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Ricerca, batterie più efficienti con la fotonica quantistica

Ricerca, batterie più efficienti con la fotonica quantisticaRoma, 17 dic. (askanews) – Sviluppare un computer quantistico fotonico, ovvero un calcolatore che sfrutta le proprietà quantistiche dei fotoni, le particelle elementari che costituiscono la luce. É l’obiettivo del progetto QLASS, della durata di 3 anni, coordinato dal Politecnico di Milano, che ha ricevuto un finanziamento di 6 milioni di euro dall’Unione Europea, nell’ambito del programma “Quantum Flagship”.


I computer quantistici sono dispositivi di calcolo che sfruttano le proprietà della meccanica quantistica per accelerare la risoluzione di numerosi problemi computazionali. Il vantaggio di questi computer è che alcuni problemi, come lo sviluppo di nuovi farmaci, passano dall’essere risolti in milioni di anni sul più potente computer tradizionale esistente al richiedere pochi minuti su un computer quantistico. Ad oggi – spiega Polimi – non esistono computer quantistici grandi ed accurati abbastanza da poter risolvere problemi di rilevanza industriale ed è in corso una sfida globale, che vede coinvolti governi, università, startup e grandi aziende tecnologiche, per costruirne uno. “Il progetto QLASS darà un contributo fondamentale allo sviluppo di componenti modulari e versatili che potranno essere largamente utilizzati nell’industria e nella ricerca, nonché alla formazione di una nuova generazione di esperti in tecnologie quantistiche”, afferma Giulia Acconcia, coordinatrice del progetto QLASS.


QLASS svilupperà nuovi algoritmi capaci di sfruttare al meglio le caratteristiche dell’innovativo processore quantistico fotonico. Per dimostrare le potenzialità dei nuovi hardware e software, il computer quantistico fotonico verrà utilizzato per progettare batterie al litio ad elevata capacità ed efficienza. Lo sviluppo di batterie al litio sempre più compatte, leggere, ricaricabili in tempi rapidi e di lunga durata è un problema di elevata complessità, capace quindi di mettere in luce le potenzialità di un computer quantistico rispetto ad uno tradizionale. Nondimeno, le batterie costituiscono oggi un campo di ricerca chiave per il loro utilizzo in molteplici ambiti, dagli smartphone alle auto e alle biciclette elettriche.


QLASS è coordinato dal Politecnico di Milano e riunisce esperti del mondo accademico ed industriale europeo. I partner sono: Centre National de la Recherche Scientifique, Ephos, Fondazione Politecnico di Milano, Pixel Photonics, Sapienza Università di Roma, Schott AG, Unitary Fund France ed Université di Montpellier.

Valente (ASI), l’Italia è una potenza spaziale a tutti gli effetti

Valente (ASI), l’Italia è una potenza spaziale a tutti gli effettiRoma, 16 dic. (askanews) – “Oggi ricordiamo i 60 anni del lancio del San Marco 1 costruito e lanciato da un team di italiani e questo ha fatto dell’Italia il terzo Paese al mondo a lanciare un satellite nello spazio dopo Stati Uniti e Russia. I 60 anni rappresentano l’ingresso ufficiale dell’Italia nello spazio, reso possibile dalla lungimiranza del prof. Broglio che è stato in grado di costruire una scuola che ancora oggi ha i propri allievi. Da allora il sistema italiano dello spazio è cresciuto, si è consolidato e oggi l’Italia è in grado di coprire tutti i domini che sono importanti: dall’osservazione della terra all’esplorazione umana e robotica, alle telecomunicazioni, alla navigazione, l’accesso allo spazio e tutto ciò che riguarda lo studio per l’acquisizione di nuove conoscenze scientifiche. E questo grazie a un ecosistema integrato che vede università, enti di ricerca e imprese – grandi, piccole, medie e startup – in grado di collaborare insieme. La via italiana allo spazio c’è, è tangibile e ci viene riconosciuta a livello internazionale. L’Italia è una potenza spaziale a tutti gli effetti”. Lo ha detto il presidente dell’Agenzia spaziale italiana Teodoro Valente aprendo l’evento “60 Anni dell’Italia nello Spazio: dal lancio del Satellite San Marco alla corsa alla Luna e a Marte”, organizzato dall’ASI a Roma per celebrare la quarta Giornata Nazionale dello Spazio.


