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Vino, Montebamboli: un nuovo concetto della Costa Toscana vista dall’alto

Vino, Montebamboli: un nuovo concetto della Costa Toscana vista dall’alto

Milano, 26 feb. (askanews) – Montebamboli rappresenta la nuova interpretazione della Costa Toscana firmata dalla famiglia Moretti: un progetto di vigneto a 400 metri di altitudine, immerso nel Parco naturale dei Montioni (Massa Marittima), con l’obiettivo dichiarato di rileggere il territorio dal punto di vista climatico, agronomico ed enologico attraverso tre vini in purezza.

L’idea nasce da oltre venticinque anni di osservazioni dell’imprenditore Vittorio Moretti, che individuò in questa porzione di Colline Metallifere un potenziale diverso rispetto alle aree vitate più vicine al mare, fino ad arrivare ad acquistare e piantare le vigne a partire dal 2005. A raccogliere quell’intuizione e a trasformarla in un progetto compiuto c’è il Master of Wine Andrea Lonardi, con una premessa chiara: non aderire a un modello stilistico già codificato ma partire dalle condizioni concrete dei vigneti in quota per costruire una chiave di lettura contemporanea e coerente con il luogo, una nuova narrazione della Costa Toscana, vista dall’alto e letta attraverso una viticoltura di montagna affacciata sul mare. Un balcone naturale affacciato sul Tirreno, una magnifica terrazza che domina la costa, le isole e i golfi.

‘La Costa Toscana è una delle zone più nascoste e meno studiate di quello che c’è oggi in Italia nel vino. Questo territorio ha due anime, l’animo bordolese per il quale Vittorio Moretti è arrivato 25 anni fa e un animo molto più ancestrale che è quello che identifica la posizione geografica della costa toscana’ spiega Lonardi, parlando di Montebamboli come di ‘un posto unico a 400 metri sul livello del mare, un balcone sul Mediterraneo dal quale si vedono cinque grandi golfi e molte isole come l’Elba, Cerboli, Montecristo e nei giorni migliori anche la Corsica e Punta Ala’.

Il contesto naturale è uno dei parchi più estesi e continui della costa, circa 7.000 ettari di macchia mediterranea con lecci, alte querce da sughero, ginestre e corbezzoli, affacciati sulla Val di Cornia e a circa 10 chilometri dalla costa tirrenica. Una zona particolarmente ventilata, con una piovosità media annua attorno ai 700 millimetri, che registra temperature più fresche e meno estreme rispetto alla fascia litoranea, con un incremento medio delle piogge, nel triennio 2022-2024, di circa il 50% rispetto a Petra, la celebre Cantina di Suvereto del gruppo Terra Moretti dove le uve di Montebamboli vengono vinificate. Ne deriva un microclima che rallenta la maturazione, dilata la stagione vegetativa e condiziona direttamente la gestione agronomica.

‘Come dicono gli americani, c’è un soul che era quello di voler creare con Petra questo grande Taglio Bordolese, che oggi si è affermato perché quello prodotto qui è internazionalmente riconosciuto come la sua versione mediterranea, e un soul ancestrale che volevamo far rinascere’ prosegue Lonardi, aggiungendo che ‘quest’anno abbiamo dato vita a questa grande essenza di appartenenza al Mediterraneo, con vini da monovitigno, che hanno un approccio viticolo ed enologico diverso. A Petra – evidenzia – ci sono dei suoli calcari bellissimi, delle argille da flysch a palombini, e a Montebamboli ci sono delle brecce che arrivano dalle colline metallifere. Queste differenze cambiano completamente il peso e la concentrazione aromatica del vino: Petra è la prima azienda che parla di questo doppio animo della Costa Toscana, sentiamo che questa è una leadership che abbiamo voluto e per questo siamo al lavoro anche per sistemare l’aspetto della Denominazione della Costa Toscana’.

La Cantina riassume il timbro di questo areale con quattro parole chiave: ‘luminosità, essenzialità, tensione, immediatezza’, legandole a ‘leggerezza del colore, frutto luminoso, note ematiche e tannino fine’ come espressione di una costa mediterranea in quota. ‘La costa toscana appartiene a un golfo che i francesi si sono portati a casa creando una Denominazione che si chiama Cote de la Méditerranée’ rimarca il MW, aggiungendo che ‘quel mare, che parte dal Priorato (la Denominazione di Tarragona in Spagna, ndr) e arriva fino a Capalbio, è un grandissimo golfo dove in mezzo ci sono la Sardegna e la Corsica e dove ci sono due varietà che sono presenti ovunque e che cambiano il loro nome in funzione del territorio di appartenenza: la Grenache, che è la più piantata, nel Priorato la chiamano Garnacia, in Sardegna Cannonau, sulla costa toscana l’hanno chiamata Licante Boucher ma il nome originale sarebbe Licante. La seconda varietà che appartiene a questo golfo del Mediterraneo è il Vermentino, che in Liguria prende il nome di Pigato, nel sud della Francia Rolle e nelle Baleari ha un cugino strettissimo che chiamano Malvasia. Ma qui non potevamo non portare a casa quello che è oggi il vino che più di ogni altro si sta affermando sulla Costa Toscana, che è il Cabernet Franc. Un vitigno – prosegue Lonardi – che non è una moda ma è un altro fattore che determina la natura di questo territorio, come per tutte le zone di influenza marina a taglio bordolese: la parte Nord di Bordeaux, la Loira (dove ci sono i miei Cabernet Franc di riferimento), Long Island che ha creato un distretto interessantissimo, e il Cile. A Montebamboli – chiosa – non poteva che nascere un Cabernet Franc molto diverso da quello che siamo abituati ad assaggiare sulla costa toscana: molto più leggero, molto più piacevole, ma con una fittezza aromatica e una precisione a livello tannico davvero particolari’.

