Passa al contenuto principale
#sanremo #studionews #askanews #ciaousa #altrosanremo

Con fotovoltaico persi 400 ettari di suolo agricolo nel 2023

Con fotovoltaico persi 400 ettari di suolo agricolo nel 2023Roma, 3 dic. (askanews) – Tra abbandoni, cementificazioni e cambi di destinazione sono stati persi, nel 2023, altri 4.000 ettari di suolo agricolo, secondo il Rapporto ISPRA 2024. Un fenomeno dovuto anche all’installazione di impianti fotovoltaici a terra che, in base a una stima Ismea ha coinvolto poco meno di 400 ettari, il 9,5% del suolo agricolo consumato nell’anno, seppure con una diversa intensità territoriale.


Il Focus Ismea, abbinato al Rapporto Ispra presentato oggi a Roma, rivela, a livello di macro-ripartizioni geografiche, una maggiore incidenza dei suoli agricoli convertiti a fotovoltaico al Nord, con il 46,5% dei circa 400 ettari, contro il 40% di Sud e Isole e il 13,5% del Centro Italia. Il Veneto, con poco più del 17% del totale, apre la classifica regionale, seguito da Piemonte e Sicilia, con circa il 14% ciascuno, e da Lazio e Sardegna con quote rispettivamente dell’11,5% e dell’11%. Marginale l’effetto “covering” da fotovoltaico in Puglia, con poco più del 2% dei 400 ettari nazionali, e soprattutto in Umbria, Marche, Toscana e Campania (ciascuna con 1% circa di quota), nessun contributo, invece, da Trentino-Alto Adige, Val d’Aosta, Liguria, Molise e Calabria.


Il fenomeno, che implica un effettivo consumo di suolo agricolo ma che, a differenza della cementificazione, non assume carattere irreversibile, ha interessato per il 51% aree rurali con agricoltura di tipo intensivo, collocate in prevalenza in territori di pianura e collina, il cui impatto sul piano economico e produttivo è significativamente maggiore rispetto ad altri contesti. Un altro 28% ricade in ambiti classificati “intermedi”, il 13% in aree interne con problemi di sviluppo, soggette anche a fenomeni di spopolamento, e solo l’8% in aree urbane e periurbane. Non si tratta dunque di aree marginali; da rilevare, inoltre, una schiacciante prevalenza dei seminativi, per lo più in territori di pianura. Al Centro-Nord il 95% delle superfici agricole dirottate sul fotovoltaico riguarda questa tipologia colturale, contro il 77% del Mezzogiorno. Al Sud e nelle Isole si osserva un significativo coinvolgimento anche delle colture permanenti (20%), con un quinto dei terreni agricoli disimpegnati per fare posto ai pannelli solari situato in zone montane o pedemontane.


Complessivamente, la copertura di suolo nazionale con pannelli fotovoltaici ha cumulato negli anni un’estensione di circa 18.000 ettari, tra suoli agricoli ed extra-agricoli. Il Focus ISMEA fornisce anche una stima del valore fondiario dei terreni transitati al “solare” nel 2023, pari a 9,7 milioni di euro, effettuata a partire dagli indicatori agronomici-estimativi derivati dalle banche dati dell’Istituto. “Lo scopo – spiega il direttore generale Ismea Sergio Marchi – è monitorare in maniera continuativa i dati sul consumo e sull’uso del suolo in Italia, in ottica valutativa e anticipatrice rispetto alle possibili implicazioni agricole, rurali e di sovranità alimentare. Sono tematiche che contribuiranno a migliorare la comprensione dei fenomeni in atto a supporto della governance del sistema agroalimentare, con valutazioni d’impatto sulle relazioni tra diverse opzioni, anche sul trade-off tra la conservazione e il rafforzamento del potenziale produttivo agricolo del Paese e lo sviluppo di energie rinnovabili”.