In ambito nazionale Valente ha ricordato programmi di punta ad esempio nella difesa planetaria con il telescopio FlyEye o il primo programma demo sull’orbiting services, il programma Iride nel campo dell’osservazione della Terra. In ambito europeo, l’Italia che “è sostanzialmente il secondo contributore” Esa, è impegnata nei moduli per la stazione spaziale cislunare Gateway, nel programma di telecomunicazioni Moonlight, nella missione ExoMars. “Tutto quello che noi facciamo, lo facciamo per migliorare la qualità della vita dei cittadini sia nel contesto europeo che in quello internazionale, con due parole chiave: la sicurezza e la sostenibilità” ha detto Valente ricordando il contributo dello spazio alla gestione delle emergenze, al monitoraggio ambientale, all’agricoltura, alle telecomunicazioni, “con un occhio attento alle nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale e il quantum computing”. “Con l’impegno da parte nostra – ha aggiunto – di operare per un uso pacifico dello spazio che non vuol dire non tenere in considerazione che lo spazio ha caratteristiche duali che non sono più trascurabili”. A questo proposito Valente ha ricordato che “dal 2026 l’Italia coordinerà i lavori del Copuos, l’organismo delle Nazioni Unite destinato a individuare linee guida e azioni operative per un uso pacifico dello spazio”.


Infine, il presidente dell’Asi ha evidenziato il ruolo importante che avrà la base dell’Agenzia a Malindi in Kenya che “rappresenterà un hub nel continente africano per il Piano Mattei per l’Africa”.

Meccanica quantistica: verso il controllo delle reazioni chimiche

Meccanica quantistica: verso il controllo delle reazioni chimicheRoma, 12 dic. (askanews) – Vinta una delle sfide della meccanica quantistica: manipolata, per la prima volta, l’evoluzione temporale di un sistema quantistico tramite l’interazione con impulsi di luce nell’ultravioletto estremo, grazie al lavoro di una team di ricercatori, guidato dal prof. Lukas Bruder dell’Università di Friburgo e costituito da 14 istituzioni internazionali, fra cui il Politecnico di Milano, l’Istituto di fotonica e nanotecnologie del Consiglio nazionale delle ricerche di Milano (Cnr-Ifn), l’Istituto Officina dei Materiali del Consiglio nazionale delle ricerche di Trieste (Cnr-Iom), Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Laboratori Nazionali di Frascati (Roma) ed Elettra Sincrotrone Trieste.


Il gruppo – informano Cnr e Polimi in una nota congiunta – ha scoperto che è possibile controllare il comportamento della materia a livello atomico utilizzando alcune proprietà della luce nell’ultravioletto estremo. L’esperimento, appena pubblicato sulla prestigiosa rivista “Nature”, ha reso possibile controllare gli stati quantistici della materia, su scale temporali ultraveloci e con estremo dettaglio sulle sue proprietà chimiche. La tecnica è stata dimostrata su atomi di elio, nei quali è stato possibile manipolare la posizione dei livelli energetici degli elettroni, dei quali è stato poi misurato il moto. Il gruppo di ricerca internazionale è riuscito nel difficilissimo intento di scolpire l’ampiezza, la fase e la polarizzazione di impulsi di luce ultrabrevi nell’ultravioletto estremo (XUV) e ha usato tali impulsi per controllare il comportamento degli atomi a tal punto da potenziare alcuni processi quantistici sopprimendone altri. Gli esperimenti si sono svolti presso il laser a elettroni liberi FERMI di Elettra Sincrotrone Trieste, una delle eccellenze della ricerca italiana.