Ecco quindi i tre monovarietali da vigne allevate a cordone speronato, uve raccolte manualmente, selezione dei grappoli e selezione ottica degli acini, affinamenti brevi e focus su pulizia, verticalità e freschezza in grado di raccontare al meglio e in modo assolutamente contemporaneo questa ‘costa toscana di montagna’. Vini agili, succosi, dinamici, sapidi e ferrosi, piacevolissimi e dalla grande duttilità gastronomica. Il ‘Toscana rosso Igt Grenache 2024’ viene da un vigneto di 22 anni esposto a Sud-Est vendemmiato a fine settembre. Vinificato in tank aperti, con una quota di grappolo intero tra il 20 e il 30%, viene fatto poi macerare per circa venti giorni, con un modello di estrazione ‘soffice’, basato su rimontaggi ridotti, e temperature di fermentazione tra 20 e 25 gradi. L’affinamento avviene in cemento per sei-nove mesi, cui seguono altri sei mesi in bottiglia.

Il ‘Maremma Toscana Doc Vermentino 2025’ da piante con un’età media di 10 anni e un’esposizione a Sud-Est, che nasce dai grappoli più ombreggiati raccolti in leggero anticipo tra fine agosto e i primi di settembre e poi sottoposti a pressatura a grappolo intero. La fermentazione si svolge per il 70% in acciaio e per il restante 30% in barrique di primo passaggio, e infine le due frazioni restano sulle fecce fini per sei mesi, con batonage periodici. Il ‘Toscana rosso Igt Cabernet Franc 2024’ nasce dalla selezione di due vigneti: uno esposto a Sud, con 21 anni di età, e uno esposto a Ovest, di 10 anni. La vendemmia è programmata nella seconda decade di settembre, poi gli acini interi sono trasferiti nei tini per gravità, mentre circa il 15% delle uve, costituite dai grappoli migliori e più maturi, viene introdotto a grappolo intero in serbatoi di fermentazione di acciaio inox da 7,5 t., a una temperatura compresa tra 22 e 26 gradi. Estrazione delicata, basata su rimontaggi molto brevi e poco invasivi, seguita da circa venti giorni di macerazione a caldo sulle bucce. Quindi il 50% del vino matura per dieci mesi in barrique di rovere francese di primo passaggio, e il restante sosta in cemento. Dopo l’assemblaggio, la massa complessiva riposa per altri quattro mesi in cemento prima dell’imbottigliamento, seguito da un ulteriore affinamento di sei mesi in vetro.

Nella visione di Lonardi e del gruppo Terra Moretti, vitigni simbolo del bacino mediterraneo come Vermentino, Cabernet Franc e Grenache sono così tre strumenti per restituire una lettura non scontata del terroir di questa inedita ‘vigna di bosco affacciata sul mare’. (Alessandro Pestalozza)

Due bandi Ue per i Consorzi Valpolicella e Parmigiano Reggiano

Due bandi Ue per i Consorzi Valpolicella e Parmigiano Reggiano

Milano, 26 feb. (askanews) – Il Consorzio per la tutela dei vini Valpolicella e il Consorzio del formaggio Parmigiano Reggiano hanno annunciato la pubblicazione, a partire dal 26 febbraio 2026, nel Supplemento della Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, di due avvisi di gara a procedura aperta per l’affidamento della realizzazione di campagne di informazione e promozione sulle certificazioni europee di qualità. I programmi, di durata triennale dal 2027 al 2029, saranno presentati sul Bando 2026 “Call for proposals for simple programmes – Promotion of agricultural products” e sono rivolti a mercati distinti: i Paesi nordici per il progetto NORSE e alcune piazze asiatiche per il progetto ICONEEC.

Il primo programma, denominato NORSE – Noble Origins, Regional roots, Sustainability, European Excellence, è dedicato ai mercati target Danimarca, Svezia e Finlandia. Il secondo, chiamato ICONEEC – Inspired by Craft, Opening New horizons, Embracing Europe’s Culture, ha invece come Paesi obiettivo Cina, Hong Kong, Giappone e Vietnam. In entrambi i casi si tratta di campagne incentrate sulla valorizzazione delle indicazioni geografiche e delle certificazioni europee di qualità, con azioni da sviluppare in coerenza con finalità, metodi e risultati attesi della politica comunitaria.

L’attivazione delle attività è subordinata all’approvazione delle rispettive proposte di progetto da parte della Commissione Europea. In caso di via libera, l’aggiudicatario dovrà operare dall’avvio del contratto fino al termine dello stesso, per un periodo complessivo di 36 mesi, curando l’organizzazione, lo sviluppo e il coordinamento di tutte le aree previste dai programmi. Entrambi i bandi richiedono la definizione di strategie e soluzioni innovative nelle principali linee di lavoro: le pubbliche relazioni indicate come WP2, le attività digitali di WP3 dedicate a sito web e social media, con un focus specifico sui social, le azioni di advertising previste dal WP4 su stampa e canali online, la costruzione e gestione della visual identity e del materiale promozionale nell’ambito del WP5 e l’articolato capitolo degli eventi, WP6, che per il programma NORSE comprende eventi istituzionali, seminari e workshop, walk around tastings e study trips, mentre per ICONEEC si estende anche alla partecipazione a fiere accanto a eventi istituzionali, seminari e workshop, walk around tastings e study trips.

