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Piano Terra, seconda installazione del ciclo espositivo Project Window

Piano Terra, seconda installazione del ciclo espositivo Project WindowRoma, 14 apr. (askanews) – Dopo l’esordio con Ramo d’oro, opera di Elisa Montessori, che ha inaugurato Project Window con una riflessione intima e poetica sul segno e sul paesaggio, il progetto espositivo di Piano Terra prosegue con Sentieri spontanei, un’installazione ideata da Luca Grechi in dialogo con Alessandro Dandini de Sylva. L’inaugurazione è prevista per martedì 15 aprile alle ore 18.00.


Sentieri spontanei è un’installazione pensata appositamente per la vetrina di Piano Terra e si compone di oggetti pittorici – alcuni trovati, altri realizzati dall’artista – disposti a formare una mappa fatta di tracce, segni e presenze silenziose. Ogni elemento si connette agli altri in una rete di rimandi che attraversa il tempo della ricerca. Gli oggetti pittorici si offrono come frammenti di un linguaggio in trasformazione, sentieri che attraversano l’evoluzione del pensiero pittorico e ne restituiscono la complessità stratificata. Come nelle songlines cantate dagli aborigeni australiani, ogni oggetto conserva la memoria di un luogo, di un gesto, di una visione. Le immagini si contaminano, le forme si richiamano, le superfici dialogano. Il tempo della pittura si dilata, accogliendo ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora essere.


Questo secondo progetto anticipa un terzo capitolo: martedì 13 maggio prenderà forma un ulteriore atto di questa collaborazione. Uniti da una solida amicizia e alleanza professionale, Grechi e Dandini de Sylva, invertiranno per l’occasione i loro ruoli, si assisterà ad un’interazione dinamica tra il processo creativo e la curatela, sperimentando nuove modalità di fruizione artistica. Due sensibilità e due linguaggi espressivi differenti, ma accomunati da un’attenzione condivisa per la dimensione simbolica del paesaggio e da una comune indigine tra il visibile e l’invisibile, tra presenza e sospensione. La vetrina di Piano Terra si trasformerà per i prossimi due mesi in un luogo di soglia, dove pittura e fotografia si susseguono, contaminandosi e rispecchiandosi, aprendo nuove possibilità di lettura e attraversamento.


L’installazione sarà accompagnata da un testo contenente alcune domande e risposte, che fungerà da memoriale e diventerà un sentiero, un percorso che racconterà il lavoro di Grechi. L’esperienza sarà ulteriormente arricchita nelle prossime settimane da un talk previsto per martedì 13 maggio, in occasione dell’inaugurazione dell’intervento espositivo di Dandini de Sylva, che vedrà un dialogo tra i due artisti. A seguire, il 9 giugno, si terrà un workshop condotto da Grechi, che darà ufficialmente avvio a un’intensa programmazione educativa estiva dedicata ai bambini, arricchita da interventi spot di artisti nel corso delle settimane. Project Window è uno spazio espositivo site-specific, visibile dall’esterno 24 ore su 24, concepito per favorire un’interazione continua tra lo spazio interno con il contesto urbano e per proporre una fruizione dell’arte lenta e quotidiana.

In libreria Il laboratorio della città nuova, Foqus nei Quartieri Spagnoli

In libreria Il laboratorio della città nuova, Foqus nei Quartieri SpagnoliRoma, 13 apr. (askanews) – Nelle librerie “Il laboratorio della città nuova – FOQUS nei Quartieri Spagnoli” di Renato Quaglia, edito da Rubbettino: è il racconto di un’esperienza che a Napoli, in uno dei quartieri più fragili d’Europa, è stata al tempo stesso una visione e una sfida al futuro. Quaglia, insieme a Rachele Furfaro, è stato ideatore del progetto e fondatore della Fondazione FOQUS, di cui è tuttora direttore. Il libro è stato scritto lavorando al grande progetto di rigenerazione urbana-educativa, tra speranze e risultati, errori e soluzioni, osservando professionisti, cittadini, istituzioni, attivisti che vi partecipavano, e progetti internazionali studiati per trarne suggestioni. Tutto è confluito in un libro che, ripercorrendo i passaggi decisivi del progetto nei Quartieri Spagnoli, riflette anche sui limiti e le potenzialità del fenomeno della rigenerazione urbana e dei laboratori sociali in Italia e in Europa. Quartieri esausti, che segnano il destino di chi ci nasce, le periferie prive di scuole, centri culturali o sportivi, le aree urbane che alimentano insicurezza, disoccupazione, disagi sociali e generazionali, dichiarano più che la crisi della città, soprattutto la crisi del modello economico e sociale che produce gli effetti. Scampia a Napoli, lo Zen a Palermo, Corviale a Roma, le Dighe a Genova, San Paolo a Bari, Quarto Oggiaro a Milano, non sono più degli unicum: sono diventati i sinonimi che descrivono l’inadeguatezza di moltissimi quartieri anonimi, che ormai si ritrovano in ogni città, grande o piccola. Non solo aree di criticità irrimediabili, sostiene Quaglia: sono invece le uniche aree da cui può ripartire il disegno di una nuova città.


