Passa al contenuto principale
#sanremo #studionews #askanews #ciaousa #altrosanremo

Astrofisica, pesare le galassie con l’intelligenza artificiale

Astrofisica, pesare le galassie con l’intelligenza artificialeRoma, 25 feb. (askanews) – Gli algoritmi e le applicazioni di intelligenza artificiale fanno ormai parte della nostra vita quotidiana. La comunità scientifica, tuttavia, ne fa largo utilizzo già da diversi anni e l’Italia, in questo, è all’avanguardia.


L’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), per esempio, ha partecipato ad un progetto guidato da Nicola R. Napolitano, da cinque anni presso la Sun Yat-sen University (Cina), che per la prima volta è riuscito a dimostrare che l’intelligenza artificiale può imparare dalle simulazioni cosmologiche di formazione ed evoluzione dell’universo a misurare correttamente la massa delle galassie. Lo studio, che è stato pubblicato il 21 febbraio sulla rivista “Astronomy & Astrophysics”, descrive una nuova metodologia per stimare la massa delle galassie (incluso il loro contenuto di materia oscura) usando il Machine Learning. Nicola R. Napolitano, già ricercatore Inaf e ora professore ordinario presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, spiega che “in questo modo, è possibile superare i problemi intrinseci alla dinamica delle galassie. I modelli dinamici, infatti, hanno bisogno di pesanti assunzioni sulla distribuzione dei moti interni delle galassie, che possono non essere totalmente corrette, e necessitano un esborso di risorse enorme per ottenere risultati sufficientemente accurati”.


L’articolo “Total and dark mass from observations of galaxy centers with Machine Learning” – prosegue l’Inaf – dimostra per la prima volta che questa metodologia funziona su cataloghi di galassie reali. Gli esperti hanno confrontato le stime del nuovo codice, denominato MELA (Mass Estimator machine Learning Algorithm), con stime di procedure dinamiche classiche verificando quindi che MELA può riprodurre con incredibile accuratezza le masse dei metodi classici, in alcuni casi molto più laboriosi e basati su dati molto più complessi (per esempio la cinematica 3D) dei dati più semplici di cui MELA ha bisogno e che saranno prodotti per milioni di galassie con i progetti di spettroscopia di nuova generazione in cui Inaf è coinvolta, come WEAVE e 4MOST. Crescenzo Tortora, ricercatore dell’Inaf di Napoli che ha partecipato allo studio, aggiunge: “Il lavoro è stato possibile grazie ad un percorso intrapreso dal nostro gruppo che negli ultimi anni ha esteso le applicazioni dell’intelligenza artificiale a diversi settori dell’analisi dati di grandi survey astronomiche. Questo è stato anche possibile grazie all’esperienza acquisita negli ultimi anni con survey a grande campo (nello specifico KiDS al telescopio VST) nella ricerca di lenti gravitazionali, l’analisi della struttura e delle popolazioni stellari delle galassie”.


Come in tanti altri settori, il machine learning è una realtà sempre più concreta nell’ambito dell’astrofisica, non solo nell’analisi dei dati ma anche nel loro sfruttamento scientifico. “In questo lavoro – prosegue Napolitano – abbiamo chiesto a MELA di mostrarci come otteneva i suoi risultati e quali fossero le osservabili che avessero più importanza per derivare le sue conclusioni. La cosa straordinaria è che abbiamo capito che MELA può capire la fisica delle gravità”. L’Inaf, e in particolare la sede di Napoli, vanta una storica expertise in materia di dinamica delle galassie con la partecipazione a progetti nati sul solco della tradizione delle fisica delle galassie. I ricercatori Italiani, in particolare Tortora e Napolitano, sono diventati, negli anni, specialisti a livello mondiale con collaborazioni con i gruppi di dinamica delle galassie più importanti nel contesto internazionale e con progetti, come MELA, che sono unici al mondo.


“Da questo lavoro abbiamo capito che l’intelligenza artificiale è pronta a imparare la fisica a partire dai dati”, conclude Napolitano. “Nella fattispecie abbiamo verificato che MELA può utilizzare le leggi fisiche che conoscevamo, ma presto l’intelligenza artificiale potrà ‘imparare’ anche la Fisica che non conosciamo”. (Crediti immagine: C. Tortora)