Il valore dell’appalto per il programma NORSE è pari a 2.151.600,00 euro, inclusivo del fee di agenzia, mentre per il programma ICONEEC l’importo complessivo è di 2.313.300,00 euro, sempre comprensivo del fee di agenzia. Per entrambi gli avvisi il termine per il ricevimento delle offerte è fissato alle ore 12 del 2 aprile 2026. I bandi e i capitolati tecnici relativi alle due gare sono pubblicati sul sito del Consorzio tutela vini Valpolicella:https://landing.consorziovalpolicella.it/bando.html

Enogastronomia, a Genova torna campionato mondiale pesto al mortaio

Enogastronomia, a Genova torna campionato mondiale pesto al mortaio

Genova, 26 feb. (askanews) – Torna il campionato mondiale di pesto genovese. L’undicesima edizione si terrà sabato 21 marzo nello storico Salone del Gran Consiglio del Palazzo Ducale di Genova. Una grande festa del pesto e della tradizione gastronomica ligure, aperta a tutti gli appassionati di cucina che, come da tradizione, vedrà 100 concorrenti provenienti da tutto il mondo sfidarsi a colpi di mortaio.

Al termine della finale pomeridiana, una giuria di 30 esperti decreterà il nuovo campione del mondo di pesto genovese al mortaio. Accanto alla gara è inoltre previsto un ricco programma di eventi che animerà il capoluogo ligure con cultura, artigianato, ricerca, attività per bambini, incontri e degustazioni. Tra gli appuntamenti speciali, il Premio letterario Pietro Cheli e il concorso-evento a scopo benefico “Fumetti al Pesto”, a cura della Genoa Comics Academy.

“Le iscrizioni – spiegano in una nota gli organizzatori della kermesse – sono ufficialmente chiuse: abbiamo già raggiunto i 100 concorrenti. Siamo felici dell’entusiasmo e della straordinaria partecipazione. Chi non è riuscito a iscriversi potrà comunque vivere l’atmosfera unica del campionato come pubblico e partecipare agli eventi del weekend”.

Vino, Coravin supera i due milioni di dispositivi venduti nel mondo

Vino, Coravin supera i due milioni di dispositivi venduti nel mondo

Milano, 26 feb. (askanews) – Coravin ha raggiunto la soglia dei due milioni di dispositivi venduti a livello globale, consolidando la propria posizione nel segmento dei sistemi per il servizio del vino senza apertura della bottiglia. L’annuncio arriva a oltre dieci anni dal debutto commerciale del marchio e fotografa la diffusione di una tecnologia che ha cambiato le abitudini di consumo in ristoranti, wine bar e case private.

Il primo sistema Coravin è stato lanciato nel 2013, introducendo la possibilità di assaggiare qualunque etichetta senza stappare l’intera bottiglia. Il fondatore e inventore Greg Lambrecht ha definito il risultato dei due milioni di pezzi venduti “un traguardo profondamente personale”, ricordando come il progetto sia nato per risolvere una necessità vissuta in prima persona e si sia trasformato in “un modo per bere vino al calice senza sprechi né pressioni”.

Il traguardo arriva in una fase di crescita del consumo di vino al bicchiere. Una ricerca indipendente commissionata da Coravin nel 2025 e condotta negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia indica che oltre la metà dei consumatori dichiara di ordinare vino al calice più spesso rispetto a due anni fa. Tra le motivazioni principali emergono il desiderio di esplorare etichette diverse, la richiesta di maggiore flessibilità, l’attenzione alla moderazione dei consumi e la possibilità di accedere a vini di fascia premium senza l’impegno di una bottiglia intera.

Nel corso dell’ultimo decennio l’azienda ha ampliato il proprio portafoglio per intercettare sia il pubblico domestico sia i professionisti dell’Horeca. Dal sistema Coravin Timeless, che ha dato origine al brand, si è passati all’introduzione di Pivot, della Professional Range dedicata al canale ristorazione, di Coravin Sparkling per i vini spumanti e della piattaforma Vinitas. L’obiettivo è quello di ridefinire il concetto di conservazione e servizio del vino, combinando tecnologia, qualità ed esperienza enologica in soluzioni rivolte a segmenti diversi del mercato.

Più recentemente Coravin ha presentato il suo primo prodotto digitale, The Coravin Guide, una piattaforma globale pensata per aiutare i consumatori a individuare programmi di vino al calice considerati di eccellenza nelle principali città del mondo. La Guide segna il passaggio da produttore di dispositivi a ecosistema più ampio dedicato alla scoperta del vino, con un ruolo che non si limita più al solo strumento fisico ma coinvolge anche i luoghi e i format di servizio.

Per il Ceo, Dave Krupinski, “il traguardo dei due milioni di sistemi venduti riflette l’ampiezza dell’impatto di Coravin sull’industria vinicola globale” e rappresenta le basi su cui costruire i prossimi sviluppi. Coravin è oggi presente in oltre 80 Paesi: in Italia la distribuzione è affidata in esclusiva a Schonhuber per il canale retail e a Ceretto per il settore Horeca e wine retail.