“Il laboratorio della città nuova – FOQUS nei Quartieri Spagnoli” offre al lettore considerazioni sulle politiche pubbliche, le innovazioni sociali e i più interessanti progetti italiani, esempi di progetti internazionali, un panorama critico sui modi con cui viene finanziato il sociale in Italia, dati e informazioni sulle iniziative che offrono nuove prospettive a quartieri marginalizzati, a edifici dismessi, a città che ricominciano a pensare al futuro. Il libro affronta anche alcune delle questioni più dibattute in questi anni: come vengono rese disponibili le risorse necessarie al lavoro sociale, i bandi emessi dalle fondazioni di erogazione, come si comporta l’ente locale di fronte alle molte esperienze che stanno cambiando il volto e le prospettive delle città, cosa occorrerebbe per dare prospettiva ai laboratori sociali che si sono dimostrati efficaci. “Il laboratorio della città nuova” racconta un modello di innovazione sociale che è stato partecipato da una comunità complessa come quella dei Quartieri Spagnoli a Napoli, insieme a cui ha saputo produrre una profonda trasformazione, portata ad esempio in Europa e replicabile in ogni periferia, innescando processi positivi di benessere condiviso. Acronimo della Fondazione Quartieri Spagnoli, come scrive Roberto Saviano nella prefazione: “la Fondazione FOQUS è un piccolo grande miracolo partenopeo”.


Il laboratorio di FOQUS è iniziato, nel 2014, dal recupero di un ex convento cinquecentesco, di proprietà di un ordine religioso e negli ultimi anni abbandonato, e dall’investimento di una scuola dalla pedagogia sperimentale, quella di Rachele Furfaro, che assegna al ruolo educativo una funzione propulsiva straordinaria. Oggi, quel grande edificio abbandonato è abitato ogni giorno da una comunità educativa, economica e produttiva composta da più di 3.000 persone. Si sono creati 208 posti lavoro, vi studiano più di 1.000 bambini (in un quartiere dai tassi di abbandono scolastico superiori al 30% e dove vive il 10% dei bambini di tutta Napoli). Quella parte dei Quartieri Spagnoli che dieci anni fa era “la meno frequentata e la meno frequentabile”, oggi, oltre che un luogo di educazione, cura e lavoro, è anche un riferimento culturale per tutta la città, richiamata da presentazioni di libri, una biblioteca, una sala cinematografica, uno spazio per convegni e concerti, una galleria d’arte e una collezione di opere di maestri contemporanei, da Pistoletto a Palladino, Tatafiore, Manzo. Organizza progetti a favore di donne fragili, corsi di formazione per giovani, un centro per giovani e adulti con disabilità cognitive, iniziative di inclusione che disegnano un modello di nuovo welfare compartecipativo, che crea correlazioni tra persone, competenze, specializzazioni, possibilità. A FOQUS l’educazione è la chiave della trasformazione generativa: ci sono un nido e scuole dall’infanzia alle secondarie di primi grado; una sede distaccata dell’Accademia di Belle Arti; un centro di formazione professionale, un istituto di musicoterapia, corsi per la creazione di reti sociali, start-up e piccole imprese locali, spazi e opportunità di networking. FOQUS ha inaugurato due anni fa la prima scuola a vocazione ambientale d’Italia e promuove progetti di sostenibilità ed economia circolare. Il libro racconta come le aree del disagio possano trovare una nuova possibilità, imboccare una diversa traiettoria di futuro, di come un progetto sistemico (che cioè agisce contemporaneamente su educazione, cultura, lavoro, welfare, inclusione) possa avere un impatto reale sulla vita di una comunità partendo dai suoi cittadini più vulnerabili, creare un ambiente in cui tutti possano trovare un proprio ruolo, sentirsi parte di una comunità e contribuire al benessere collettivo. Dar vita a una città nuova. Ma molte delle migliori esperienze non diventano ancora politiche pubbliche, non sono accolte dall’ente pubblico. “Si otterrebbero ben diversi risultati – avverte Renato Quaglia – se Stato e innovatori sociali agissero nella stessa direzione, progettando insieme un terzo modello, oltre la dicotomia pubblico- privato dei decenni passati, verso una nuova interpretazione dell’interesse pubblico e una coraggiosa applicazione dei concetti di bene comune”. La necessità di rimediare agli errori del Novecento, di sostituire nuovi orizzonti a prospettive che paiono inevitabili e incorreggibili, impone di rendere reale il possibile, con coraggio.


“Quando questi laboratori di cittadinanza attiva diventano parte del vissuto di una comunità, allora il cambiamento è irreversibile, non più cancellabile. Ognuna di quelle comunità costruisce una città nuova, inclusiva e aperta. E – conclude Renato Qaglia – sceglierà chi portare con sé nel futuro”.