Slow Food: stop speculazioni, ora legge per salvare suolo agricolo

Slow Food: stop speculazioni, ora legge per salvare suolo agricoloRoma, 3 dic. (askanews) – Stop alla speculazione sul suolo: si cominci recuperando i capannoni in disuso e installando il fotovoltaico su aree dismesse, infrastrutture e parcheggi Slow Food Italia chiede un censimento nazionale degli spazi oggi non sfruttati e una legge per salvare il suolo agricolo. Secondo il rapporto Ispra 2024 sul consumo di suolo, presentato oggi, si registrano venti ettari di suolo al giorno persi, al ritmo 2,3 metri quadrati ogni secondo: nel giro di dodici mesi appena, in Italia, le nuove coperture artificiali si sono mangiate altri 72,5 chilometri quadrati di suolo.


Il consumo di suolo avanza, rileva Slow Food, anche se non ve ne sarebbe affatto bisogno, visto che la popolazione che vive in Italia continua a diminuire. Nel rapporto si scopre che, tra il 2006 e il 2023, il 12,5% del consumo totale di suolo è imputabile agli impianti fotovoltaici a terra: il dato è estremamente rilevante, tanto più se si mette a confronto con le altre voci come la costruzione di edifici e fabbricati (16% del totale) o strade pavimentate (8%). Nel 2023, gli ettari consumati per far posto a impianti fotovoltaici a terra è aumentato del 60% rispetto all’anno precedente (421 ettari rispetto ai 265 ettari della rilevazione del 2022). Veneto, Piemonte e Sicilia guidano questa classifica tanto triste quanto assurda, se si pensa che (sempre dall’analisi di Ispra) installando pannelli fotovoltaici “sui tetti degli edifici e dei fabbricati esistenti, esclusi i centri storici dei principali comuni e tutti i centri e agglomerati urbani minori”, si raggiungerebbe la soglia di energia rinnovabile prevista dal Piano nazionale integrato energia e clima.


Non solo: nel 2023, altri 504 ettari di suolo consumato sono imputabili alla logistica e alla grande distribuzione. “Si tratta di un’altra assurdità – spiega Slow Food – se si pensa all’abbondanza di capannoni già costruiti e attualmente vuoti. È sufficiente spostarsi nelle periferie industriali di qualsiasi città italiana per rendersi conto dell’offerta di spazi oggi inutilizzati”. “Alla luce di questi dati, Slow Food Italia – dichiara Barbara Nappini, presidente dell’associazione – chiede alle istituzioni e agli organi di governo dei provvedimenti per frenare il consumo di terreno agricolo; l’installazione dei pannelli fotovoltaici sui tetti degli edifici e delle strutture già esistenti, salvaguardando il terreno fertile e la realizzazione di un censimento degli spazi commerciali di grande dimensione oggi inutilizzati, promuovendone il riutilizzo”.


Infine, Slow Food Italia rivolge un appello ai cittadini: “se si dispone di una porzione di terra, anche se di dimensioni esigue o in ambito urbano, la si destini a un piccolo orto o a una siepe fiorita con essenze amiche degli impollinatori, lasciando i pannelli sul tetto”.

Dop il formaggio greco Tsalafouti e succedaneo turco del caffè

Dop il formaggio greco Tsalafouti e succedaneo turco del caffèRoma, 3 dic. (askanews) – Il formaggio greco Tsalafouti e il succedaneo turco del caffè “Gaziantep Melengiç Kahvesi” sono diventati Dop, portando così a 3.639 il numero dei prodotti agricoli europei già protetti.