L’Italia domina al WBSS con 20 vini sui 115 selezionati da 16 Paesi

L’Italia domina al WBSS con 20 vini sui 115 selezionati da 16 Paesi

Milano, 25 feb. (askanews) – Con 20 vini selezionati su un totale di 115 etichette provenienti da 16 Paesi, l’Italia è il Paese più rappresentato nella “World’s Best Sommeliers’ Selection 2026” (WBSS). La lista di questa terza edizione della manifestazione inglese, include tutte le principali tipologie di vini ed è stata definita da un panel di 29 sommelier e wine director attivi in ristoranti di riferimento della scena gastronomica internazionale di 17 Paesi. A presiedere i lavori è stata Kristell Monot, head sommelier del ristorante Mugaritz a Errenteria, nei Paesi Baschi.

Tra le 20 etichette italiane figurano due produttori con tre vini ciascuno: Ceretto è presente con “Barolo Brunate” 2021, “Barbaresco Asili” 2014 e “Barolo Bricco Rocche” 2021, mentre Arianna Occhipinti entra in selezione con “Grotte Alte” 2020, “SP68 Rosso” 2022 e “Siccagno” 2020. Con due vini compaiono Ruffino, con “Romitorio di Santedame” 2022 e “Alauda” 2021, e Tenuta Del Paguro, con “Ostrea in Fondo” 2023 e “Homarus” 2021. Gli altri produttori italiani sono presenti con una sola etichetta ciascuno: Clara Marcelli con “Ruggine” 2021, Feudo Arancio con “Hedonis” 2022, La Scolca con “Gavi dei Gavi Black Label Limited Edition” 2021, Luca Leggero Villareggia con “Erbaluce di Caluso Docg Rend Nen” 2022, Mezzacorona con “Musivum Teroldego Rotaliano” 2019, Nino Franco con “Grave di Stecca Brut” 2018, Viabizzunoagricola con “donnacricri” 2023 e Argiano con “Solengo” 2021. Tra le nostre etichette prevalgono nettamente i rossi, che sono 13, il numero più alto per singolo Paese, e tra i vitigni spicca il Nebbiolo, rappresentato da quattro tra Barolo e Barbaresco. Chiudono la selezione quattro bianchi, un rosé e due spumanti.

La giovane vignaiola siciliana Arianna Occhipinti, reduce del 78esimo posto nella “The World’s 100 Best Vineyards 2025”, a commentato questo nuovo riconoscimento affermando che “è per noi un grande onore, perché conferma che i vini Occhipinti esprimono l’autenticità e la coerenza di un progetto agricolo radicale e orientato alla qualità. Ogni bottiglia nasce dal rispetto per la natura, dai vitigni autoctoni e dal desiderio di raccontare fedelmente il nostro terroir, esaltando i singoli appezzamenti tra Vittoria e Chiaramonte Gulfi. È un approccio che valorizza la policoltura, la biodiversità e la crescita professionale continua. Sapere che il nostro lavoro è apprezzato a livello internazionale ci rende orgogliosi e ci spinge a proseguire con passione e coerenza”.

Alle spalle dell’Italia, il Portogallo è il secondo Paese per numero di vini selezionati, con 18 etichette che coprono rossi (principalmente dal Douro), fortificati (Porto e Madeira) e bianchi dominati dall’Encruzado nella Doc Dao. Gli Stati Uniti totalizzano 17 vini, distribuiti tra California (che fa la parte del leone), Oregon (con Chardonnay e Pinot Noir) e Texas (ben sei etichette tra spumanti, bianchi e rossi). L’Argentina porta in lista 12 vini, in prevalenza rossi, con una presenza significativa del Malbec e una provenienza che attraversa diverse aree andine, da Mendoza a Salta e San Juan. Accanto ai rossi compaiono quattro bianchi e uno spumante da Metodo Classico.

Segue con 10 etichette la Spagna con i rossi provenienti da Denominazioni come Ribera del Duero, Rioja e Priorat, due Sherry e uno spumante Cava, mentre i bianchi scelti combinano vitigni storici e impostazioni più contemporanee. Per quanto riguarda il resto dell’Europa, il quadro è piuttosto desolante: la Francia compare con Champagne e rosé di Provenza (solo quattro vini), mentre la Germania è inclusa con i Riesling di tre produttori. Tra i territori emergenti figurano la Repubblica Ceca (tre) e la Georgia (due), con etichette legate ai vitigni Saperavi e Kisi e con l’unico orange wine della selezione. Anche la Grecia è presente con un bianco e un rosso.

Oltre all’Argentina, per completare lo spaccato del Sudamerica, la selezione 2026 include 26 vini: il Cile con otto rossi di quattro Cantine, l’Uruguay con cinque etichette accanto al Tannat, e il Brasile con un solo vino bianco, il “Casa Tés Grama Branco 2023”.

