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Serpillo (Uci): dazi stangata da 7 mld per economia italiana

Serpillo (Uci): dazi stangata da 7 mld per economia italianaRoma, 3 apr. (askanews) – L’introduzione dei dazi statunitensi al 20% sui prodotti italiani è una misura “profondamente ingiusta e gravemente dannosa, che colpirà in modo diretto e sproporzionato il nostro comparto agroalimentare. Le ripercussioni economiche saranno pesantissime: si stima un impatto potenziale tra i 4 e i 7 miliardi di euro per l’economia italiana, con effetti a catena su occupazione, investimenti e competitività”. Così il presidente dell’Unione Coltivatori Italiani, Mario Serpillo, commentando l’ordine esecutivo firmato dal Presidente degli Usa, Donald Trump, che introduce dazi generalizzati su 60 Paesi, tra cui l’Italia.


“Solo nel settore vitivinicolo, che vale 2 miliardi di export verso gli USA e rappresenta il 25% del nostro export vinicolo totale, i dazi potrebbero tradursi in 6 milioni di euro di perdite al giorno per le cantine italiane. A questo si somma il danno per il Parmigiano Reggiano, che copre circa il 7% del mercato americano dei formaggi duri ed è venduto a un prezzo più che doppio rispetto ai parmesan locali”, ricorda Serpillo. Secondo le analisi del Centro Studi Confindustria e della Svimez, l’impatto complessivo dei dazi al 20% potrebbe portare a una perdita fino allo 0,2% del PIL, a oltre 50.000 posti di lavoro a rischio, e a una riduzione dell’export tra il 13,5% e il 16,4% nei settori chiave come agroalimentare, chimica e farmaceutica. A essere colpite saranno soprattutto le regioni leader dell’export come Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana, ma anche le aree più fragili del Sud – Sardegna, Molise, Sicilia – dove la scarsa diversificazione rende le imprese particolarmente vulnerabili.


“Inasprire le barriere commerciali non protegge nessuno, anzi – aggiunge Serpillo – rischia di incentivare il fenomeno dell’italian sounding, danneggiando ulteriormente i produttori italiani e confondendo i consumatori americani. Si crea così un paradosso: da un lato si impedisce l’accesso al prodotto autentico, dall’altro si apre la strada a imitazioni prive di tracciabilità e di reale legame con il territorio”. “È necessario che l’Europa si attivi immediatamente sul piano diplomatico – conclude – e che il Governo italiano metta in campo misure urgenti per sostenere le imprese colpite. Difendere il Made in Italy agroalimentare non è solo una questione commerciale: è un atto dovuto verso le migliaia di produttori che portano nel mondo la nostra identità agricola. Serve quindi, con urgenza, un piano di supporto per compensare i danni, aprire nuovi mercati e potenziare gli strumenti contro l’italian sounding”.

Fedagripesca: effetto depressivo dazi peserà su intero mercato

Fedagripesca: effetto depressivo dazi peserà su intero mercatoRoma, 3 apr. (askanews) – L’effetto depressivo dei dazi americani coinvolgerà l’intero mercato. E’ il commento del presidente di Confcooperative Fedagripesca, Raffaele Drei, all’annuncio dei dazi al 20% fatto ieri dal presidente Usa Donald Trump. “Abbiamo criticato i dazi come strumento di politica economica ma gli Usa hanno deciso di adottarli, pur se con percentuali inferiori a quanto minacciato. Ora è tempo di lasciare alle istituzioni politiche e alla diplomazia europea ed italiana lo studio delle adeguate contromisure ai dazi – spiega Drei – Al tempo stesso ci preme però sollecitare l’assoluta urgenza di concentrarsi sulle difficoltà delle aziende, per le quali andranno subito pensate e predisposte misure a difesa della loro competitività”.