“Con questo studio abbiamo esteso alle regioni spettrali dell’XUV e dei raggi X il cosiddetto controllo coerente, che consiste nell’usare la luce per controllare l’evoluzione di reazioni chimiche e indirizzarle verso i prodotti chimici desiderati”, spiega Cristian Manzoni del Cnr-Ifn. “Tale processo, di natura squisitamente quantistica, potrà in futuro consentirci di usare la luce come un reagente chimico per controllare l’efficienza delle reazioni e produrre quindi in modo efficiente molecole di grande valore aggiunto per le applicazioni, quali composti farmaceutici” conclude Giulio Cerullo del Dipartimento di Fisica del Politecnico di Milano, uno degli autori dello studio.


(Credits: Alessia Candeo)

Spazio, la Nasa testa l’IA per rendere lander robotici più autonomi

Spazio, la Nasa testa l’IA per rendere lander robotici più autonomiRoma, 12 dic. (askanews) – La Nasa testa l’intelligenza artificiale per cercare tracce di vita sulla luna di Giove, Europa o sulla luna di Saturno, Encelado. Con due programmi finanziati dalla Nasa, si punta a sviluppare un software autonomo, addestrato utilizzando l’apprendimento automatico, il ragionamento e l’intelligenza artificiale generativa, per le future missioni di lander e rover sulle lune oceaniche.


L’obiettivo degli ingegneri e degli scienziati della Nasa – si legge su Global Science, il quotidiano online dell’Agenzia spaziale italiana – è quello di rendere i lander robotici più autonomi possibile, per ridurre i tempi di intervento in caso di problemi. Immaginate un lander che, sulla luna di Giove, tenta di prelevare un campione di ghiaccio, ma la sua paletta si incaglia. Potrebbero volerci ore prima che dalla Terra arrivino comandi e a quel punto il trapano potrebbe essere rotto o lo stesso mezzo essere caduto in un crepaccio. Se invece grazie all’intelligenza artificiale i robot potessero gestire situazioni autonomamente sarebbe tutto più facile ed efficiente. I programmi sono l’Ocean Worlds Lander Autonomy Testbed (Owlat), che è una configurazione robotica del Jet Propulsion laboratory della Nasa, e l’Ocean Worlds Autonomy Testbed for Exploration, Research and Simulation (OceanWaters), che è uno strumento di realtà puramente virtuale della Nasa Ames.


Owlat è progettato per replicare fisicamente il modo in cui un braccio robotico potrebbe operare nell’ambiente a bassa gravità di una di queste lune. Con il braccio, gli ingegneri possono simulare la raccolta di materiale dalla superficie, la perforazione o la penetrazione nel ghiaccio, oltre a misurare le proprietà del ghiaccio utilizzando la tecnica Bevameter (che giudica la capacità di una superficie di sopportare il carico di un veicolo a ruote su di essa) o una piastra di affondamento a pressione (che misura quanto il terreno affonda quando viene applicata la pressione). Il braccio è dotato di una telecamera “pan-and-tilt” per ispezionare ciò che gli strumenti stanno eseguendo. I ricercatori possono simulare avarie, guasti tecnici e pericoli per vedere come il software autonomo del braccio reagisce ai problemi senza bisogno di assistenza da remoto. Nel frattempo, OceanWaters fa la stessa cosa, ma in realtà virtuale e con un lander completo basato su uno studio di progettazione del 2016, non solo un braccio robotico. Per la simulazione è possibile selezionare una varietà di modelli dettagliati di terreno, non solo variazioni di lune ghiacciate, ma anche il deserto terrestre di Atacama in Cile, che viene spesso utilizzato come scenario. Grazie allo strumento Gsap (Generic Software Architecture for Prognostics) di OceanWaters, una delle cose che la simulazione può modellare è l’energia della batteria: quanta energia viene consumata dal lander che esegue determinate azioni e quale è la durata della batteria.