Foto: WBSS

Domaine Alexandre Bonnet: Benjamin Courant nuovo responsabile vigneti

Domaine Alexandre Bonnet: Benjamin Courant nuovo responsabile vigneti

Milano, 25 feb. (askanews) – Benjamin Courant è il nuovo responsabile dei vigneti del Domaine Alexandre Bonnet, Cantina con circa 47 ettari vitati gestita dall’agosto 2019 da Arnaud Fabre a Les Riceys, il regno del Pinot Nero della Cote des Bar, nella Champagne. La sua nomina si inserisce nel solco del lavoro sulle singole parcelle già avviato dal Domaine: una viticoltura attenta, paziente, costruita sull’analisi dei suoli e sulla visione di lungo periodo. Lavorerà in sinergia con il responsabile di cantina, Irvin Charpentier: un confronto continuo tra pianta, suolo e vinificazione, nella convinzione che l’espressione autentica di questi terreni nasca proprio da questo equilibrio.

Trentasei anni, un percorso non convenzionale e una convinzione chiara: il vino nasce in vigna. È da questa visione che prende forma l’ingresso di Courant nella realtà champenoise, ambasciatrice di una Champagne meridionale, identitaria e profondamente legata al lavoro parcellare. Dopo una prima formazione nel settore forestale, il giovane tecnico sceglie la viticoltura, specializzandosi a Beaune . Le sue esperienze a Chablis, accanto a produttori di riferimento, gli permettono di affinare la lettura dei suoli kimmeridgiani (i terreni composti da marne argillose, calcare e fossili marini), competenza centrale anche nel terroir di Les Riceys.

Da anni residente in questo piccolo villaggio dell’Aube, Courant conosce intimamente questa parte della Champagne più selvaggia e solare. “Ogni parcella impone il proprio ritmo, la propria lettura, la propria esigenza – dice – e il ruolo del responsabile viticolo è comprenderne gli equilibri e rispettarli”. Di fronte alle complesse sfide climatiche, il 36enne pone il suolo al centro della strategia agronomica, promuovendo pratiche che favoriscono la biodiversità, dalle colture di copertura all’agroforestazione, e ampliando l’applicazione della potatura Guyot-Poussard “per preservare la longevità della vite”.

Les Riceys è oggi il più grande comune viticolo della Champagne: dopo essere rimasto a lungo in bilico tra Champagne e Borgogna, questo borgo medievale conserva il savoir-faire di quest’ultima combinandolo ad un terroir e ad un microclima unici. Fondato nel 1970 dai fratelli Serge e Alain Bonnet, i primi impianti di Domaine Alexandre Bonnet risalgono al 1934, e oggi produce bottiglie di tutte le tre Aoc di questo territorio: Champagne, Coteaux-Champenois e Rosé des Riceys.

Emilia-Romagna a Vinitaly: filiera compatta, 90 aziende e chef Cracco

Emilia-Romagna a Vinitaly: filiera compatta, 90 aziende e chef Cracco

Milano, 25 feb. (askanews) – L’Emilia-Romagna si presenta a “Vinitaly 2026” con una partecipazione che mette insieme filiera del vino, istituzioni, turismo e grande cucina, sotto l’insegna del Padiglione 1 di Veronafiere. Dal 12 al 15 aprile, lo storico spazio dedicato ai vini emiliano-romagnoli ospiterà 90 aziende (13% rispetto al 2025), 16 masterclass e un doppio format di ristorazione firmato da Carlo Cracco, chiamato a raccogliere il testimone da Massimo Bottura per il racconto gastronomico della regione.

La presentazione del progetto si è svolta a Casa Maria Luigia, la Tenuta di campagna di Massimo Bottura alle porte di Modena. Alla conferenza stampa hanno partecipato il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, l’assessore regionale all’Agricoltura e Agroalimentare, Alessio Mammi, l’assessora regionale al Turismo, Roberta Frisoni, gli chef Massimo Bottura e Carlo Cracco, il presidente di Enoteca Regionale Emilia-Romagna, Davide Frascari, e il Dg vicario di Veronafiere, Gianni Bruno.

Accanto alle Cantine regionali troveranno spazio il Consorzio del Parmigiano Reggiano e i Consorzi del vino: dal quello del Lambrusco a quello dei Vini di Romagna, dal Consorzio dei Colli di Parma a quello dell’Emilia-Romagna. Il calendario prevede quattro masterclass al giorno, un concept grafico rinnovato e due proposte di ristorazione curate dal 60enne vicentino: il ristorante “Cracco a Vinitaly” e la “Piadineria VistaMare”, legata all’azienda agricola che lo chef guida a Santarcangelo di Romagna insieme con la moglie Rosa Fanti.

La regia della partecipazione regionale riunisce Enoteca Regionale, Regione Emilia-Romagna e Apt Servizi Emilia-Romagna insieme con le rappresentanze della filiera. L’obiettivo è costruire una presenza unitaria in cui vini, prodotti a indicazione geografica e offerta turistica compongono un quadro coerente. La regione può contare su 44 prodotti Dop e Igp riconosciuti, ai quali si aggiunge l’Erbazzone Reggiano Igp, che porta a 45 il numero complessivo e contribuisce ad alimentare una Dop Economy strettamente connessa anche al comparto vitivinicolo.

“L’Emilia-Romagna arriva a Vinitaly 2026 con la forza della propria identità e con la responsabilità di un territorio che sa fare squadra, unendo istituzioni, consorzi, produttori e sistema turistico in un’unica narrazione che tiene insieme economia, cultura e comunità” ha affermato il governatore de Pascale, aggiugendo che “la nostra Dop Economy vale 3,9 miliardi di euro, di cui 455 milioni generati dal comparto vitivinicolo, dentro un agroalimentare che ha raggiunto i 37 miliardi di valore e rappresenta la seconda voce dell’export regionale, con circa 10 miliardi di euro. Sono numeri che raccontano non solo la qualità delle nostre produzioni, ma la solidità di un modello fondato su lavoro, coesione e apertura ai mercati internazionali”.