Significativa la quota di export nel mercato a stelle e strisce delle cooperative aderenti a Confcooperative: negli Usa il fatturato delle cantine cooperative è di oltre 570 milioni di euro, il 30% di tutto l’export vitivinicolo nel mercato statunitense (che si attesta su 1,9 miliardi di euro), mentre per un altro settore ad alto valore aggiunto con le sue produzioni DOP come i formaggi, le cooperative commercializzano negli Stati Uniti 122 milioni di euro, il 25% di tutte le vendite di formaggi negli Usa, che nel 2024 hanno toccato quota 484 milioni di euro. Seguono poi altre filiere e prodotti in cui la cooperazione esporta valori significativi come il pomodoro da industria. Ma quali sono le misure per la competitività che possono realisticamente essere attivate in tempi rapidi? Secondo Confcooperative Fedagripesca, per quanto riguarda il settore vino “occorre destinare maggiori risorse per la promozione, se davvero vogliamo aiutare le aziende ad acquisire nuovi mercati. Andrà fatto inoltre un grande lavoro di sburocratizzazione nelle procedure per l’accesso ai bandi. All’Europa chiediamo misure per la promozione più snelle e in generale risposte più efficaci rispetto al passato perché quelle attuali risultano un po’ timide rispetto all’urgenza di aggredire nuovi mercati”.


Mentre sul piano nazionale, l’auspicio è che non si finisca per assumere provvedimenti che mirino alla riduzione del potenziale produttivo per tutelare il patrimonio vitivinicolo italiano. “Produrre di meno non può essere la soluzione per essere più competitivi sui mercati e non dobbiamo farlo”, spiega Drei. Per altri settori fortemente orientati alle esportazioni, le istituzioni secondo Drei “dovranno concentrarsi maggiormente nei rapporti internazionali per promuovere rapporti bilaterali con altri paesi extra-Ue, anche attraverso nuovi accordi di libero scambio al fine di migliorare canali commerciali già consolidati o aprire altri mercati in cui oggi è difficile conquistare quote di mercato. Il settore lattiero-caseario rischia di veder compromessa la stabilità della tutela delle Dop con il conseguente proliferare dell’Italian sounding”.

Consorzio Parmigiano Reggiano: per noi dazi Usa passano al 35%

Consorzio Parmigiano Reggiano: per noi dazi Usa passano al 35%Roma, 3 apr. (askanews) – I dazi effettivi sul Parmigiano Reggiano passano dall’attuale 15% al 35% dopo l’annuncio del presidente Usa Donald Trumpo che ieri ha introdotto tariffe aggiuntive pari al 20%. “Si tratta di una tariffa fissa su tutte le importazioni che colpisce anche il nostro prodotto. I dazi sul nostro prodotto passano quindi dal 15% al 35%. Di certo la notizia non ci rende felici, ma il Parmigiano Reggiano è un prodotto premium e l’aumento del prezzo non porta automaticamente ad una riduzione dei consumi”. Così in una nota Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio, che sottolinea: “lavoreremo per cercare con la via negoziale di fare capire per quale motivo non ha senso applicare dazi a un prodotto come il nostro che non è in reale concorrenza con i parmesan americani. Ci rimboccheremo le maniche per sostenere la domanda in quello che è il nostro primo mercato estero e che rappresenta oggi il 22,5% della quota export totale”.


Il Parmigiano Reggiano copre circa il 7% del mercato dei formaggi duri a stelle e strisce e viene venduto a un prezzo più che doppio rispetto a quello dei parmesan locali. “Noi non siamo affatto in concorrenza coi formaggi locali – spiega Bertinelli – si tratta di prodotti diversi che hanno posizionamento, standard di produzione, qualità e costi differenti: è pertanto assurdo colpire un prodotto di nicchia come il Parmigiano Reggiano per proteggere l’economia americana”. Nel 2019, quando Trump introdusse tariffe aggiuntive pari al 25%, il Parmigiano Reggiano fu il prodotto più colpito con un incremento del prezzo a scaffale dai 40 ai 45 dollari al chilo. “Fortunatamente i dazi sono poi stati sospesi il 6 marzo del 2021 e non ci hanno creato problemi in termini di vendite. Gli americani – aggiunge – hanno continuato a sceglierci anche quando il prezzo è aumentato. Negli Stati Uniti chi compra il Parmigiano Reggiano fa una scelta consapevole: ha infatti un 93% di mercato di alternative che costano 2-3 volte meno. Imporre dazi su un prodotto come il nostro aumenta solo il prezzo per i consumatori americani, senza proteggere realmente i produttori locali. È una scelta che danneggia tutti”.


“Oggi, il vero nemico dei produttori di latte non sono le loro controparti estere, ma i prodotti che vengono chiamati ‘latte’ o ‘formaggio’ pur non avendo alcuno legame con terra e animali, come i cibi a fermentazione cellulare”, conclude Bertinelli.