La “Tsalafouti”, un formaggio bianco spalmabile originario della Grecia, dalla consistenza morbida e cremosa e dall’aroma delicato che riflette le erbe locali consumate dagli animali che pascolano liberi nella regione. Il formaggio viene prodotto fin dal XVII secolo all’estremità centro-meridionale della catena montuosa del Pindo, principalmente con latte di pecora. La sua produzione riflette il clima, la flora e le pratiche agricole specifiche della regione, che contribuiscono al gusto unico e alla qualità eccezionale del formaggio. Il “Gaziantep Melengiç Kahvesi” è un succedaneo del caffè turco ottenuto tostando e macinando i semi del terebinto, un albero che cresce naturalmente nelle regioni montuose della provincia di Gaziantep, nel sud-est della Turchia. I semi di terebinto sono stati utilizzati nella regione per produrre un succedaneo del caffè fin dal XVI secolo. Il clima soleggiato e il terreno accidentato di Gaziantep esaltano il contenuto di olio e il sapore dei semi, mentre le tradizionali tecniche di tostatura perfezionate dai produttori locali garantiscono un prodotto di alta qualità.

Il Cappone di Racconigi diventa il 344esimo Pat del Piemonte

Il Cappone di Racconigi diventa il 344esimo Pat del PiemonteRoma, 3 dic. (askanews) – Il Cappone di Racconigi diventa da oggi il 344esimo Prodotto Agroalimentare Tradizionale (Pat) del Piemonte grazie a una delibera proposta dall’assessore al Commercio, Agricoltura e Cibo, Caccia e Pesca, Parchi della Regione Piemonte Paolo Bongioanni che aggiorna l’elenco dei Pat riconosciuti a livello nazionale dal ministero dell’Agricoltura.


Spiega l’assessore Bongioanni in una nota: “il Cappone di Racconigi, che si fregia dell’appellativo ‘Reale’ proprio della città sabauda, è un prodotto dalle qualità organolettiche eccezionali, conosciuto da secoli e attestato dalla storia e dalla tradizione agroalimentare di quell’area del Piemonte. Mi congratulo con il sindaco di Racconigi Valerio Oderda e con i suoi collaboratori di maggioranza per avere saputo aggregare attorno al progetto i produttori locali e costruire in questo modo la candidatura al prestigioso riconoscimento nazionale”. “Attendevamo da tempo questo momento – sottolinea il sindaco di Racconigi Valerio Oderda – È il coronamento della prima fase di valorizzazione dei nostri prodotti locali che ben si combinano sia con i Distretti del Cibo sia con le altre azioni del Ministero e dell’Assessorato regionale all’Agricoltura in cui ci riconosciamo pienamente”.


Il Cappone di Racconigi è il maschio castrato delle razze di gallina Bionda Piemontese e Bianca di Saluzzo. La scheda dei Pat disciplina con norme precise l’allevamento e l’alimentazione dell’animale, le sue caratteristiche fisiche e organolettiche e certifica una tradizione attestata ininterrottamente da almeno 25 anni nelle metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura. La richiesta di inserimento del Cappone di Racconigi è stata presentata dal Consorzio di Valorizzazione del Real Cappone di Racconigi il 15 marzo 2024. L’allevamento del Cappone di Racconigi avviene ancora oggi nei Comuni in provincia di Cuneo in cui si è sviluppato storicamente: oltre che a Racconigi, principale centro di commercializzazione, anche nei vicini Comuni di Cavallermaggiore, Cavallerleone, Caramagna Piemonte, Monasterolo di Savigliano, Marene, Polonghera, Sommariva del Bosco, Murello, Savigliano, Ruffia, Fossano e altri.

Pesca, Spagna: difenderemo a Bruxelles vitalità flotta spagnola

Pesca, Spagna: difenderemo a Bruxelles vitalità flotta spagnolaRoma, 3 dic. (askanews) – La Spagna nel prossimo Agrifish in programma il 9 e 10 dicembre a Bruxelle “difenderà le quote di pesca che garantiscono la vitalità e la redditività della flotta spagnola e dalle quali dipende anche l’economia delle zone rurali costiere”. Ad assicurarlo è stato il ministro dell’Agricoltura, della Pesca e dell’Alimentazione, Luis Planas, che ieri ha presieduto, in videoconferenza, i Consigli consultivi per gli affari comunitari della Politica agricola e della Pesca, nei quali ha analizzato con i consiglieri delle comunità autonome le questioni che saranno discusse durante i negoziati la prossima settimana a Bruxelles.