”Racchette di guerra”, in libreria storie di tennisti sul campo di battaglia

”Racchette di guerra”, in libreria storie di tennisti sul campo di battagliaRoma, 12 apr. (askanews) – Arriva in libreria “Racchette di guerra” L’incredibile storia dei tennisti che dalle battaglie sui campi sono passati a quelle con le armi”,ultimo libro di Piero Valesio pubblicato da “Absolutely Free libri” che racconta la storia, finora mai approfondita, di quelle campionesse e di quei campioni del tennis che la vita ha poi trascinato in guerra, costringendoli ad applicare in contesti profondamente diversi i criteri di vita che avevano imparato sui campi di gara di mezzo mondo.


Dopo il crollo del Muro di Berlino si parlava di Fine della Storia. Di un futuro in cui le guerre sarebbero scomparse, in cui i soli conflitti possibili sarebbero stati quelli in scena sui campi dello sport e del tennis in particolare. Non è stato così, purtroppo. E in questi anni l’umanità è tornata a vivere fianco a fianco con la guerra. Alex Dolgopolov e Sergej Stakhovsky, tennisti ucraini che per anni hanno sfidato Federer, Nadal e Djokovic, ora arruolati nell’esercito, sono diventi così il simbolo di quegli interpreti dei “gesti bianchi” che poi si sono trovati a vivere in un mondo dove il confronto non si attua più con le racchette ma con i fucili. Dolgopolov e Stakhovsky non sono le sole “Racchette di guerra”. Da Tony Wilding, plurivincitore a Wimbledon, motociclista appassionato e personaggio dell’alta società europea morto nel ’17 sul crinale di Aubers, in Francia, a Don Budge, il primo a centrare il Grande Slam (la conquista nello stesso anno dei quattro tornei più prestigiosi: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e Us Open) che si infortunò gravemente addestrando un gruppo di piloti dell’Air Corps ad arrampicarsi su una corda. Da Johnnie Ashe, che andò in Vietnam al posto del celebre fratello Arthur ad Alice Marble che non potendo arruolarsi nell’esercito americano divenne spia e si rese protagonista di una delle operazioni più romanzesche del secondo conflitto mondiale.


Vicende umane avvincenti che diventano simbolo di come, nel giro di un attimo, si può passare dall’armonia di un gioco all’orripilante disordine di tutti i conflitti. Oggi come allora, altro che fine della storia. Ha detto Jimmy Connors: “La gente non capisce che là fuori è una dannata guerra”. Sarà per questo che le storie dei tennisti coinvolti in attività belliche provocano, oggi più che mai, più di un brivido.

Dipingere lo spazio: Vieira da Silva alla Collezione Guggenheim

Dipingere lo spazio: Vieira da Silva alla Collezione GuggenheimVenezia, 10 apr. (askanews) – Una protagonista dell’arte del Novecento, che partendo da Lisbona è poi approdata a Parigi e ha saputo attraversare la pittura astratta con uno stile personale e capace di rinnovarsi nel corso degli anni. La Collezione Peggy Guggenheim di Venezia ha inaugurato la mostra “Maria Helena Vieira da Silva. Anatomia di uno spazio”.


“C’è una bellissima relazione tra Maria Helena Viera da Silva e il Guggenheim in generale – ha detto ad askanews Karole P.B. Vail, direttrice della Peggy Guggenheim Collection – perché infatti è Hilla Rebay, che era la consigliera artistica di Solomon Guggenheim che compra un suo quadro meraviglioso che abbiamo in mostra nel 1937 per la collezione di arte astratta e non oggettiva di Solomon Guggenheim. E poi c’è il legame naturalmente anche con Peggy Guggenheim che, come sappiamo, ha organizzato delle mostre dedicate alle donne e una di queste, molto famosa, si intitolava ’31 Women’, in cui la Vieira da Silva fu inclusa”. La mostra racconta dell’originalità di Vieira da Silva, della sua vicinanza ai movimenti come l’informale, ma anche del suo non avere mai vissuto una adesione totalizzante alle varie avanguardie. E anche la sua pittura astratta è molto particolare.


“Le sue opere – ha aggiunto la curatrice Flavia Frigeri – si caratterizzano per un’astrazione che mischia sia astrazione con elementi figurativi, ma anche una grande ricerca dello spazio. In un certo senso lei si può descrivere come un’artista ‘architettrice’, se vogliamo. Il percorso che ho immaginato è un percorso che in realtà racconta il percorso stesso di Maria Helena Vieira da Silva, quindi è abbastanza cronologico e parte con le sue prime opere in cui sperimenta questa idea di un’anatomia dello spazio, lo scheletro dello spazio e poi si snoda attorno ad altri temi chiave, quindi i ballerini e giocatori di scacchi e e carte che sono, diciamo, una metafora esistenziale, se vogliamo, della vita”. L’esposizione veneziana poi racconta l’esperienza della Seconda Guerra mondiale, che l’artista vive a distanza da Rio de Janeiro, e infine approda a una rappresentazione delle città che diventano quasi delle visioni, delle trame di segni e forse anche sogni, invisibili e presenti. Se per gran parte delle sale domina il colore, nell’ultima si scopre il bianco e le sue grandi possibilità. Il tutto con un’idea dello spazio che i dipinti occupano in modo quasi tridimensionale.