Sia Owlat che OceanWater – conclude Global Science – si basano sullo stesso sistema operativo robotico, che è un software autonomo che riceve la telemetria dai sensori del robot ed emette comandi in risposta. Attraverso il sistema operativo del robot, è possibile simulare vari obiettivi di missione e il software di correzione dei guasti basato sull’intelligenza artificiale può risolvere i problemi quando si presentano. Ci sono un certo numero di grandi lune ghiacciate nel sistema solare esterno, e si pensa che molte contengano oceani, quindi non mancheranno obiettivi da visitare per il lander del futuro. (Credits: NASA/AMES)

A Lione l’astronauta Paolo Nespoli porta le stelle sulla terra

A Lione l’astronauta Paolo Nespoli porta le stelle sulla terraRoma, 10 dic. (askanews) – Da “Le stelle non sono poi così lontane” a “Farsi spazio. L’avventura umana oltre l’orbita terrestre”. Sono i titoli delle due conferenze che Paolo Nespoli terrà a Lione domani, nel quadro della Giornata nazionale dello spazio 2024 (si celebra il 16 dicembre). L’appuntamento è organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura e dal Consolato Generale d’Italia a Lione.


L’astronauta italiano, domani mattina, incontrerà oltre 130 studenti (italiani o italofoni), mentre nel tardo pomeriggio terrà una conferenza aperta a tutti, con i ricercatori italiani della regione Auvergne Rhône-Alpes in prima fila. Nespoli racconterà la sua esperienza a bordo della Stazione spaziale internazionale, del sogno che aveva da giovane pilota di volare un giorno oltre i limiti dell’orbita terrestre, e del futuro dell’esplorazione spaziale.


L’incontro, condotto dal giornalista scientifico Claudio Rosmino (nella foto assieme a Nespoli), verrà aperto da un videomessaggio di Anthea Comellini, membro della Riserva degli Astronauti dell’Esa. Ingegnere aerospaziale ed ex ufficiale dell’Aeronautica Militare Italiana, Paolo Nespoli è entrato a far parte dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) nel 1991 come addestratore di astronauti. Nel 1998 è stato selezionato dall’Agenzia Spaziale Italiana per entrare a far parte del Corpo Astronauti Europeo presso il Centro Astronauti Europeo e iniziare la sua formazione.


Nel corso delle tre missioni spaziali (l’ultima delle quali nel 2017, all’età di 60 anni) ha trascorso un totale di 313 giorni in orbita.

Spazio: Vega-C pronto al decollo, a bordo il satellite Sentinel 1-C

Spazio: Vega-C pronto al decollo, a bordo il satellite Sentinel 1-CRoma, 2 dic. (askanews) – Tutto pronto per il lancio del satellite Sentinel 1-C del programma europeo Copernicus a bordo del razzo Vega-C. Il lift-off è in programma mercoledì 4 dicembre alle 22.20 ora italiana dalla base di Kourou in Guyana francese. Una volta in orbita, Sentinel-1C amplierà l’eredità della missione Sentinel-1, fornendo immagini radar per monitorare l’ambiente terrestre in continua evoluzione e supportare un’ampia gamma di applicazioni e ricerche scientifiche.


Il lancio segnerà il ritorno al volo di Vega-C, il razzo europeo leggero e ad alte prestazioni realizzato dall’italiana Avio, dopo il fallimento nel dicembre 2022 della missione a causa di un problema all’ugello del suo motore Zefiro-40. Da allora, – spiega l’Esa – è stato progettato e costruito un ugello migliorato e lo stadio completo Zefiro-40 ha superato con successo due test di accensione. La missione Sentinel-1, la prima della famiglia Copernicus, si basa su una costellazione di due satelliti identici che volano sulla stessa orbita ma a 180° di distanza l’uno dall’altro, per ottimizzare la copertura globale e la trasmissione dei dati per Copernicus, la componente di osservazione della Terra del programma spaziale dell’UE. Sentinel-1A è stato il primo satellite della serie, lanciato nell’aprile 2014, seguito dal lancio di Sentinel-1B nel 2016. La missione Sentinel-1B si è conclusa nell’agosto 2022 dopo aver riscontrato un guasto tecnico che lo ha reso incapace di acquisire dati. Il satellite è stato deorbitato con successo e rientrerà nell’atmosfera terrestre entro 25 anni.


