laboratorio Enea di Micro e nanostrutture per la fotonica e coautore dello studio. “In entrambi i casi – prosegue – i sensori hanno dimostrato un’elevata sensibilità nel rilevare la crescita delle piante, come l’allungamento dello stelo nel caso del tabacco e del pomodoro e la variazione della circonferenza nel caso del frutto, sia in condizioni protette che in campo, dove abbiamo registrato variazioni significative di condizioni ambientali in termini di temperatura, umidità e illuminazione, anch’esse monitorate grazie a sensori in fibra ottica opportunamente funzionalizzati”. I sensori in fibra ottica – si spiega – stanno emergendo sempre di più come strumenti efficienti e affidabili per il monitoraggio non invasivo in agricoltura: possono essere realizzati ‘su misura’ per renderli facilmente ancorabili alle diverse parti della pianta. Inoltre, sono biocompatibili ed hanno una struttura molto flessibile visto che sono costituiti da fibre ottiche rivestite di silicone. Le loro prestazioni sono garantite da un’elevata sensibilità alla deformazione, che nel caso delle piante corrisponde al loro sviluppo, dall’affidabilità del segnale e da dimensioni miniaturizzate oltre che da un peso ridotto. “I nostri sensori hanno dimostrato di saper monitorare tutti questi aspetti fondamentali per lo sviluppo vegetale, in ‘simbiosi’ con la coltura stessa”, aggiunge Caponero.

L’Unità di ricerca di Misure e strumentazione biomedica di UCBM si è occupata in particolare della realizzazione di sensori indossabili basati sulle fibre ottiche, che utilizzano matrici polimeriche per ancorarli alle piante e monitorare parametri come umidità relativa, temperatura e stato di crescita, superando alcuni dei limiti presenti nelle tecnologie oggi utilizzate nell’agricoltura di precisione. “Gli strumenti ad oggi in uso non permettono infatti il monitoraggio continuo dei parametri né elevate prestazioni a livello temporale, spaziale, di sensibilità e di accuratezza”, conclude Schena. Finora, infatti, per controllare la crescita delle piante sono state usate diverse applicazioni di telerilevamento, come la spettroscopia o i droni, che risultano però poco adatti a un monitoraggio puntuale, accurato e continuo; infatti, per un agricoltore che voglia ottimizzare lo sviluppo delle piante è fondamentale conoscere in modo tempestivo l’influenza dei fattori ambientali sulla produttività delle colture, come l’umidità del suolo e la temperatura che influenzano l’efficienza nell’uso dell’acqua da parte delle piante. Anche siccità e ristagno idrico possono causare un deficit nell’assorbimento di energia e dei nutrienti minerali, portando a una diminuzione della crescita delle piante e del valore nutritivo delle sue parti commestibili.

Attualmente i sensori in fibra ottica opportunamente funzionalizzati sono principalmente impiegati in ambito medico, attraverso indumenti hi-tech che consentono un monitoraggio continuo e in tempo reale di alcuni fondamentali parametri per la salute umana, sviluppati dal Laboratorio Enea di Micro e nanostrutture per la fotonica, in collaborazione con UCBM, nell’ambito del Progetto TECHEA – Technologies for Health.

Extremely Large Telescope, l’Eso annuncia: siamo a metà dell’opera

Extremely Large Telescope, l’Eso annuncia: siamo a metà dell’operaRoma, 11 lug. (askanews) – L’Extremely Large Telescope (ELT) dell’ESO (l’Osservatorio Europeo Australe) è un telescopio terrestre rivoluzionario che avrà uno specchio principale di 39 metri e sarà il più grande telescopio al mondo per osservare la luce visibile e infrarossa: il più grande occhio del mondo rivolto verso il cielo. La costruzione di questo progetto tecnicamente complesso, iniziata 9 anni fa, sta avanzando a un buon ritmo, e ora – annuncia l’ESO – l’ELT supera il traguardo del 50% di completamento.