“Essendo un anno di Biennale Architettura – ha concluso Karole Vail – mi piaceva anche l’idea di presentare Vieira da Silva con il suo grande interesse per tutto quello che è spazio, labirinto e architettura”. La mostra, che si inserisce anche in un progetto di riscoperta di artiste donne che il museo porta avanti da anni, è aperta al pubblico alla Collezione Peggy Guggenheim dal 12 aprile al 15 settembre 2025.

Capodimonte, Schmidt: 3 mln e mezzo per Casa Fotografia Jodice

Capodimonte, Schmidt: 3 mln e mezzo per Casa Fotografia JodiceMilano, 10 apr. (askanews) – “Grazie a un finanziamento del Ministero della Cultura di 3 milioni e mezzo di euro partiranno entro l’estate i lavori per la Casa della Fotografia Mimmo Jodice – Centro Studi Polifunzionale nell’edificio Cataneo nel Real Bosco”. Lo annuncia il Direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte Eike Schmidt. “Rispetto a quanto era stato ipotizzato al tempo della generosa donazione a Capodimonte da parte del Maestro, il progetto raddoppia: nella Sezione di Arte Contemporanea del Museo nascerà uno spazio permanente dove saranno esposte a rotazione tutte le opere acquisite da Capodimonte e ospitate mostre sue e di altri grandi fotografi. Ringrazio il Ministro Alessandro Giuli, il Maestro Jodice e la sua famiglia per aver condiviso ogni passaggio di un tributo tanto atteso dalla città e dalla comunità artistica italiana e internazionale”.


“La creazione della Casa della Fotografia è un desiderio nato durante gli anni di insegnamento all’Accademia di Belle Arti e dal confronto costante con i giovani fotografi – dichiara il Maestro Mimmo Jodice – Ringrazio il Ministro Giuli, il Direttore Schmidt e lo staff del Museo e Real Bosco di Capodimonte che, con caparbietà e visione, hanno voluto dare concretezza a questo progetto, per valorizzare sia un patrimonio fotografico già esistente, sia le produzioni di artisti emergenti. Mi auguro che la Casa della Fotografia possa presto diventare un Centro Polifunzionale dove le esigenze di digitalizzazione, archiviazione e formazione possano coesistere e in cui giovani autori e appassionati possano ritrovarsi e incontrare grandi esponenti della fotografia italiana e internazionale. Sono felice che tutto ciò avvenga proprio a Napoli e al Museo di Capodimonte, luoghi che ho sempre amato e che sono stati d’ispirazione per molti dei miei lavori”. La Casa della Fotografia Mimmo Jodice – Centro Studi Polifunzionale sarà ospitata nel settecentesco Edificio Cataneo (area est del Bosco). Insieme alla sua camera oscura sarà esposto un allestimento permanente di opere del Maestro. Il Centro sarà prevalentemente dedicato agli studi – biblioteca, archivio, restauro, digitalizzazione, aule didattiche e sala convegni – per la valorizzazione della fotografia contemporanea, con uno spazio per le attività di giovani autori, ma sarà anche un luogo di incontro con punto bar-ristorazione.


Fin dagli anni Settanta del ‘900, il Museo e Real Bosco di Capodimonte ha consolidato una fitta e proficua collaborazione con il Maestro Mimmo Jodice (Napoli, 29 marzo 1934): il suo lavoro ha accompagnato innumerevoli iniziative promosse da questo Museo ed egli stesso ha contribuito ad accrescere la Collezione di Arte Contemporanea con le donazioni dell’opera Omaggio a Rodin, del corpus di Avanguardie a Napoli, dei progetti Eden e La città invisibile e con l’acquisizione del progetto Transiti, ispirato proprio alle collezioni di Capodimonte e concepito per il cinquantenario dell’apertura del Museo. Tra le importanti donazioni anche la sua camera oscura – dove sono nate tutte le opere – l’archivio e le pubblicazioni.

Unesco, sulle Alpi mostra “As Ice” riflette su scomparsa ghiacciai

Unesco, sulle Alpi mostra “As Ice” riflette su scomparsa ghiacciaiMilano, 10 apr. (askanews) – Nel cuore delle Alpi, aderendo all’Anno Internazionale per la Conservazione dei Ghiacciai decretato dall’UNESCO e dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM), Castel Belasi – Centro Arte Contemporanea per l’Eco Pensiero presenta dal 10 maggio a fine ottobre la mostra “As Ice (Come Ghiaccio)” con opere di quattordici artisti internazionali di diverse generazioni, di alto livello mondiale e giovanissimi, per farci riflettere sul concetto di fragilità e scomparsa, tra protezione, conflitto e spiritualità in un’epoca in cui credenze e certezze si stanno dissolvendo come neve al sole.


