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Tecnologia, in Italia nuovo passo verso la supremazia quantistica

Tecnologia, in Italia nuovo passo verso la supremazia quantisticaRoma, 26 set. (askanews) – Un team di ricercatori italiani, coordinati da Enrico Prati dell’Università Statale di Milano, ha dimostrato che utilizzando l’intelligenza artificiale su un computer quantistico si rilevano gli attacchi informatici più velocemente che con i computer tradizionali. Il risultato, ottenuto in collaborazione con il Politecnico di Milano, è stato ottenuto programmando il computer canadese D-Wave Advantage da 5.000 bit quantistici (qubit) e impiegando un database da 3 milioni di pacchetti di traffico internet.

“Due anni fa avevamo già dimostrato un nuovo modo di programmare l’algoritmo di intelligenza artificiale quantistica sviluppato in origine dalla Nasa, chiamato macchina di Boltzmann e ispirato a quello adottato tra gli altri da Netflix per raccomandare i film”, spiega il fisico teorico della materia condensata Prati. “In quel caso però i risultati erano limitati a piccoli database dimostrativi, anche per le limitazioni dei computer quantistici di allora. Lo sviluppo dell’hardware è così rapido che oggi siamo in grado di trattare database realistici come quelli tipici della cybersecurity. Quello che osserviamo è che vi sono condizioni per le quali impiegare il computer quantistico è più rapido, anche fino a 64 volte, che non a usare un computer tradizionale”. É la prima volta – spiegano Statale e Polimi in una nota – che si osserva un vantaggio quantistico su dati reali, dopo gli annunci della supremazia quantistica di Google e del computer quantistico cinese che consideravano problemi dimostrativi su piccola scala.

“Il metodo di apprendimento è stato applicato a database reali di traffico internet, quelli solitamente usati per addestrare i sistemi di protezione dei nostri dati da parte delle grandi aziende come Amazon o Microsoft, e dalle istituzioni governative. In questa ricerca si effettua un addestramento della rete di neuroni quantistici e poi la si richiama per esaminare ogni pacchetto di dati. In questa fase, in misura maggiore o minore a seconda della struttura dei dati esaminati, si presenta il vantaggio”, prosegue il coordinatore della ricerca. “Questo tipo di analisi informatica si chiama ‘anomaly detection’ perché è in grado di individuare tra milioni di pacchetti quelli anomali, e quindi da verificare perché potenzialmente rivelatori di un attacco”, continua Lorenzo Moro, il ricercatore del Politecnico di Milano che ha programmato l’algoritmo e oggi fondatore della prima startup italiana di software quantistico QBrain. “Una delle idee impiegate è consistita nel trovare un modo di replicare più copie alla volta del programma sullo stesso processore quantistico per abbattere ulteriormente il tempo di esecuzione. Abbiamo trovato un modo per sfruttare con maggiore efficienza l’hardware quantistico che era già disponibile”.

Le ricadute dell’intelligenza artificiale quantistica non si rivolgono solo alla cybersicurezza informatica ma si rivolgono a molti ambiti di applicazione, dalla salute all’aerospazio, dall’ottimizzazione dei processi industriali alla finanza, dal riconoscimento di immagini alla chimica. “I computer quantistici stanno iniziando a esprimere le prime evidenze dei loro vantaggi. É uno sviluppo che richiede ancora qualche anno ma, una volta giunti a maturità, non saranno più superabili nemmeno dai supercomputer – conclude Prati – per questo enti governativi e industrie stanno investendo esponenzialmente nel settore”.

Osiris-Rex, i campioni dell’asteroide in viaggio verso Houston

Osiris-Rex, i campioni dell’asteroide in viaggio verso HoustonRoma, 25 set. (askanews) – Dopo anni di attesa e duro lavoro da parte del team Osiris-Rex (Origins, Spectral Interpretation, Resource Identification and Security – Regolith Explorer) della Nasa, una capsula di rocce e polvere raccolta dall’asteroide Bennu è arrivato sulla Terra ieri, alle 16.52 ora italiana, in un’area mirata del Department of Defense’s Utah Test and Training Range vicino a Salt Lake City.

Nel giro di un’ora e mezza, – informa la Nasa – la capsula è stata trasportata in elicottero in una camera bianca temporanea allestita in un hangar sul campo di addestramento, dove ora è collegata a un flusso continuo di azoto, un gas che non interagisce con la maggior parte delle altre sostanze chimiche. Un flusso continuo di questo gas nel contenitore del campione all’interno della capsula terrà fuori i contaminanti terrestri per lasciare il campione puro per le analisi scientifiche. I campioni raccolti su Bennu aiuteranno gli scienziati di tutto il mondo a comprendere meglio la formazione dei pianeti e l’origine delle sostanze organiche e dell’acqua che hanno portato alla vita sulla Terra, oltre a fornire ulteriori informazioni sugli asteroidi potenzialmente pericolosi come Bennu.

