Passa al contenuto principale
#sanremo #studionews #askanews #ciaousa #altrosanremo

Lione, omicidio Quentin Deranque: arrestate 4 persone, tra cui l’assistente del deputato LFI Arnault

Lione, omicidio Quentin Deranque: arrestate 4 persone, tra cui l’assistente del deputato LFI Arnault

Roma, 17 feb. (askanews) – Le autorità francesi hanno eseguito l’arresto di quattro sospetti per l’omicidio, avvenuto la scorsa settimana, di un attivista di estrema destra. Lo ha dichiarato il procuratore della città di Lione.

Quentin Deranque, 23 anni, è morto dopo aver riportato una grave lesione cerebrale quando è stato aggredito da almeno sei persone a margine di una manifestazione di estrema destra contro un politico di sinistra che interveniva in un’università di Lione.

Una fonte che segue la vicenda ha chiarito che tra le persone fermate per l’omicidio c’è Jacques-Élie Favrot, un assistente di un deputato del partito di estrema sinistra La France Insoumise (LFI) Raphael Arnault. L’episodio di giovedì scorso ha alimentato le tensioni tra estrema destra ed estrema sinistra in vista delle elezioni amministrative di marzo e delle presidenziali del 2027, nelle quali il partito di estrema destra Rassemblement National (RN) è considerato avere finora le migliori possibilità di vittoria.

Medio Oriente, 85 paesi (tra cui Italia e UE) condannano l’espansione di Israele in Cisgiordania

Medio Oriente, 85 paesi (tra cui Italia e UE) condannano l’espansione di Israele in Cisgiordania

Roma, 17 feb. (askanews) – Ottantacinque paesi, tra cui l’Italia, e tre organizzazioni internazionali, tra cui l’Unione europea, hanno sottoscritto una dichiarazione di condanna delle “decisioni e misure unilaterali israeliane volte a espandere la presenza illegale israeliana in Cisgiordania”.

“Queste decisioni violano gli obblighi israeliani previsti dal diritto internazionale e devono essere immediatamente revocate. Rimarchiamo a questo riguardo la nostra forte opposizione a qualunque forma di annessione”, recita la dichiarazione diffusa dal rappresentante palestinese presso le Nazioni Unite, Riyad Mansour.

Board of Peace un test politico per Trump: chi ci sarà e chi no

Board of Peace un test politico per Trump: chi ci sarà e chi no

Roma, 17 feb. (askanews) – La prima riunione del Board of Peace, voluto dal presidente degli Stati uniti Donald Trump, è in calendario questa settimana a Washington, con un incontro fissato per giovedì 19 febbraio. L’appuntamento, secondo quanto ricostruito da notizie di stampa e da indicazioni filtrate da fonti governative e diplomatiche in vari paesi, dovrebbe mettere attorno allo stesso tavolo un gruppo eterogeneo di leader e delegazioni, con una componente rilevante di partecipazioni ‘non di vertice’ (ministri, inviati speciali, alti funzionari) e una presenza europea in buona parte in formula di ‘osservatore’.

Il Board of Peace nasce come meccanismo politico-diplomatico parallelo, con al centro il dossier Gaza: ricostruzione, sicurezza, gestione civile e coordinamento dei contributi. In questa prima riunione, tuttavia, la definizione del perimetro resta fluida: in diversi casi i governi risultano aver accettato l’invito o aver manifestato disponibilità, ma senza sciogliere fino in fondo i nodi su adesione formale, ruolo, livello della delegazione e mandato operativo.

I LEADER PRESENTI Sul fronte delle partecipazioni con rango di capo di stato o capo di governo, la presenza certa è quella del presidente degli Stati uniti Donald Trump, che ospita la riunione, ne rivendica la regia politica e un potere di veto.

Tra i leader che, secondo le ricostruzioni di stampa, dovrebbero essere a Washington figurano il primo ministro ungherese Viktor Orban; il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif; il primo ministro albanese Edi Rama; il presidente argentino Javier Milei; il presidente indonesiano Prabowo Subianto. A questi si aggiunge la Romania, con la presenza del presidente Nicusor Dan, anche se in formula di osservatore.

MINISTRI E ALTRE FIGURE DI GOVERNO Sul piano delle presenze non di vertice, ma già attribuite a nomi specifici, Israele è indicato come partecipante con il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, mentre per la Commissione europea la partecipazione viene descritta in forma di osservatore con la commissaria per il Mediterraneo Dubravka Suica. La Grecia, secondo notizie di stampa elleniche, dovrebbe essere rappresentata come osservatore dal viceministro degli Esteri Haris Theoharis.