La mostra, curata da Stefano Cagol, si snoda al piano espositivo superiore del castello, dove entra in dialogo con gli affreschi cinquecenteschi delle Metamorfosi di Ovidio e con l’antico mito di Perseo, simbolo della capacità di cambiamento consapevole. Qui, il fulcro del percorso è una grande proiezione che presenta un’opera video iconica di inizio millennio del collettivo russo con base a Berlino e New York AES+F, celebrata da numerose biennali. È un mondo distopico che sale sempre più in alto, dove rimane l’ultimo ghiaccio, affamato di energia e bellicoso. Altro punto focale è il monumento al ghiaccio come conto alla rovescia, che il celebre artista tedesco Gregor Hildebrandt collega simbolicamente al tempo umano, scandendo gli anni con dischi in vinile. L’altra opera scultorea in mostra è di Laura Pugno , che insegue l’impossibile: fissare la neve mentre si scioglie in una scultura resistente. I collage fotografici dell’artista Inuit residente in Groenlandia, Ivínguak’ Stork Hoegh , mettono in scena paradossi artici, mentre l’opera sonora dell’australiano Philip Samartzis evoca i movimenti delle placche antartiche, rendendo il ghiaccio un sottile filo rosso che unisce in un unico destino. Se l’artista, curatore e documentarista libanese di base a Copenaghen Khaled Ramadan ricorda con speranza il potere generativo del ghiaccio e il suo ruolo nell’origine della vita, lo svizzero Peter Aerschmann , le cui opere fanno parte della Pinault Collection, mostra gli iceberg come fantasmi. Un ghiaccio ferito a morte, macchiato di sangue, è il protagonista dell’installazione della giovane artista londinese Indra Moroder Valecha , altoatesina di cultura romancia, e anche dell’installazione video di un’altra giovane artista, la cinese Yitian Yan , che si è fatta notare all’Arts Center di Governors Island a New York. Emilio Perez , noto artista newyorkese, parla di vuoto piuttosto che di bianco nella sua pittura, così come l’evanescenza delle pennellate dell’italiano Pietro Capogrosso . Lungo la linea del colore bianco, il confronto innescato dall’americana Caroline McManus è tra la tossica durevolezza degli imballaggi in polistirolo e la vita effimera del ghiaccio. A cercare di salvarci dal nostro inesorabile viaggio nel deserto, simbolicamente visualizzato da Eleonora Roaro , è il rito immortalato dall’importante artista kazaka di fama internazionale, Almagul Menlibayeva . La danza di sei donne sciamane tra le montagne dell’Asia centrale chiude la mostra, suggerendo la necessità di riconciliarci con gli elementi della natura di cui siamo indissolubilmente parte.


La mostra fa parte di una trilogia ispirata alle vicine Dolomiti , catena montuosa delle Alpi italiane, e dedicata da Castel Belasi all’acqua, di cui fanno parte “As Rain” (2023) e “As Islands” (2024). “As Ice” è realizzato in collaborazione con il MUSE Museo delle Scienze di Trento , con il quale Castel Belasi ha siglato una partnership pluriennale per lo sviluppo di progetti congiunti all’insegna del dialogo tra arte contemporanea e ricerca scientifica sui temi della sostenibilità.


Le altre mostre della stagione 2025 di Castel Belasi, allestite negli ulteriori spazi espositivi e realizzate grazie alla partnership con il MUSE, includono “Harvests and Tales. The Biodiversity in Botanical Art” (maggio-22 giugno), prima tappa italiana dell’evento internazionale Botanical Art Worldwide 2025, e “Fragile. The Best of Glasstress” (4 luglio-ottobre), che esplora i temi del ghiaccio e della vulnerabilità tra uomo e natura attraverso una selezione di sculture in vetro di Murano progettate da importanti artisti contemporanei internazionali. La Project Room presenta la mostra “Dall’Antropocene al Biocene” a partire dal 10 maggio con gli artisti under 35 della masterclass del MUSE “We Are the Flood #3”. La quarta masterclass di “We Are the Flood” si terrà tra il MUSE e Castel Belasi a settembre, con ospite Francesca Guerisoli .


Castel Belasi – Centro d’arte contemporanea per l’ecopensiero in un castello medievale tra le Alpi ai piedi delle Dolomiti di Brenta in Val di Non – Trentino è un’istituzione comunale del Comune di Campodenno, aperta al pubblico nel 2021. Dal 2023 la direzione artistica è di Stefano Cagol.

Mapplethorpe oltre gli stereotipi: fotografia e libertà radicale

Mapplethorpe oltre gli stereotipi: fotografia e libertà radicaleVenezia, 10 apr. (askanews) – Robert Mapplethorpe è stato un grande fotografo, uno di quelli che sanno cogliere il senso del loro tempo e che diventano rapidamente creatori dell’immaginario collettivo, andando al di là di ogni possibile etichetta o definizione limitativa. Le Stanze della Fotografia a Venezia gli dedicano una grande retrospettiva, prima tappa di un progetto che coinvolgerà anche Milano e Roma, e che racconta Mapplethorpe fin dagli esordi con i collage. Per poi allargarsi all’intera carriera del fotografo.


