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Destinazione Marte: l’insalata ideale per nutrire gli astronauti

Destinazione Marte: l’insalata ideale per nutrire gli astronautiRoma, 5 gen. (askanews) – Semi di papavero, semi di girasole, orzo, cavolo riccio, soia, arachidi e patate dolci. Non è la dieta consigliata dopo le feste natalizie, ma il pasto ideale qualora voleste partire per un viaggio pluriennale verso Marte. Mentre le agenzie spaziali pianificano missioni più lunghe, i ricercatori di tutto il mondo sono alle prese con la sfida di nutrire al meglio gli equipaggi nello spazio cercando alternative nutrienti, gustose e sostenibili ai soliti pasti insipidi e preconfezionati. Un team di ricerca internazionale ha recentemente pubblicato su “Acs Food Science & Technology”, la rivista dell’American Chemical Society, la ricetta per il “pasto spaziale” ottimale: una ricca insalata vegetariana. Per progettarlo, – si legge su Media Inaf, il notiziario online dell’Istituto nazionale di astrofisica – gli scienziati hanno scelto ingredienti freschi, coltivabili nello spazio e che rispondano alle esigenze nutrizionali specifiche degli astronauti uomini.

In generale, gli esseri umani bruciano più calorie nello spazio rispetto a quando sono sulla Terra e necessitano di micronutrienti extra, come il calcio, per mantenersi in salute durante la prolungata esposizione alla microgravità. Inoltre, considerando il numero e la durata delle future missioni a lungo termine, le coltivazioni di cibo dovranno necessariamente essere sostenibili e “circolari” all’interno delle navicelle o delle colonie spaziali. Questi aspetti sono stati già da tempo affrontati dagli scienziati che hanno esplorato e sperimentato diversi metodi di coltivazione del cibo nello spazio. Tuttavia, fino ad oggi, nessuno aveva pensato come fornire i nutrienti necessari agli astronauti attraverso pasti specifici freschi e, per di più, gustosi. La sfida è stata colta da Volker Hessel dell’Università di Adelaide, in Australia, e dai suoi collaboratori: provare a ottimizzare un pasto che rispondesse ai requisiti specifici di un volo spaziale e avesse un buon sapore. Inizialmente, i ricercatori hanno valutato le differenti combinazioni di ingredienti freschi, utilizzando il metodo della programmazione lineare, per bilanciare computazionalmente più variabili al fine di raggiungere un obiettivo specifico.

Nello studio in questione, – prosegue Media Inaf – il modello ha analizzato combinazioni di alimenti misurandone la capacità di soddisfare il fabbisogno nutrizionale giornaliero di un astronauta maschio, in relazione alla quantità minima di acqua necessaria per la loro coltivazione. “Abbiamo adottato l’ottimizzazione numerica per identificare le varie combinazioni, usando come vincoli i contenuti macro e micro nutrizionali dei cibi e ottimizzando il carico d’acqua necessario per la loro coltivazione”, spiegano gli autori dello studio. “I vincoli alimentari sono quelli raccomandati dalla Nasa, e abbiamo considerato fino a 36 nutrienti e 102 colture”. Tra i dieci scenari, o “piatti spaziali”, proposti – quattro vegetariani e sei onnivori, ciascuno con un numero di ingredienti compreso tra sei e otto – i ricercatori hanno scoperto che un pasto vegetariano composto da soia, semi di papavero, orzo, cavolo riccio, arachidi, patate dolci e semi di girasole offriva l’equilibrio più efficiente tra il massimo dei nutrienti e il minimo degli input agricoli. Sebbene questa combinazione non sia in grado di fornire tutti i micronutrienti di cui un astronauta ha bisogno, quelli mancanti potrebbero essere aggiunti con un integratore.

Inoltre, per assicurarsi che la combinazione identificata fosse gustosa, così da non togliere il piacere al palato degli astronauti, il team ha proposto l’insalata spaziale ideale a quattro assaggiatori, qui sulla Terra. Uno dei tester ha espresso giudizi entusiastici sul piatto proposto dichiarandosi ben disposto a mangiarlo anche per tutta la settimana, una volta nello spazio. Gli altri sono stati più moderati nei loro giudizi, ma non si sono comunque fatti mancare una seconda porzione d’insalata. Infine, anche l’occhio vuole la sua parte. Le insalate scelte dal computer sono state selezionate anche in base al colore e alla consistenza degli ingredienti, valutando la soddisfazione dei potenziali consumatori: un aspetto psicologico particolarmente importante nei viaggi più lunghi, quando gli astronauti dovranno far ricorso allo stesso cibo, giorno dopo giorno, per svariati anni.