Il telescopio si trova in cima al Cerro Armazones, nel deserto cileno di Atacama, dove in questo momento ingegneri e operai edili stanno assemblando la struttura della cupola del telescopio a un ritmo vertiginoso. Cambiando ogni giorno in modo evidente, la struttura in acciaio – informa l’ESO – acquisterà presto la familiare forma arrotondata tipica delle cupole. Gli specchi del telescopio e altri componenti sono in costruzione presso varie aziende in Europa, e anche questi lavori procedono molto bene. L’ELT dell’ESO avrà un pionieristico design ottico a cinque specchi, che include un gigantesco specchio principale (M1) composto da 798 segmenti esagonali. È stato già prodotto più del 70% delle forme grezze degli specchi e dei supporti per questi segmenti, mentre M2 e M3 sono stati fusi e ora sono in fase di lucidatura. I progressi su M4, uno specchio adattivo e flessibile che regolerà la propria forma mille volte al secondo per correggere le distorsioni causate dalla turbolenza dell’aria, sono particolarmente impressionanti: tutti e sei i sottili petali sono completati e vengono ora integrati nell’unità strutturale. Inoltre, tutte e sei le sorgenti laser, altro componente chiave del sistema di ottica adattiva dell’ELT, sono state prodotte e consegnate all’ESO per le verifiche.

Anche tutti gli altri sistemi necessari per completare l’ELT, tra cui il sistema di controllo e le attrezzature necessarie per assemblare e mettere in servizio il telescopio, stanno procedendo bene nello sviluppo o nella produzione. Inoltre, tutti e quattro i primi strumenti scientifici di cui sarà dotato l’ELT sono nella fase finale di progettazione e per alcuni sta per iniziare la fase di produzione. Infine, la maggior parte dell’infrastruttura di supporto per l’ELT si trova ora presso o vicino al Cerro Armazones. Per esempio, l’edificio tecnico che, tra l’altro, sarà utilizzato per lo stoccaggio e il rivestimento di diversi specchi di ELT è completamente costruito e attrezzato, mentre lo scorso anno è entrato in funzione un impianto fotovoltaico che fornisce energia rinnovabile al sito. Si prevede però – aggiunge l’ESO – che il completamento del restante 50% del progetto sarà notevolmente più rapido rispetto alla costruzione della prima metà dell’ELT, che comprendeva il lungo e meticoloso processo di finalizzazione del progetto della stragrande maggioranza dei componenti da produrre per l’ELT. Inoltre, alcuni degli elementi, come i segmenti dello specchio e i relativi componenti di supporto e sensori, hanno richiesto una prototipazione dettagliata e verifiche significative prima di essere prodotti in serie. Per di più, la costruzione è stata influenzata dalla pandemia di Covid-19, con la chiusura del sito per diversi mesi e ritardi nella produzione di molti dei componenti del telescopio. I processi di produzione sono ora completamente ripresi e resi più efficienti, perciò si prevede che la restante metà dell’ELT richiederà solo cinque anni. Tuttavia, – conclude l’ESO – costruire un telescopio così grande e complesso come l’ELT non è esente da rischi finché non è completo e funzionante.

Il direttore generale dell’ESO, Xavier Barcons, afferma: “L’ELT è il più grande della prossima generazione di telescopi terrestri ottici e nel vicino infrarosso e il più avanzato nella costruzione. Raggiungere il 50% di completamento non è un’impresa da poco, date le sfide inerenti a progetti grandi e complessi, ed è stato possibile solo grazie all’impegno di tutti quanti all’ESO, al supporto continuo degli Stati membri dell’ESO e all’impegno dei nostri partner industriali e dei consorzi dedicati agli strumenti. Sono veramente orgoglioso che l’ELT abbia raggiunto questo traguardo”. Il piano è di iniziare le osservazioni scientifiche nel 2028.

Calce armata al grafene: rivoluzione nel mondo delle pitture per edilizia

Calce armata al grafene: rivoluzione nel mondo delle pitture per ediliziaRoma, 6 lug. (askanews) – E’ ritorno al futuro, nel campo dell’edilizia. La calce, materiale principe nelle costruzioni romane, narrato già nell’anno 15 a.C nel “De architectura” di Vitruvio, ha dettato le regole nella cultura costruttiva e decorativa dei palazzi, degli acquedotti e dei porti, influenzando tutta l’urbanistica delle città italiane anche nei secoli a venire. Purtroppo negli ultimi anni gli inquinanti presenti nelle città e le piogge acide hanno inferto un duro colpo alla resistenza dei materiali a base di calce, mettendo in forte discussione le teorie di Vitruvio e la possibilità di utilizzarli ancora. Tutto questo fino a tre anni fa quando una università italiana e due aziende – una italiana e una spagnola – hanno dato vita a una rivoluzionaria scoperta nel campo delle pitture per edilizia, ovvero: CALCENE, la “calce armata” al grafene. Un mix fra passato e futuro, tradizione e innovazione.

