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Ue, Benigni: servono difesa e politica estera comune

Ue, Benigni: servono difesa e politica estera comuneMilano, 21 mar. (askanews) – All’Europa “servono una difesa e una politica estera comune. Facendo un esercito comune non si perde sovranità, si recupera. Avremmo l’esercito più forte al mondo e risparmieremmo tanti soldi. Invece tanti piccoli eserciti da soli non contano nulla”. Lo ha detto Roberto Benigni nello spettacolo Il Sogno, su Rai1.


“Ci vogliono deboli e divisi perché hanno paura: in Europa siamo 500 milioni, 100 milioni più degli Usa, quasi 4 volte la Russia. La nostra moneta diventerebbe la prima valuta negli scambi commerciali”, ha aggiunto. In Europa bisognerebbe dare più potere al Parlamento e abolire il diritto di veto nelle votazioni del Consiglio, ha detto Roberto Benigni nello spettacolo Il Sogno su Rai1 “Il Parlamento europeo non ha poteri, in particolare sugli esteri e sull’economia. I deputati possono discutere ma non prendono decisioni. E’ come avere un diamante che non vale niente”. “Chi ha davvero i poteri è il Consiglio europeo dove siedono i capi di governo che si preoccupano solo dei loro interessi. Bisogna dare più poteri al Parlamento. Siamo noi, l’abbiamo votato, ma per loro non conta nulla”.


Sul diritto di veto, “si decide all’unanimità nel Consiglio, tutti devono essere d’accordo, se uno dice no si ferma tutto e infatti siamo quasi sempre fermi. E’ una cosa decisiva, dipende tutto da questo”, ha detto.

Fed taglia stime crescita Usa e le alza su inflazione: pesano dazi

Fed taglia stime crescita Usa e le alza su inflazione: pesano daziRoma, 19 mar. (askanews) – La Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti ha confermato come da attese i tassi di interesse sul dollaro. Il riferimento ufficiale sui fed funds resta così a una forchetta del 4,25%-4,50%. L’istituzione ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita economica, ma non al punto da pronosticare una recessione (secondo la Fed l’economia resta “solida”). Ha invece alzato le attese di inflazione, che sta già risentendo dei nuovi dazi commerciali annunciati o decisi dall’amministrazione Trump, anche se è difficile quantificarne l’effetto.


In generale “l’incertezza attorno alle prospettive è aumentata”. E in particolare sui dazi “sarà molto difficile avere una valutazione precisa di quanta inflazione” supplementare stiano causando. “Ma è già così – ha rilevato il presidente Jerome Powell, ripetutamente interpellato su questo aspetto nella conferenza stampa post direttorio (Fomc) -: l’inflazione sui beni si è mossa sensibilmente negli ultimi due mesi, capire quanto sia dovuto ai dazi però è molto impegnativo”. “Chiaramente una buona parte di questo arriva dai dazi, ci lavoreremo il meglio possibile”. Inoltre “è troppo presto – ha aggiunto – per dire se questa inflazione sia transitoria o meno. Penso che dipenderà anche dall’ancoraggio delle attese di inflazione”. Precedentemente, sul ritorno del caro vita al valore obiettivo (2%) “stavamo facendo progressi – ha notato -. Penso che con i dazi si creerà un po’ di ritardo”. Posto che sul tutto c’è appunto un quadro di “incertezza inusualmente elevata”.


Peraltro i prezzi sono saliti anche su beni non coinvolti dai dazi, Powell ha fatto l’esempio delle lavatrici (con dazi) e delle asciugatrici (esentate). “Semplicemente i produttori vanno dietro alla massa e alzano i prezzi”. La Fed ha anche deciso di smorzare il ritmo della sua manovra di riduzione della mole del bilancio, in particolare limitando a 5 miliardi di dollari al mese, invece dei precedenti 25 miliardi, il livello di riduzione degli stock di titoli pubblici (Treasuries), mentre la riduzione mensile degli altri titoli è stata confermata a 35 miliardi di dollari al mese. Rimodulazioni decise “per motivi tecnici”, ha spiegato Powell, che ha fatto una analogia con quando all’avvicinarsi dell’atterraggio il pilota riduce la velocità. Comunque “le riserve restano abbondanti”, ha precisato.