Cipro viene a sua volta indicata in formula di osservatore, con una rappresentanza che, in assenza di conferme nominali consolidate, è ragionevole attendersi di livello ministeriale o alto funzionario.

L’ITALIA L’Italia non può aderire al Board per un preciso vincolo costituzionale. Tuttavia il governo, tra le polemiche dell’opposizione, intende partecipare in qualità di Paese osservatore. Non è stato ancora definito il nominativo della figura che siederà al tavolo per Roma, e anche le voci di stampa che sostengono che potrebbe andarci il ministro degli Esteri Antonio Tajani non hanno ancora trovato alcuna conferma ufficiale.

Lo stesso Tajani ha spiegato in un intervento alla Camera: ‘Il governo ha ritenuto opportuno accettare l’invito dell’amministrazione americana a presenziare in qualità di paese osservatore alla prima riunione del board office in programma giovedì a Washington. Questa è certamente una soluzione equilibrata e rispettosa dei nostri vincoli costituzionali’. Secondo il ministro, attuare il piano di pace significa creare le condizioni per una stabilità duratura, evitare che Gaza resti un terreno di radicalizzazione, di scontro permanente, preda del terrorismo e a rischio di collasso migratorio. ‘L’Italia, per la sua storia, per la sua collocazione geografica e il ruolo politico di primo piano che svolge nella regione non può e non deve restare ai margini di questo processo’.

IL CASO GIAPPONE Sul Giappone, le indicazioni più aggiornate delineano una linea prudente ma politicamente significativa. Tokyo sta valutando l’invio dell’ambasciatore incaricato della ricostruzione di Gaza, Takeshi Okubo, alla prima riunione di Washington. Le fonti governative citate dalla stampa sottolineano che la decisione finale sull’adesione del Giappone al Board of Peace non è ancora stata presa.

MEDIO ORIENTE Il capitolo più delicato riguarda il Medio Oriente. In più ricostruzioni di stampa, diversi attori regionali vengono indicati come aderenti o comunque coinvolti nel perimetro del Board. In molti casi, però, non è stato ancora chiarito se la rappresentanza sarà affidata a capi di stato o di governo, o a figure di livello ministeriale e tecnico.

In assenza di annunci ufficiali su leader in arrivo, lo schema più probabile è quello di una partecipazione affidata ai ministeri degli Esteri o a inviati speciali con delega su Gaza e ricostruzione. E’ un profilo coerente con la natura dell’incontro inaugurale: un tavolo che mira a definire impegni, contributi e coordinate operative, prima di eventuali passaggi di livello politico più alto.

Tra i paesi dell’area mediorientale citati come partecipanti o aderenti compaiono, secondo ricostruzioni giornalistiche, Arabia saudita, Emirati arabi uniti, Qatar, Giordania, Egitto e Turchia. Per ciascuno di questi attori, se non dovessero arrivare i leader, l’opzione più verosimile è l’invio del ministro degli Esteri o di un ministro di stato/consigliere con delega specifica, eventualmente accompagnato da un capo intelligence o da un consigliere per la sicurezza nazionale, formule già sperimentate in precedenti round negoziali e conferenze multilaterali sulla regione.

Il quadro resta, però, soggetto a oscillazioni fino all’ultimo: alcuni governi mantengono margini di manovra per calibrare il livello della delegazione in funzione del formato definitivo dell’incontro, dell’agenda e della presenza o meno di altri attori regionali.

ALTRE REGIONI Oltre al Medio Oriente, le ricostruzioni di stampa accreditano una partecipazione di paesi di Asia centrale e altre aree con delegazioni in larga misura ministeriali o tecniche. In diverse liste circolate nei giorni scorsi, compaiono paesi come Uzbekistan e Kazakistan, oltre ad altri attori che, in assenza di annuncio di leader, tendono a essere rappresentati da ministri degli Esteri o da inviati speciali.

GRANDI ASSENTI (O FORSE ASSENTI) Accanto all’elenco delle presenze, l’altro dato politico rilevante riguarda chi non ci sarà o non ha reso nota una posizione.

Cina e Russia risultano, nel quadro pubblico, senza un’adesione formalizzata e senza indicazioni di presenza alla riunione inaugurale. In termini politici, l’assenza o la mancata definizione della posizione di Pechino e Mosca pesa sia sul profilo geopolitico dell’iniziativa sia sulla sua pretesa di rappresentatività globale.