Nel 2010 – spiega Gianni Martinetti, Ceo del Gruppo Covema Vernici di cui Sandtex fa parte – due scienziati specializzati nel campo delle nanotecnologie vincono il Premio Nobel per la fisica perché scoprono un materiale rivoluzionario, il Grafene. Già dopo pochi anni da quella scoperta si sviluppano una serie di materiali compositi super sottili, elastici, leggeri e super resistenti, all’avanguardia in diversi campi. Partendo da qui, tre anni fa, decidiamo di approfondire il tema e, in partnership con l’Università di Trieste e l’azienda spagnola Graphenstone, avviamo un progetto innovativo che sta già segnando il futuro delle costruzioni e dell’edilizia”. Il progetto si è concentrato sulle possibili interazioni fra la calce naturale e appunto il grafene con risultati di grande rilevanza: “Dopo studi e numerose prove -ricorda Martinetti- siamo riusciti a mettere a punto la più innovativa rivoluzione sulla calce dai tempi di Vitruvio, ovvero un film di pittura con una resistenza meccanica e un’adesione mai vista prima. Con lo stesso concetto del cemento armato, siamo riusciti a inglobare nel grassello di calce la sottile e robustissima rete di grafene, dando al nostro storico materiale vantaggi inaspettati. Il prodotto che è uscito dai laboratori lo abbiamo chiamato Calcene e lo abbiamo definito, a giusta ragione, la calce armata al grafene. Le sue caratteristiche stanno avendo e avranno un impatto straordinario sulle nostre città che ritroveranno i colori consumati da decenni di inquinanti e piogge acide con un prodotto storico e innovativo che non perde la sua naturalità, la sua origine minerale, la sua sostenibilità e la sua capacità di assorbire la CO2 mentre asciuga in parete”.

Alta adesione e flessibilità, lavabilità, elevata resistenza all’abrasione, alle intemperie, alle piogge acide e semplicità d’uso sono solo alcune delle caratteristiche innovative del Calcene: “Per questi motivi -sottolinea il Ceo Sandtex – riteniamo di essere davanti a un vero e proprio cambio di paradigma, alla prospettiva di ridare alle facciate dei nostri palazzi, in particolare quelli storici, l’antica bellezza e le tonalità di un tempo. Siamo già intervenuti in diversi cantieri che hanno dimostrato l’efficacia del trattamento, i più recenti a Torino e a Napoli. Ma, in collaborazione con Graphenstone, interventi simili sono stati compiuti a Barcellona, ad Alicante, in alcuni palazzi di Auckland, in Nuova Zelanda, e a Kiev, prima dell’inizio della guerra. Ma non solo. Il Calcene è stato utilizzato in diverse tipologie di edifici. Alberghi, negozi, ospedali e persino chiese. Come la Cattedrale di Panama, una costruzione del 1688 che ora ha ritrovato gli antichi colori e la straordinaria bellezza che, nel tempo, era stata, diciamo così, offuscata”. Due i principali lavori in corso in Italia. Torre Caselli è una villa di campagna dei marchesi Caselli ai Colli Aminei, un quartiere di Napoli. Vi abitò il pittore Antonio Bertè che vi tenne il suo studio fino agli inizi degli anni Novanta: “L’edificio -dice Martinetti- era stato abbandonato e risultava in rovina. Con la ristrutturazione e l’applicazione del Calcene in facciata, la costruzione è tornata a splendere nel rispetto del progetto originario. Stessa cosa a Torino, dove però ci siamo occupati degli interni di un palazzo storico che si trova in via Peyron. In particolare siamo intervenuti sulle scale dell’edificio e, anche in questo caso, abbiamo cancellato decenni e decenni di incuria e degrado. Il palazzo, fra le altre cose, è stato uno dei protagonisti della recente edizione di Open House, l’evento dedicato ai luoghi d’interesse in città: architettura, interior design, patrimonio storico, paesaggio urbano”.