“In un contesto segnato da tensioni geopolitiche, cambiamenti climatici e trasformazioni nei consumi, scegliamo di supportare la filiera vitivinicola emiliano-romagnola con politiche concrete e investimenti mirati, valorizzandone il ruolo culturale ed economico e promuovendo il consumo responsabile e consapevole, nel pieno riconoscimento di produzioni che rappresentano un patrimonio storico, sociale e identitario della nostra regione” ha proseguito il presidente della Regione Emilia-Romagna, precisando che “la presenza al Vinitaly è una scelta strategica che contribuisce a rafforzare il posizionamento dei nostri vini sui mercati, accompagnare le imprese nell’internazionalizzazione e valorizzare l’integrazione sempre più stretta tra enogastronomia, turismo ed esperienza territoriale”.

Dal canto loro, gli assessori Mammi e Frisoni hanno ricordato che per il 2026 sono stati messi a disposizione 26 milioni di euro per la filiera vitivinicola, mentre Pper il biennio 2025-2026 sono stati stanziati 25 milioni destinati alla promozione dei prodotti a IG, tra cui i vini, sui mercati extra Ue e alle attività di valorizzazione di Dop e Igp in Italia attraverso fiere, manifestazioni e iniziative territoriali.

“L’appuntamento del Vinitaly 2026 consegna un messaggio: la grande cucina italiana cresce quando condivide, quando si passa il testimone, quando un territorio diventa il vero protagonista” ha spiegato Carlo Cracco. “Non è un caso che questo accada tra me e lo chef Massimo Bottura nel padiglione dell’Emilia-Romagna, che rappresenta la food valley mondiale. Per me sarà un’esperienza importante, anche perché ho scelto con mia moglie Rosa di condurre un’azienda agricola a Santarcangelo di Romagna: un’attività che tiene insieme territorio, identità rurale, qualità produttiva, anima popolare e nobile. Produrre vino vuol dire entrare nella terra, sporcarsi le mani per veder crescere un prodotto anno dopo anno. È con questo spirito che mi appresto a condurre “Cracco a Vinitaly”, il ristorante che racconterà l’Emilia-Romagna attraverso piatti simbolo reinterpretati con la mia cifra contemporanea”.

VistaMare, l’azienda agricola di Santarcangelo di Romagna nata insieme con Rosa Fanti, romagnola, rappresenta il punto di contatto più diretto tra lo chef e la regione. Qui Cracco ha scelto di produrre vino e di costruire un progetto che coniuga identità rurale, qualità delle materie prime e accoglienza, con l’idea di sviluppare anche funzioni di ospitalità e ristorazione. È questo percorso, già avviato sul territorio, a fare da sfondo alla partecipazione a “Vinitaly 2026”, dove l’Emilia-Romagna si presenterà come Paese del vino e della cucina, insieme colta e contadina, stellata e solare, legando la grande ristorazione alle produzioni enogastronomiche che ne hanno costruito la reputazione.

Cantina Valpolicella Negrar: Daniele Accordini lascia dopo 30 anni

Cantina Valpolicella Negrar: Daniele Accordini lascia dopo 30 anni

Milano, 25 feb. (askanews) – Daniele Accordini conclude il proprio percorso professionale in Cantina Valpolicella Negrar, raggiungendo il traguardo della pensione dopo oltre trent’anni di attività sviluppata prima come direttore tecnico e poi come direttore generale. Il suo lavoro ha accompagnato una lunga fase di trasformazione della cooperativa, contribuendo alla crescita qualitativa, strutturale e reputazionale dell’azienda di Negrar di Valpolicella (Verona).

Giampaolo Brunelli, presidente della Cantina, ha ricordato il ruolo svolto da Accordini nei principali passaggi strategici dell’ultimo trentennio. “Ha rappresentato per la nostra Cantina una guida solida, competente e lungimirante” ha dichiarato, ribadendo che “con il suo lavoro, Accordini ha saputo accompagnare l’evoluzione della cooperativa in anni di profonde trasformazioni del settore vitivinicolo, mettendo sempre al centro la qualità, il rispetto del territorio e il valore dei Soci”. Brunelli ha infine ringraziato il manager per la passione, il rigore e il senso di responsabilità con cui ha interpretato il proprio incarico.

La vicepresidente Alessia Ceschi ha sottolineato il contributo metodologico e culturale lasciato in eredità. “Il percorso di Accordini in Cantina Valpolicella Negrar è stato determinante non solo per i risultati raggiunti ma anche per il metodo di lavoro e la visione che ha saputo trasmettere nel tempo” ha affermato, evidenziando la capacità di integrare competenza tecnica, spirito cooperativo e attenzione alle persone. Secondo Ceschi, quanto costruito rappresenta una base solida per proseguire con coerenza il percorso della cooperativa.