Intanto la Fed ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita economica, ora per quest’anno è atteso un più 1,7% del Pil, a fronte del più 2,1% stimato a dicembre. Per il 2026 è atteso un più 1,8% e per il 2027 una espansione analoga, tre mesi fa era atteso, rispettivamente, +2% e +1,9%. “Non prevediamo una recessione”, ha chiarito Powell. E in generale nel settore privato, in queste ultime settimane si sono un po’ alzate le previsioni di recessione “ma restando sempre a livelli moderati”. Mediamente negli ultimi anni davano 1 probabilità di recessione su 4 (25%) e restano su questi valori. Per l’inflazione, l’istituzione monetaria stima ora un 2,7% quest’anno e un 2,2% il prossimo, a fronte di 2,5% e 2,1% indicati a dicembre. Per il 2027 è confermata l’attesa di un ritorno pieno all’obiettivo del 2%.


I banchieri centrali degli Stati Uniti continuano ad attendersi almeno due tagli ai tassi di interesse nel corso di quest’anno. Secondo la tabella con le previsioni degli stessi componenti del direttorio sui tassi (dot plot), 4 si attendono tassi (invariati) al 4,4% quest’anno, altri 4 al 4,12% (un taglio), 9 componenti al 3,87% (2 tagli) e 2 componenti li prevedono al 3,62% (3 tagli). Positiva la reazione iniziale a Wall Street, che in serata vede il Dow Jones accelerare al più 1,13%, mentre il Nasdaq balza dell’1,81%. Il dollaro si è lievemente rafforzato con l’euro che cala 1,0897. Buona parte delle domande hanno riguardato le svolte e i provvedimenti decisi dall’amministrazione Trump, tra cui i dazi. Powell ha cercato di divincolarsi come poteva. Ma poi, a una domanda più generale sul clima di fiducia del pubblico, ha replicato che il principale motivo di malcontento è legati ai forti aumenti dei prezzi visti durante 2021, 2022 e 2023 (durante la presidenza Biden, che non ha citato). “Ora l’inflazione ha molto rallentato e l’economia cresce in maniera solida, il mercato del lavoro è positivo”. Il problema resta il livello assoluto dei prezzi, dopo i rincari degli anni passati (negli Usa come del resto in Europa). (fonte immagine: Federal Reserve).

Meloni ripudia l’Europa di Ventotene. E la Camera s’infiamma

Meloni ripudia l’Europa di Ventotene. E la Camera s’infiammaRoma, 19 mar. (askanews) – “La mia Europa non è quella del manifesto di Ventotene”. Detta così, l’affermazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, fatta nell’aula della Camera al termine della sua replica al dibattito sulle sue comunicazioni in vista del Consiglio europeo di domani e dopodomani, avrebbe sicuramente amareggiato quanti nel testo scritto nel ’41 dagli oppositori del regime fascista al confino nell’isola, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, e poi pubblicato da Eugenio Colorni che ne firmò la prefazione, hanno sempre visto un testo fondante per la costruzione di “un’Europa libera ed unita”. Ma la premier, affermando di sperare che quanti avevano partecipato alla manifestazione di sabato scorso a piazza del Popolo “in realtà non avessero mai letto” il manifesto di Ventotene, “perché l’alternativa sarebbe francamente spaventosa”, e, soprattutto, scegliendo di leggerne in aula solo quei passaggi che, a distanza di tanti anni, e considerato il particolare momento storico in cui furono scritti, appaiono molto distanti dalla sensibilità democratica contemporanea, è stata interpretata dalle opposizioni come un’inaccettabile provocazione.