Nel precedente Agrifish Spagna, Francia e Italia avevano firmato una dichiarazione congiunta per chiedere alla Commissione una moratoria sulle misure di gestione della pesca nel Mediterraneo per il 2025. Tra i temi che saranno discussi in Agrifish, dove si cercherà di trovare un accordo politico sulla pesca, spicca il dibattito sulle possibilità di pesca nell’Atlantico per il 2025 e il 2026, per gli stock ittici che sono di esclusiva responsabilità dell’UE, poiché i negoziati con Regno Unito e Norvegia sono ancora aperti. Planas ha sottolineato la complessità di questi negoziati, anche se la Spagna insisterà affinché si tenga conto dell’impatto sociale ed economico quando si stabiliscono i totali ammissibili di catture (TAC) e le quote.


Per quanto riguarda il Mediterraneo, Planas anticipa che i negoziati saranno complessi, dato che quest’anno termina il periodo transitorio di 5 anni del Piano pluriennale e che la proposta fatta dalla Commissione Europea è una “proposta deludente”, che non tiene conto degli sforzi compiuti dal il settore della pesca. Secondo il ministro, questa proposta “ostacola la vitalità della flotta da traino”. Planas ha sottolineato che le quote per l’Organizzazione della pesca del Nord Atlantico (NAFO) sono già state concordate, con buoni risultati per la flotta balacadera spagnola, in particolare quella galiziana, che, dopo 32 anni di moratoria, potrà tornare a pescare nelle acque internazionali dei grandi banchi di Terranova. Ha inoltre apprezzato i miglioramenti ottenuti durante la riunione della Commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi dell’Atlantico (ICCAT).


In relazione alle questioni agricole, il ministro ha riferito che l’Agrifish affronterà anche lo stato della regolamentazione delle piante ottenute con le nuove tecniche genomiche (NGT). A questo proposito, ha affermato che la Spagna continuerà a lavorare per ottenere un accordo da parte del Consiglio che faciliti l’immissione sul mercato degli impianti NGT, soprattutto di quelli che possono essere considerati equivalenti a quelli ottenuti con il miglioramento convenzionale.

Vino, nel 2024 bene l’export (+4%, oltre 8 mld), Gdo fa ancora fatica

Vino, nel 2024 bene l’export (+4%, oltre 8 mld), Gdo fa ancora faticaMilano, 3 dic. (askanews) – Dopo un 2023 in leggero calo sul fronte dell’export (a valori) e un mercato nazionale sotto effetto inflazione, che ha portato ad una riduzione delle vendite in quantità di vino in Gdo di quasi il 3%, il 2024 dovrebbe chiudersi secondo le stime di Nomisma Wine Monitor con un segno positivo nell’export superiore al 4%, arrivando così a superare, seppur di poco, la fatidica soglia degli 8 miliardi di euro. Diverso il caso delle vendite sul mercato nazionale nel canale moderno, dove nei primi 9 mesi di quest’anno, si evidenzia ancora un calo a volume del -1,5% che difficilmente si riuscirà a recuperare entro Capodanno.


Secondo l’ultimo Report Wine Monitor di Nomisma sulle importazioni di vino nei principali 12 mercati mondiali (che rappresentano oltre il 60% del valore degli acquisti globali di vino), alla fine del terzo trimestre 2024 veniva confermato un calo aggregato degli acquisti in valore dall’estero del -2,6%. Tra i top mercati analizzati, solo Cina e Brasile emergevano con incrementi sensibilmente positivi sia in termini di valore che di volume. In particolare, il risultato della Cina (+27%) era attribuibile principalmente al ritorno dei vini australiani sul mercato, reso possibile dall’eliminazione dei “super dazi2 imposti dal governo di Pechino dal 2021. Per quanto riguarda gli acquisti dall’Italia, trend positivi a valore si riscontravano, nel caso dei vini fermi imbottigliati, negli Stati Uniti e in Canada mentre si evidenziavano crescite più rilevanti per gli spumanti italiani in Australia, Francia, Stati Uniti, Canada e Regno Unito. Inutile sottolineare come, anche nel 2024, l’export di vino italiano sia sostenuto dagli spumanti e, in particolare dal Prosecco (ormai 2 bottiglie su 10 di vino italiano esportato riguardano questa Denominazione).