Bere responsabile: torna il programma educativo di Fondazione Birra Moretti

Bere responsabile: torna il programma educativo di Fondazione Birra MorettiMilano, 29 mar. (askanews) – Fondazione Birra Moretti prosegue il suo impegno con il programma educativo “Responsibility in Education”. Dedicato al consumo moderato e responsabile e rivolto agli studenti maggiorenni delle classi quinte delle scuole alberghiere, il progetto ha già coinvolto dal 2022 oltre 4.800 studenti di 31 istituti di Scuola Superiore in Lombardia, Puglia, Lazio, Sicilia e Sardegna. E riparte ufficialmente nel 2025 con la prima tappa in Sardegna presso l’Istituto professionale servizi per l’enogastronomia e l’ospitalità alberghiera “Antonio Gramsci” e a Messina presso l’Istituto superiore “Antonello”, supportati dal patrocinio dei rispettivi Comuni.


“Siamo convinti che l’educazione dei giovani sia la chiave per favorire un consumo di alcol responsabile e moderato” – dichiara Paolo Merlin, direttore della Fondazione Birra Moretti – Con il nostro programma, abbiamo scelto di partire dalle nuove generazioni di professionisti dell’Ho.Re.Ca. che saranno di fatto i futuri ambasciatori dell’educazione alimentare. I giovani oggi sono molto più consapevoli degli effetti sulla salute del consumo eccessivo di alcol e lo riscontriamo ogni giorno durante gli incontri con loro e i loro docenti. I numeri raggiunti dal programma in questi anni scolastici e il crescente interesse da parte degli istituti e degli insegnanti ci confermano la potenza dell’educazione e ci spingono a credere che siamo sulla strada giusta”. “Responsibility in Education” mira a rendere i futuri professionisti del fuori casa i promotori di una cultura del bere responsabile e moderato, da sempre appartenente alla tradizione gastronomica italiana. Il progetto è realizzato in partnership con Aspi (Associazione Sommellerie Professionale Italiana), NoidiSala e FUTURELY – la piattaforma digitale ed educativa che opera in collaborazione con Zanichelli- e, negli anni, ha potuto contare sul supporto istituzionale, tramite patrocini e presenze istituzionali nei momenti formativi. Nello specifico, il programma prevede una prima fase di confronto attivo in aula e successivamente, il percorso si completa su una piattaforma proprietaria di Fondazione Birra Moretti, all’interno della quale gli studenti partecipanti possono accedere sia ai contenuti affrontanti durante la lezione, sia a quelli relativi alla cultura birraria e ad altri di carattere formativo. Infine, grazie a Futurely, gli studenti hanno la possibilità di accedere anche al corso di “Responsibility in Education”, a prescindere dal loro istituto di provenienza. Al termine del percorso, ogni studente otterrà un massimo di 20 ore PCTO, che saranno utili per gli esami di maturità e contribuiranno al voto finale.

Tuttofood a Milano dal 5 all’8 maggio: attesi 3000 espositori

Tuttofood a Milano dal 5 all’8 maggio: attesi 3000 espositoriRoma, 2 apr. (askanews) – “Sarebbe riduttivo pensare alle nostre Fiere come ad una semplice vetrina espositiva di prodotti alimentari. Con Tuttofood 2025 scaliamo, a livello globale, la nostra idea di fiera maturata organizzando da 40 anni CIBUS ovvero creare piattaforme nelle quali sviluppare, in modo sistematico e attraverso la voce delle imprese, i temi operativi che la diplomazia internazionale affronta strategicamente ogni giorno sui tavoli istituzionali”. Lo ha detto Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, intervenendo al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale alla presentazione di TUTTOFOOD Milano 2025, in programma dal 5 all’8 maggio e giunto alla sua decima edizione complessiva, che quest’anno sarà ridisegnato nei suoi obiettivi strategici e diverrà luogo di riferimento e aggregazione per l’industria e la cultura agroalimentare a livello globale. Attesi oltre 3.000 espositori da tutto il mondo, più di 90.000 visitatori, tra cui oltre 3.000 top buyer internazionali.