Il campione di Bennu – circa 250 grammi – sarà trasportato oggi in aereo nel suo contenitore sigillato al Johnson Space Center della Nasa a Houston. Gli scienziati smonteranno il contenitore, estrarranno e peseranno il campione, faranno un inventario delle rocce e della polvere e, nel tempo, distribuiranno frammenti di Bennu agli scienziati di tutto il mondo. “Oggi segna una pietra miliare straordinaria non solo per il team di Osiris-Rex, ma per la scienza nel suo complesso”, ha detto Dante Lauretta, ricercatore principale per Osiris-Rex presso l’Università dell’Arizona a Tucson. “Il successo della consegna dei campioni da Bennu alla Terra è un trionfo di ingegno collaborativo e una testimonianza di ciò che possiamo realizzare quando ci uniamo con uno scopo comune. Ma non dimentichiamo: mentre questo può sembrare la fine di un capitolo incredibile, è davvero solo l’inizio di un altro. Ora abbiamo l’opportunità senza precedenti di analizzare questi campioni e approfondire i segreti del nostro sistema solare”.

L’astronauta Esa Mogensen pronto ad assumere il comando della Iss

L’astronauta Esa Mogensen pronto ad assumere il comando della IssRoma, 25 set. (askanews) – L’astronauta dell’Agenzia spaziale europea Andreas Mogensen si appresta ad assumere l’incarico di comandante della Stazione Spaziale Internazionale, il sesto europeo a rivestire questo importante ruolo affidato in passato anche agli astronauti italiani dell’Esa Luca Parmitano e Samantha Cristoforetti, prima donna europea al comando della Stazione. Il passaggio di consegne tra l’attuale comandante, Sergey Prokopyev, e il danese Mogensen avverrà domani, 26 settembre, alle 15.40 e sarà trasmesso in diretta sulla WebTv dell’Esa.

Andreas Mogensen è arrivato sulla Iss circa un mese fa e in questo periodo ha condotto diversi esperimenti scientifici e dimostrazioni tecnologiche: dallo studio dei ritmi del sonno in orbita al monitoraggio della salute e alla fotografia di fulmini dallo spazio. Alla sua attività scientifica da domani si affiancherà anche il compito di guidare l’equipaggio dell’Expedition 70 per l’intera durata della sua missione Huginn che si concluderà all’inizio del 2024. “È bello avere Andreas come comandante della Iss. Andreas è il sesto astronauta europeo ad assumere questo ruolo, che è un segno di riconoscimento da parte dei nostri partner internazionali per la qualità dei nostri astronauti europei. Sono felice di vedere la leadership europea nello spazio, così come Andreas diventare il comandante europeo più longevo. Auguro a lui e all’equipaggio della Expedition 70 un periodo meraviglioso e di successo sulla Stazione Spaziale Internazionale”, afferma Daniel Neuenschwander, direttore dell’Esplorazione Umana e Robotica dell’Esa.

Come comandante della Stazione Spaziale, Andreas sarà responsabile di garantire la sicurezza, la buona salute e il benessere dell’equipaggio della Stazione Spaziale mentre li dirige come un’unica squadra. Lavorerà anche con il direttore di volo a terra per supervisionare tutte le attività e le operazioni sulla Iss. Durante il suo comando arriveranno diversi veicoli cargo, così come Axiom-3 con l’astronauta svedese del progetto Esa Marcus Wandt. Il cambio di comando della Stazione Spaziale avverrà il giorno prima del rientro sulla Terra dell’attuale comandante Sergey Prokopyev. L’avvicendamento – ricorda l’Esa – è segnato da una cerimonia tradizionale in cui tutti i membri dell’equipaggio si riuniscono. Il comandante uscente tiene un discorso e consegna la chiave simbolica della Stazione Spaziale al prossimo comandante che condivide alcune parole sulle loro nuove responsabilità.

Osiris-Rex, in arrivo i campioni prelevati dall’asteroide Bennu

Osiris-Rex, in arrivo i campioni prelevati dall’asteroide BennuRoma, 22 set. (askanews) – A distanza di sette anni dal lancio, avvenuto nel settembre 2016, la missione della Nasa Osiris-Rex si appresta a portare a casa il suo bottino: i campioni dell’asteroide Bennu, contenuti in una capsula che atterrerà nel deserto dello Utah domenica 24 settembre.