Se il primo spuntino spaziale fu la mousse di mele in tubetto consumata dall’astronauta John Glenn nel 1962 a bordo della navicella Friendship 7, in futuro si potrà sicuramente contare su un menu più variegato. I ricercatori, infatti, proveranno a utilizzare lo stesso modello computerizzato per ampliare la varietà di colture nel database e, soprattutto, per capire quali opzioni potrebbero essere utili per le esigenze fisiologiche delle astronaute. Tutto sommato, parafrasando Virginia Woolf, – conclude Media Inaf – sappiamo che non si può pensare bene, amare bene, dormire bene – aggiungiamo, esplorare bene – se non si è mangiato bene. (Crediti: Shu Liang et al., Acs Food Sci. Technol., 2023; Università di Adelaide)

Un dispositivo subacqueo per studiare la Terra dai fondali marini

Un dispositivo subacqueo per studiare la Terra dai fondali mariniRoma, 3 gen. (askanews) – Avere informazioni in tempo reale per studiare la struttura della Terra, i disastri naturali, gli oceani e le aree marine in profondità e, non ultimo, supportare gli studi sul clima: queste e infinite altre le potenzialità dello SMART Cable, un dispositivo subacqueo innovativo installato da un team di ricercatori e tecnologi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) nel settore occidentale del Mar Ionio, al largo della Sicilia orientale.

Lo SMART Cable (Science Monitoring And Reliable Telecommunications) – informa l’INGV – è un prototipo costituito da un cavo di circa 21 km comunemente usato per le telecomunicazioni, equipaggiato con 3 ripetitori tecnologicamente sofisticati e distanziati a 6 km l’uno dall’altro in grado di misurare tutte le variabili ambientali e sismologiche in real time. Lo SMART cable, ora funzionante a 2.000 metri di profondità a circa 30 km al largo di Catania, è parte di una infrastruttura per la ricerca in ambiente marino profondo, gestita congiuntamente da INGV e INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), che comprende alcune stazioni di monitoraggio che costituiscono uno dei nodi osservativi del programma europeo EMSO (European Multidisciplinary Seafloor and water column Observatory).

Il prototipo di SMART Cable, la cui idea progettuale è stata concepita nell’ambito della Joint Task Force (JTF) costituita tra International Telecommunications Union (ITU), World Meteorological Organization (WMO) e Intergovernmental Oceanographic Commission (IOC) dell’UNESCO, è stato realizzato nell’ambito del progetto InSEA, coordinato dall’INGV e finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca con il programma PON Ricerca e Innovazione – Azione II.1 Infrastrutture di Ricerca. “L’utilizzo di cavi di telecomunicazione sottomarini innovativi, ovvero equipaggiati con strumentazione geofisica e ambientale, rappresenta una soluzione per estendere le osservazioni ad aree marine mai raggiunte, per avere accesso in tempo reale alle osservazioni e per supportare gli studi sul clima, sugli oceani, sulla struttura della Terra e sui disastri naturali”, dichiara Giuditta Marinaro, Responsabile dell’unità funzionale Ricerche multidisciplinari sulle interazioni Geosfera-Oceano-Atmosfera della Sezione Roma 2 dell’INGV.

Angelo De Santis, già ricercatore dell’INGV e Coordinatore scientifico del Progetto InSea, aggiunge: “I dati acquisiti da una futura rete di SMART Cables andrebbero a integrarsi con i dati delle reti osservative terrestri e spaziali, rendendo più fitta ed estesa la rete di osservazione globale. L’applicazione di questa nuova tecnologia al monitoraggio dell’ambiente marino profondo del bacino occidentale dello Ionio contribuirà a migliorare le conoscenze sui cambiamenti climatici, gli effetti antropici e i rischi naturali che possono interessare quell’area”. Massimo Chiappini, Direttore del Dipartimento Ambiente dell’INGV, sottolinea: “L’installazione dello SMART Cable rappresenta un esperimento pilota di rilevanza internazionale cui stanno guardando molte comunità scientifiche, in particolare la JTF. Il successo di questo esperimento apre nuove possibilità di collaborazione con il settore delle Telecomunicazioni e con il settore della Blue Economy”.

Alla costruzione dello SMART Cable – conclude la nota – ha provveduto la Guralp Systems, la logistica per la sua installazione è stata fornita dalla società italiana Elettra Tlc per mezzo della nave posacavi Antonio Meucci, con il supporto della società italiana di servizi marittimi Aalea per le operazioni sottomarine.

Cosmo: materia oscura potrebbe fare luce su origine campi magnetici

Cosmo: materia oscura potrebbe fare luce su origine campi magneticiRoma, 3 gen. (askanews) – I mini-aloni di materia oscura dispersi nel Cosmo potrebbero funzionare come sonde ultrasensibili dei campi magnetici primordiali. È quanto emerge da una ricerca teorica della SISSA e apparsa su “Physical Review Letters”.