Sentinel-1C, insieme al suo gemello Sentinel-1A, riporterà la missione al suo pieno potenziale come costellazione di due satelliti. Sentinel-1A dovrebbe poi essere sostituito da Sentinel-1D, attualmente in fase di test presso la struttura di Thales Alenia Space a Cannes, più avanti l’anno prossimo. Sentinel-1C, come Sentinel-1D, peserà 2,2 tonnellate metriche al lancio e sarà posizionato in un’orbita terrestre bassa a 700 chilometri. Ogni satellite della serie Sentinel-1, incluso Sentinel-1C, è basato sulla piattaforma spaziale PRIMA sviluppata da Thales Alenia Space per l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI). In qualità di primo contraente industriale di Sentinel-1, Thales Alenia Space è responsabile della progettazione, sviluppo, integrazione e collaudo dei satelliti. L’azienda fornisce anche tecnologie come i moduli trasmetti/ricevitori (T/R) e l’elettronica di front-end per il radar ad apertura sintetica (SAR) in banda C, sistemi avanzati di gestione dati, sottosistemi di trasmissione e il computer di bordo. Questi moduli T/R e l’elettronica di front-end costituiscono il nucleo del SAR in banda C sviluppato da Airbus Defence & Space.


Come missione radar avanzata, Copernicus Sentinel-1 può riprendere la superficie della Terra attraverso nuvole e pioggia e indipendentemente dal fatto che sia giorno o notte. Sentinel-1 trasporta uno strumento radar ad apertura sintetica (SAR) in banda C, che gli consente di catturare immagini ad alta risoluzione della superficie terrestre. Questo potente sistema radar funziona in diverse modalità, tra cui ampia fascia e alta risoluzione, fornendo dati dettagliati sulla subsidenza del territorio, sui movimenti dei ghiacci e sulle condizioni dell’oceano. Il nuovo satellite Sentinel-1C trasporterà anche un nuovo sistema di identificazione automatica (AIS). Sviluppato dall’Organizzazione marittima internazionale, questo sistema è progettato per aiutare le navi a evitare collisioni, in particolare quando sono troppo lontane dai sistemi radar terrestri. Questa tecnologia assegna un ID univoco a ciascuna imbarcazione e ne traccia la posizione e i movimenti in tempo reale, creando una mappa virtuale delle navi in mare.


(CREDIT: ESA – P. Carril)

Esa: pronta al lancio Proba-3, creerà eclissi di Sole artificiali

Esa: pronta al lancio Proba-3, creerà eclissi di Sole artificialiRoma, 2 dic. (askanews) – La missione di volo in formazione dell’Agenzia spaziale europea per realizzare eclissi di Sole artificiali è pronta per il decollo. Il lancio di Proba-3 è previsto su un razzo PSLV-XL dal Satish Dhawan Space Centre di Sriharikota, India, mercoledì 4 dicembre alle 11.38 ora italiana. La separazione dei satelliti è prevista circa 18 minuti dopo il decollo, mentre la prima acquisizione del segnale da parte del team di controllo di volo presso lo stabilimento ESEC dell’Esa a Redu, in Belgio, è prevista circa un quarto d’ora dopo.