La prima missione dell’agenzia spaziale statunitense con l’obiettivo di prelevare e riportare sulla Terra frammenti di un asteroide è arrivata a destinazione nel 2018 e ha trascorso due anni in orbita attorno al corpo celeste per studiarne il terreno e la conformazione per scegliere il punto più adatto alla toccata e fuga necessaria per il prelievo del materiale, avvenuto con successo il 20 ottobre 2020. “Ho lavorato sulle immagini raccolte da Osiris-Rex durante la sua orbita intorno a Bennu per individuare il sito più adatto al prelievo”, spiega ad askanews Maurizio Pajola, ricercatore all’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) di Padova e membro del team scientifico della missione Osiris-Rex. “Il tipo di superficie alla fine ci ha dato una mano, ha opposto meno resistenza del previsto e quindi siamo riusciti a penetrare con il braccio robotico più a fondo e a raccogliere molto più del quantitativo minimo atteso di 60 grammi. Nella capsula dovrebbero esserci circa 250 grammi di materiale, tra rocce e polvere, ma lo si saprà con esattezza solo dopo che il contenitore verrà aperto”.

Una volta effettuato il prelievo, nel 2021 la sonda ha lasciato l’asteroide per iniziare il suo lungo viaggio verso la Terra che si concluderà domenica prossima, 24 settembre, quando a poco più di 100.000 chilometri dal nostro pianeta – alle 12.42 ora italiana – rilascerà la capsula con i campioni che entrerà in atmosfera a una velocità di oltre 40.000 km orari. Velocità che si ridurrà rapidamente per l’attrito fino a raggiungere, grazie all’apertura del paracadute, una velocità di poco meno di 18 km/h e finalmente toccare, alle 16.55 ora italiana, il suolo desertico dello Utah. A guidare la sonda nel suo rientro sulla Terra ci pensa il sensore d’assetto stellare realizzato da Leonardo a Campi Bisenzio. A partire dal suo lancio nel 2016 e durante tutta la vita della missione, come una “bussola dello spazio”, il sensore d’assetto realizzato da Leonardo ha fornito i dati sulla posizione della sonda, grazie alla mappa stellare memorizzata nel suo software, che conta oltre 3.000 stelle: lo star tracker calcola in ogni istante – 10 volte in un secondo – l’orientamento del satellite fornendo al computer di bordo le informazioni per tenerlo sulla rotta prestabilita.

Inoltre, durante l’avvicinamento e la raccolta dei campioni del suolo nel 2020, il sensore d’assetto ha svolto un ruolo cruciale per il posizionamento accurato di Osiris-Rex rispetto all’asteroide Bennu. Il sensore ha infatti permesso di effettuare manovre di precisione per avvicinarsi alla sua superficie con cautela e poi ha contribuito a garantire una posizione stabile e sicura per la raccolta del materiale. Negli stabilimenti Leonardo del Regno Unito è stato realizzato il sensore infrarosso per lo strumento Thermal Emission Spectrometer (OTES), fornito all’Arizona State University (ASU), che ha permesso di contribuire a individuare i minerali presenti sull’asteroide, raccogliere dati termici e permettere agli scienziati di comprendere meglio la composizione di Bennu. “Bennu è un asteroide di 500 metri di diametro, ricco di composti organici di cui il carbonio è l’elemento fondamentale, ha una superficie molto scura e che presenta una certa porosità, elemento questo che ha reso meno rischioso il touch and go per il prelievo dei campioni”, racconta Pajola. “Gli asteroidi come Bennu sono ricchi di composti organici e per questo riteniamo che abbiano favorito lo sviluppo della vita. Il valore aggiunto che l’analisi dei campioni di Bennu porterà alle nostre conoscenze – prosegue il ricercatore – deriva dal fatto che si tratta di un asteroide ‘primitivo’, cioè è un buon rappresentante di quei mattoni primordiali che hanno portato alla formazione di pianeti come la Terra. Di questi asteroidi primitivi abbiamo pochissimi campioni perché, proprio per la loro composizione friabile, quando precipitano, a contatto con l’atmosfera, si sbriciolano. Ecco dunque perché bisogna procurarseli in loco”. Una volta recuperata la capsula, i campioni saranno portati al Johnson Space Center della Nasa a Houston, in Texas, e potranno essere studiati da scienziati di tutto il mondo.

La sonda però non ha concluso il suo viaggio. Allontanatasi in sicurezza dalla Terra dopo aver consegnato il suo prezioso carico, la navicella si dirigerà verso il suo nuovo obiettivo: Apophis. A partire dal 2029 studierà questo asteroide roccioso, di circa 370 metri di diametro, destinato a compiere un sorvolo ravvicinato alla Terra. Nuovo obiettivo, nuovo nome: non più Osiris-Rex ma Osiris-Apex (Apophis Explorer).