Presenti su grandissime scale, i campi magnetici si trovano ovunque nell’Universo. La loro origine è però ancora oggetto di discussione tra gli studiosi. Un’intrigante possibilità è che i campi magnetici si siano originati all’inizio dell’Universo stesso, formatisi addirittura entro un secondo dal Big Bang, essi sarebbero quindi campi magnetici primordiali. Nello studio, i ricercatori hanno mostrato che se i campi magnetici fossero davvero primordiali potrebbero causare un aumento nelle perturbazioni di densità della materia su piccole scale. L’effetto finale di questo processo sarebbe la formazione, per l’appunto, di mini-aloni di materia oscura. I quali, a loro volta, se individuati, potrebbero suggerire un’origine primordiale dei campi magnetici. Così facendo, in un apparente paradosso, la parte invisibile del nostro Universo potrebbe essere utile per scoprire l’origine di una componente di quello visibile.

“I campi magnetici sono ovunque nel Cosmo” spiega Pranjal Ralegankar della SISSA, autore della ricerca. “Una teoria possibile sulla loro formazione sostiene che quelli osservati finora potrebbero esseri prodotti nelle prima fasi del nostro Universo. Questa impostazione non trova però spiegazione nel modello standard della fisica. Per cercare di fare luce su questo aspetto e trovare un modo per individuare i campi magnetici ‘primordiali’ con questo lavoro proponiamo un metodo che potremmo definire ‘indiretto’. Il nostro approccio si basa su una domanda: qual è l’influenza dei campi magnetici sulla materia oscura?”. È noto che non ci possa essere una interazione diretta. Ma, spiega Ralegankar, ce n’è una indiretta. Che passa per la gravità. I campi magnetici primordiali possono potenziare le perturbazioni di densità di elettroni e protoni nell’Universo primordiale. Quando queste diventano troppo grandi, influenzano i campi magnetici stessi. La conseguenza è che le fluttuazioni su piccola scala vengono soppresse. Spiega Ralegankar: “Nello studio mostriamo però qualcosa di inaspettato. La crescita di densità dei barioni indurrebbe gravitazionalmente la crescita delle perturbazioni della materia oscura senza che queste possano poi essere annullate. Ciò comporta che, su piccole scale, si assisterebbe a un loro collasso che produce dei mini-aloni di materia oscura”. La conseguenza, continua l’autore, è che sebbene le fluttuazioni di densità della materia barionica sia cancellata, queste lasciano delle tracce attraverso i mini-aloni. Il tutto soltanto attraverso delle interazioni gravitazionali.

“Queste evidenze teoriche – conclude Pranjal Ralegankar -suggeriscono altresì che la loro attuale abbondanza dei mini-aloni sia determinata non dall’odierna presenza dei campi magnetici primordiali ma piuttosto dalla loro forza nell’Universo primordiale. Così, il rilevamento di microaloni di materia oscura suggerisce l’ipotesi che i campi magnetici primordiali si siano formati molto presto, addirittura entro un solo secondo dopo il Big Bang”. (Crediti: Lucie Chrastecka)

L’Eso rivela “Gallina in corsa” nella costellazione del Centauro

L’Eso rivela “Gallina in corsa” nella costellazione del CentauroRoma, 21 dic. (askanews) – In tema festivo l’Osservatorio australe europeo (Eso) diffonde l’immagine da 1,5 miliardi di pixel della nebulosa “Running Chicken” – tradotto “Gallina in corsa” anche se in Italia è nota come Nebulosa di Lambda Centauri – catturata dal VST (VLT Survey Telescope), telescopio dell’Inaf ospitato presso il sito dell’ESO al Paranal in Cile.

Questo ampio vivaio stellare si trova nella costellazione del Centauro, a circa 6.500 anni luce dalla Terra. Stelle giovani all’interno della nebulosa emettono intense radiazioni che fanno brillare l’idrogeno gassoso circostante con sfumature rosa. La Nebulosa “Running Chicken” in realtà è composta da diverse regioni, tutte visibili nell’immagine che si estende su un’area di cielo pari a circa 25 Lune piene. La regione più luminosa all’interno della nebulosa è chiamata IC 2948, che alcuni vedono come la testa del pollo, mentre altri la interpretano come la coda. I sottili contorni pastello sono eterei pennacchi di gas e polvere. Verso il centro dell’immagine, contrassegnato da una struttura luminosa, verticale, quasi a forma di pilastro, c’è IC 2944. Lo scintillio più luminoso in questa particolare regione indica Lambda Centauri, una stella visibile a occhio nudo, molto più vicina a noi della nebulosa.