La premier ha infatti citato i passaggi: “Per rispondere alle nostre esigenze la rivoluzione europea dovrà essere socialista”; “la proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta”; “nelle epoche rivoluzionarie in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente” e “la metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria”. Un modo per rivelare il modello rivoluzionario-socialista che Spinelli e Rossi pensavano servisse a realizzare l’Europa unita. Al che le opposizioni sono andate su tutte le furie. Dopo una prima interruzione della sua replica, quando Meloni ha terminato il suo intervento e il capogruppo di Azione Matteo Richetti ha preso la parola per spiegare che la premier non poteva strumentalizzare un manifesto scritto dopo anni di “dittatura fascista”, il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami si è alzato in piedi dicendo: “Basta, piantala”, suscitando ulteriori proteste delle opposizioni che hanno reagito in maniera rumorosa gridando “fuori, fuori”. I deputati del Pd Debora Serracchiani e Peppe Provenzano si sono avvicinati ai banchi del governo per dire a Meloni che “se siamo qui è anche merito del manifesto di Ventotene”. A quel punto è scattata la bagarre e il presidente della Camera Lorenzo Fontana si è visto costretto a sospendere la seduta e a convocare i capigruppo. I quali poco dopo hanno deciso che la seduta sarebbe ripresa solo nel pomeriggio, al termine del Question time.


“La polemica su Ventotene è stata creata ad arte dalla presidente Meloni”, ha sottolineato il leader del M5s Giuseppe Conte alla ripresa dei lavori. “Voi – ha aggiunto l’ex premier – sfiorate l’irriconoscenza. Se Meloni siede al Consiglio europeo, se si fa le foto e dialoga con altri leader europei è grazie a quei fondatori, a Spinelli, Colorni, Rossi. Tutta l’Europa ci riconosce che quello è stato il progetto fondativo dell’Europa”, ha tuonato Conte. Ancora più duro l’intervento della segretaria del Pd Elly Schlein: “Meloni oggi ha deciso di oltraggiare la memoria europea. Il ‘Manifesto di Ventotene’ è riconosciuto in tutta Europa come la base su cui si è fondata l’Unione e quel documento fu scritto da dei giovani mandati al confino dai fascisti, che non risposero all’odio con altro odio, ma con la visione di un’Europa federale che superasse i nazionalismi che producono soltanto guerre, come oggi”. Dunque, “non permetteremo che riscriviate la storia”.


La bagarre alla Camera, ha sintetizzato la capogruppo di Italia Viva alla Camera, Maria Elena Boschi, è servita solo a coprire le divisioni della maggioranza: “Abbiamo assistito all’ennesimo show dell’influencer Meloni: dopo un intervento scialbo, il grande colpo di teatro finale, l’attacco al manifesto di Ventotene che serve per stare sui giornali domani”, per evitare che si occupino “delle divisioni della maggioranza e della mancanza di una linea chiara al Consiglio europeo”. Di sicuro, il manifesto di Ventotene è un testo molto apprezzato dal Capo dello Stato Sergio Matterella, il quale nel 2021, in occasione dell’80esimo anniversario del libro, aveva affermato che “quella sollecitazione a difendere la libertà e la democrazia, che allora veniva fatta in quelle condizioni, in quel contesto così difficile che richiedeva coraggio e determinazione, vale ancora oggi pienamente”. “E non a caso – aveva detto Mattarella al 40esimo seminario per la formazione federalista europea – si accompagnava allora e si accompagna anche adesso all’esortazione di percorrere più velocemente la strada dell’integrazione europea. Come presidio, anche quello, dei valori di libertà, democrazia, di diritti. E’ questo che rende quel Manifesto, per quello che allora rappresentò, per quello che oggi rappresenta, un punto di riferimento”, aveva sottolineato il presidente della Repubblica.


Forse è per questo che oggi, nel corso del tradizionale pranzo di lavoro al Quirinale che segue ogni comunicazione del premier in vista del Consiglio Ue, non c’è stato un faccia a faccia tra Mattarella e Meloni. In passato il Capo dello Stato e la premier avevano colto l’occasione per uno scambio a due, ma oggi questo non è accaduto.