Astronomia, esopianeta GJ 367 b: ultra-denso con un cuore di ferro

Astronomia, esopianeta GJ 367 b: ultra-denso con un cuore di ferroRoma, 15 set. (askanews) – L’esopianeta GJ 367 b ha una densità quasi doppia rispetto a quella della Terra e questo suggerisce che sia costituito quasi interamente di ferro. A scoprirlo Elisa Goffo, dottoranda presso il Dipartimento di Fisica dell’Università di Torino e il Thüringer Landessternwarte (Germania), insieme a un team di ricerca internazionale. Lo studio, di cui Goffo è prima autrice, è stato pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal Letters”.

Negli ultimi decenni, gli astronomi hanno scoperto diverse migliaia di pianeti extrasolari. I pianeti extrasolari orbitano attorno a stelle al di fuori del nostro sistema solare. La nuova frontiera in questo campo di ricerca include lo studio della loro composizione e struttura interna, al fine di comprendere meglio il loro processo di formazione. La ricercatrice – informa Unito – fa parte della collaborazione internazionale KESPRINT che ha confermato come l’esopianeta, che impiega sole 7.7 ore a compiere una rivoluzione attorno alla sua stella, sia anche ultra-denso. La densità di un pianeta viene determinata a partire dalla sua massa e dal suo raggio. Il pianeta GJ 367 b è denominato ultra-denso perché i ricercatori hanno scoperto che la sua densità è di 10,2 grammi per centimetro cubo. Si tratta di una densità quasi doppia rispetto a quella della Terra, il che suggerisce che questo pianeta extrasolare sia costituito quasi interamente di ferro.

Una simile composizione per un pianeta è molto rara e pone diversi interrogativi sulla sua formazione. “Si potrebbe paragonare GJ 367 b a un pianeta simile alla Terra che ha però perso il suo mantello roccioso. Questo potrebbe avere importanti implicazioni sulla sua formazione. Ipotizziamo infatti che il pianeta possa essere stato inizialmente simile alla Terra, con un core denso di ferro circondato da uno spesso mantello ricco di silicati. Un evento catastrofico potrebbe aver stappato il mantello di GJ 367 b, scoprendo il denso core del pianeta. In alternativa GJ 367 b potrebbe essere nato in una regione del disco protoplanetario ricca di ferro”, spiega Elisa Goffo. Durante l’osservazione di GJ 367 b, il team ha scoperto altri due pianeti di piccola massa che orbitano intorno alla stella GJ 367, rispettivamente in 11,5 e 34 giorni. Insieme questi tre pianeti e la loro stella costituiscono un sistema planetario extrasolare.

GJ 367 b è stato individuato per la prima volta dal telescopio spaziale della Nasa Tess (Transiting Exoplanet Survey Satellite). TESS utilizza il metodo dei transiti per misurare il raggio degli esopianeti, oltre ad altre proprietà. I ricercatori dell’Università di Torino e del Thüringer Landessternwarte hanno utilizzato misure di velocità radiale, ottenute con lo spettrografo HARPS dell’ESO, per determinare con precisione la sua massa e confermare che il pianeta ha una densità molto elevata. Lo spettrografo HARPS è uno strumento ad alta precisione installato presso il telescopio con uno specchio di 3,6 metri di diametro dell’European Southern Observatory (ESO) a La Silla, in Cile. Il consorzio di ricerca KESPRINT, composto da oltre 40 membri di nove Paesi (Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Italia, Giappone, Spagna, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti), è specializzato nella conferma e nella caratterizzazione di esopianeti transitanti individuati da diversi telescopi spaziali. Per determinare la densità di GJ 367 b, il team ha ottenuto quasi 300 misure in due anni utilizzando lo spettrografo HARPS, nell’ambito di una campagna osservativa coordinata dal professor Davide Gandolfi, docente del Dipartimento di Fisica dell’Università di Torino. Grazie a queste numerose osservazioni i ricercatori sono riusciti a misurare la densità con grande precisione.

“Grazie all’intensa campagna osservativa con lo spettrografo HARPS abbiamo anche rivelato la presenza di altri due pianeti di piccola massa con periodi orbitali di 11,5 e 34 giorni. Questo riduce il numero di scenari possibili che potrebbero aver portato alla formazione di un pianeta così denso”, afferma Davide Gandolfi. “Mentre GJ 367 b potrebbe essersi formato in un ambiente ricco di ferro, non escludiamo uno scenario di formazione che coinvolga eventi violenti e catastrofici come la collisione tra pianeti”. Artie Hatzes, direttore del Thüringer Landessternwarte, sottolinea l’importanza di questa scoperta: “GJ 367 b è un caso estremo. Prima di poter sviluppare valide teorie sulla sua formazione abbiamo dovuto misurare con elevata precisione la sua massa e il suo raggio. Ci aspettiamo che un sistema planetario sia composto da diversi pianeti, quindi era importante cercare e trovare altri pianeti in orbita nel sistema – studiare cioè la sua architettura”.