Ci sono invece molte giovani stelle all’interno di IC 2948 e IC 2944 ma, sebbene siano luminose, sicuramente – osserva l’Eso – non sono felici: emettendo grandi quantità di radiazioni, distruggono il proprio ambiente rendendolo proprio a forma, … di pollo. Alcune regioni della nebulosa, conosciute come globuli di Bok, possono resistere al feroce bombardamento della radiazione ultravioletta che pervade tutta la regione. Ingrandendo l’immagine, le si possono vedere: piccole, scure e dense sacche di polvere e gas sparse sulla nebulosa. Oltre alle nebulose, si vedono innumerevoli stelle arancioni, bianche e blu, come fuochi d’artificio nel cielo. L’immagine è un grande mosaico composto da centinaia di fotogrammi separati, accuratamente ricuciti insieme. Le singole immagini sono state scattate attraverso filtri che lasciano passare luce di colori diversi e che sono poi state combinate nel risultato finale. Le osservazioni sono state condotte con la fotocamera a grande campo OmegaCAM installata sul VST, un telescopio di proprietà dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) in Italia e ospitato dall’ESO nel suo sito del Paranal nel deserto di Atacama in Cile, luogo ideale da cui mappare il cielo australe in luce visibile. I dati necessari per realizzare questo mosaico sono stati ottenuti nell’ambito della survey Vphas+, un progetto volto a comprendere meglio il ciclo di vita delle stelle.

(Crediti: ESO/VPHAS+ team)

Spazio, missione a ‘occhi di aragosta’ ai raggi X pronta al lancio

Spazio, missione a ‘occhi di aragosta’ ai raggi X pronta al lancioRoma, 21 dic. (askanews) – Il satellite Einstein Probe dell’Accademia Cinese delle Scienze (CAS) è pronta per il lancio nel gennaio 2024. Dotata di una nuova generazione di strumenti a raggi X ad alta sensibilità e con una visuale molto ampia, questa missione monitorerà il cielo e andrà a caccia di potenti esplosioni di luce a raggi X provenienti da misteriosi oggetti celesti come stelle di neutroni e buchi neri.

Einstein Probe è una collaborazione guidata da CAS con l’Agenzia Spaziale Europea (Esa) e il Max Planck Institute for Extraterrestrial Physics (MPE), Germania. In cambio del contributo allo sviluppo di questa missione e alla definizione dei suoi obiettivi scientifici, l’Esa avrà accesso al 10% dei dati generati dalle osservazioni di Einstein Probe. “Grazie al suo design innovativo, Einstein Probe è in grado di monitorare grandi aree del cielo in un colpo d’occhio. In questo modo possiamo scoprire molte nuove sorgenti, e allo stesso tempo studiare su lunghi periodi il comportamento della luce X proveniente da oggetti celesti conosciuti”, afferma Erik Kuulkers, Einstein Probe Project Scientist dell’Esa.

A differenza delle stelle che punteggiano il cielo notturno e segnano in modo affidabile le costellazioni, la maggior parte delle sorgenti ai raggi X è altamente variabile. L’intensità della luce di questi oggetti – spiega l’Esa – muta continuamente, e molte sorgenti X compaiono brevemente in cielo prima di scomparire per lunghi periodi (sorgenti transitorie) o per sempre. Alimentata dagli eventi cosmici più tumultuosi, la luce a raggi X proveniente da sorgenti astronomiche è spesso imprevedibile. Tuttavia, contiene informazioni fondamentali su alcuni degli oggetti e fenomeni più enigmatici del nostro Universo. I raggi X sono associati a collisioni tra stelle di neutroni, esplosioni di supernova, materia che cade su buchi neri o stelle iper-dense, o particelle ad alta energia che vengono espulse da dischi di materiale ardente che circondano tali oggetti esotici e misteriosi. La capacità di localizzare nuove sorgenti X è fondamentale per individuare l’origine delle onde gravitazionali. Quando due oggetti massicci iper-densi come due stelle di neutroni o buchi neri si schiantano, creano onde nel tessuto dello spazio-tempo che si propagano attraverso le distanze cosmiche arrivando fino a noi. Diversi rivelatori sulla Terra sono ora in grado di registrare questo segnale, ma spesso non riescono a localizzarne la sorgente. Se sono coinvolte stelle di neutroni, un tale ‘incidente cosmico’ è accompagnato da un’enorme esplosione di energia a tutte le lunghezze d’onda dello spettro della luce, e soprattutto nei raggi X. Consentendo agli scienziati di studiare rapidamente questi eventi di breve durata, Einstein Probe ci aiuterà a identificare l’origine di molti eventi di onde gravitazionali che vengono registrati dagli strumenti a terra.

Per raggiungere tutti questi obiettivi scientifici, la missione Einstein Probe è dotata di una nuova generazione di strumenti ad alta sensibilità e la capacità di osservare ampie aree del cielo: il Wide-field X-ray Telescope (WXT) – telescopio a raggi X ad ampio campo) – e il Follow-up X-ray Telescope (FXT) – telescopio a raggi X di follow-up. WXT ha un design ottico modulare che si ispira all’anatomia degli occhi di un’aragosta e utilizza l’innovativa tecnologia Micro Pore Optics. Questo permette allo strumento di osservare 3600 gradi-quadrati (quasi un decimo della sfera celeste) in un colpo solo. Grazie a questa capacità, Einstein Probe può tenere d’occhio quasi tutto il cielo notturno in tre orbite intorno alla Terra (ciascuna orbita impiega 96 minuti).