Sul Brasile, le informazioni disponibili parlano di contatti e di un dialogo in corso, ma senza annuncio di adesione o di partecipazione alla prima riunione. Anche l’India rientra tra i grandi attori per i quali non emerge una decisione pubblica univoca su adesione e livello di presenza.

Nel campo dei paesi occidentali, alcune capitali europee hanno assunto posizioni di distacco o di rifiuto nella forma attuale. Il Regno unito viene indicato come non disponibile a sottoscrivere il testo o l’impianto del Board; la Francia è descritta come orientata a declinare l’invito; la Germania viene rappresentata come non in grado di accettare l’architettura proposta ‘nella forma attuale’, richiamando vincoli e valutazioni di governance. La Polonia, secondo ricostruzioni di stampa, ha escluso l’adesione ‘nelle circostanze attuali’, lasciando teoricamente aperti spiragli futuri ma non per la fase inaugurale. In questo stesso orizzonte, si collocano anche paesi nordici indicati come non aderenti o scettici.

IL G7 Il fatto che, allo stato attuale, nel G7 solo gli Stati uniti risultino aver aderito a pieno titolo al Board of Peace è un elemento che incide sulla lettura dell’iniziativa. Da un lato, segnala la cautela di alleati e partner nel legarsi a un meccanismo percepito come esterno ai formati multilaterali tradizionali; dall’altro, spiega la scelta di diversi governi di ‘stare dentro’ senza essere membri, optando per lo status di osservatore o per l’invio di figure tecniche di alto profilo.

In questo senso, la riunione di Washington assomiglia a un test politico prima che a un summit conclusivo: un passaggio in cui si misureranno la capacità statunitense di aggregazione, la disponibilità dei paesi a sedersi in un formato guidato da Washington e la sostenibilità del Board come canale capace di produrre risultati concreti su ricostruzione e sicurezza.

Tajani: il governo accetta l’invito Usa alla prima riunione del Board of Peace

Tajani: il governo accetta l’invito Usa alla prima riunione del Board of Peace

Roma, 17 feb. (askanews) – “Il governo ha ritenuto opportuno accettare l’invito dell’amministrazione americana a presenziare in qualità di paese osservatore alla prima riunione del board offfice in programma giovedì a Washington. Questo è certamente una soluzione equilibrata e rispettosa dei nostri vincoli costituzionali”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani nelle sue comunicazioni nell’Aula della Camera sul “Board of Peace”.

“L’Unione Europea – ha proseguito Tajani – ha già confermato la partecipazione con la presidenza di turno e con un rappresentante della commissione. Parteciperanno anche tutti i principali partner della regione, penso all’Egitto, alla Giordania, l’Arabia Saudita, al Qatar, anche all’Indonesia, il più grande paese musulmano al mondo. Come potrebbe l’Italia non essere presente dove si discute e si costruisce la pace in
Medio Oriente, la presenza di tutti i principali attori regionali”.

“Per questo parteciperemo alla riunione di Washington, forti dell’importante contributo che il nostro paese ha messo in campo sin dal primo momento per il cessate il fuoco e per l’assistenza umanitaria alla popolazione della Striscia attraverso Food for Gaza”, ha sottolineato il ministro degli Esteri.

Ipotesi Trump a Milano e Verona il 22 febbraio per fine Olimpiadi

Ipotesi Trump a Milano e Verona il 22 febbraio per fine Olimpiadi

Milano, 17 feb. (askanews) – La Casa Bianca starebbe valutando la partecipazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, all’ultima giornata dei Giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026. È quanto scrive il Corriere della Sera anche se non risultano, al momento, decisioni ufficiali né comunicazioni formali alle autorità italiane.

“Io non so assolutamente quali siano i movimenti dei capi di Stato e di Governo, se avete una domanda di questo tipo è da trasmettere direttamente alla Casa Bianca” ha risposto stamani anche il portavoce del Cio, Mark Adams.

L’eventuale visita sarebbe comunque molto più limitata rispetto a quella del vicepresidente J.D. Vance, che ha soggiornato a Milano diversi giorni a cavallo della cerimonia di apertura dello scorso 6 febbraio. Molto dipenderà dalla qualificazione o meno della squadra maschile statunitense di hockey per la finale, in programma all’Arena Santa Giulia domenica 22 febbraio a partire dalle 14:10.

Trump potrebbe raggiungere gli spalti del nuovo palazzetto, situato a ridosso della tangenziale, direttamente dall’aeroporto e senza neanche passare dalla città. Da lì potrebbe poi spostarsi in serata a Verona dove è in programma la cerimonia di chiusura all’Arena dalle ore 20. L’eventuale conferma del blitz di Trump in Italia dovrebbe arrivare entro la sera di venerdì 20 febbraio, quando si sapranno i risultati delle due semifinali.