Misure simultanee da due missioni fanno luce sulla corona solare

Misure simultanee da due missioni fanno luce sulla corona solareRoma, 14 set. (askanews) – Grazie all’intuizione del team di missione della sonda Esa/Nasa Solar Orbiter e a una accurata sequenza di manovre in volo per sfruttare il concomitante supporto osservativo di Parker Solar Probe, un altro veicolo spaziale destinato allo studio del Sole, sono state realizzate per la prima volta in assoluto misure simultanee della struttura a grande scala della corona solare e delle sue proprietà cinetiche e microfisiche. I risultati dello studio, pubblicati oggi in un articolo sulla rivista “The Astrophysical Journal Letters” e ottenuti da un team internazionale a guida Inaf a cui partecipano anche ricercatori dell’Università di Firenze, Agenzia Spaziale Italiana e Consiglio Nazionale delle Ricerche, indicano che i fenomeni di turbolenza siano i principali responsabili del riscaldamento della corona solare alle temperature osservate, gettando così nuova luce su un enigma cosmico che dura ormai da parecchi decenni.

L’atmosfera del Sole è chiamata corona. È costituita da un gas elettricamente carico – il cosiddetto plasma – e ha una temperatura di circa un milione di gradi Celsius. La sua temperatura è un mistero per gli scienziati perché la superficie del Sole è di “appena” 6000 gradi. La corona dovrebbe essere più fredda della superficie perché l’energia del Sole proviene dalle reazioni di fusione nucleare che avvengono nelle sue regioni centrali e la temperatura diminuisce progressivamente via via che ci si allontana da esse. Eppure la corona è più di 150 volte più calda della superficie. Deve esserci un altro metodo per trasferire l’energia nel plasma, ma quale? Da tempo – informano Inaf e Asi una nota – si sospetta che la turbolenza nell’atmosfera solare possa provocare un riscaldamento significativo del plasma nella corona. Ma quando si tratta di studiare questo fenomeno, i fisici solari si scontrano con un problema pratico: è impossibile raccogliere tutti i dati necessari con un solo veicolo spaziale. Per avere un quadro completo, sono intanto necessari almeno due veicoli spaziali. Oggi, questa prima richiesta è soddisfatta grazie a Solar Orbiter e alla sonda Parker Solar Probe della Nasa. Solar Orbiter è stato progettato per avvicinarsi il più possibile al Sole ed eseguire operazioni di telerilevamento e misurazioni in situ. Parker Solar Probe rinuncia in gran parte al telerilevamento per avvicinarsi ancora di più alla nostra stella, realizzando misurazioni in situ.

Ma per sfruttare appieno le loro caratteristiche complementari, i due veicoli spaziali devono utilizzare i loro strumenti simultaneamente e Parker Solar Probe deve trovarsi nel campo visivo di uno degli strumenti di Solar Orbiter. In questa configurazione, Solar Orbiter può registrare le conseguenze su larga scala di ciò che Parker Solar Probe sta misurando in loco. Daniele Telloni, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) a Torino, fa parte del team scientifico dello strumento Metis a bordo di Solar Orbiter. Metis è un coronografo progettato da Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), Università di Firenze, Università di Padova, Cnr-Ifn, e realizzato dall’Agenzia Spaziale Italiana con la collaborazione dell’industria italiana, che riesce a bloccare la luce proveniente dalla superficie del Sole e fotografa con elevato contrasto e livello di dettaglio la corona. Metis insomma è lo strumento perfetto da utilizzare per le misurazioni su larga scala delle regioni più esterne dell’atmosfera solare.

Così, Telloni e il suo team hanno iniziato a cercare date e orari in cui Parker Solar Probe si sarebbe trovato nella giusta posizione per realizzare osservazioni congiunte con Solar Orbiter, scoprendo che questo sarebbe avvenuto il 1 giugno 2022. Rimaneva però ancora un problema da superare: pur trovandosi nella giusta posizione reciproca la sonda Parker Solar Probe sarebbe comunque rimasta appena fuori del campo di vista di Metis, vanificando così la fortunata configurazione orbitale. Da ulteriori analisi, Telloni si è reso conto che per risolvere il problema era necessario impartire delle correzioni nell’assetto di Solar Orbiter, ovvero una rotazione di 45 gradi e poi un puntamento leggermente disassato rispetto al Sole. Manovre queste, seppur apparentemente semplici, che hanno allertato il team operativo del veicolo spaziale, per il rischio di un possibile danneggiamento causato da una diversa esposizione alle radiazioni solari della strumentazione del veicolo spaziale. Tuttavia, una volta chiarito il potenziale ritorno scientifico della manovra, il via libera è arrivato con grande convinzione. Tutte le procedure sono state quindi eseguite alla perfezione, le due sonde si sono trovate nella configurazione prevista ed è stato così possibile effettuare le prime misurazioni simultanee della configurazione su larga scala della corona solare e delle proprietà microfisiche del plasma che lo compone.