Fed, Powell: dazi hanno già alzato inflazione, difficile dire quanto

Fed, Powell: dazi hanno già alzato inflazione, difficile dire quantoRoma, 19 mar. (askanews) – I nuovi dazi commerciali annunciati o decisi dall’amministrazione Trump stanno già avendo degli effetti rialzisti sull’inflazione negli Stati Uniti, anche se è difficile quantificarli in maniera precisa. Lo ha affermato il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell nella conferenza stampa al termine del direttorio (Fomc).


“Sarà molto difficile avere una valutazione precisa di quanta inflazione arrivi dai dazi. Ma è già così – ha detto -: l’inflazione sui beni si è mossa sensibilmente negli ultimi due mesi, capire quanto sia dovuto ai dazi però è molto impegnativo. Chiaramente una buona parte di questo arriva dai dazi, ma ci lavoreremo per capirlo il meglio possibile”. “Troppo presto – ha aggiunto Powell – per dire questa inflazione in più sia transitoria o meno. Penso che dipenderà anche dall’ancoraggio delle attese di inflazione”. Precedentemente, sul ritorno del caro vita al valore obiettivo (2%) “stavamo facendo progressi – ha aggiunto -. Penso che con i dazi si creerà un po’ di ritardo” su questo. Posto che sul tutto c’è un quadro di “incertezza inusualmente elevata”, ha detto.

Meloni al Consiglio Ue, frenata su contro-dazi e dubbi sul “ReArm”

Meloni al Consiglio Ue, frenata su contro-dazi e dubbi sul “ReArm”Bruxelles, 19 mar. (askanews) – Giorgia Meloni è arrivata oggi a Bruxelles, dove domani e venerdì parteciperà al Consiglio europeo. La premier si presenta al summit dopo il doppio appuntamento in Parlamento che ha visto la maggioranza approvare – dopo giorni di tensioni – una risoluzione unitaria. Al di là delle assicurazioni di “compattezza”, sui temi al centro dell’agenda – in particolare sull’Ucraina e la difesa europea – non sono mancati da parte dei leghisti i distinguo, le assenze (più o meno strategiche) dei ministri e di Matteo Salvini, gli attacchi diretti a Ursula von der Leyen. Meloni ha camminato sul filo di un difficile equilibrio, mediando tra le diverse posizioni, evitando di entrare approfonditamente sui temi più divisivi, ribadendo ancora la linea di equidistanza tra Donald Trump e l’Europa. Un equilibrio che sarà più difficile mantenere con i partner europei.


Sull’Ucraina Meloni sostiene “gli sforzi” di Trump, un “leader forte e autorevole”, considerando la proposta di cessate il fuoco concordata l’11 marzo a Gedda da Stati Uniti e Ucraina “un primo, significativo, passo di un cammino che deve portare a una pace giusta e duratura” con “garanzie di sicurezza solide, efficaci e di lungo periodo”. E anche la telefonata di ieri tra il tycoon e Vladimir Putin ha aperto “un primissimo spiraglio”. In questa ottica, la premier ribadirà la sua contrarietà all’iniziativa dei “volenterosi”: per lei “l’invio di truppe europee proposto da Gran Bretagna e Francia è una proposta molto complessa, rischiosa e poco efficace” e comunque l’invio di truppe italiane “non è mai stato all’ordine del giorno”. Ciò non è in contrasto con il sostegno a Kiev, “mai stato in discussione”, ma se è “giusto che l’Europa si attrezzi per fare la propria parte” è “nella migliore delle ipotesi ingenuo, nella peggiore folle, pensare che oggi possa fare da sola, senza la Nato”. Legato al tema dell’Ucraina c’è quello della difesa europea. Proprio oggi la Commissione ha presentato il ‘libro bianco’ che dettaglia il piano “ReArm Europe”. Il nome non è gradito alla presidente del Consiglio, che anche sui contenuti, però, mostra diversi dubbi. Si tratta, per lei, di un annuncio “roboante”, con una previsione di 800 miliardi di euro, senza risorse concrete messe in campo da Bruxelles ma con la “possibilità di ricorrere a deficit aggiuntivo”. E dunque “l’Italia valuterà con grande attenzione l’opportunità o meno di attivare gli strumenti previsti dal piano” e propone “soluzioni alternative alla semplice creazione di nuovo debito” come “un meccanismo di garanzie pubbliche europee, coordinato e integrato con i sistemi nazionali, sul modello di quello attualmente viene utilizzato per il programma InvestEU, per mobilitare più efficacemente i capitali privati e rilanciare gli investimenti nel settore della difesa”.