Twin: esoscheletro ridà forza a gambe di pazienti con lesioni midollari

Twin: esoscheletro ridà forza a gambe di pazienti con lesioni midollariMilano, 23 feb. (askanews) – Un esoscheletro – in pratica un robot da indossare – permette a persone con capacità motoria ridotta o assente di alzarsi, mantenere la posizione eretta, camminare e sedersi: è “Twin”, la seconda versione dell’esoscheletro robotico per arti inferiori, progettato e realizzato da Rehab Technologies IIT-INAIL, il laboratorio congiunto tra Istituto italiano di tecnologia e Centro Protesi Inail di Budrio. Il dispositivo – presentato nel corso di un incontro al Museo Nazionale Scienza e Tecnologia di Milano – è l’ultima evoluzione del progetto “Twin”: è sviluppato per essere in grado di adattarsi alle esigenze del singolo utente, è stato progettato a partire dai risultati dei test clinici con i pazienti, e mira al reinserimento del lavoratore gravemente infortunato in contesti sociali e di lavoro. Prossimo obiettivo di “Twin” è la marcatura CE, che avverrà in partnership con un soggetto industriale, e l’avvio del processo di industrializzazione che consentirà la messa a disposizione dei pazienti.


‘All’inizio di questo progetto abbiamo avuto diversi scambi con ospedali e pazienti che hanno portato alla realizzazione di una serie di tecnologie chiave per permettere l’utilizzo dell’esoscheletro in semi-autonomia alle persone con lesione midollare completa. Ora, a distanza di anni, siamo riusciti ad ampliare l’utilizzo di Twin a persone con diverse tipologie di disabilità motoria, come ad esempio soggetti con capacità motoria residua – racconta Matteo Laffranchi, responsabile del laboratorio Rehab Technologies IIT-INAIL – Infine, abbiamo introdotto una serie di funzionalità e tecnologie, specificamente pensate per l’utilizzo clinico di Twin, che permettono di misurare lo stato del paziente e il progresso della terapia. Siamo molto soddisfatti dei risultati ottenuti e delle ampie prospettive di utilizzo che siamo riusciti a creare in questi anni di continuo sviluppo e dialogo con il mondo clinico e gli utilizzatori della tecnologia’. ‘Questo progetto affonda le sue radici nelle prime attività che vennero svolte con questa tipologia di dispositivi nel 2010 al Centro Protesi. Ricordo bene che, a quel tempo, sui primi dispositivi commerciali trovammo numerosi aspetti clinici e tecnici da rivedere per renderli davvero fruibili e maturò quindi l’ambizione di realizzare un dispositivo innovativo tutto italiano – aggiunge Emanuele Gruppioni, direttore tecnico Area Ricerca Centro Protesi Inail – È fonte di grande orgoglio vedere oggi i frutti di tanta attività e di ciò che è possibile realizzare quando grandi centri di ricerca italiani come INAIL e IIT, lavorano in sinergia tra loro e assieme ai pazienti”. Durante l’incontro di lavoro due pazienti hanno indossato il primo modello di esoscheletro “Twin” e la seconda versione dando così dimostrazione pratica delle caratteristiche del nuovo dispositivo e dello sviluppo realizzato. “Ho iniziato a sperimentare ‘Twin’ durante il mio percorso riabilitativo e si è rivelato fin da subito uno strumento in grado di supportarmi sia dal punto di vista fisico che psicologico – ha detto Alex Santucci, uno dei pazienti che ha preso parte ai trial clinici e ha partecipato alla presentazione -Prima di tutto la verticalizzazione consente di mettersi al livello di chi sta in piedi e poi la deambulazione assistita consente la libertà di cambiare posizione, di avere benefici per il sistema circolatorio e l’apparato muscolo-scheletrico e costituisce di per sé un ottimo allenamento. È una grande opportunità per le persone in carrozzina e spero che a breve diventi uno strumento per l’utilizzo quotidiano o per lo meno frequente”.


“Superato il timore iniziale, l’utilizzo di ‘Twin’ si è rivelato molto più facile del previsto – ha aggiunto Davide Costi, anche lui paziente che ha preso parte ai trial clinici – Penso che l’allenamento sia fondamentale per potersi fidare e sfruttare a pieno le potenzialità del dispositivo che, oltre alla possibilità di assumere una posizione eretta, consente di tornare a vivere lo spazio e a muoversi in un modo più naturale”. Gli esoscheletri ad oggi costituiscono l’unico dispositivo che permette l’ottenimento di una deambulazione autonoma per pazienti con deficit motori conseguenti a lesioni midollari dovute a traumi o patologie neurologiche. Da qui nasce l’interesse scientifico di Inail e Iit verso queste tecnologie con l’obiettivo di realizzare dispositivi che consentano il reinserimento del lavoratore gravemente infortunato in contesti sociali e lavorativi. Per questi motivi il settore degli esoscheletri è in rapidissima ascesa e nel campo della ricerca tecnologica si sono concentrati importanti investimenti.