“Questo lavoro è il risultato del contributo di moltissime persone e per coordinarlo servivano competenze sia sull’ambiente coronale che eliosferico”, continua Daniele Telloni. “Io ho avuto la fortuna e il privilegio di avere come mentori due giganti della fisica coronale e dello spazio interplanetario, Ester Antonucci e Roberto Bruno, rispettivamente, entrambi dell’Inaf”. Confrontando i dati misurati con le previsioni teoriche sviluppate nel corso degli anni, il team ha dimostrato che i fisici solari avevano quasi certamente ragione nell’identificare la turbolenza come un modo efficiente per trasferire energia dalla superficie del Sole agli strati più esterni della sua atmosfera. “Questo è solo l’ultimo di una serie di importanti risultati ottenuti grazie ai dati acquisiti da Metis e dimostra quanto sia utile poter combinare dati simultanei di remote sensing e misure in-situ del vento solare, consentendo di studiare processi fisici come quelli legati al riscaldamento coronale su tutte le scale spaziali di interesse” dichiara Marco Stangalini, ricercatore e responsabile di programma Asi della missione Solar Orbiter. Il modo specifico in cui la turbolenza agisce è non dissimile da quello che accade quando si mescola il caffè in una tazza. Stimolando i movimenti casuali di un fluido, sia esso un gas o un liquido, l’energia viene trasferita su scale sempre più piccole, arrivando a trasformarsi in calore. Nel caso della corona solare, il fluido che la compone è anche magnetizzato e quindi l’energia magnetica immagazzinata è disponibile per essere convertita in calore. Questo trasferimento di energia magnetica e cinetica da scale più grandi a scale più piccole è l’essenza stessa della turbolenza. Alle scale più piccole, permette alle fluttuazioni di interagire con le particelle elementari, soprattutto protoni, e di riscaldarle. Saranno ancora necessarie ulteriori indagini prima di poter affermare che l’enigma del riscaldamento solare è risolto, ma ora, grazie al lavoro del team di Telloni, i fisici solari hanno a disposizione la prima misura di questo processo.

Arianespace, contratto con Intelsat per lancio IS-45 con Ariane 6

Arianespace, contratto con Intelsat per lancio IS-45 con Ariane 6Roma, 12 set. (askanews) – Arianespace ha annunciato oggi un contratto con Intelsat per lanciare il satellite l’IS-45 con Ariane 6. IS-45 – del peso di circa 1 tonnellata al lancio, progettato e costruito da SWISSto12, sulla base dell’innovativa piattaforma HummingSat dell’azienda stessa – volerà a bordo di un Ariane 6 (nella sua versione pesante Ariane 64, condivisa con i co-passeggeri). L’obiettivo di lancio è la prima metà del 2026.

Quest’anno – informa una nota – segna il quarto decennio da quando Arianespace ha iniziato la sua storica relazione con Intelsat. Arianespace lanciò Intelsat 507 a bordo di un Ariane 1 della Guyana Francese nell’ottobre 1983, avviando una partnership che ha superato la prova del tempo e cinque diverse varianti del razzo Ariane. IS-45 sarà il terzo carico Intelsat assegnato ad Ariane 6 dopo IS-41 e IS-44. “Arianespace è onorata della sua partnership di quattro decenni con la società satellitare leader mondiale, Intelsat” ha detto Stéphane Israël, amministratore delegato di Arianespace. “Nel 1983, Arianespace ha lanciato il primo di quelli che sarebbero diventati decine di satelliti per Intelsat. Siamo felici di costruire su un patrimonio di fiducia per lanciare IS-45 a bordo di un Ariane 64 nel 2026”.

“Dopo decenni di lanci di successo con Arianespace, siamo sicuri che Ariane 6 fornirà l’efficienza e la flessibilità necessarie per le nostre missioni future”, ha detto Jean-Luc Froeliger, Intelsat senior VP dei sistemi spaziali.