Il tema al centro del Consiglio è quello della competitività europea. Su questo, come ha spiegato nelle comunicazioni in Parlamento, servono “passi avanti concreti” per non condannare l’Europa a un “ruolo di gregario”. Per l’Italia una priorità è “un percorso di decarbonizzazione sostenibile” per imprese e cittadini, collegato con una “politica industriale efficace, che sappia combinare gli obiettivi ambientali con la competitività, rinunciando agli eccessi ideologici”. Se il Clean Industrial Deal “va in questa direzione” il governo è determinato a “impedire che si trasformi in un nuovo Green Deal”. in questa direzione va il non-paper presentato per il settore automotive. Il piano della Commissione per il comparto – ha detto – “contiene alcuni primi sviluppi positivi come la prospettiva di una soluzione – seppur temporanea – per il tema delle multe per i produttori non in linea con gli obiettivi di quota di mercato di veicoli, e l’anticipo della revisione degli obiettivi in termini di emissioni”. Sempre in campo economico servono, per Meloni semplificazioni e l’Italia propone di “ridurre il costo di tutti gli oneri amministrativi almeno del 25% per tutti, e almeno del 35% per le piccole e medie imprese”. C’è poi il capitolo dell’energia: i prezzi sono troppo alti e occorrono misure sia “immediate” che “strutturali”. Infine è per Meloni una “necessità improcrastinabile” completare il mercato unico dei capitali ed evitare che 300 miliardi di investimenti finiscano fuori dall’Ue. Certo parlare di competitività economica in questo momento è impossibile senza considerare il rischio (in parte già in atto ma ancor più concreto dal prossimo 2 aprile) di una guerra commerciale con gli Stati Uniti. E sui dazi la posizione di Meloni sembra distinguersi significativamente da quella degli altri leader. La parola usata, “rappresaglie”, per riferirsi alle contromosse pensate dalla Commissione europea, ha un suono molto critico nei confronti dell’atteggiamento di Bruxelles. Per lei la strada è ancora quella del confronto con Trump (che vorrebbe incontrare a Washington al più presto, ma una data ancora non è stata fissata): “Bisogna ragionare in modo pragmatico e non rispondere più per istinto che per valutazioni economiche serie, altrimenti rischieremmo di crearci più problemi di quelli che pensiamo di risolvere”, ha detto in Senato.


Tema strategico per l’Italia è quello dei migranti. Meloni tornerà a riunire, a margine dei lavori, il tavolo promosso insieme a Danimarca e Paesi Bassi e che vede coinvolti i governi maggiormente impegnati nel contrasto all’immigrazione irregolare. La premier, che rivendica “la drastica riduzione degli sbarchi sulla rotta del Mediterraneo centrale” ha accolto favorevolmente la proposta della Commissione europea sulla riforma del quadro legislativo europeo sui rimpatri, attraverso il passaggio da una direttiva a un regolamento direttamente applicabile nei 27 Stati membri. Un cambio di ‘paradigma’ – per lei – che spinge il governo a “portare avanti” il protocollo con l’Albania “anche alla luce dell’interesse e del sostegno mostrato da sempre più nazioni europee”. A questo proposito, Roma chiede alla Commissione di “anticipare il più possibile l’entrata in vigore di quanto previsto dal nuovo Patto Migrazione e Asilo sulla definizione di Paese di origine sicuro” e guarda con attenzione al ricorso davanti alla Corte di Giustizia sui trattenimenti in Albania. “L’auspicio – per la presidente del Consiglio – è che la Corte scongiuri il rischio di compromettere le politiche di rimpatrio, non solo dell’Italia ma di tutti gli Stati Membri e dell’Unione Europea stessa, perché significherebbe minare alla base il sistema di Schengen e la stabilità stessa dell’Europa”.