Spazio, partita con successo missione Euclid. Importante ruolo Italia

Spazio, partita con successo missione Euclid. Importante ruolo ItaliaRoma, 2 lug. (askanews) – Lanciato con successo il satellite che misurerà gli spettri di milioni di galassie e studierà la materia e l’energia oscura. Determinante il contributo del nostro Paese attraverso l’Agenzia Spaziale Italiana, l’Istituto Nazionale di Astrofisica e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

Euclid è un programma scientifico dell’ESA, uno dei più ambiziosi nel quale l’Italia, attraverso l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), gioca un ruolo da protagonista. Il satellite Euclid ospita un telescopio a specchio di 1,2 metri di diametro e due strumenti scientifici, il VIS (VISible Instrument) e il NISP (Near Infrared Spectrometer Photometer), che avranno l’obiettivo principale di osservare il cielo extragalattico con lo scopo di ottenere immagini con altissima risoluzione e misurare gli spettri di milioni di galassie. Lo scopo scientifico di Euclid è comprendere dettagliatamente la natura della materia oscura e dell’energia oscura, uno dei temi di maggiore interesse nell’astrofisica moderna in quanto queste due componenti, misteriose e invisibili, costituiscono il 95% della composizione dell’universo. La missione raggiungerà questo obiettivo attraverso l’osservazione e lo studio di due fenomeni cosmologici diversi e indipendenti: il lensing gravitazionale debole, cioè l’apparente distorsione dell’immagine delle galassie dovuta alla distribuzione non omogenea della materia oscura lungo la linea di vista, e le oscillazioni acustiche della materia visibile (detta barionica) e il clustering delle galassie. Questo studio combinato porrà vincoli sull’equazione che descrive le proprietà dell’energia oscura, potendo permettere di capire se, ad esempio, questa evolva con l’espansione cosmica o sia necessario considerare modifiche alla teoria della Relatività generale di Einstein. Euclid, che ha una massa di circa 2100 chilogrammi, è stato lanciato oggi dalla piattaforma numero 40 della base di Cape Canaveral Space Force Station con un vettore Falcon 9 e sarà posizionato, nelle prossime settimane, i in orbita attorno al punto lagrangiano L2, uno dei punti di equilibrio gravitazionale del sistema Sole-Terra, a 1,5 milioni di km dal nostro pianeta.

“Oggi è un altro importante giorno per lo spazio italiano sia sotto l’aspetto scientifico sia industriale. Il lancio di Euclid”, sottolinea Teodoro Valente, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana “aprirà nuove strade alla comprensione di noi e dell’Universo che ci circonda. Missioni di questo calibro sono la conferma del ruolo che gioca la ricerca scientifica nello sviluppo della conoscenza e della crescita a tutto tondo. Un importante programma nel quale l’ASI ha coordinato un notevole insieme di realtà nazionali, un lavoro che ci permette di metterle a disposizione di un ambizioso progetto europeo il patrimonio di saper fare e che fa salire il nostro Paese sul palco dei protagonisti. Euclid, che ha visto la collaborazione di oltre 200 fra scienziati e ricercatori italiani, rappresenta una eccellenza che rende lustro alla filiera spaziale italiana”. L’ASI, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), ha guidato il team industriale che ha progettato e realizzato i contributi agli strumenti, formato da un’Associazione Temporanea d’Imprese con OHB Italia mandataria, SAB Aerospace e Temis mandanti mentre la leadership per la realizzazione della piattaforma è stata affidata da ESA a Thales Alenia Space Italia del gruppo Leonardo.

“Con il lancio di Euclid si inaugura una nuova era per la cosmologia”, commenta Marco Tavani, presidente INAF. “È sconcertante pensare come il 95 per cento dell’Universo continui a sfuggirci, nonostante gli enormi balzi nella comprensione del cosmo realizzati negli ultimi decenni. Cos’è la misteriosa materia oscura, che tiene insieme le strutture cosmiche e supera di circa cinque volte quella visibile? E l’energia oscura, ancor più elusiva, che guida l’attuale espansione accelerata del cosmo? Sono questi gli affascinanti interrogativi che affronterà Euclid, un’incredibile missione spaziale europea, di cui l’Italia è tra i maggiori partecipanti. Al nostro Paese fa capo infatti circa un quarto di tutto l’impegno necessario per realizzare e far funzionare il satellite, nonché per sfruttare i risultati scientifici della missione. L’Istituto Nazionale di Astrofisica ha il prestigioso e delicato compito di guidare l’intero Science Ground Segment, che coordina l’elaborazione e l’analisi dell’immensa mole di dati raccolti dalla sonda, una volta inviati a terra. Ha inoltre progettato il software per i due strumenti di bordo, il cervello scientifico della missione, e gestirà, una volta in volo, le operazioni di uno di essi, lo spettrografo per il vicino infrarosso NISP”.