Spazio, dall’Ue 166 mln per sostenere 54 progetti di ricerca

Spazio, dall’Ue 166 mln per sostenere 54 progetti di ricercaRoma, 8 set. (askanews) – La Commissione ha annunciato i risultati degli inviti a presentare proposte 2022-2023 per progetti di ricerca legati allo spazio nell’ambito del programma Horizon Europe. Un totale di 166 milioni di euro sosterranno 54 progetti di ricerca spaziale, attuati dall’Agenzia esecutiva europea per la salute e il digitale (HaDEA) e dall’Agenzia per il programma spaziale dell’Ue (Euspa), con l’obiettivo di apportare innovazioni nel settore. Start up e Pmi rappresentano circa il 25% dei partecipanti selezionati, ricevendo quasi il 30% dei finanziamenti stanziati.

I progetti selezionati – informa la Commissione – contribuiranno a rafforzare sia il programma spaziale dell’Unione europea che altre priorità di ricerca spaziale in vari settori, dall’osservazione della Terra al sistema europeo globale di navigazione satellitare (Egnos), alle telecomunicazioni sicure e all’accesso autonomo allo spazio. I progetti coprono un’ampia gamma di applicazioni, dal monitoraggio dei gas serra e degli aerosol all’osservazione delle coste e delle colture, e affrontano anche le esigenze in orbita e la scienza. La selezione rafforzerà la competitività e l’autonomia tecnologica dell’Unione e porterà allo sviluppo di nuovi servizi e applicazioni a valle per Copernicus, Galileo, il servizio europeo di copertura per la navigazione geostazionaria (Egnos) e il programma di comunicazioni satellitari governative dell’Unione europea (GovSatCom).

Si prevede che i progetti legati allo spazio riceveranno quasi 1,6 miliardi di euro in totale durante i sette anni di attuazione di Orizzonte Europa, corrispondenti a una media di 225 milioni di euro all’anno, comprese le attività delegate all’Agenzia spaziale europea (Esa).

Erc Advanced Grant a Elena Pancino (Inaf) per la danza delle stelle

Erc Advanced Grant a Elena Pancino (Inaf) per la danza delle stelleRoma, 8 set. (askanews) – Dal primo novembre prossimo e per i successivi cinque anni, Elena Pancino – ricercatrice Inaf a Firenze – guiderà il progetto europeo “StarDance” che, con un budget di 2,5 mln di euro messo a disposizione dall’European Research Council (Erc) attraverso un Advanced Grant, cercherà di dare risposta a una domanda fondamentale aperta da decenni: “Come si formano le stelle?”.

StarDance – informa l’Istituto nazionale di astrofisica – studierà le proprietà fisiche e chimiche delle popolazioni stellari esotiche negli ammassi stellari e nella popolazione di campo della Via Lattea, per comprovare la nuova ipotesi proposta da Elena Pancino basata sullo studio di un tipo di stelle “non-canoniche”, risultato di interazioni tra stelle binarie che si fonderebbero dando origine a un’unica stella più massiccia. Queste popolazioni di stelle verranno studiate soprattutto negli ammassi stellari, sia aperti che globulari, ovvero le “culle” entro cui la maggior parte delle stelle si forma, rendendoli quindi ambienti molto attivi dal punto di vista chimico e dinamico. Proprio di questi ammassi, a oggi non è ancora del tutto chiaro quale sia il meccanismo di formazione, soprattutto per i più antichi (i globulari), né se la formazione stellare nell’universo primordiale fosse diversa da quella che è possibile osservare oggi. Alcune di queste stelle esotiche attendono da decenni una interpretazione certa della loro origine. La definizione deriva da alcune loro caratteristiche peculiari: per esempio una composizione chimica anomala, il tipo di rotazione o la loro estrema ricchezza di litio, oppure la perdita di una parte importante della loro atmosfera.

Il titolo accattivante del progetto StarDance richiama la danza delle stelle, un concetto spesso usato per descrivere il percorso di oggetti che gravitano l’uno attorno all’altro. “Nel mio progetto, metterò assieme la danza delle stelle che da sole ruotano molto velocemente sul loro asse, delle stelle binarie che ruotano l’una attorno all’altra, e degli ammassi stellari in cui migliaia o addirittura milioni di stelle seguono i loro percorsi non-deterministici, solitarie o in coppie e multipli, sotto l’azione del comune campo gravitazionale” spiega Elena Pancino. “Con StarDance – prosegue – avrò la possibilità di mettere alla prova una mia nuova ipotesi, secondo cui le interazioni tra stelle molto vicine tra loro, con scambio di massa e anche con la fusione delle due stelle, possono spiegare tutte le osservazioni in maniera naturale e organica. L’ambizione sta nel fatto che il progetto richiede una batteria di test ad ampio spettro, con osservazioni che vanno dalla banda dei raggi X fino all’infrarosso, ottenute per di più con tecniche diversissime, dalle più classiche fino all’intelligenza artificiale, e richiede anche competenze astrofisiche molto variegate. In sostanza, per la prima volta si guarderà il problema da diversi angoli in maniera organica e spaziando tra diversi campi di ricerca che tradizionalmente non comunicano molto tra loro”.