“Al di là dell’ennesima performance positiva degli spumanti – racconta Denis Pantini, responsabile Wine Monitor di Nomisma – l’export di vino italiano risulta influenzato da numerosi fattori, sia di carattere geopolitico che economico e che stanno portando le imprese ad una maggior diversificazione dei mercati presidiati”. Basti infatti pensare, in merito alle tante incognite che gravano sui mercati internazionali, alla minaccia non troppo velata dei dazi aggiuntivi paventati dal neo-eletto presidente Trump a partire dall’anno prossimo, ma anche all’incremento nelle accise su vini e bevande alcoliche già applicato in Russia e a quello programmato nel Regno Unito a partire dal 1 febbraio 2025. “Il rischio di dazi aggiuntivi sulle importazioni negli Stati Uniti – aggiunge Pantini – potrebbe generare impatti indiretti nell’export anche in altri mercati importanti per il vino italiano come quello tedesco, la cui economia già sotto pressione, potrebbe ulteriormente indebolirsi, alla luce dell’obiettivo di Trump di ridurre il deficit della bilancia commerciale americana e che nel caso del rapporto con la Germania è pari a circa 80 miliardi di euro”. I primi segnali di una maggior diversificazione dei mercati esteri da parte del vino italiano sono desumibili dalla dicotomia nelle performance del nostro export registrata durante l’anno in corso: mentre in diversi mercati consolidati si registrano variazioni negative (Germania in primis, ma anche Svizzera, Francia, Norvegia), in altri paesi, il cui peso individuale sul nostro export complessivo non supera l’1%, stanno emergendo crescite a doppia cifra percentuale. È il caso, ad esempio, dell’Austria, dell’Irlanda, del Brasile, della Romania, della Croazia, della Tailandia e di tanti altri ancora che, in questo 2024 denso di incognite, sembrano sostenere la crescita delle nostre vendite oltre frontiera.


Restando invece entro i confini nazionali, le vendite di vino nel canale retail – analizzate nel Report Wine Monitor, NIQ sul canale off-trade – danno conto di una timida ripresa nel terzo trimestre 2024, che però non è stata in grado di portare il cumulato dei primi nove mesi in territorio positivo, per quanto riguarda i volumi di vino venduto. Una riduzione che risulta comune a tutti i format distributivi, ma non alle diverse categorie. Se infatti i vini fermi e frizzanti denotano i cali maggiori nelle quantità vendute, sottolinea sempre il Report Wine Monitor di Nomism,a che si fanno più pesanti nell’e-commerce, continuano invece a spiccare positivamente le performance degli spumanti che, sulla scia di un trend iniziato nei mesi passati, vantano crescite a volume in tutti i canali di vendita, per quanto risulti ancora evidente l’impatto del carovita sulle tasche degli italiani che, nella scelta delle bollicine, stanno privilegiando gli spumanti generici, e più economici, ai danni di quelli Dop.

Consorcio cresce in Italia: +7,9 vendite tonno premium in 10 mesi

Consorcio cresce in Italia: +7,9 vendite tonno premium in 10 mesiMilano, 2 dic. (askanews) – A quasi un anno dall’apertura della filiale indipendente italiana, gruppo Consorcio, azienda conserviera spagnola di tonno bianco e acciughe, traccia un primo bilancio sulla scelta strategica di gestire direttamente il mercato italiano attraverso la creazione di una rete vendita.