Nel corso della sua attività, Accordini ha seguito l’introduzione di innovazioni tecnologiche ed enologiche, sostenendo investimenti in ricerca, ammodernamento delle strutture, valorizzazione dei cru e sviluppo dei progetti legati all’appassimento. Il lavoro svolto ha contribuito alla costruzione di un modello cooperativo competitivo in Italia e all’estero, mantenendo un saldo radicamento nella Valpolicella e un’attenzione crescente ai diversi terroir e al rapporto con i Soci conferitori. Accanto agli incarichi aziendali, il manager ha partecipato a organismi istituzionali e a iniziative scientifiche del settore enologico, contribuendo alla diffusione di competenze tecniche e alla riflessione sui temi della qualità, della sostenibilità e della valorizzazione dei vini della Valpolicella.

Fondata nel 1933 da sette viticoltori, questa Cantina sociale produce oggi circa il 10% dell’Amarone Classico della Denominazione e riunisce 245 viticoltori. Con oltre 140 ettari certificati biologici, una produzione superiore a 8 milioni di bottiglie e una presenza in 62 Paesi, rappresenta una realtà rilevante del panorama vitivinicolo non solo veneto.

Demeter e FederBio contro la deregulation dei nuovi OGM e delle NGT

Demeter e FederBio contro la deregulation dei nuovi OGM e delle NGT

Milano, 25 feb. (askanews) – Demeter Italia prende posizione contro la proposta europea di deregolamentazione dei nuovi OGM e delle Nuove Tecniche Genomiche, chiedendo garanzie su tracciabilità, etichettatura e tutela del biologico e del biodinamico, oltre all’esclusione del settore bio dall’applicazione della nuova normativa. La linea è stata ribadita a Bologna, in occasione del convegno “Nuovi OGM, vecchie logiche: nella biodiversità il futuro dell’agricoltura”, ospitato il 24 febbraio alla Lab Academy di BolognaFiere nell’ambito di “SANA Food 2026” e promosso dal progetto “Futuro Bio”.

Al centro delle preoccupazioni espresse da Demeter c’è il rischio che la riforma sulle NGT riduca in modo significativo gli strumenti di controllo e riconoscibilità delle produzioni lungo la filiera. “Parliamo di un argomento apparentemente tecnico ma che in realtà ha conseguenze e un impatto su tutto il nostro sistema agroalimentare, come cittadini e come consumatori” ha affermato Giovanni Buccheri, direttore di Demeter Italia, sottolineando che la proposta europea sulla deregulation dei nuovi OGM “rischia di intaccare garanzie fondamentali come la tracciabilità e la possibilità di distinguere chiaramente i prodotti”. “Se vengono meno etichettatura e trasparenza, si toglie al consumatore la possibilità di capire cosa mangia e di scegliere consapevolmente” ha proseguito Buccheri, collegando la discussione sulle NGT ai principi di trasparenza e responsabilità che stanno alla base del biologico e del biodinamico.

Sul fronte normativo è intervenuta Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio, che in merito alle NGT ha ricordato che a fine gennaio la Commissione Ambiente del Parlamento europeo si è espressa sul dossier, dopo che a dicembre gli Stati membri avevano già approvato lo status del trilogo, con voto favorevole anche da parte dell’Italia, e che ora l’ultimo passaggio è affidato al Parlamento Ue. Mammuccini ha spiegato che la proposta distingue tra NGT1, considerate equivalenti alle piante naturali e quindi esentate da obblighi di tracciabilità, etichettatura e valutazione d’impatto, e NGT2, assimilate agli OGM tradizionali. “Il rischio è la totale deregolamentazione delle NGT1” ha evidenziato, osservando che “non ci sarà valutazione d’impatto ambientale, non ci sarà etichettatura: si nega la trasparenza nei confronti del cittadino”. Secondo la presidente di FederBio, l’effetto più critico riguarda biologico e biodinamico, esposti a possibili contaminazioni e a un indebolimento della fiducia maturata nel tempo presso i consumatori.

Tra i punti che Demeter e il mondo del biologico intendono porre al centro del confronto ci sono il principio di precauzione, il diritto di scelta del consumatore, la tracciabilità delle filiere e la tutela delle sementi. “Se produciamo nello stesso modo del convenzionale, perché il cittadino dovrebbe continuare ad avere fiducia nel biologico?” ha domandato Mammuccini, indicando la necessità di garantire almeno tre aspetti: gestione dei brevetti, etichettatura e tracciabilità. L’obiettivo è poter escludere il biologico dalla normativa sulle NGT, preservandone l’identità. Da qui ad aprile, ha fatto sapere, è prevista una campagna mirata assieme a lettere ai parlamentari europei, per chiedere una cornice di tutela specifica per il settore bio e biodinamico.

A dare un inquadramento scientifico al dibattito è stato Salvatore Ceccarelli, già professore ordinario di Genetica agraria all’Università di Perugia, che ha messo in discussione le premesse teoriche delle nuove tecniche genomiche. “L’agricoltura italiana ha bisogno di scienza, ma di quale scienza parliamo?” ha detto, ricordando che “la biodiversità è la base della sicurezza alimentare, della salute e della resilienza ai cambiamenti climatici”, rimarcando che gli OGM rappresentano una spinta verso “l’uniformità che significa maggiore vulnerabilità” di fronte ai cambiamenti dell’ambiente e all’evoluzione di patogeni e parassiti.