Meloni al Consiglio Ue, frenata su contro-dazi e dubbi sul “ReArm”

Meloni al Consiglio Ue, frenata su contro-dazi e dubbi sul “ReArm”Bruxelles, 19 mar. (askanews) – Giorgia Meloni è arrivata oggi a Bruxelles, dove domani e venerdì parteciperà al Consiglio europeo. La premier si presenta al summit dopo il doppio appuntamento in Parlamento che ha visto la maggioranza approvare – dopo giorni di tensioni – una risoluzione unitaria. Al di là delle assicurazioni di “compattezza”, sui temi al centro dell’agenda – in particolare sull’Ucraina e la difesa europea – non sono mancati da parte dei leghisti i distinguo, le assenze (più o meno strategiche) dei ministri e di Matteo Salvini, gli attacchi diretti a Ursula von der Leyen. Meloni ha camminato sul filo di un difficile equilibrio, mediando tra le diverse posizioni, evitando di entrare approfonditamente sui temi più divisivi, ribadendo ancora la linea di equidistanza tra Donald Trump e l’Europa. Un equilibrio che sarà più difficile mantenere con i partner europei.


Sull’Ucraina Meloni sostiene “gli sforzi” di Trump, un “leader forte e autorevole”, considerando la proposta di cessate il fuoco concordata l’11 marzo a Gedda da Stati Uniti e Ucraina “un primo, significativo, passo di un cammino che deve portare a una pace giusta e duratura” con “garanzie di sicurezza solide, efficaci e di lungo periodo”. E anche la telefonata di ieri tra il tycoon e Vladimir Putin ha aperto “un primissimo spiraglio”. In questa ottica, la premier ribadirà la sua contrarietà all’iniziativa dei “volenterosi”: per lei “l’invio di truppe europee proposto da Gran Bretagna e Francia è una proposta molto complessa, rischiosa e poco efficace” e comunque l’invio di truppe italiane “non è mai stato all’ordine del giorno”. Ciò non è in contrasto con il sostegno a Kiev, “mai stato in discussione”, ma se è “giusto che l’Europa si attrezzi per fare la propria parte” è “nella migliore delle ipotesi ingenuo, nella peggiore folle, pensare che oggi possa fare da sola, senza la Nato”. Legato al tema dell’Ucraina c’è quello della difesa europea. Proprio oggi la Commissione ha presentato il ‘libro bianco’ che dettaglia il piano “ReArm Europe”. Il nome non è gradito alla presidente del Consiglio, che anche sui contenuti, però, mostra diversi dubbi. Si tratta, per lei, di un annuncio “roboante”, con una previsione di 800 miliardi di euro, senza risorse concrete messe in campo da Bruxelles ma con la “possibilità di ricorrere a deficit aggiuntivo”. E dunque “l’Italia valuterà con grande attenzione l’opportunità o meno di attivare gli strumenti previsti dal piano” e propone “soluzioni alternative alla semplice creazione di nuovo debito” come “un meccanismo di garanzie pubbliche europee, coordinato e integrato con i sistemi nazionali, sul modello di quello attualmente viene utilizzato per il programma InvestEU, per mobilitare più efficacemente i capitali privati e rilanciare gli investimenti nel settore della difesa”.