Partita la missione Euclid dell’Esa: studierà l’Universo oscuro

Partita la missione Euclid dell’Esa: studierà l’Universo oscuroRoma, 1 lug. (askanews) – E’ partito il telescopio spaziale Euclid, la missione cosmologica dell’Agenzia spaziale europea concepita con l’obiettivo di esplorare l’evoluzione dell’Universo oscuro, quel 95% composto da materia oscura (25%) ed energia oscura (70%) ad oggi ancora sconosciuto. Il lancio è avvenuto da Cape Canaveral in Florida (Usa) a bordo del razzo Falcon 9 di SpaceX.

Per raggiungere il suo obiettivo scientifico la missione Euclid dell’Esa – a cui l’Italia contribuisce in maniera importante – andrà indietro nel tempo di 10 miliardi di anni, a metà dei quali l’Universo ha iniziato ad accelerare, osservando nell’arco di 6 anni – tanto è programmata per durare la missione, che potrà anche essere estesa – miliardi di galassie tracciando una mappa 3D del 36% del cielo fornendo informazioni sul ruolo della gravità e sulla natura dell’energia oscura e della materia oscura tra i temi di maggiore interesse dell’astrofisica moderna. Il veicolo spaziale (alto 4,7 metri con un diametro di circa 3,7 metri e una massa in orbita di poco meno di 2 tonnellate) è costituito da due componenti principali: il modulo di carico utile che comprende un telescopio di 1,2 m di diametro e due strumenti scientifici, VIS (VISible instrument – camera a lunghezza d’onda visibile) e NISP (Near-Infrared Spectrometer and Photometer – Spettrometro e fotometro nel vicino infrarosso, che ha visto anche il contributo della Nasa) e il modulo di servizio contenente i sistemi del satellite.

Euclid opererà a una distanza di 1,5 milioni di km dalla Terra (dove sono posizionati anche i telescopi spaziali Gaia e James Webb), la sua orbita operativa sarà attorno a un punto noto come punto di Lagrange 2 (L2), circa quattro volte più lontano dalla Terra di quanto non lo sia la Luna, un luogo ideale per osservare l’Universo in quanto l’attrazione gravitazionale del Sole e della Terra si bilanciano quasi esattamente. In oltre 10 anni di attività per arrivare al lancio, Euclid ha coinvolto 300 istituti, 21 nazioni (compresi gli Usa) e circa 5.000 persone. L’Italia, con la guida dell’Agenzia spaziale italiana, partecipa alla missione sia dal punto di vista scientifico che tecnologico a partire dalla responsabilità dello Scientific Ground Segment (SGS) sia per la pianificazione delle osservazioni e del primo controllo di qualità sia per la verifica delle prestazioni degli strumenti in orbita e della riduzione dei dati, dalla telemetria fino ai prodotti necessari per l’analisi scientifica. Il nostro Paese ospita anche uno dei 9 Science Data Center in cui si articola SGS, la cui progettazione e realizzazione è stata affidata ad Altec.

L’Italia ha inoltre fornito l’elettronica di controllo e acquisizione dei dati di VIS e NISP e la ruota che contiene gli elementi dispersori dello spettrometro, sottosistemi che sono stati realizzati dall’industria nazionale, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). Il software di bordo dei due strumenti è stato invece sviluppato da ricercatori dell’INAF. Molte le università coinvolte nella missione: Università di Bologna, Università di Ferrara, Università di Genova, Università Statale di Milano, Sapienza di Roma, Università Roma 3, Università di Torino, Università di Trieste, Università del Salento, SISSA, CISAS.