Morto il reverendo Jackson: figura carismatica degli afroamericani

Morto il reverendo Jackson: figura carismatica degli afroamericani

Roma, 17 feb. (askanews) – Il reverendo Jesse Jackson, predicatore battista e storico leader dei diritti civili, tra le voci più influenti dell’America nera dopo l’assassinio di Martin Luther King e primo afroamericano a ottenere un consenso significativo nelle primarie presidenziali democratiche, è morto oggi all’età di 84 anni. Lo ha reso noto la famiglia in una dichiarazione, senza indicare la causa del decesso, secondo quanto riporta il Washington Post. A Jackson era stato diagnosticato il Parkinson nel 2015 e, in seguito, la paralisi sopranucleare progressiva, una patologia neurologica che compromette i movimenti.

Figura carismatica e presenza costante nelle proteste e nelle marce per i diritti civili e la giustizia sociale, Jackson nei momenti di disordine pubblico – dall’ondata di violenze dopo l’uccisione di King nel 1968 fino ai disordini seguiti alla morte di Michael Brown a Ferguson nel 2014 – invitò alla moderazione e alla non violenza. Ordinato ministro battista, non ebbe mai una propria chiesa, preferendo l’attivismo su scala nazionale.

Negli anni Settanta ampliò l’azione anche fuori dagli Stati Uniti, intervenendo in iniziative diplomatiche e umanitarie, dalla mediazione in Medio Oriente alle campagne contro l’apartheid in Sudafrica, fino a missioni per la liberazione di prigionieri. La sua oratoria, radicata nella tradizione delle chiese nere del Sud, diventò un tratto distintivo: “Keep hope alive” (“Lascia vivere la speranza”), ripeteva spesso, e nelle riunioni pubbliche a Chicago guidava il coro “I am somebody”. Jackson si candidò alle primarie democratiche nel 1984, raccogliendo oltre 3 milioni di voti e 384 delegati alla convention, e tornò in corsa nel 1988 con risultati più solidi: circa 7 milioni di voti e oltre 1.200 delegati, arrivando per un periodo a guidare la competizione dopo la vittoria nei caucus del Michigan. “La mia corsa non è mai stata solo per la Casa Bianca”, spiegò in seguito, rivendicando l’obiettivo di allargare la partecipazione politica afroamericana a livello locale e nazionale.

Nato Jesse Louis Burns l’8 ottobre 1941 a Greenville, nella Carolina del Sud, Jackson studiò a North Carolina A&T e si trasferì a Chicago per il seminario teologico, che lasciò per dedicarsi al movimento per i diritti civili. Fu ordinato nel 1968 e lavorò con la Southern Christian Leadership Conference, dove diresse Operation Breadbasket, prima di fondare nel 1971 Operation PUSH, poi confluita nella Rainbow/PUSH Coalition.

Negli anni Duemila rimase un punto di riferimento nel Partito democratico e nella mobilitazione dell’elettorato afroamericano, celebrando nel 2008 l’elezione di Barack Obama alla presidenza come un passaggio storico per gli Stati Uniti.

La delegazione russa è a Ginevra, oggi nuovi colloqui trilaterali con Usa e Ucraina

La delegazione russa è a Ginevra, oggi nuovi colloqui trilaterali con Usa e Ucraina

Roma, 17 feb. (askanews) – Un volo speciale con la folta delegazione russa – una ventina i componenti – è arrivato questa mattina a Ginevra nel giorno dell’inizio dei negoziati tra Russia, Stati Uniti e Ucraina. Diversi media russi sottolineano come l’aereo abbia volato nei cieli di Paesi “ostili” e l’Italia abbia concesso lo spazio aereo per l’ingresso poi in Svizzera. Ieri funizonari russi hanno fatto sapere che gli Stati Uniti hanno contribuito attivamente a garantire il sorvolo di diversi Paesi ufficialmente chiusi al traffico aereo russo.

Trump: Kiev si sieda velocemente al tavolo delle trattative

Trump: Kiev si sieda velocemente al tavolo delle trattative

Roma, 17 feb. (askanews) – Il presidente degli Stati uniti Donald Trump ha affermato che è tempo per l’Ucraina di sedersi rapidamente al tavolo dei negoziati per porre fine al conflitto con la Russia.

“E’ meglio che l’Ucraina si sieda velocemente al tavolo delle trattative. Questo è tutto ciò che dico”, ha dichiarato Trump ai giornalisti a bordo dell’Air Force One.