“Tutti questi lavori – ha detto ad askanews Denis Curti, curatore della mostra e direttore delle Stanze della Fotografia – che sono i fiori, i ritratti, le statue, gli autoritratti, Lisa Lyon, Patti Smith… li ha fatti tutti contemporaneamente, li ha portati avanti per vent’anni, li ha portati avanti per tutta la sua carriera. L’aspetto che mi ha molto colpito, e credo che questa mostra riesca in qualche modo a darne conto, era l’idea di una grande consapevolezza di ciò che Mapplethorpe voleva raccontare. Grazie alla disponibilità della fondazione Mapplethorpe siamo riusciti a creare degli abbinamenti visivi che non si erano mai visti”. Il capitolo veneziano, intitolato “Le forme del classico”, esplora la volontà di creare vere e proprie sculture attraverso le fotografie, calandosi allo stesso tempo profondamente nella realtà del suo presente attraverso i propri soggetti. E poi c’è un talento per il ritratto che è talmente spiccato da sembrare invisibile, come se scomparisse. A restare sono i volti immortalati, per i quali spesso il ritratto di Mapplethorpe diventa l’immagine con cui ricordiamo quei personaggi. La mostra veneziana è inoltre una presa di posizione sul modo in cui interpretiamo la figura e il lavoro del fotografo americano.


“C’è un elemento che per me è fondamentale ribadire – ha detto ancora il curatore – ed è che questa mostra vuole spostare l’attenzione nei confronti di Mapplethorpe dal fotografo della provocazione e della pornografia, che è lontanissima dalla sua idea, per parlare di un fotografo professionista, che lavorava per clienti privati, lavorava per i giornali e che lavorava tutti i santi giorni nel suo studio fotografando e stampando”. E anche sulle “appropriazioni” del lavoro di Mapplethorpe, alle Stanze della Fotografia hanno le idee chiare: “Non voleva essere il paladino di niente – ha concluso Denis Curti – non era un militante. Lui faceva il suo lavoro e raccontava la sua vita. Questo stupido e banale e scontato cliché per cui Robert Mapplethorpe è un fotografo della provocazione secondo me sta negli occhi di chi guarda, non sta in queste fotografie”.


Questo aspetto è molto interessante, perché se si concede un minimo di spazio al ragionamento sulla meta fotografia ecco che possiamo immaginare che sia la mostra a osservare noi e il modo in cui guardiamo ai fenomeni artistici e culturali e a quanti limiti a volte andiamo a costruire, insieme alle definizioni troppo spesso semplicistiche e riduttive. La fotografia di Mapplethorpe sembra invece superarli i limiti, nel segno di una libertà radicale che resta il messaggio più forte e, questo sì, sovversivo, della mostra. (Leonardo Merlini)

Scopigno, la Treccani omaggia il maestro del calcio difensivo e del contropiede

Scopigno, la Treccani omaggia il maestro del calcio difensivo e del contropiedeRoma, 7 apr. (askanews) – A 100 anni dalla nascita l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani ricorda il tecnico legato allo storico scudetto del Cagliari, matematicamente conquistato il 12 aprile 1970;personaggio atipico del calcio italiano, anticonformista e dotato di un tagliente umorismo. Il Cagliari di Gigi Riva è passato alla storia con lo scudetto vinto nel 1970 grazie ai goal di uno dei cannonieri più celebri della storia del calcio. Ma questo grande traguardo si deve anche a Manlio Scopigno, un allenatore atipico, come lo definisce l’Enciclopedia dello Sport Treccani, di cui ricorrono quest’anno i 100 anni dalla nascita, avvenuta il 20 novembre 1925 a Paularo (Udine).


Il destino ha giocato con lui un ruolo particolare, considerato che vinse il Seminatore d’oro nel 1967 ma nello stesso anno fu licenziato dal Cagliari. Richiamato però nel 1968, conquistò matematicamente lo storico scudetto battendo il 12 aprile 1970 il Bari, dando il meglio a Cagliari ma anche a Vicenza, dove chiuse la carriera. Personaggio atipico del calcio italiano, fu maestro del calcio difensivo all’italiana e del contropiede e dissacratore dei luoghi comuni ed è ricordato ancora oggi per il suo tagliente umorismo, per la sua intelligenza e per il suo anticonformismo. Morì a Rieti il 25 settembre 1993.