Nell’ultimo anno, il mercato delle conserve in Italia ha sperimentato un aumento del prezzo medio, spinto dalle tensioni fortemente inflattive dei costi delle materie prime (a partire dall’olio di conserva, +80% da inizio anno), dei trasporti e dell’energia. In questo contesto Consorcio ha registrato il segno positivo sia nel comparto del tonno premium che in quello delle acciughe del Cantabrico, crescendo più della media del settore. Da gennaio 2024 a ottobre, Consorcio in Italia ha segnato il +7,9%, in controtendenza rispetto al mercato del tonno olio fino a 300g che è invece negativo (-7,5% da inizio anno): una crescita, spiega l’azienda, al di là delle previsioni fatte all’avvio del nuovo business. Inoltre, è aumentata anche la quota di mercato: per il tonno premium + 0,2% raggiungendo il 12%, per le acciughe del Cantabrico +2,1% arrivando al 10,4%. A spingere la performance di Consorcio anche la scelta di procedere con la sgrammatura dell’olio d’oliva di conserva, che tradizionalmente i consumatori scartano e che non impatta sul prodotto, ma incide notevolmente sui costi di produzione. Da sottolineare che, nel periodo da aprile ad oggi, da quando cioè l’azienda ha il pieno controllo della distribuzione, i dati attestano performance ancora più significative: +16,1% tonno olio premium, +19,2% vaso vetro olio premium, +15,10% latta olio premium; nel segmento del tonno naturale la crescita è a tre cifre con un +128,2% YTD e +116,6% da aprile a oggi. Soddisfazioni anche dal segmento delle acciughe del Cantabrico che registra, a volume, una crescita (+16,7%) Bene superiore rispetto a quella del mercato delle acciughe (+2,0% YTD). Consorcio si inserisce in questo trend positivo ottenendo una decisa crescita a volume (+31,4% YTD). Come per il tonno, i risultati da aprile sono ancora migliori, con un +36,4%. I formati di acciughe più acquistati dai consumatori in Italia sono i vasi vetro (con una quota dell’80% del mercato), in particolare i vasi vetro con grammatura inferiore ai 100g, che rappresentano oltre il 40% delle vendite delle acciughe in vaso vetro. Dalla primavera 2024 è stata inoltre incrementata la gamma di acciughe del Cantabrico con nuove varietà.


“Il 2024 è stato un anno particolarmente sfidante per noi, perché abbiamo completamente rivisto il modello di business in Italia e, a livello di gruppo, ci siamo impegnati fortemente per proseguire il nostro percorso di sostenibilità, rendicontato dal nostro bilancio ESG e che si manifesta anche con il rinnovo della certificazione BCorp ottenuta da poco”, afferma Valeria Piaggio, vicepresidente Grupo Consorcio. “Consorcio Italia, al suo primo anno di attività nella commercializzazione della propria marca, ha finora raggiunto risultati superiori al mercato – continua Dario De Stefano, general sales manager Italia del gruppo Consorcio – Abbiamo migliorato la nostra quota di mercato e la distribuzione dei prodotti sia nel tonno che nelle acciughe, con una crescita importante, frutto di una strategia commerciale vincente, che ci ha permesso di essere più capillari sul territorio, rafforzando in particolar modo l’area del Centro Italia, e applicando una politica promozionale mirata. Anche l’innovazione è un fattore su cui puntiamo molto: nel 2024 abbiamo introdotto nuove varietà di acciughe e ulteriori novità di prodotto sono previste nel 2025”.

Fini (Cia): valore Ig strategico per lo sviluppo rurale

Fini (Cia): valore Ig strategico per lo sviluppo ruraleRoma, 2 dic. (askanews) – Le produzioni Dop e Igp sono il vero valore aggiunto dell’agroalimentare italiano, sinonimo di quella tracciabilità e qualità che dobbiamo continuare a sostenere con forza e, soprattutto, difronte alla crisi climatica. Così il presidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini, commenta i dati emersi dal XXII Rapporto Ismea-Qualivita sulle produzioni agroalimentari e vitivinicole Dop, Igp Stg, presentato oggi a Roma.