Il presidente ha definito “significativi” i prossimi negoziati su un accordo con Kiev previsti a Ginevra, aggiungendo che i colloqui saranno “molto facili”.

Sparatoria in una partita di hockey nel Rhode Island, tre morti

Sparatoria in una partita di hockey nel Rhode Island, tre morti

Roma, 17 feb. (askanews) – Due morti in una sparatoria in una pista di hockey nel Rhode Island, secondo quanto riferito dalla polizia. Anche il sospettato è morto. Ne dà notizia il sito del network satellitare statunitense Cnn.

L’uomo armato sembrava aver preso di mira i membri della sua stessa famiglia, secondo quanto riferito alla Cnn da due funzionari delle forze dell’ordine informati sulla situazione. Il sospetto autore della sparatoria sembra essere morto per una ferita da arma da fuoco autoinflitta dopo aver aperto il fuoco, ha detto lunedì in una conferenza stampa il capo della polizia di Pawtucket, Tina Goncalves.

Le tre persone ferite sono in condizioni critiche al Rhode Island Hospital con ferite da arma da fuoco. È stata la 41ma sparatoria di massa negli Stati Uniti nei primi 47 giorni dell’anno, secondo quanto riferisce la Cnn.

La morte di un’attivista di estrema destra aggredito a Lione agitano la Francia

La morte di un’attivista di estrema destra aggredito a Lione agitano la Francia

Roma, 16 feb. (askanews) – In Francia la morte di Quentin Deranque, un giovane attivista di estrema destra picchiato a margine di una conferenza alla sede lionese dell’università Science Po giovedì scorso, domina il dibattito pubblico. Questa mattina, la presidente dell’Assemblea Nazionale, Yael Braun-Pivet, ha annunciato la sospensione “a titolo precauzionale” dai “diritti di accesso” all’Assemblea Nazionale di Jacques-Élie Favrot, assistente parlamentare del deputato di estrema sinistra La France Insoumise (LFI) Raphael Arnault, sospettato di aver partecipato all’aggressione.

In un comunicato stampa diffuso in mattinata, Braun-Pivet ha precisato che “la sua presenza nei locali” dell’istituzione “potrebbe causare turbative all’ordine pubblico”. “Gli eventi accaduti giovedì a Lione sono estremamente gravi”, ha affermato la presidente, aggiungendo che “spetta a noi fare piena luce su questo crimine e consegnare i responsabili alla giustizia”.

Il procuratore generale di Lione, Thierry Dran, ha illustrato oggi in una conferenza stampa presso in tribunale le circostanze che hanno portato alla morte del ventitreenne attivista di estrema destra. “L’autopsia eseguita (lunedì,ndr) mattina ha rivelato principalmente lesioni craniche, tra cui un grave trauma cranico e una frattura temporale destra”, ha spiegato il procuratore, precisando che queste lesioni “erano al di là di ogni intervento terapeutico e sarebbero state fatali a breve termine”. La polizia ha già ascoltato “più di quindici testimoni” e sta analizzando i video dell’attacco e “mentre vi parlo, non ci sono stati arresti”, ha sottolineato il procuratore di Lione.

Il quotidiano francese Le Monde riporta che, Quentin Deranque faceva parte del servizio d’ordine di un gruppo che manifestava contro una conferenza dell’eurodeputata di France Insoumise Rima Hassan alla facoltà di Sciences Po di Lione. Secondo il collettivo di estrema destra Nemesis, sarebbe stato in quel contesto aggredito presso la sede lionese dell’Istituto di studi politici di Parigi.

Sabato sera, il deputato Raphael Arnault ha espresso “orrore e disgusto” in seguito all’annuncio della morte dello studente e ha dichiarato sui social media di sperare che “tutta la verità venga a galla”. Il suo assistente parlamentare, indicato come uno dei responsabili dell’agguato dal gruppo di estrema destra Nemesis, ha negato formalmente di essere responsabile di questa tragedia e si è dimesso dalle sue funzioni di assistente “in attesa dell’indagine”. Mentre la destra e l’estrema destra accusano la sinistra di essere responsabile della morte di Quentin Deranque, il leader del LFI Jean-Luc Melenchon ha dichiarato che “tutte le storie raccontate nelle ore successive non hanno alcun rapporto con la realtà”.

Nel frattempo, il presidente della Repubblica Emmanuel Macron ha invitato tutti alla calma e alla prudenza, ribadendo che “l’odio che uccide non ha posto” in Francia.