”Il partigiano che divenne imperatore”, in libreria la vera storia di Ilio Barontini

”Il partigiano che divenne imperatore”, in libreria la vera storia di Ilio BarontiniRoma, 5 apr. (askanews) – E’ in libreria per Laterza “Il partigiano che divenne imperatore” nuovo lavoro del giornalista e scrittore spezzino Marco Ferrari, già autore, fra l’altro, di “Mare verticale, dalle Cinque Terre a Bocca di Magra”; “L’incredibile storia di António Salazar, il dittatore che morì due volte”; “Ahi, Sudamerica! Oriundi, tango e fútbol”; “Alla rivoluzione sulla Due Cavalli, con ritorno a Lisbona 50 anni dopo”.


Il nuovo libro di Ferrari racconta una storia vera e dimenticata in cui si respira l’odore acre del Novecento ma che potrebbe uscire dalle pagine di Graham Greene. Siamo nel 1938, Ilio Barontini, comunista livornese, ha combattuto nella guerra di Spagna tanto da diventare l’eroe della battaglia di Guadalajara, dove le brigate internazionali sconfissero i fascisti. A Parigi viene scelto dai servizi segreti francesi e britannici per una missione rischiosissima: organizzare le forze partigiane abissine che devono resistere alla conquista fascista. Dopo molti colloqui con il segretario del Negus, le autorità francesi e i dirigenti del Partito Comunista, raggiunge le zone sotto il controllo della resistenza attraversando Egitto e Sudan con le credenziali di Hailé Selassié trascritte su fazzoletti di seta per sfuggire al controllo nemico. Nell’estate del ’39 venne raggiunto da Anton Ukmar, ex ferroviere sloveno di Gorizia conosciuto in Spagna, da Bruno Rolla, comunista spezzino, dal colonnello Paul Robert Monnier del Deuxième Bureau, il servizio di informazioni militari, e dal segretario del Negus Lorenzo Talzar. Mussolini aveva conquistato con l’uso dell’iprite i villaggi e le città più importanti, la ferrovia Addis Abeba-Gibuti e le principali vie di comunicazione, ma una parte considerevole del territorio era ancora in mano agli Arbegnuoc, i patrioti etiopi.


Barontini formò un esercito di oltre 250 mila uomini composto da piccole formazioni mobili e venne nominato dal Negus vice-imperatore di Abissinia. Dotato dello scettro imperiale, il comunista di Livorno tenne a bada i vari Ras, portò a termine missioni importanti e pubblicò un giornale bilingue, “La voce degli Abissini”, tanto da diventare una leggenda. La missione terminò nel giugno 1940, quando i tre amici intrapresero la via del ritorno tra malattie e assalti di predoni. Si ritrovarono miracolosamente vivi a Khartum dove scattarono l’unica fotografia che li ritrae tutti e tre insieme. Marco Ferrari, giornalista e scrittore spezzino, per AU del territorio era ancora in mano agli Arbegnuoc, i patrioti etiopi. Barontini formò un esercito di oltre 250 mila uomini composto da piccole formazioni mobili e venne nominato dal Negus vice-imperatore di Abissinia. Dotato dello scettro imperiale, il comunista di Livorno tenne a bada i vari Ras, portò a termine missioni importanti e pubblicò un giornale bilingue, “La voce degli Abissini”, tanto da diventare una leggenda. La missione terminò nel giugno 1940, quando i tre amici intrapresero la via del ritorno tra malattie e assalti di predoni. Si ritrovarono miracolosamente vivi a Khartum dove scattarono l’unica fotografia che li ritrae tutti e tre insieme.


ornalista e scrittore spezzino, per AU del territorio era ancora in mano agli Arbegnuoc, i patrioti etiopi. Barontini formò un esercito di oltre 250 mila uomini composto da piccole formazioni mobili e venne nominato dal Negus vice-imperatore di Abissinia. Dotato dello scettro imperiale, il comunista di Livorno tenne a bada i vari Ras, portò a termine missioni importanti e pubblicò un giornale bilingue, “La voce degli Abissini”, tanto da diventare una leggenda. La missione terminò nel giugno 1940, quando i tre amici intrapresero la via del ritorno tra malattie e assalti di predoni. Si ritrovarono miracolosamente vivi a Khartum dove scattarono l’unica fotografia che li ritrae tutti e tre insieme. Bocca di Magra; L’incredibile storia di António Salazar, il dittatore che morì due volte; Ahi, Sudamerica! Oriundi, tango e fútbol; Alla rivoluzione sulla Due Cavalli. con Ritorno a Lisbona 50 anni dopo. Un fantasma si aggira per l’Europa e per l’Africa. È il fantasma di un uomo che guida le Brigate internazionali in Spagna, e poi attraversa i deserti del Sudan. Un fantasma che diventa imperatore d’Etiopia per conto di Hailé Selassié e guida i partigiani abissini contro i fascisti italiani. Un fantasma che ha un nome, Ilio Barontini, e questa è la sua storia.