L’esoscheletro motorizzato Twin è una struttura esterna in grado di potenziare le capacità fisiche di chi lo indossa con importanti applicazioni in ambito medico e nelle terapie riabilitative. Può essere indossato quotidianamente per alcune ore, poiché assumere la posizione eretta porta grandi benefici a livello muscoloscheletrico, circolatorio, psicologico e di funzionalità dell’apparato digerente dei pazienti che utilizzano la carrozzina, e può essere utilizzato nelle cliniche riabilitative durante le sessioni di fisioterapia. L’esoscheletro è controllato da un operatore attraverso una applicazione Android installata sul tablet fornito in dotazione: in particolare, l’interfaccia grafica consente di comandare l’esoscheletro nell’esecuzione delle attività implementate, di impostare i parametri cinematici del movimento e di scegliere tra differenti modalità di esecuzione del passo.


In pratica “Twin” fornisce l’energia sufficiente per permettere a persone con capacità motorie degli arti inferiori ridotte o addirittura assenti, come in caso di lesioni complete del midollo, di mantenere la posizione eretta, di camminare con l’ausilio di stampelle o deambulatori -dal momento che l’esoscheletro non è auto-bilanciante- di alzarsi e sedersi. I motori attivano i giunti di ginocchio e anca imponendo agli arti del paziente un pattern di movimento completamente configurabile dal personale clinico in termini di lunghezza e tipologia del passo e di velocità di cammino. La batteria ha un’autonomia di circa quattro ore e necessita di un’ora per ricaricarsi. L’attuale modello di “Twin” offre una migliore performance rispetto a quello precedente a fronte di maggior potenza del motore, minor peso e maggior attenzione al design del software e della struttura, che lo rende più adattabile alle caratteristiche di chi lo indossa. La struttura infatti è regolabile in base alle caratteristiche fisiche del paziente mediante link telescopici posti al livello del femore e della tibia. Caviglie e supporto del piede sono disponibili in diverse taglie per adattarsi all’ergonomia del fruitore, sia donna o uomo, giovane o adulto. Twin prevede tre modalità di funzionamento: “modalità Cammina”, pensata per pazienti con funzione motoria assente, in cui l’esoscheletro impone un modello deambulatorio secondo i parametri programmati; “modalità Retrain” utilizzata per pazienti con compromissione parziale della funzione motoria degli arti inferiori, cioè in grado di effettuare un movimento più o meno autonomo ma con difficoltà in alcune fasi del passo-in questo caso l’esoscheletro supporta con più o meno intensità- il movimento del paziente, indirizzandolo verso una traiettoria ottimale di riferimento; “modalità TwinCare” pensata per pazienti che presentano una compromissione motoria parziale e differenziata tra i due arti, in cui una gamba è sana e riesce a muoversi autonomamente, mentre l’altra necessita di un aiuto, più o meno marcato, in alcune fasi del passo. Alla presentazione che si è svolta Museo Nazionale Scienza e Tecnologia di Milano hanno partecipato Fabrizio D’Ascenzo, commissario straordinario Inail, Gabriele Galateri di Genola, presidente Iit, Andrea Tardiola, direttore generale Inail, Giorgio Metta, direttore scientifico Iit e Fiorenzo Marco Galli, direttore generale del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia. Erano presenti all’evento anche Giorgio Soluri, direttore centrale assistenza protesica e riabilitazione Inail, Lorenzo De Michieli, direttore technology transfer Iit, Patrizio Rossi, sovrintendente sanitario centrale Inail, Matteo Laffranchi, coordinatore Rehab Technologies Lab Inail-Iit e Emanuele Gruppioni, direttore tecnico Area Ricerca Centro Protesi Inail.

Spazio, Esa: oggi il rientro in atmosfera del satellite ERS-2

Spazio, Esa: oggi il rientro in atmosfera del satellite ERS-2Roma, 21 feb. (askanews) – È previsto per oggi, intorno alle 16.41 ora italiana, il rientro nell’atmosfera terrestre del satellite europeo di telerilevamento ERS-2, che dovrebbe disintegrarsi in gran parte in seguito all’impatto. Lo rende noto l’Ufficio Esa per il monitoraggio e controllo dei detriti spaziali che sta monitorando il satellite e fornisce aggiornamenti sul suo rientro.