“Il nostro obiettivo – ha aggiunto – non si ferma al supporto delle aziende italiane e internazionali, ma agisce su una leva chiave del nostro business: un network internazionale che generi reali opportunità per il settore, che funzioni da ponte tra le aziende e migliaia di top buyer da più di 100 Paesi”. Tra i punti più innovativi l’uso di format esperienziali e aree tematiche dedicate alle nuove tendenze del food & beverage oltre a un cartellone di eventi in fiera e in città. Tra i Paesi europei meglio rappresentati tra gli espositori, rientrano Spagna, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Portogallo e Francia che, sommati tra loro, coprono il 50% della quota relativa e offrono al visitatore internazionale una visione d’insieme del panorama agroalimentare dell’Europa Centrale e Meridionale. Interessante anche il numero di realtà oltreoceano presenti in fiera: tra loro, spiccano il Nord Africa (con l’Egitto in prima fila), il Sud-Est asiatico e l’Estremo Oriente (con ampie partecipazioni da Cina, Taiwan, Corea del Sud e Indonesia), così come il resto dell’Asia e le aziende statunitensi.


Il sottosegretario agli Affari Esteri, Maria Tripodi, ha aperto la conferenza riportando un messaggio del ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani, che ha sottolineato il valore di TUTTOFOOD Milano 2025 come appuntamento fieristico di riferimento per la filiera agroalimentare, pilastro del nostro sistema produttivo e settore trainante delle esportazioni del nostro Paese che, nel 2024, ha superato i 67 miliardi di euro con un aumento dell’8% rispetto all’anno precedente. E per il presidente di Ice/Ita Agenzia Matteo Zoppas, le fiere si confermano uno strumento essenziale “per lo sviluppo delle nostre imprese, in particolare delle PMI che si affacciano per la prima volta sui mercati internazionali. Dove vanno poi accompagnate nel loro percorso di crescita. Solo nel 2024, Ice ha supportato 125 eventi fieristici e offerto oltre 65.600 servizi di consulenza alle imprese. I numeri dell’export agroalimentare confermano la crescita del settore che. nel 2024, ha raggiunto i 69 miliardi di euro, con un aumento del 7,5% rispetto al 2023. Nella giusta direzione verso l’obiettivo indicato dal governo per l’agroalimentare dei 100 miliardi”.

Solo 1 pianta autoctona su 5 resiste dove impronta umana maggiore

Solo 1 pianta autoctona su 5 resiste dove impronta umana maggioreRoma, 2 apr. (askanews) – Nei territori tutelati da aree protette, gli ecosistemi contengono in genere più di un terzo delle specie potenzialmente idonee, mentre quelle assenti lo sono soprattutto per cause naturali, come i limiti biologici della loro capacità di dispersione. Dove l’impronta umana è maggiore, la quantità di biodiversità assente è invece elevatissima, con ecosistemi che arrivano a contenere anche solo una specie idonea su cinque. E’ quanto emerge dallo studio internazionale collaborativo DarkDivNet, pubblicato su Nature, che ha coinvolto oltre 250 scienziate e scienziati di tutto il mondo. Sono stati quindici i botanici e le botaniche di nove università italiane impegnati nello studio, fra cui il professor Alessandro Chiarucci dell’Università di Bologna, membro del Comitato Scientifico.


Ricercatrici e ricercatori hanno raccolto dati di biodiversità in quasi 5500 siti di 119 regioni del mondo, registrando non solo le specie vegetali presenti in ogni sito, ma anche le specie autoctone che dovrebbero esserci e risultano invece assenti. L’impatto della presenza umana sulla biodiversità naturale delle piante è infatti devastante in moltissimi ecosistemi del pianeta: fino a quattro specie di piante su cinque sono assenti dai loro habitat naturali nelle aree a maggiore impronta ecologica umana. L’indice misura la quantità di risorse naturali che consumiamo o degradiamo a causa, per esempio, di urbanizzazione, inquinamento, disboscamento. L’innovativo approccio scientifico ha identificato quindi la diversità oscura. Ciò ha consentito di calcolare il potenziale della diversità vegetale di ogni area e rivelato quanto l’impronta umana l’abbia ridotto. La relazione fra l’Indice di Impronta Umana – che rileva fattori quali densità della popolazione, urbanizzazione, agricoltura e infrastrutture – e la diversità oscura ha dimostrato inoltre che l’impatto antropico si estende ben oltre le aree direttamente modificate, fino a centinaia di chilometri di distanza, interessando anche le riserve naturali.