Questo libro racconta una storia vera e dimenticata. Una storia in cui si respira l’odore acre del Novecento ma che potrebbe uscire dalle pagine di Graham Greene. Siamo nel 1938, Ilio Barontini, comunista livornese, ha combattuto nella guerra di Spagna tanto da diventare l’eroe della battaglia di Guadalajara, dove le brigate internazionali sconfissero i fascisti. A Parigi viene scelto dai servizi segreti francesi e britannici per una missione rischiosissima: organizzare le forze partigiane abissine che devono resistere alla conquista fascista. Dopo molti colloqui con il segretario del Negus, le autorità francesi e i dirigenti del Partito Comunista, raggiunge le zone sotto il controllo della resistenza attraversando Egitto e Sudan con le credenziali di Hailé Selassié trascritte su fazzoletti di seta per sfuggire al controllo nemico. Nell’estate del ’39 venne raggiunto da Anton Ukmar, ex ferroviere sloveno di Gorizia conosciuto in Spagna, da Bruno Rolla, comunista spezzino, dal colonnello Paul Robert Monnier del Deuxième Bureau, il servizio di informazioni militari, e dal segretario del Negus Lorenzo Talzar. Mussolini aveva conquistato con l’uso dell’iprite i villaggi e le città più importanti, la ferrovia Addis Abeba-Gibuti e le principali vie di comunicazione, ma una parte considerevole del territorio era ancora in mano agli Arbegnuoc, i patrioti etiopi. Barontini formò un esercito di oltre 250 mila uomini composto da piccole formazioni mobili e venne nominato dal Negus vice-imperatore di Abissinia. Dotato dello scettro imperiale, il comunista di Livorno tenne a bada i vari Ras, portò a termine missioni importanti e pubblicò un giornale bilingue, “La voce degli Abissini”, tanto da diventare una leggenda. La missione terminò nel giugno 1940, quando i tre amici intrapresero la via del ritorno tra malattie e assalti di predoni. Si ritrovarono miracolosamente vivi a Khartum dove scattarono l’unica fotografia che li ritrae tutti e tre insieme

Il mistero dell’interpretazione, Thomas Schütte e la figura umana

Il mistero dell’interpretazione, Thomas Schütte e la figura umanaVenezia, 5 apr. (askanews) – Inclassificabile, mutevole, ironico e inquieto. Sono quattro aggettivi che spesso capita di trovare associati al lavoro di Thomas Schütte, artista tedesco cui Punta della Dogana a Venezia dedica la prima grande retrospettiva in Italia, intitolata “Genealogies”. Un viaggio che in fondo ha a che fare con le domande fondamentali sull’umano, ma che prende spesso forme inattese e stranianti. E la mostra si muove lungo due filoni intrecciati.


“Il primo percorso – ha detto ad askanews Camille Morineau, co-curatrice della mostra – riguarda la scultura. Abbiamo 50 pezzi dalla collezione di Francois Pinault che sono davvero il centro della mostra. La maggior parte di loro sono veri capolavori ed erano stati esposti prima. E poi il secondo percorso, che è un dialogo con la scultura, e riguarda il disegno. E la maggior parte di queste opere non sono mai state viste, come quella alle mie spalle che è una serie di dipinti su grandi striscioni. È un secondo filone narrativo che va dagli anni ’70 a oggi ed è universo che si muove in parallelo rispetto a quello della scultura”. La mostra veneziana vuole mettere in evidenza come la produzione su carta di Schütte sia centrale anche nel lavoro, più noto al grande pubblico, delle sculture, che pur nella loro imponenza, restano degli esempi chiari di non-monumentalità e di non-retorica: i corpi sono indefinibili, proteiformi, forse ibridi, le gambe affondano nel fango e l’identità è un’illusione. “Non si capisce come interpretare queste figure umane – ha aggiunto Jean-Marie Gallais, curatore della Pinault Collection e co-curatore della mostra – e c’è un collegamento con la storia dell’arte. Fin dall’inizio dell’umanità, rappresentiamo corpi umani, rappresentiamo gli altri. E la mostra è piena di domande affascinanti su come possiamo rappresentare qualcun altro”.


Domande che, come è giusto che sia, non diventano mai risposte, ma prendono tante possibili diverse strade, fino a convincerci che il punto di tutta la mostra è la nostra partecipazione a un mistero, probabilmente quello del nostro stesso essere umani. “Non è un mistero la realizzazione – ha aggiunto Gallais – questa è molto visibile. Si vedono tutte le tracce degli utensili, si vede a volte una certa struttura: si vedono i materiali che usa: acciaio, bronzo, vetro, ma anche argilla. E si vedono molte tracce della fabbricazione. Ma il mistero è nell’interpretazione e questa rimane aperta”. Tra tante suggestioni possibili, tra le quali anche una sorta di tassonomia delle forme dell’immaginario di Thomas Schütte, ce ne è una che invece riguarda la storia espositiva recente di Punta della Dogana, come se un sottilissimo filo legasse in modo invisibile, ma presente, le grandi mostre che sono state ospitate qui e che in questo caso può prendere la forma di echi dell’esposizione di Damien Hirst del 2017 così come di quella del 2024 di Pierre Huyghe. Entrambe, a nostro avviso, indimenticabili.