Il tema al centro del Consiglio è quello della competitività europea. Su questo, come ha spiegato nelle comunicazioni in Parlamento, servono “passi avanti concreti” per non condannare l’Europa a un “ruolo di gregario”. Per l’Italia una priorità è “un percorso di decarbonizzazione sostenibile” per imprese e cittadini, collegato con una “politica industriale efficace, che sappia combinare gli obiettivi ambientali con la competitività, rinunciando agli eccessi ideologici”. Se il Clean Industrial Deal “va in questa direzione” il governo è determinato a “impedire che si trasformi in un nuovo Green Deal”. in questa direzione va il non-paper presentato per il settore automotive. Il piano della Commissione per il comparto – ha detto – “contiene alcuni primi sviluppi positivi come la prospettiva di una soluzione – seppur temporanea – per il tema delle multe per i produttori non in linea con gli obiettivi di quota di mercato di veicoli, e l’anticipo della revisione degli obiettivi in termini di emissioni”. Sempre in campo economico servono, per Meloni semplificazioni e l’Italia propone di “ridurre il costo di tutti gli oneri amministrativi almeno del 25% per tutti, e almeno del 35% per le piccole e medie imprese”. C’è poi il capitolo dell’energia: i prezzi sono troppo alti e occorrono misure sia “immediate” che “strutturali”. Infine è per Meloni una “necessità improcrastinabile” completare il mercato unico dei capitali ed evitare che 300 miliardi di investimenti finiscano fuori dall’Ue. Certo parlare di competitività economica in questo momento è impossibile senza considerare il rischio (in parte già in atto ma ancor più concreto dal prossimo 2 aprile) di una guerra commerciale con gli Stati Uniti. E sui dazi la posizione di Meloni sembra distinguersi significativamente da quella degli altri leader. La parola usata, “rappresaglie”, per riferirsi alle contromosse pensate dalla Commissione europea, ha un suono molto critico nei confronti dell’atteggiamento di Bruxelles. Per lei la strada è ancora quella del confronto con Trump (che vorrebbe incontrare a Washington al più presto, ma una data ancora non è stata fissata): “Bisogna ragionare in modo pragmatico e non rispondere più per istinto che per valutazioni economiche serie, altrimenti rischieremmo di crearci più problemi di quelli che pensiamo di risolvere”, ha detto in Senato.


Tema strategico per l’Italia è quello dei migranti. Meloni tornerà a riunire, a margine dei lavori, il tavolo promosso insieme a Danimarca e Paesi Bassi e che vede coinvolti i governi maggiormente impegnati nel contrasto all’immigrazione irregolare. La premier, che rivendica “la drastica riduzione degli sbarchi sulla rotta del Mediterraneo centrale” ha accolto favorevolmente la proposta della Commissione europea sulla riforma del quadro legislativo europeo sui rimpatri, attraverso il passaggio da una direttiva a un regolamento direttamente applicabile nei 27 Stati membri. Un cambio di ‘paradigma’ – per lei – che spinge il governo a “portare avanti” il protocollo con l’Albania “anche alla luce dell’interesse e del sostegno mostrato da sempre più nazioni europee”. A questo proposito, Roma chiede alla Commissione di “anticipare il più possibile l’entrata in vigore di quanto previsto dal nuovo Patto Migrazione e Asilo sulla definizione di Paese di origine sicuro” e guarda con attenzione al ricorso davanti alla Corte di Giustizia sui trattenimenti in Albania. “L’auspicio – per la presidente del Consiglio – è che la Corte scongiuri il rischio di compromettere le politiche di rimpatrio, non solo dell’Italia ma di tutti gli Stati Membri e dell’Unione Europea stessa, perché significherebbe minare alla base il sistema di Schengen e la stabilità stessa dell’Europa”.

Federal Reserve conferma tassi di interesse Usa al 4,25%-4,50%

Federal Reserve conferma tassi di interesse Usa al 4,25%-4,50%Roma, 19 mar. (askanews) – La Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti ha confermato come da attese i tassi di interesse sul dollaro. Il riferimento ufficiale sui fed funds resta così a una forchetta del 4,25%-4,50%.