Ceccarelli ha osservato che in Italia i nuovi OGM vengono presentati come Tecniche di evoluzione assistita (Tea), ma ha precisato che queste applicazioni non hanno nulla a che vedere con i processi naturali di evoluzione. “L’evoluzione nasce dall’interazione continua tra organismi e ambiente” ha spiegato, mentre “le NGT intervengono sul genoma in modo puntuale, ma ignorano il principio fondamentale della selezione naturale: quando l’ambiente cambia, anche insetti, patogeni e microrganismi si evolvono e si adattano”. Ha paragonato questa dinamica alla comparsa di batteri resistenti agli antibiotici, sottolineando che “pensare di risolvere un problema complesso con una singola modifica genetica significa introdurre una soluzione fragile e temporanea”.

“Per contrastare il brusone è stato creato un riso geneticamente resistente, ma studi condotti in Cina hanno dimostrato che alternare due varietà nello stesso campo può ridurre l’incidenza della malattia fino al 90%” ha ricordato Ceccarelli, indicando come in questo caso “invece di produrre una varietà ‘resistente’ è bastato valorizzare la biodiversità”. In questa prospettiva, ha concluso che le NGT rappresentano “soluzioni temporanee che aumentano la vulnerabilità dei sistemi agricoli, soprattutto in un contesto di cambiamento climatico e incertezza ambientale”, mentre la biodiversità offre stabilità e resilienza e “non è brevettabile: è un bene comune”.

FederBio, Legambiente e Slow Food: meno chimica e più agroecologia

FederBio, Legambiente e Slow Food: meno chimica e più agroecologia

Milano, 24 feb. (askanews) – Agroecologia, riduzione dell’uso della chimica di sintesi, tutela della biodiversità, diritti dei lavoratori e contrasto agli sprechi. In occasione di “SANA Food” e “Slow Wine Fair” a Bologna, FederBio, Legambiente e Slow Food Italia hanno rinnovato la loro alleanza presentando un aggiornamento della piattaforma dei “sei Sì”, il documento con cui le tre organizzazioni chiedono una svolta nelle politiche agricole nazionali ed europee, con un’alternativa al modello agricolo intensivo e un orientamento più netto verso approcci ritenuti sostenibili.

Nel mirino c’è il nono pacchetto Omnibus dell’Unione europea, considerato una semplificazione normativa che estende in modo rischioso le autorizzazioni ai pesticidi. Le tre sigle collocano la loro proposta in un contesto segnato da crisi climatica, perdita di biodiversità, impoverimento dei suoli e tensioni sociali. Il cuore del documento è la richiesta di dare centralità all’agroecologia nella transizione del settore: le associazioni richiamano gli effetti dell’agricoltura intensiva su suolo, acque e biodiversità e citano il Dossier Pesticidi 2025 di Legambiente, secondo cui il 75% della frutta e il 40% della verdura presentano residui di fitofarmaci.

Accanto all’agroecologia, la piattaforma insiste sul ruolo dell’agricoltura biologica e del biocontrollo. FederBio, Legambiente e Slow Food chiedono procedure autorizzative più rapide per i prodotti di biocontrollo, a condizione che non si traducano in un indebolimento della tracciabilità o in una liberalizzazione di fatto della chimica di sintesi. Le tre organizzazioni chiedono inoltre che le nuove tecniche genomiche restino regolamentate all’interno della normativa sugli Ogm, nel rispetto del principio di precauzione e della separazione delle filiere per i produttori biologici e per chi rivendica un modello OGM free.

Un altro fronte è la zootecnia. La pressione degli allevamenti intensivi su clima, qualità dell’aria e risorse idriche viene indicata come uno dei nodi da affrontare, con la richiesta di orientare le politiche verso sistemi estensivi e biologici, minore densità dei capi, riduzione dell’uso di mangimi importati, maggiore integrazione con il territorio e valorizzazione delle razze locali. In questo quadro, la riduzione dell’eccesso di produzione e consumo di carne viene collegata tanto alla tutela ambientale quanto alle ricadute economiche e sanitarie.

Completano la piattaforma i capitoli dedicati a educazione alimentare, sprechi ed economia circolare, e diritti nella filiera. L’educazione alimentare viene indicata come strumento strutturale per modificare nel tempo i comportamenti di consumo: l’obiettivo è inserire in modo stabile nei programmi scolastici un percorso che permetta di conoscere origine, stagionalità e qualità degli alimenti, scoraggiando l’eccesso di prodotti ultra-processati. Sul versante degli sprechi, le tre associazioni richiamano la quantità di cibo perso lungo la filiera e propongono misure fiscali, incentivi al recupero delle eccedenze e modelli che trasformino gli scarti in risorse, come parte della giustizia ambientale e sociale. Il capitolo sui diritti dei lavoratori agricoli insiste sul contrasto a caporalato e agromafie, con la richiesta di controlli più efficaci, filiere trasparenti e strumenti di tutela per garantire condizioni di lavoro dignitose e sicure.

Nel corso dell’incontro, Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, ha richiamato il dibattito sulla nuova Pac, sostenendo che parlare di competitività senza affrontare temi come fertilità dei suoli, gestione delle aree interne e biodiversità rappresenti “una visione miope”. Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio, ha insistito sulla necessità di accelerare la transizione agroecologica e ha definito il biologico “un modello resiliente”, esprimendo forte preoccupazione per le autorizzazioni illimitate ai pesticidi previste dal pacchetto Omnibus. Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, ha parlato di “scelta di campo”, sostenendo che la competitività non si costruisce sulle deroghe permanenti ma su ricerca indipendente, riduzione strutturale della chimica e sostegno alle filiere trasparenti.

Foto di Michele Purin