“La Dop economy gode di buona salute, vale oltre 20 miliardi per una crescita del +52% in dieci anni, ma bisogna fare ancora molta strada -aggiunge Fini- perché sia garantita capacità produttiva agli agricoltori e incentivato il ruolo chiave della ricerca e dell’innovazione nei campi”. A pochi giorni dall’Assemblea annuale di Cia – che ha rinnovato la necessità di un impegno serio per il rilancio delle aree interne sempre più a rischio spopolamento – importante, dunque, per Fini, che la Dop economy si confermi, malgrado le criticità congiunturali, un asset strategico del sistema produttivo nazionale, “espressione di un patrimonio che dà voce ai territori e che rappresenta di fatto un elemento di sviluppo rurale sostenibile grazie al loro impatto positivo sul piano ambientale ed economico, ma anche culturale e sociale. La mancata delocalizzazione rende le Ig una linfa per l’economia locale -precisa- soprattutto nelle zone più marginali del Paese, generando al contempo occupazione e lavoro”.


“Non dimentichiamo – conclude Fini – la Riforma Ue delle Ig e la partita ancora tutta da giocare sul fronte della promozione del turismo enogastronomico, come anche a salvaguardia della trasparenza nei confronti dei consumatori. I prodotti Ig non sono semplici loghi da apporre in etichetta, ma strumenti dinamici di resilienza e sostenibilità economica dei territori, strategici alla competitività delle imprese e, prima ancora, alla tenuta del reddito che per spingere l’export delle eccellenze avrà sempre più bisogno del riconoscimento del valore degli agricoltori lungo la filiera”.

Nel Nord Est il 54% del valore delle Dop Economy, frena Centro

Nel Nord Est il 54% del valore delle Dop Economy, frena CentroRoma, 2 dic. (askanews) – Resta il Nord Est il territorio dove è maggiore il valore della Dop Economy, mentre il Centro frena e Sud e Isole proseguono nel trend di crescita che le caratterizza da ormai 5 anni. Dopo due anni consecutivi che hanno visto crescere la Dop economy in diciotto regioni su venti, stavolta il quadro descritto dal XXII Rapporto Ismea-Qualivita sull’impatto territoriale delle filiere del cibo e del vino DOP IGP nel 2023 si presenta più variegato. Frena infatti la crescita di regione simbolo dell’agroalimentare come l’Emilia Romagna, la Toscana, la Puglia e il Piemonte e crescono invece regioni come il Friuli Venezia Giulia, la Valle d’Aosta e l’Abruzzo.


Su 107 province italiane 61 hanno valore più alto, il 17% delle con crescite a doppia cifra. Le quattro regioni del Nord-Est nel complesso mostrano risultati stabili (-0,6% sul 2022) e rappresentano il 54% del settore nazionale DOP IGP con un valore che sfiora gli 11 miliardi di euro: a frenare è soprattutto il calo dell’Emilia-Romagna (-2,4%), mentre crescono Friuli Venezia Giulia (+1,4%) e Veneto (+0,4%) che, con 4,85 miliardi di euro , si conferma leader rappresentando quasi un quarto del valore del comparto DOP IGP italiano. Bene il Nord-Ovest (+1,5%) in cui la Dop economy vale 4,33 miliardi di euro, trainato in particolare dalla Lombardia, che supera per la prima volta i 2,5 miliardi € e con il +3,3% registra una crescita per il terzo anno consecutivo; frenano il Piemonte (-1,2%), dopo la forte crescita del 2022, e la Liguria (-2,0%), sale invece la Valle d’Aosta (+3,2%).