Thales Alenia Space (Thales 67% e Leonardo 33%) in Italia è primo contraente per la realizzazione del satellite della missione Euclid, integrato a Torino, ed è anche responsabile del suo modulo di servizio. Oltre all’antenna a banda K ad alto guadagno, realizzata nel sito di Roma, strumento dispiegabile e orientabile che consente di raccogliere e amplificare i segnali provenienti dai satelliti, Thales Alenia Space ha fornito anche il transponder X-band, dispositivo utilizzato per ricevere, amplificare e ritrasmettere segnali radio nella banda di frequenza X. Affinché si potessero osservare galassie così distanti, presso gli stabilimenti di Leonardo a Nerviano (MI) e Campi Bisenzio (FI), sono stati realizzati i micropropulsori a gas freddo e il Fine Guidance Sensor (FGS) un “sensore guida”, la versione ipertecnologica e ultraprecisa di un sestante capace di calcolare ogni due secondi l’orientamento del telescopio nello spazio con un’accuratezza finora mai raggiunta da un satellite europeo. Leonardo ha fornito poi i pannelli fotovoltaici che assicureranno l’alimentazione di tutti i sistemi del satellite. La missione è costata 1,4 mld di euro: circa 860 mln dal budget Esa (l’Italia è terzo contributore dell’agenzia spaziale europea con una quota di circa il 12%), 428 mln di euro dal Consorzio Euclid e circa 120 mln dalla Nasa. Dal punto di vista economico, l’Italia ha contribuito a Euclid con circa 80 milioni di fondi nazionali per la scienza, il Ground Segment e i contributi agli strumenti. Il mese successivo al lancio di Euclid sarà dedicato alla fase di commissioning, di verifica del satellite e degli strumenti, i successivi due mesi saranno destinati alle calibrazioni. I primissimi dati sono attesi per l’inizio del prossimo novembre.

Missione Euclid pronta al lancio: farà luce sull’Universo oscuro

Missione Euclid pronta al lancio: farà luce sull’Universo oscuroRoma, 28 giu. (askanews) – Tutto pronto per il lancio di Euclid, la missione cosmologica dell’Agenzia spaziale europea concepita con l’obiettivo di esplorare l’evoluzione dell’Universo oscuro, quel 95% composto da materia oscura (25%) ed energia oscura (70%) ad oggi ancora sconosciuto. Il lancio è programmato per sabato prossimo 1° luglio alle 17.11 ora italiana da Cape Canaveral in Florida (Usa) a bordo del razzo Falcon 9 di SpaceX, con una seconda opportunità di lancio il 2 luglio.

Per raggiungere il suo obiettivo scientifico la missione Euclid dell’Esa – a cui l’Italia contribuisce in maniera importante – andrà indietro nel tempo di 10 miliardi di anni, a metà dei quali l’Universo ha iniziato ad accelerare, osservando nell’arco di 6 anni – tanto è programmata per durare la missione, che potrà anche essere estesa – miliardi di galassie tracciando una mappa 3D del 36% del cielo fornendo informazioni sul ruolo della gravità e sulla natura dell’energia oscura e della materia oscura tra i temi di maggiore interesse dell’astrofisica moderna. Il veicolo spaziale (alto 4,7 metri con un diametro di circa 3,7 metri e una massa in orbita di poco meno di 2 tonnellate) è costituito da due componenti principali: il modulo di carico utile che comprende un telescopio di 1,2 m di diametro e due strumenti scientifici, VIS (VISible instrument – camera a lunghezza d’onda visibile) e NISP (Near-Infrared Spectrometer and Photometer – Spettrometro e fotometro nel vicino infrarosso, che ha visto anche il contributo della Nasa) e il modulo di servizio contenente i sistemi del satellite.

Euclid opererà a una distanza di 1,5 milioni di km dalla Terra (dove sono posizionati anche i telescopi spaziali Gaia e James Webb), la sua orbita operativa sarà attorno a un punto noto come punto di Lagrange 2 (L2), circa quattro volte più lontano dalla Terra di quanto non lo sia la Luna, un luogo ideale per osservare l’Universo in quanto l’attrazione gravitazionale del Sole e della Terra si bilanciano quasi esattamente. In oltre 10 anni di attività per arrivare al lancio, Euclid ha coinvolto 300 istituti, 21 nazioni (compresi gli Usa) e circa 5.000 persone. L’Italia, con la guida dell’Agenzia spaziale italiana, partecipa alla missione sia dal punto di vista scientifico che tecnologico a partire dalla responsabilità dello Scientific Ground Segment (SGS) sia per la pianificazione delle osservazioni e del primo controllo di qualità sia per la verifica delle prestazioni degli strumenti in orbita e della riduzione dei dati, dalla telemetria fino ai prodotti necessari per l’analisi scientifica. Il nostro Paese ospita anche uno dei 9 Science Data Center in cui si articola SGS, la cui progettazione e realizzazione è stata affidata ad Altec.