Questa ricerca si inserisce in un contesto scientifico già in grande fermento nel campo della formazione e dell’evoluzione stellare, grazie anche al contributo della missione astrometrica europea Gaia e altre missioni spaziali e grandi survey da Terra, che stanno producendo una enorme mole di dati di altissima qualità ancora lontana, però, dall’essere interpretata in modo soddisfacente. In questo contesto, gli ammassi stellari si confermano come potenti laboratori astrofisici da utilizzare per testare i modelli teorici. “Io e il mio gruppo potremo contare su una enorme mole di lavoro fatta dalla comunità a cui apparteniamo. Tuttavia, l’Erc finanzia progetti alla cui base c’è un elemento di novità o di rottura con il passato, soprattutto dove ci sono grandi problemi aperti da lungo tempo, a cui le tecniche tradizionali non hanno saputo dare finora una risposta, proprio come nel nostro caso” conclude Pancino.

Esa nella missione giapponese XRISM, studierà Universo a raggi X

Esa nella missione giapponese XRISM, studierà Universo a raggi XRoma, 7 set. (askanews) – Esplorare la crescita degli ammassi di galassie, la composizione chimica dell’Universo e gli estremi dello spazio-tempo. Questo l’obiettivo della missione XRISM (X-Ray Imaging and Spectroscopy Mission) della Japan Aerospace Exploration Agency (Jaxa) in collaborazione con la Nasa e una significativa partecipazione dell’Agenzia spaziale europea, decollata oggi su un razzo H-IIA dal Tanegashima Space Center in Giappone, insieme al lander lunare Slim (Smart Lander for Investigating Moon).

L’Esa e le istituzioni europee hanno contribuito con linee guida scientifiche e tecnologie vitali a XRISM, anche per gli strumenti scientifici e per i sistemi che mantengono XRISM puntato e orientato correttamente. In cambio di questi contributi, informa l’Esa, all’agenzia spaziale europea verrà assegnato l’8% del tempo di osservazione disponibile di XRISM. Ciò consentirà agli scienziati europei di proporre obiettivi cosmici da osservare nella luce a raggi X e fare progressi in questo settore dell’astronomia. “L’Esa – dichiara Matteo Guainazzi, scienziato del progetto XRISM dell’Esa – ha già una forte eredità e presenza nell’astronomia delle alte energie. Le nostre missioni XMM-Newton e Integral hanno studiato l’Universo nei raggi X e nei raggi gamma per oltre due decenni, e attualmente stiamo pianificando la missione Athena. Con questa esperienza, siamo stati in grado di dare importanti contributi a quella che ci aspettiamo sarà una missione XRISM molto produttiva”.

Mentre XMM-Newton rimane un eccellente osservatore di raggi X a bassa energia, XRISM è stato ottimizzato per osservare grandi strutture diffuse nel cosmo (come gli ammassi di galassie), con una capacità senza precedenti di distinguere i “colori” della luce a raggi X ad alta energia. Combinando le osservazioni dei due osservatori, – spiega l’Esa – avremo misurazioni complementari che rivelano un quadro più completo dell’Universo caldo ed energetico. Agli astronomi che richiedono il tempo di osservazione con XRISM potrebbe in futuro essere offerto il tempo di osservazione su XMM-Newton. XRISM getterà le basi per la missione Athena dell’Esa, attualmente in fase di studio e destinata ad essere il più grande osservatorio a raggi X mai costruito. XRISM fornirà le prime misure di spettroscopia a raggi X ad alta risoluzione di oggetti nell’Universo vicino; Athena si baserà su queste scoperte per osservare oggetti più distanti, nell’epoca in cui si è formata la più grande struttura legata gravitazionalmente nell’Universo, o quando i primi buchi neri supermassicci al centro delle galassie sono diventati attivi.

Una volta che XRISM raggiungerà la sua orbita operativa a 550 km sopra la superficie terrestre, scienziati e ingegneri inizieranno una fase di dieci mesi di test e calibrazione degli strumenti scientifici del veicolo spaziale e verifica delle prestazioni scientifiche della missione. XRISM trascorrerà quindi almeno tre anni osservando gli oggetti e gli eventi più energetici del cosmo sulla base di proposte elaborate da scienziati di tutto il mondo.