L’area Sud e Isole, sempre in crescita negli ultimi 5 anni, ha il risultato migliore in termini assoluti (120 milioni di euro in più del 2022) e relativi (+4,0% su base annua). A trainare è soprattutto la Sardegna (+19,0%), ma registrano ottimi risultati anche Abruzzo (+10,6%), Campania (+2,9%) e Sicilia (+2,2%); frena la Puglia (-7,5%). Il Centro ha i risultati peggiori con un calo complessivo del -3,9%, condizionato principalmente dalla Toscana (-5,5%), che rappresenta la gran parte del valore economico dell’area. Unica eccezione positiva il Lazio, in crescita (+8,8%).


Fra le prime venti province per valore, i risultati migliori del 2023 in termini assoluti sono quelli di Brescia (+52 mln), Treviso (+33 mln), Vicenza (+31 mln), Cremona (+24 mln) e Udine (+20 mln). In calo soprattutto Modena (-8,6%), Verona (-4,8%), Siena (-4,4%) e Reggio nell’Emilia (-3,4%). Il Veneto (4,85 mld) e l’Emilia-Romagna (3,87 mld) si confermano prime regioni per valore economico, seguite dalla Lombardia (2,58 mld), che supera per la prima volta i 2,5 miliardi e cresce per il terzo anno consecutivo, e dal Piemonte (1,64 mld). Seguono la Toscana (1,36 mld) e le altre due regioni del Nord-Est: Friuli Venezia Giulia (1,22 mld) e Trentino-Alto Adige (1,02 mld).


L’area Sud e Isole cresce per il quinto anno consecutivo trainata dalla Sardegna (+19,0%) e dalla Campania (+2,9%) Tra le province, si conferma al primo posto Treviso (2,22 mld), seguita da Parma (1,67 mld) e Verona (1,40 mld). Vicine al miliardo di euro anche Cuneo (974 mln) e Brescia (929 mln). Siena (648 mln), in nona posizione, è la prima provincia del Centro mentre Caserta (329 mln ), in 15esima posizione, è la prima del Sud. Fra le prime dieci province per valore del cibo e le prime 10 per valore del vino, sono rappresentate ben 12 regioni italiane.

In Sicilia progetto di conservazione per l’asino grigio

In Sicilia progetto di conservazione per l’asino grigioRoma, 2 dic. (askanews) – Al via in Sicilia un progetto per la conservazione dell’asino grigio, una specie che appartiene alla memoria dell’entroterra siciliano. In tutta la regione si contano oggi meno di un centinaio di esemplari e che ora è al centro del progetto “Recupero, Conservazione e Caratterizzazione delle Risorse Genetiche Equine e Asinine Siciliane”, realizzato dall’Istituto Incremento Ippico per la Sicilia, con la collaborazione dell’Assessorato Regionale dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea, delle Università di Catania (Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente – Di3A) e di Messina (Dipartimento di Scienze Veterinarie.


Si tratta di un progetto, finanziato attraverso la Misura 10.2.b “Conservazione delle risorse genetiche animali in agricoltura” del Piano di Sviluppo Rurale per la Sicilia 2014-2022, che si pone due obiettivi, attraverso una doppia caratterizzazione genetica e morfologica: da un lato lo sviluppo di un Piano di conservazione per le razze equine già riconosciute, quali il Cavallo Sanfratellano, il Cavallo Puro Sangue Orientale, l’Asino Pantesco e l’Asino Ragusano; dall’altro, un Piano di caratterizzazione per i Tipi Genetici Autoctoni (TGA) che non hanno ancora status di razza, tra cui l’Asino Grigio Siciliano, e il cavallo siciliano che invece dopo un lungo iter di circa 20 anni, ha ottenuto il riconoscimento, lo scorso aprile. Ed è proprio sull’asino grigio siciliano che nei giorni scorsi è stata organizzata una giornata divulgativa, a Masseria Specchi, situata all’interno della Riserva Naturale Orientata Pantalica, dove cresce un piccolo allevamento di 7 asini e 2 puledrini, frutto di un’attività congiunta del Dipartimento Regionale dello Sviluppo Rurale e Territoriale con il supporto dell’Istituto Incremento Ippico. Nell’occasione, sono stati presentati i primi risultati del progetto.