L’Italia ha inoltre fornito l’elettronica di controllo e acquisizione dei dati di VIS e NISP e la ruota che contiene gli elementi dispersori dello spettrometro, sottosistemi che sono stati realizzati dall’industria nazionale, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). Il software di bordo dei due strumenti è stato invece sviluppato da ricercatori dell’INAF. Molte le università coinvolte nella missione: Università di Bologna, Università di Ferrara, Università di Genova, Università Statale di Milano, Sapienza di Roma, Università Roma 3, Università di Torino, Università di Trieste, Università del Salento, SISSA, CISAS. Thales Alenia Space (Thales 67% e Leonardo 33%) in Italia è primo contraente per la realizzazione del satellite della missione Euclid, integrato a Torino, ed è anche responsabile del suo modulo di servizio. Oltre all’antenna a banda K ad alto guadagno, realizzata nel sito di Roma, strumento dispiegabile e orientabile che consente di raccogliere e amplificare i segnali provenienti dai satelliti, Thales Alenia Space ha fornito anche il transponder X-band, dispositivo utilizzato per ricevere, amplificare e ritrasmettere segnali radio nella banda di frequenza X.

Affinché si potessero osservare galassie così distanti, presso gli stabilimenti di Leonardo a Nerviano (MI) e Campi Bisenzio (FI), sono stati realizzati i micropropulsori a gas freddo e il Fine Guidance Sensor (FGS) un “sensore guida”, la versione ipertecnologica e ultraprecisa di un sestante capace di calcolare ogni due secondi l’orientamento del telescopio nello spazio con un’accuratezza finora mai raggiunta da un satellite europeo. Leonardo ha fornito poi i pannelli fotovoltaici che assicureranno l’alimentazione di tutti i sistemi del satellite. La missione è costata 1,4 mld di euro: circa 860 mln dal budget Esa (l’Italia è terzo contributore dell’agenzia spaziale europea con una quota di circa il 12%), 428 mln di euro dal Consorzio Euclid e circa 120 mln dalla Nasa. Dal punto di vista economico, l’Italia ha contribuito a Euclid con circa 80 milioni di fondi nazionali per la scienza, il Ground Segment e i contributi agli strumenti. Il mese successivo al lancio di Euclid sarà dedicato alla fase di commissioning, di verifica del satellite e degli strumenti, i successivi due mesi saranno destinati alle calibrazioni. I primissimi dati sono attesi per l’inizio del prossimo novembre.

DigithON, a Bisceglie l’appuntamento con l’innovazione

DigithON, a Bisceglie l’appuntamento con l’innovazioneRoma, 26 giu. (askanews) – Restano solo pochi giorni per candidare la propria startup a DigithON 2023: chiude il 30 giugno a mezzanotte la call for ideas per avere la possibilità di essere selezionati, tra centinaia di progetti già pervenuti da ogni parte d’Italia, per le fasi finali della più grande maratona digitale italiana che torna dal 31 agosto al 3 settembre a Bisceglie (BT). Anche l’ottava edizione di DigithON (con un’anteprima nel 2015) sarà una full immersion di quattro giorni nel mondo del digitale, e un’occasione di confronto e connessione tra idee innovative e imprese.

Gli inventors potranno misurarsi con le più brillanti realtà del panorama digitale italiano, potenziare il loro network di contatti, moltiplicare sinergie e occasioni di collaborazione con le aziende, dialogando in maniera diretta con i principali investitori. Non mancheranno oltre alla competition, core event della manifestazione, i grandi eventi in piazza aperti al pubblico: appuntamenti per approfondire con i protagonisti del mondo delle istituzioni, della cultura e delle imprese italiane e internazionali, i temi legati al mondo del digitale e il loro impatto sulla società e sull’economia.