“Lo studio conferma, purtroppo, che le nostre attività influenzano negativamente la biodiversità. È quindi necessario supportare al massimo le politiche volte a tutelarla, a livello locale e globale”, spiega il professor Alessandro Chiarucci, del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna. “In particolare, è fondamentale continuare la strada intrapresa, aumentando il numero e la superficie delle aree rigorosamente protette, ossia di aree in cui i processi naturali sono liberi di manifestarsi, a tutela della biodiversità presente e futura”. L’influenza negativa dell’attività umana sulla biodiversità, rivela lo studio, è meno pronunciata quando almeno un terzo della regione circostante l’area investigata è incontaminato o ben protetto, a sostegno dell’obiettivo globale di proteggere il 30% del territorio. DarkDivNet, coordinato dall’Università di Tartu in Estonia, ha visto collaborare, oltre all’Università di Bologna, le università italiane di Parma, dell’Aquila, dell’Insubria, di Catania, di Palermo, di Cagliari, della Basilicata e l’Università Ca’ Foscari Venezia.

Fao: trasformare sistemi agroalimentare per aiutare i più poveri

Fao: trasformare sistemi agroalimentare per aiutare i più poveriRoma, 2 apr. (askanews) – I finanziamenti progettati per rendere i nostri sistemi agroalimentari più efficienti, più inclusivi, più resilienti e più sostenibili possono aiutare a prevenire e mitigare le crisi alimentari e garantire che gli aiuti tanto necessari raggiungano i più poveri del mondo. Lo ha detto il Direttore generale della FAO QU Dongyu, che è stato invitato a partecipare a una sessione del Summit delle Nazioni Unite sul finanziamento per lo sviluppo, un incontro preparatorio tenutosi in Vaticano in vista della quarta Conferenza internazionale sul finanziamento per lo sviluppo, in programma dal 30 giugno al 3 luglio a Siviglia, in Spagna.


Il Summit, tenutosi l’1 e il 2 aprile, ha visto politici, esperti finanziari, filosofi, economisti e leader della Chiesa discutere il tema “Come garantire che i finanziamenti raggiungano i più poveri tra i poveri”. Il Direttore generale della FAO ha ricordato al pubblico che l’80% dei più poveri del mondo vive in aree rurali e quasi due terzi sono impegnati nei sistemi agroalimentari. La povertà rurale e l’insicurezza alimentare infatti sono strettamente collegate: secondo le ultime cifre della FAO, circa 733 milioni di persone in tutto il mondo sono state colpite dalla fame nel 2023. “Per una trasformazione veramente inclusiva dei sistemi agroalimentari, abbiamo bisogno di politiche pubbliche integrate mirate volte a rimuovere le barriere e le discriminazioni che impediscono ai gruppi emarginati di accedere ai finanziamenti e facilitano l’accesso al mercato”, ha detto Qu. Ciò implica l’indirizzamento dei flussi di capitale verso progetti e iniziative sensibili alle esigenze di questi gruppi e che non amplino le disuguaglianze esistenti.


“Un panorama finanziario più ampio, più efficiente, equo e innovativo per la trasformazione dei sistemi agroalimentari è fondamentale per affrontare le sfide globali più urgenti e raggiungere i più poveri tra i poveri e ridurre la fame e la malnutrizione”, ha concluso il direttore generale della Fao.

Xylella, in GU 30 mln per sostegno reimpianti ulivi resistenti

Xylella, in GU 30 mln per sostegno reimpianti ulivi resistentiRoma, 2 apr. (askanews) – Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che sostiene le imprese agricole danneggiate dalla diffusione del batterio della Xylella fastidiosa, con lo stanziamento di 30 milioni di euro per i reimpianti per le riconversioni tramite cultivar di olivo resistenti, e per le riconversioni verso altre colture, con un elenco di 72 specie ammesse. A darne notizia è Coldiretti Puglia.


Il decreto del Masaf dell’11 febbraio 2025 pubblicato in Gazzetta Ufficiale stabilisce criteri e modalità di attuazione della misura inerente il sostegno alle imprese agricole danneggiate dalla diffusione del batterio della Xylella fastidiosa. Sono oggetto di finanziamento gli interventi finalizzati al ripristino del potenziale produttivo danneggiato dall’organismo nocivo Xylella fastidiosa e comprendono il ripristino della capacità produttiva delle imprese, sia con la ricostituzione degli oliveti con varietà dichiarate resistenti o tolleranti all’organismo specificato dal Comitato fitosanitario nazionale, sia sostituendo i vecchi oliveti con impianti di altre colture scelte fra quelle ammesse.