Nuove sorgenti X o altri eventi interessanti avvistati da WXT verranno poi seguiti e studiati in dettaglio con il più sensibile FXT. Il satellite trasmetterà anche un segnale di allerta a terra per attivare altri telescopi (a terra e nello spazio) che operano ad altre lunghezze d’onda (dal radio ai raggi gamma). Questi punteranno rapidamente verso la nuova sorgente per raccogliere preziosi dati su più lunghezze d’onda, consentendo così uno studio approfondito dell’evento. L’Esa ha svolto un ruolo importante nello sviluppo della strumentazione scientifica di Einstein Probe. Ha fornito supporto per testare e calibrare i rivelatori a raggi X e l’ottica di WXT. L’Agenzia spaziale europea ha sviluppato le ottiche di uno dei due telescopi FXT in collaborazione con MPE e Media Lario (Italia). Queste si basano sul design e sulla tecnologia della missione XMM-Newton dell’Esa e del telescopio X eRosita. MPE ha sviluppato le ottiche per l’altro elemento di FXT e i rivelatori delle due unità di FXT. Per FXT, l’Esa ha anche fornito il sistema per deviare elettroni indesiderati lontano dai rivelatori (il deviatore elettronico). Durante tutta la missione, le stazioni di terra dell’Esa saranno utilizzate per aiutare a scaricare i dati dal veicolo spaziale. L’Esa ha una lunga storia nel campo dell’astronomia ad alta energia. XMM-Newton e Integral osservano l’Universo nei raggi X e gamma da oltre due decenni e hanno portato a grandi progressi in questo campo. L’Esa inoltre partecipa alla X-Ray Imaging and Spectroscopy Mission (XRISM), guidata dalla Japan Aerospace Exploration Agency (JAXA) in collaborazione con la Nasa, lanciata nell’estate del 2023. “Le capacità di Einstein Probe sono altamente complementari agli studi approfonditi delle singole sorgenti cosmiche abilitate dalle altre missioni”, osserva Erik. “Questa missione a raggi X è anche il precursore ideale della missione New Athena dell’Esa, attualmente allo studio e destinata ad essere il più grande osservatorio a raggi X mai costruito”. (Crediti: Chinese Academy of Sciences)

Ricerca, trovate tracce di creme solari nelle nevi del Polo Nord

Ricerca, trovate tracce di creme solari nelle nevi del Polo NordRoma, 20 dic. (askanews) – Ritrovate tracce di creme solari al Polo Nord, sui ghiacciai dell’arcipelago delle Svalbard. Si depositano soprattutto in inverno, quando sull’Artico cala la notte. A misurarne la concentrazione e spiegarne l’origine è uno studio condotto da ricercatrici e ricercatori dell’Università Ca’ Foscari Venezia e dell’Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isp), in collaborazione con l’Università delle Svalbard.I risultati sono pubblicati sulla rivista scientifica “Science of the Total Environment”.

L’obiettivo del lavoro – spiegano Ca’ Foscari e Cnr in una nota – era fornire la prima panoramica della presenza ambientale dei prodotti per la cura personale in Artico, fornendo dati sulla loro distribuzione spaziale e stagionale nel manto nevoso. Grazie ad un progetto Arctic Field Grant finanziato dal Research Council of Norway, in collaborazione con il Cnr-Isp e la stazione di ricerca Italiana Dirigibile Italia a Ny Ålesund, è stato possibile condurre, tra aprile e maggio 2021, un campionamento da cinque ghiacciai, situati nella penisola di Brøggerhalvøya. La varietà dei siti selezionati sia in prossimità di insediamenti umani sia in luoghi più remoti, ha permesso di studiare la presenza e il comportamento dei contaminanti emergenti, composti tutt’ora in uso ma monitorati dalla comunità scientifica in quanto potenzialmente dannosi per l’ecosistema. I risultati hanno rivelato la presenza di diversi composti, come fragranze e filtri UV, che derivano dai prodotti per la cura personale di largo consumo, fino alle latitudini più estreme. “Questa è la prima volta che molti dei contaminanti analizzati, quali Benzofenone-3, Octocrilene, Etilesil Metossicinnamato e Etilesil Salicilato, vengono identificati nella neve artica”, afferma Marianna D’Amico, dottoranda in Scienze polari all’Università Ca’ Foscari Venezia e prima autrice dello studio.