Proba-3 – missione a cui l’Italia partecipa anche attraverso l’Istituto nazionale di astrofisica-Inaf (finanziato tramite la partecipazione dell’Asi al programma Esa di “Supporto Tecnologico”), Leonardo e Aviotec – è costituita da due veicoli spaziali lanciati contemporaneamente che, in orbita, si separeranno per iniziare a volare in formazione con una precisione millimetrica. La coppia si allineerà precisamente con il Sole a 150 metri di distanza, in modo che uno proietti un’ombra controllata con precisione sull’altro. Bloccando il disco infuocato del Sole, la sonda spaziale ‘Occulter’ di Proba-3 imiterà un’eclissi solare totale terrestre, per aprire la vista della debole atmosfera circostante del Sole, o ‘corona’, che è un milione di volte più debole della sua stella madre. La seconda sonda spaziale ‘Coronagraph’ di Proba-3 ospita lo strumento ottico che osserverà la corona solare. Sulla Terra, le eclissi solari totali si verificano in media solo ogni 18 mesi e durano solo pochi minuti. Proba-3 – spiega l’Esa – sarà in grado di creare eclissi solari su richiesta, osservando più vicino al bordo del Sole rispetto a qualsiasi altro strumento precedente basato sulla Terra o nello spazio per un massimo di sei ore durante ogni orbita di circa 19 ore intorno alla Terra.


Proba-3 eseguirà anche esperimenti di volo in formazione generale, tra cui rendezvous, ridimensionamento della distanza tra la coppia e ritargettizzazione congiunta. L’obiettivo è raggiungere prestazioni equivalenti a un singolo veicolo spaziale virtuale di circa 150 metri di diametro, dimostrando un nuovo metodo di gestione delle missioni nello spazio, in cui gli strumenti possono essere condivisi tra più piattaforme. Il lanciatore indiano PSLV-XL a quattro stadi è stato scelto per le sue elevate prestazioni, abbinate a un prezzo adeguato per una missione dimostrativa tecnologica con un budget limitato. Si tratta della prima volta che una missione Esa utilizza un lanciatore ISRO (Organizzazione Indiana per la Ricerca Spaziale) dai tempi della missione di osservazione della Terra Proba-1 del 2001.


(CREDIT: ESA-P. Carril)

Esa, da Solar Orbiter nuove immagini ad alta risoluzione del Sole

Esa, da Solar Orbiter nuove immagini ad alta risoluzione del SoleRoma, 20 nov. (askanews) – Da Solar Orbiter quattro nuove spettacolari immagini del Sole, frutto delle osservazioni ad alta risoluzione degli strumenti PHI (Polarimetric and Helioseismic Imager) e EUI (Extreme Ultraviolet Imager) a bordo della missione frutto della collaborazione tra l’Agenzia spaziale europea e la Nasa.


La missione Solar Orbiter. guidata dall’Esa, osserva il Sole con non meno di sei strumenti di imaging che insieme consentono di rivelarne i molteplici volti e oggi rivela le viste complete della superficie visibile del Sole (fotosfera) con la più alta risoluzione. Sono assemblate da immagini realizzate dal PHI della sonda spaziale, strumento che non solo scatta immagini in luce visibile, ma misura anche la direzione del campo magnetico e mappa la velocità e la direzione in cui si muovono diverse parti della superficie. Le misurazioni della fotosfera effettuate da PHI possono essere direttamente confrontate con una nuova immagine dell’atmosfera esterna del Sole (la corona), ottenuta da immagini ad alta risoluzione scattate dallo strumento EUI lo stesso giorno, il 22 marzo 2023, nella luce ultravioletta. “Il campo magnetico del Sole è fondamentale per comprendere la natura dinamica della nostra stella, dalle scale più piccole a quelle più grandi. Queste nuove mappe ad alta risoluzione dello strumento PHI del Solar Orbiter mostrano la bellezza del campo magnetico superficiale del Sole e i suoi flussi in grande dettaglio. Allo stesso tempo, sono fondamentali per dedurre il campo magnetico nella corona calda del Sole, che il nostro strumento EUI sta riproducendo”, osserva Daniel Müller, Project Scientist del Solar Orbiter.