“Ma serve il secondo piano pluriennale per la rigenerazione delle aree colpite dalla Xylella fastidiosa in Puglia – spiega Coldiretti Puglia – perché sono 115mila gli ettari rimasti fuori dal primo piano di 300 milioni di euro, un impegno urgente da attuare con il coordinamento ed il sostegno alle attività di ricerca ed un pieno e consapevole coinvolgimento delle Istituzioni regionali, nazionali e dell’Europa sul problema Xylella”.

Xylella, in GU 30 mln per sostegno reimpianti ulivi resistenti

Xylella, in GU 30 mln per sostegno reimpianti ulivi resistentiRoma, 2 apr. (askanews) – Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che sostiene le imprese agricole danneggiate dalla diffusione del batterio della Xylella fastidiosa, con lo stanziamento di 30 milioni di euro per i reimpianti per le riconversioni tramite cultivar di olivo resistenti, e per le riconversioni verso altre colture, con un elenco di 72 specie ammesse. A darne notizia è Coldiretti Puglia.


Il decreto del Masaf dell’11 febbraio 2025 pubblicato in Gazzetta Ufficiale stabilisce criteri e modalità di attuazione della misura inerente il sostegno alle imprese agricole danneggiate dalla diffusione del batterio della Xylella fastidiosa. Sono oggetto di finanziamento gli interventi finalizzati al ripristino del potenziale produttivo danneggiato dall’organismo nocivo Xylella fastidiosa e comprendono il ripristino della capacità produttiva delle imprese, sia con la ricostituzione degli oliveti con varietà dichiarate resistenti o tolleranti all’organismo specificato dal Comitato fitosanitario nazionale, sia sostituendo i vecchi oliveti con impianti di altre colture scelte fra quelle ammesse.


“Ma serve il secondo piano pluriennale per la rigenerazione delle aree colpite dalla Xylella fastidiosa in Puglia – spiega Coldiretti Puglia – perché sono 115mila gli ettari rimasti fuori dal primo piano di 300 milioni di euro, un impegno urgente da attuare con il coordinamento ed il sostegno alle attività di ricerca ed un pieno e consapevole coinvolgimento delle Istituzioni regionali, nazionali e dell’Europa sul problema Xylella”.

Coldiretti: su dazi evitare escalation della guerra commerciale

Coldiretti: su dazi evitare escalation della guerra commercialeRoma, 2 apr. (askanews) – “Occorre fare prevalere il buonsenso ed evitare a tutti i costi un’escalation della guerra commerciale che avrebbe effetti disastrosi sulle economie europee e statunitense, dove i primi ad essere penalizzati sarebbero i cittadini e gli agricoltori di entrambe le sponde dell’Atlantico”. Così il presidente della Coldiretti Ettore Prandini a poche ore dall’annuncio sui dazi del presidente Usa Donald Trump, al quale la Commissione Ue si è già detta pronta a rispondere con contromisure adeguate. Se le tariffe aggiuntive dovessero colpire l’intero settore agroalimentare italiano con un rincaro del 25%, rileva Coldiretti, ciò si tradurrebbe in un aggravio di circa due miliardi di euro a carico dei cittadini americani, con un inevitabile calo di vendite delle nostre specialità come dimostrato anche dalla precedente esperienza nel primo mandato dello stesso tycoon.


Senza dimenticare il pericolo di una ulteriore espansione del fenomeno dell’italian sounding, che già oggi costa al Paese 40 miliardi di euro solo negli Stati Uniti, come rilevato anche dal Presidente Sergio Mattarella. Ma Trump ha minacciato rincari fino al 200% per il vino, che per l’Italia vorrebbe dire rinunciare fino al 70-80% delle esportazioni, secondo una stima della Consulta vitivinicola della Coldiretti. “A prescindere dall’impatto delle decisioni americane, l’auspicio è – aggiunge il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo – che l’Italia e l’Europa continuino a portare avanti il dialogo poiché la logica dei dazi e controdazi ha dimostrato nel tempo di essere miope e controproducente per tutti”.


“Occorre lavorare a una soluzione diplomatica che venga portata avanti in sede europea – conclude Prandini – perché solo con una voce unica e forte possiamo davvero tutelare le nostre aziende. E’ comunque evidente che il principio di reciprocità debba restare la base di ogni intesa, poiché solo così sarà possibile tutelare i livelli qualitativi elevati, le regole sanitarie, ambientali e produttive che caratterizzano l’agroalimentare italiano ed europeo”.