Nel comunicato diffuso al termine del direttorio (Fomc), l’istituzione monetaria parla di una attività economica che ha continuato a crescere in maniera “solida” a fronte di un tasso di inflazione “che resta in qualche misura elevato”, in un quadro generale in cui “l’incertezza attorno alle prospettive è aumentata”. (fonte immagine: Federal Reserve).

Ue, Salvini: se ci sono 800 mld usiamoli per scuole, non per armi

Ue, Salvini: se ci sono 800 mld usiamoli per scuole, non per armiMilano, 19 mar. (askanews) – “Dal gruppo della Lega a Bruxelles le idee sono chiare. Se ci sono 800 miliardi di euro da investire non li usiamo per comprare armi, missili, carri armati; le usiamo per le nostre scuole, i nostri ospedali, le nostre pensioni e le nostre famiglie. Quindi no debito europeo, no esercito europeo”. Lo ribadisce il vice premier e segretario della Lega Matteo Salvini, in un video registrato a Bruxelles con gli eurodeputati del Carroccio. “Mentre Trump, Putin e Zelensky parlano di pace, lavorano per la pace, noi abbiamo il dovere di costruire pace. Mentre a Bruxelles qualcuno penso che preferisca la guerra…”, conclude Salvini.

Papa, condizioni cliniche si confermano in miglioramento

Papa, condizioni cliniche si confermano in miglioramentoCittà del Vaticano, 19 mar. (askanews) – “Le condizioni cliniche del Santo Padre si confermano in miglioramento”. E’ quanto si legge sul nuovo bollettino medico sulle condizioni di salute di Papa Francesco diffuso questa sera dalla Sala stampa della Santa Sede.


Il bollettino aggiunge che “il Santo Padre ha sospeso la ventilazione meccanica non invasiva e ridotto anche la necessità dell’ossigenoterapia ad alti flussi” mentre “continuano i progressi della fisioterapia motoria e respiratoria”. “Questa mattina nella solennità di San Giuseppe – si specifica – il Santo Padre ha concelebrato la Santa Messa”.

La “cura Musk” funziona: valutazione X risalita a 44 mld dollari

La “cura Musk” funziona: valutazione X risalita a 44 mld dollariRoma, 19 mar. (askanews) – La valutazione di X, il social media di Elon Musk è più che quadruplicata negli ultimi mesi, e a quota 44 miliardi di dollari e ritornata al livello a cui la società era stata acquistata dall’imprenditore, alleato chiave di Donald Trump. Lo riporta il Financial Times, citando degli accordi di interscambio di quote effettuati nel corso di marzo da azionisti della società, in base a quanto riportato da fonti anonime a conoscenza delle transazioni.


Lo scorso settembre X era stata valutata appena 10 miliardi di dollari. L’imprenditore e pioniere di nuove tecnologie è così riuscito ad effettuare una drastica rivalutazione del social, precedentemente chiamato Twitter, su cui ha operato drastici tagli alle controverse operazioni di censura e controllo dei contenuti, licenziando la stragrande maggioranza del personale che operava proprio in questo ambito. In questo modo, se da un lato Musk ha perso una consistente quota di ricchezza con il calo delle valutazioni di Tesla – che da settimane vede la sua produzione di auto elettriche bersagliata da episodi di vandalismo da parte di elettori Usa, prevalentemente “liberal”, frustrati per il ritorno di Trump alla Casa Bianca – contemporaneamente ha visto risalire il suo patrimonio sul versante di X.


Secondo il Ft, a dispetto di un calo del fatturato totale da quando è stata rilevata da Musk, lo scorso anno X ha realizzato 1,2 miliardi di dollari di utili ante imposte e spese di ammortamento. Altre fonti anonime citate dal quotidiano riportano che i tagli operati dall’imprenditore stanno funzionando e che i ricavi stanno risalendo. Subito dopo il suo reinsediamento alla Casa Bianca, Trump ha affidato a Musk la guida di un nuovo direttorio (Doge), con il compito di tagliare tutte le spese improduttive o dannose dal bilancio federale.