Nell’immagine dettagliata della luce visibile di PHI – segnala l’Esa – si scopre la “superficie” del Sole per quello che è: plasma incandescente e caldo in continuo movimento. Quasi tutta la radiazione del Sole viene emessa da questo strato, che ha una temperatura compresa tra 4500 e 6000°C. Al di sotto, il plasma caldo e denso viene agitato nella “zona convettiva” del Sole, non diversamente dal magma nel mantello terrestre. Come risultato di questo movimento, la superficie del Sole assume un aspetto granuloso. Tuttavia, le caratteristiche più sorprendenti nelle immagini sono le macchie solari. Nell’immagine a luce visibile, queste sembrano macchie scure, o buchi, nella superficie altrimenti liscia. Le macchie solari sono regioni in cui il campo magnetico del Sole irrompe. Ciò inibisce la convezione del plasma perché le particelle cariche sono costrette a seguire il campo magnetico anziché seguire il flusso convettivo di miscelazione del calore. Di conseguenza, le macchie solari sono più fredde dell’ambiente circostante e trasmettono meno luce. La seconda immagine offre una mappa magnetica del Sole, la terza una mappa del movimento della superficie del Sole e l’ultima un’immagine del Sole in luce ultravioletta. Le immagini sono state scattate quando il Solar Orbiter era a meno di 74 milioni di chilometri dal Sole. Essendo così vicino al Sole, ogni immagine ad alta risoluzione scattata da PHI ed EUI copre solo una piccola porzione del Sole. Dopo che ogni singola immagine è stata scattata, la navicella spaziale ha dovuto essere inclinata e ruotata finché ogni parte della faccia del Sole non è stata ripresa. Per ottenere le immagini full-disk presentate – visibili sul sito dell’Esa – tutte le immagini sono state cucite insieme come un mosaico.


(Credit: ESA & NASA/Solar Orbiter/PHI Team)

In Mesopotamia scoperti i resti dei più antichi antenati del bue

In Mesopotamia scoperti i resti dei più antichi antenati del bueRoma, 14 nov. (askanews) – I più antichi antenati del bue domestico sono stati scoperti nella valle dell’Indo e nella mezzaluna fertile in Mesopotamia: si tratta di resti di uro (Bos primigenius) risalenti a circa 10mila anni fa. La ricerca pubblicata sulla rivista “Nature” e condotta dal Trinity College di Dublino e dall’Università di Copenaghen, ha coinvolto Luca Pandolfi, paleontologo del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, che da tempo si occupa dell’evoluzione e dell’estinzione dei grandi mammiferi continentali anche in relazione ai cambiamenti climatici.


Gli uri addomesticati – informa Unipi – erano animali abbastanza simili a quelli selvatici, ma un po’ più piccoli, soprattutto con corna meno sviluppate ad indicare una maggiore mansuetudine. Giulio Cesare nel De Bello Gallico (De Bello Gallico, 6-28) descrive infatti l’uro selvatico come un animale di dimensioni di poco inferiori all’elefante, veloce e di natura particolarmente aggressiva. Dai resti fossili emerge che gli uri selvatici potevano raggiungere un’altezza di poco meno di due metri, i 1000 kg di peso ed avere corna lunghe più di un metro. La loro presenza ha dominato le faune dell’Eurasia e del Nord Africa a partire da circa 650 mila anni fa, per poi subire un forte declino dalla fine del Pleistocene, circa 11mila anni fa, fino alla sua estinzione in età moderna. L’ultimo esemplare di cui si ha notizia fu abbattuto il Polonia nel 1627. “Lo studio su Nature ha analizzato per la prima volta questa specie per comprenderne la storia evolutiva e genetica attraverso resti fossili rinvenuti in diversi di siti in Eurasia, Italia inclusa, e Nord Africa”, dice Luca Pandolfi.