“I risultati evidenziano come la presenza dei contaminanti emergenti nelle aree remote sia imputabile al ruolo del trasporto atmosferico a lungo raggio”, spiega Marco Vecchiato, ricercatore in Chimica analitica a Ca’ Foscari e co-autore del lavoro. “Infatti, le concentrazioni più alte sono state riscontrate nelle deposizioni invernali. Alla fine dell’inverno, le masse d’aria contaminate provenienti dall’Eurasia raggiungono più facilmente l’Artico”. “L’esempio più evidente riguarda proprio alcuni filtri UV normalmente presenti nelle creme solari. L’origine delle maggiori concentrazioni invernali di questi contaminanti non può che risiedere nelle regioni continentali abitate a latitudini più basse: alle Svalbard durante la notte artica il sole non sorge e non vengono utilizzate creme solari”, prosegue Vecchiato. La distribuzione di alcuni di questi contaminanti varia in base all’altitudine. La maggior parte dei composti ha concentrazioni maggiori a quote più basse, tranne l’Octocrilene e il Benzofenone-3, due filtri UV comunemente utilizzati nelle creme solari, che al contrario sono più abbondanti sulla cima dei ghiacciai, dove arrivano dalle basse latitudini trasportati dalla circolazione atmosferica.

Questi dati saranno utili per definire piani di monitoraggio nell’area, contribuendo anche alla protezione dell’ecosistema locale. I contaminanti selezionati hanno già dimostrato effetti negativi sugli organismi acquatici alterando le funzionalità del sistema endocrino e ormonale. Alcuni di questi composti sono normati a livello locale in diverse isole del Pacifico e sono attualmente sotto indagine da parte dell’Unione Europea. In questo contesto, quantificare i processi di re-immissione in ambiente dei contaminanti di interesse emergente durante la fase di fusione della neve diventa una priorità per la protezione dell’ambiente artico nel prossimo futuro. “Sarà fondamentale comprendere i fenomeni di trasporto e deposizione di tali contaminanti nelle aree polari, soprattutto in relazione alle variazioni delle condizioni stagionali locali”, conclude Andrea Spolaor, ricercatore presso il Cnr-Isp. “Condizioni che stanno mutando rapidamente in risposta al cambiamento climatico, che in Artico avviene quattro volte più velocemente rispetto al resto del mondo”.

(Crediti: F. Scoto, Cnr – Unive)

Giornata Spazio, natura al centro del calendario Love Planet Earth

Giornata Spazio, natura al centro del calendario Love Planet EarthRoma, 15 dic. (askanews) – In occasione della Giornata Nazionale dello Spazio Telespazio ed e-GEOS presentano, in collaborazione con IUCN-Italia e Federparchi, l’edizione 2024 del calendario “Love Planet Earth”, l’iniziativa dedicata ai temi della sostenibilità raccontati attraverso gli occhi dei satelliti italiani COSMO-SkyMed.

Nel 2024, la sedicesima edizione il calendario “Love Planet Earth” propone un viaggio attraverso dodici luoghi del pianeta dove la natura, grazie anche al sostegno delle tecnologie spaziali, sta dimostrando tutta la sua capacità di resilienza, recuperando habitat e spazi che solo qualche anno fa le erano preclusi. Grazie alla collaborazione con IUCN Italia, la rappresentanza italiana dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura – organizzazione internazionale dedicata alla conservazione della biodiversità e alla promozione di pratiche sostenibili per la gestione delle risorse naturali – e alla Federparchi, che rappresenta il sistema delle aree protette in Italia, Love Planet Earth – informa una nota – racconta ad esempio quanto accade nel Parco naturale lombardo della Valle del Ticino, tra le provincie di Milano, Pavia e Varese, dove lo storione cobice – specie in stato di conservazione critico – sta lentamente, ma costantemente, ripopolando le acque dei fiumi della zona grazie ai numerosi programmi di protezione creati dalle autorità.

Nel calendario ad ogni immagine di una specie, infatti, si alterna una foto satellitare delle più belle aree protette del mondo. Nell’area protetta dell’isola Macquarie, nell’Oceano Pacifico tra la Nuova Zelanda e l’Antartide, Love Planet Earth ci racconta, ad esempio, un’altra storia di resilienza, con la popolazione di pinguino reale dal ciuffo dorato ormai in costante crescita dopo decenni di minacce. Viaggiando tra i quattro angoli del pianeta, dal Vietnam alla Spagna, dalle Galapagos agli Stati Uniti, le storie di Love Planet Earth 2024 sono mostrate attraverso le immagini elaborate da e-GEOS della costellazione italiana di satelliti COSMO-SkyMed, frutto degli investimenti e dell’impegno dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e del Ministero della Difesa. Monitorando costantemente la Terra, i satelliti COSMO-SkyMed di prima e seconda generazione svolgono una missione fondamentale nella salvaguardia del pianeta, offrendo un punto di vista privilegiato dell’incredibile biodiversità che lo contraddistingue.