E ancora, ci sarà spazio per interessanti momenti di formazione, con coding bootcamp, stage e sessioni di training gratuiti, realizzati in collaborazione con i partner della manifestazione, con docenti di alto livello e manager d’azienda con esperienza diretta di settore. “È possibile democratizzare l’intelligenza artificiale? Le democrazie avanzate hanno il dovere di porsi il quesito. La società digitale ha cambiato, con una velocità senza precedenti, le relazioni umane da un lato e il capitalismo dall’altro, con un’accelerazione mai vista prima nelle precedenti grandi rivoluzioni industriali. Oggi, al tempo dell’intelligenza artificiale, abbiamo il dovere di dare ai ragazzi tutte le opportunità possibili per essere protagonisti di questi passaggi e, per farlo, DigithON e Confindustria Bari e BAT non si limitano a rilanciare la call for ideas 2023 ma vogliono porre quesiti a imprese e istituzioni in Italia e in Europa”, spiega Francesco Boccia, fondatore di DigithON. “Come si può intervenire su tutti quei lavori le cui funzioni cambieranno per sempre? Oltre il 50% dei lavori cambiano pelle e per quelli che richiedono una laurea si arriva all’80%. Cambia ancora la formazione, dalla scuola a quella di tutti i giorni nelle imprese, il commercio, la comunicazione, il marketing, la progettazione a qualsiasi livello, tutti i servizi nessuno escluso, a partire da quelli alla persona come i sanitari a quelli finanziari e assicurativi; cambia ancora la società e noi abbiamo il dovere di renderla sempre più democratica e trasparente”, aggiunge Boccia.

“Siamo felicissimi di collaborare con DigithON sin dalla sua prima edizione, perché questa manifestazione attira in Puglia i talenti, le competenze e le intelligenze che sono la vera forza delle imprese e che noi dobbiamo cercare di trattenere in Puglia e in Italia senza farli più fuggire”, dichiara il presidente di Confindustria Bari e BAT Sergio Fontana. Da quest’anno, inoltre, in sinergia con EY nasce la EYCup: “Un percorso di mentorship con professionisti EY dedicato ai giovani laureandi e laureati under 30, attraverso cui aiuteremo diversi gruppi di giovani a sviluppare i loro prototipi innovativi che saranno presentati e valutati durante l’evento finale della Startup Competition DigithON”, spiega Luca Grivet Foiaia, Technology Consulting Leader di EY in Italia.

Per partecipare a DigithON 2023 basta registrarsi sul portale digithon.it, nato per creare sul web un luogo virtuale dove aggregare le startup italiane e, contemporaneamente, generare un punto di contatto con investitori, incubatori e acceleratori. La registrazione è completamente gratuita e ogni utente potrà inserire tutti i dettagli della propria startup: dalla descrizione al pitch video, slides e metriche di valutazione più tecniche quali stato dell’idea, numero di dipendenti e fatturato. Come in un social network, ogni iscritto potrà pubblicare i propri aggiornamenti per informare i potenziali investitori delle nuove milestones raggiunte. Tra tutti i progetti pervenuti entro la mezzanotte del 30 giugno 2023, 100 saranno ammessi alla valutazione del comitato scientifico che selezionerà i migliori per la finale. Durante la maratona gli inventors avranno 5 minuti a disposizione per il pitch della loro idea di business e risponderanno alle domande degli analisti e degli investitori per aggiudicarsi l’ambito trofeo DigithON 2023 che porta con sé anche un assegno di € 10.000, offerto da Confindustria Bari e BAT, e numerosi altri riconoscimenti tra borse di studio, promozione, grant economici e percorsi di accelerazione messi a disposizione dalle aziende partner, per un valore complessivo di oltre € 50.000. Per supportare e far vincere la propria startup preferita si può partecipare online attraverso la pagina web www.digithon.it; come sempre, anche il voto social, tramite i canali Facebook, Instagram e Twitter, avrà una specifica rilevanza ai fini della classifica finale. I vincitori di DigithON 2023 saranno annunciati la mattina del 3 settembre alle Vecchie Segherie di Bisceglie (BT), e riceveranno il premio dal Presidente di Confindustria Bari e BAT, Sergio Fontana.