Dai reperti, che includono scheletri completi e crani ben conservati, sono stati estratti campioni di DNA antico. La loro analisi ha quindi permesso di individuare quattro popolazioni ancestrali distinte che hanno risposto in modo diverso ai cambiamenti climatici e all’interazione con l’uomo. Gli uri europei, in particolare, subirono una diminuzione drastica sia in termini di popolazione che di diversità genetica durante l’ultima era glaciale, circa 20 mila anni fa. La diminuzione delle temperature ridusse infatti il loro habitat spingendoli verso la Penisola Italiana e quella Iberica da cui successivamente ricolonizzarono l’intera Europa. “Nel corso del Quaternario, epoca che va da 2 milioni e mezzo di anni fa sino ad oggi, l’uro è stato protagonista degli ecosistemi del passato, contraendo ed espandendo il proprio habitat in relazione alle vicissitudine climatiche che hanno caratterizzato questo periodo di tempo – conclude Pandolfi – le ossa di questi maestosi animali raccontano ai paleontologi la storia del successo, adattamento e declino, di una specie di cui noi stessi abbiamo concorso all’estinzione e rivelano la complessità e fragilità delle relazioni che legano gli organismi viventi al clima del nostro Pianeta”.


(Credit foto: L. Pandolfi)

Enea: l’IA per studiare impatto del cambiamento climatico sul suolo

Enea: l’IA per studiare impatto del cambiamento climatico sul suoloRoma, 24 ott. (askanews) – Studiare l’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute del suolo grazie all’intelligenza artificiale (AI). È l’obiettivo di una ricerca condotta da ENEA e Università degli Studi di Bari, di cui sulla rivista “Machine Learning and Knowledge Extraction sono stati pubblicati” i primi risultati che aprono nuove prospettive per la gestione sostenibile del suolo, la tutela dell’ambiente e la sicurezza alimentare.


“Le tecniche di machine learning che abbiamo usato ci hanno permesso di identificare una delle principali ‘sentinelle’ della salute del terreno, il microbioma, vale a dire l’insieme di batteri, funghi e protisti che popolano il terreno e giocano un ruolo cruciale nella dinamica del carbonio nel suolo in risposta al cambiamento climatico”, spiega Claudia Zoani, ricercatrice della Divisione ENEA Sistemi agroalimentari sostenibili e coautrice dello studio, insieme al gruppo di lavoro dell’Università degli Studi di Bari coordinato dalla professoressa Sabina Tangaro. “Questa scoperta – prosegue la ricercatrice ENEA – potrebbe avere importanti implicazioni per la mitigazione dei cambiamenti climatici e la gestione sostenibile del suolo”. Il cambiamento climatico – si legge nella notizia che apre il numero odierno del settimanale ENDEAinform@ – altera i regimi di temperatura e le precipitazioni, influenzando direttamente la temperatura del suolo e la disponibilità di acqua. Questi cambiamenti modificano la distribuzione delle comunità microbiche nel suolo e, di conseguenza, i processi di decomposizione della materia organica. “L’aumento delle temperature accelera i processi di decomposizione del microbioma, incrementando la quantità di gas serra emessi in atmosfera, come l’anidride carbonica e il metano. Il risultato è un peggioramento della qualità del suolo che mette a rischio la produzione agricola e la sicurezza alimentare di milioni di persone nel mondo”, sottolinea Zoani.


Il valore che misura l’aumento dell’attività dei microrganismi nel suolo quando la temperatura sale di 10°C si chiama Q10 e, nello specifico, indica la sensibilità della respirazione microbica alle variazioni di temperatura. Quando la temperatura del suolo aumenta, i microrganismi tendono a lavorare più velocemente e a produrre più anidride carbonica (CO2) che sarà rilasciata in atmosfera. Conoscere questo valore dell’attività del microbioma diventa importante per prevedere come il ciclo del carbonio nel suolo risponderà al riscaldamento globale. E, in questo contesto, “l’intelligenza artificiale può giocare un ruolo fondamentale perché offre strumenti molto efficaci per analizzare dati complessi, fare previsioni e sviluppare soluzioni innovative per mitigare gli effetti del cambiamento climatico e adottare pratiche agricole sostenibili che promuovano la produzione alimentare nel lungo termine”, conclude la professoressa Tangaro.