Le specie raffigurate sono tutte segnalate nella “Lista Rossa mondiale IUCN” delle specie minacciate o in pericolo di estinzione. La Lista Rossa, istituita nel 1964 dalla IUCN e aggiornata periodicamente, è l’elenco più completo al mondo sullo stato di rischio di estinzione globale di specie animali, fungine e vegetali. La Lista Rossa IUCN è un indicatore fondamentale dello stato di salute della biodiversità mondiale nonché un importante strumento per informare e catalizzare l’azione per la tutela degli ecosistemi. Nel calendario ogni immagine riporta il simbolo della categorie di rischio della Lista Rossa IUCN assegnato alla specie ritratta. Le principali sono: In Pericolo Critico (CR), In Pericolo (EN), Vulnerabile (VU). Love Planet Earth è un’iniziativa concretizzatasi negli anni con l’organizzazione di mostre, eventi e la realizzazione di un calendario che ha l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico sui temi della sostenibilità ed è parte del più ampio impegno di Leonardo, Telespazio ed e-GEOS su questi argomenti. Si tratta di un un’attenzione che parte dalla consapevolezza dello stretto legame che unisce il settore spaziale alla salvaguardia del Pianeta e al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda ONU 2030.

Villadei: ecco cosa faremo sull’ISS con la missione Ax-3 Voluntas

Villadei: ecco cosa faremo sull’ISS con la missione Ax-3 VoluntasWashington, 14 dic. (askanews) – Nel corso dell’evento Italian Space Food Project, a Washington (Usa), l’astronauta italiano Walter Villadei, Colonnello dell’Aeronautica Militare che il 10 gennaio 2024 (la sera del 9 negli Usa) volerà sull’ISS per la missione commerciale Ax-3 – Voluntas della Difesa italiana, con la Axiom Space, ha illustrato alcuni dettagli degli esperimenti scientifici che condurrà, anche in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), a bordo della Stazione Spaziale Internazionale durante le due settimane di permanenza.

Tra questi il programma ISOC (Italian Space Surveillance and Tracking Operation Center) per il monitoraggio e il tracciamento di detriti spaziali, allo scopo di evitare possibili collisioni ed esperimenti per capire quali sono i processi che innescano malattie come Alzheimer e Parkinson. “Una delle particolarità di questa missione – ha spiegato Villadei – è che abbiamo portato esperimenti che provengono dall’Aeronautica Militare, provengono dall’Asi e vengono dall’industria, quindi veramente è un’operazione di sistema che dimostra le opportunità che questo commercial space flight può offrire al Paese. Faremo circa 12 esperimenti e faremo altri esperimenti a terra, prima del volo, dopo il volo e continueremo a fare sperimentazione anche una volta rientrati dopo la missione. Quindi, prendendone alcuni da queste tre categorie, direi che, per quanto riguarda l’Aeronautica, facciamo due esperimenti molto importanti; il primo è collegato al fatto che questa nuova Space Economy richiede comunque anche una cornice di sicurezza. Quindi abbiamo un aumento della densità degli oggetti che popolano lo Spazio, dobbiamo conoscere dove voliamo altrimenti voleremo un po’ cechi. Questa capacità è una capacità che gli americani hanno sempre sviluppato e hanno messo a disposizione dei Paesi alleati, l’Europa la sta costruendo e l’Aeronautica Militare, l’Italia insieme ad altre istituzioni come l’Agenzia Spaziale Italiana e l’Istituto Nnazionale di Astrofisica (Inaf) sta contribuendo a questa capacità europea (l’Areonautica ha un centro operativo a Poggio Renatico) quindi, da bordo io simulerò, usando una piattaforma software, una manovra di collision avoidance, simuleremo un oggetto che sta mettendo a rischio la Stazione, tutto software based e verificheremo come la Stazione può reagire, facendo dei cambi orbitali. A terra oggi è tutto controllato dalla Space Force con la NASA, immaginate quando invece di 400 km saremo a 400.000 km o saremo verso Marte, queste capacità operative sono fondamentali. Quindi è una capacità che l’Aeronautica sta costruendo al servizio del Paese per garantire questa cornice di sicurezza”.

“Faremo anche altri esperimenti medici – ha continuato l’astronauta – per vedere come il fisico dell’astronauta si modifica quando è sottoposto a queste condizioni di accelerazione al decollo e al rientro, quindi l’Aeronautica guarda a questi aspetti nell’ottica di costruire le proprie capacità e incrementare le capacità operative”. . “Dal punto di vista dell’Asi, porta degli sperimenti molto interessanti che cercano di approfondire alcune dinamiche legate a malattie che con l’aging della società diventano più diffuse come l’Alzheimer e il Parkinson, quindi faremo degli esperimenti studiando i processi di aggregazione di alcune proteine che secondo gli esperti, sono dei processi che generano e innescano queste queste malattie”.

“Dal punto di vista industriale – ha concluso Villadei – abbiamo degli esperimenti interessanti che vengono dall’industria e puntano a mettere insieme competenze da settori differenti. Quindi, per esempio, dal settore fashion e dal settore dell’automotive, cercando di studiare e sviluppare nuovi tessuti. Quindi, porterò in volo due tute sperimentali; una tuta che monitora completamente l’astronauta quando va in volo, basata su tecnologie di tessuti ignifughi, resistenti e antimagnetici, quindi una classe di tute innovative che l’Aeronautica potrebbe utilizzare anche su piloti di futura generazione ma anche tute che consentono di controbilanciare gli effetti della microgravità, facendo un allenamento assistito. Quindi, queste tecnologie chiaramente possono avere un ritorno anche a terra molto utile, soprattutto su una società che, nel tempo, tendenzialmente aumenta come età media, quindi sono tecnologie di estrema utilità e studieremo poi anche tessuti che cercheranno di fornire capacità di protezione dalle radiazioni”.