ERS-2 è stato lanciato nel 1995 e nel 2011 l’Agenzia spaziale europea ne ha decretato la fine operativa iniziando un processo di abbassamento dell’orbita da circa 785 km a 573 km per ridurre al minimo il rischio di collisione con altri satelliti. Dopo 13 anni di decadimento orbitale, guidato principalmente dall’attività solare, il satellite rientrerà naturalmente nell’atmosfera terrestre. L’impatto è atteso alle 16.41 ora italiana, con una incertezza di circa due ore. L’interazione tra condizioni atmosferiche imprevedibili e altri fattori come la direzione in cui è rivolto il satellite (che aumenta o diminuisce la superficie esposta all’atmosfera) e il fatto che si possano aggiornare le previsioni solo dopo che è passato sopra un sensore, come un telescopio o radar – spiega l’Esa – rende molto difficile prevedere un rientro naturale.


ERS-2 si frantumerà in frammenti a circa 80 km dalla superficie terrestre e la stragrande maggioranza di questi brucerà nell’atmosfera. Alcuni frammenti potrebbero raggiungere la superficie terrestre, dove molto probabilmente cadranno nell’oceano Pacifico. (Credits: ESA)

Eso: identificato un quasar da record, il più luminoso mai visto

Eso: identificato un quasar da record, il più luminoso mai vistoRoma, 20 feb. (askanews) – Utilizzando il VLT (Very Large Telescope) dell’ESO (l’Osservatorio Europeo Australe), alcuni astronomi hanno caratterizzato un quasar brillante, trovando che non solo è il più brillante della sua classe, ma anche l’oggetto più luminoso mai osservato. I quasar sono i nuclei luminosi di galassie distanti e sono alimentati da buchi neri supermassicci. La massa del buco nero di questo quasar da record cresce dell’equivalente di un Sole al giorno, rendendolo il buco nero con la crescita più rapida trovato fino a oggi.


I buchi neri che alimentano i quasars raccolgono la materia dall’ambiente circostante in un processo così energetico da emettere grandi quantità di luce, così che i quasar sono tra gli oggetti più luminosi nel cielo, permettendo che anche quelli distanti siano visibili dalla Terra. Come regola generale, i quasar più luminosi indicano i buchi neri supermassicci che crescono più rapidamente. “Abbiamo scoperto il buco nero con la crescita più rapida finora conosciuto. Ha una massa di 17 miliardi di volte quella del nostro Sole e si nutre con poco più di un Sole al giorno. Questo lo rende l’oggetto più luminoso dell’Universo conosciuto”, afferma Christian Wolf, astronomo dell’Università Nazionale Australiana (ANU) e autore principale dello studio pubblicato su “Nature Astronomy”. Il quasar, chiamato J0529-4351, è così lontano dalla Terra che la sua luce ha impiegato oltre 12 miliardi di anni per raggiungerci.


La materia attirata verso questo buco nero, sotto forma di disco, emette così tanta energia che J0529-4351 è oltre 500 trilioni di volte più luminoso del Sole. “Tutta questa luce proviene da un disco di accrescimento caldo che misura sette anni luce di diametro: deve essere il disco di accrescimento più grande dell’Universo”, afferma Samuel Lai, dottorando all’ANU e coautore dell’articolo. Sette anni luce equivalgono a circa 15.000 volte la distanza dal Sole all’orbita di Nettuno. E, cosa sorprendente, questo quasar da record era solo apparentemente nascosto. “È una sorpresa che sia rimasto sconosciuto fino a oggi, quando conosciamo già un milione circa di quasar meno notevoli. Finora ci ha guardato letteralmente negli occhi!”, dice il coautore Christopher Onken, astronomo dell’ANU. Aggiunge che questo oggetto compare nelle immagini della Schmidt Southern Sky Survey dell’ESO risalente al 1980, ma non è stato riconosciuto come quasar fino a decenni dopo.


Trovare quasar richiede dati osservativi precisi da vaste aree del cielo. Gli insiemi dei dati risultanti sono così grandi – spiega l’Eso – che i ricercatori spesso utilizzano modelli di apprendimento automatico (machine-learning) per analizzarli e distinguere i quasar da altri oggetti celesti. Tuttavia, questi modelli vengono addestrati su dati esistenti, il che limita i potenziali candidati a oggetti simili a quelli già noti. Se un nuovo quasar fosse più luminoso di tutti quelli osservati in precedenza, il programma potrebbe rifiutarlo e classificarlo invece come una stella non troppo distante dalla Terra. Un’analisi automatizzata dei dati del satellite Gaia dell’Agenzia spaziale europea ha escluso J0529-4351 perchè troppo luminoso per essere un quasar, suggerendo invece che fosse una stella. I ricercatori lo hanno identificato come un quasar distante l’anno scorso, utilizzando le osservazioni del telescopio ANU da 2,3 metri di diametro, presso l’Osservatorio di Siding Spring in Australia. Scoprire che si trattava del quasar più luminoso mai osservato, tuttavia, richiese un telescopio più grande e misure effettuate con uno strumento più preciso. Lo spettrografo X-shooter installato sul VLT dell’ESO nel deserto cileno di Atacama ha fornito i dati cruciali.