La cucina italiana candidata a patrimonio Unesco vola in orbita

La cucina italiana candidata a patrimonio Unesco vola in orbitaWashington, 14 dic. (askanews) – La cucina italiana candidata a Patrimonio culturale immateriale dell’umanità Unesco vola nello Spazio con la missione commerciale Ax-3 – ribattezzata Voluntas dall’Aeronautica Militare – e affidata dalla Difesa italiana all’astronauta Walter Villadei, Colonnello dell’Arma azzurra.

Dopo il tiramisù di Parmitano, il risotto di Nespoli e il caffé espresso della Cristoforetti, sull’ISS è, dunque, la volta dei fusilli di Villadei. E non è uno scherzo perché, grazie alla collaborazione tra il Ministero dell’Agricoltura, l’Aeronautica Militare, Axiom.

Space e aziende italiane come Barilla e Pastificio Rana (i cui cuochi prepareranno i pasti durante la quarantena degli astronauti), sulla Stazione Spaziale si mangerà proprio la pastasciutta, come ha specificato il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, a Washington, all’evento Italian Space Food Project. “Questa missione – ha detto – ha lo scopo di valorizzare ancora questa candidatura, arriverà nello Spazio il nostro buon cibo. Il colonnello Villadei e gli altri 3 astronauti non vedono l’ora di farsi chiudere quarantena perché non vedono l’ora di assaggiare i piatti preparati dalla nostra cuoca. In tutto il mondo racconteremo, attraverso la cucina italiana, quello che l’Italia ha da offrire legandoci a tutte le nostre imprese, a tutte le nostre potenzialità e lavorando, come al solito, per il benessere complessivo degli altri ma anche dei nostri imprenditori e della nostra economia”.

Cucinare la pasta in orbita non è solo una questione di gusto ma anche tecnologica e lo ha sottolineato lo stesso Villadei. “L’ebollizione dell’acqua in microgravità, in quelle condizioni – ha spiegato – è un fenomeno completamente differente. Quindi riuscire a partire da quelle che sono le procedure attuali per la preparazione del cibo, ipotizzando che, un domani, volessimo avere una cucina un po’ più tradizionale per consentire agli astronauti di preparare una varietà di cibi più articolata, questo richiede uno sviluppo tecnologico innovativo e questo sviluppo tecnologico può indubbiamente avere un ritorno anche sulla Terra”.

Si chiamerà “Voluntas” la missione spaziale di Walter Villadei

Si chiamerà “Voluntas” la missione spaziale di Walter VilladeiWashington, 14 dic. (askanews) – Si chiamerà “Voluntas” la missione spaziale affidata dalla Difesa italiana dell’astronauta Walter Villadei, Colonnello dell’Aeronautica Militare che volerà sulla Iss nella notte del 10 gennaio 2024 (la sera del 9 gennaio in Florida), partendo con una navetta Crew Dragon di Space X, nell’ambito della missione spaziale commerciale Ax-3 della Axiom Space.

Lo ha annunciato il Generale di Squadra Aerea Antonio Conserva, Comandante del Comando Logistico dell’Aeronautica Militare, nel corso dell’evento Italian Space Food Project a Washington (Usa), per la candidatura della cucina italiana a patrimonio culturale immateriale dell’umanità Unesco. La lingua latina è stata scelta per rappresentare al meglio una civiltà che, con l’evoluzione, ha cercato di superare i propri confini, attività tipica dell’esplorazione, sia essa terrestre o spaziale. Volontà come aspirazione, proposito: concetti cardine del desiderio di andare oltre. Stesso concetto su cui si basa l’Aeronautica Militare, che da sempre considera il futuro come una naturale estensione del presente e lo Spazio una naturale proiezione del proprio ambiente operativo.

Voluntas, nel suo significato estensivo, richiama anche la componente di “ricerca”, che si sostanzia nella realizzazione di attività volte a rendere migliore il Sistema Paese mediante la collaborazione per lo sviluppo tecnologico, operativo e scientifico, quindi sociale. A rappresentare tutto questo, la patch include l’emblema della Repubblica Italiana, il tricolore, il nuovo pittogramma dell’Aeronautica Militare e un riferimento al lancio del satellite San Marco-1, di cui, proprio nel 2024, verrà celebrato il sessantesimo anniversario.

Tra lo Spazio e la Terra, infine, le costellazioni rappresentano le guide sicure utilizzate nel tempo, mentre la ISS è l’elemento che si intende raggiungere, collegando così il volo aeronautico (atmosferico) con quello spaziale (extra-atmosferico).