Il buco nero con la crescita più rapida mai osservato sarà anche un obiettivo perfetto per quando l’aggiornamento di GRAVITY+ installato sull’VLTI (l’interferometro del VLT) dell’ESO, progettato per misurare con accuratezze la massa dei buchi neri, compresi quelli lontani dalla Terra. Inoltre, l’ELT (Extremely Large Telescope) dell’ESO, un telescopio di 39 metri di diametro in costruzione nel deserto cileno di Atacama, renderà ancora più fattibile l’identificazione e la caratterizzazione di tali oggetti sfuggenti. Trovare e studiare i buchi neri supermassicci distanti potrebbe far luce su alcuni dei misteri dell’Universo primordiale, tra cui il modo in cui essi e le galassie che li ospitano si sono formati ed evoluti. Ma non è l’unico motivo per cui Wolf li cerca. “Personalmente, mi piace semplicemente la caccia”, dice. “Per qualche minuto al giorno mi sento di nuovo un bambino, mentre gioco alla caccia al tesoro, mettendo in gioco tutto quello che ho imparato da allora”, conclude. (Crediti: ESO/M. Kornmesser)

Cnr, nave oceanografica Gaia Blu all’avanguardia per studio aerosol

Cnr, nave oceanografica Gaia Blu all’avanguardia per studio aerosolRoma, 15 feb. (askanews) – La nave oceanografica del Consiglio nazionale delle ricerche “Gaia Blu” si arricchisce di un nuovo, innovativo strumento per lo studio dell’atmosfera: il sensore per la stima di proprietà degli aerosol atmosferici Cimel 318-T adattato per il funzionamento automatico e continuo su imbarcazioni, sviluppato nell’ambito di un progetto sostenuto dall’Agenzia spaziale europea (Esa), che permetterà di monitorare la quantità e tipologia di aerosol in ambiente marino.


Il sensore – informa il Cnr – messo a punto da ricercatori del laboratorio AGORA (Laboratoire d’Optique Atmospherique – LOA (CNRS /Universitè Lille 1) and CIMEL Electronique company) dell’Agenzia Spaziale Europea – rappresenta la versione “da nave” di un analogo strumento già operante a Terra, con lo scopo di estendere anche all’oceano le osservazioni delle dinamiche degli aerosol, componente centrale per acquisire informazioni sulla qualità dell’aria e sul clima. Tali studi, ormai di routine in ambiente terrestre, sono ancora rari in ambiente marino a causa della mancanza di strumentazione automatica e di qualità come quella sviluppata dal laboratorio AGORA. L’installazione del fotometro è la prima in Europa e fa di “Gaia Blu” la seconda imbarcazione dotata di questa tecnologia, dopo la “Marion Dufresne” che opera nell’Oceano Indiano. Il fotometro CIMEL 318-T è confacente ai protocolli AERONETs, il network internazionale che da anni studia la comprensione della dinamica degli aerosol in oceano, contribuendo così ad avere predizioni climatiche sempre più accurate. Il progetto è sostenuto dall’Agenzia Spaziale Europea attraverso il programma “Quality Assurance for the Earth Observation”, rientra nell’infrastruttura di ricerca ACTRIS ed è parte della collaborazione a lungo termine Aeronet-Nasa.


La principale innovazione di questa versione del fotometro CIMEL 318-T riguarda l’uso di una bussola GPS che corregge i movimenti della nave. Attraverso la misura frequente e ben risolta di questi parametri (rollio, beccheggio, elevazione e direzione della prua) questo strumento ha una accuratezza sulla posizione di 0.5°. I dati raccolti vanno direttamente all’unità di controllo CIMEL 318-T che rende il dato perfettamente confrontabile con quelli presi a terra da più semplici stazioni fisse. Un’altra innovazione riguarda la protezione dello strumento dalla deposizione di spray e incrostazioni di sale marino che possono comprometterne l’ottica. Queste innovazioni portano la fotometria atmosferica in oceano allo stesso livello di quella da tempo raggiunta a terra nei siti automatici AERONET. L’installazione sulla “Gaia Blu” è stata completata nella seconda settimana di febbraio 2024 nel porto di Napoli: lo strumento è già operativo e i dati disponibili in rete e accompagnerà tutte le attività della nave in mare trasmettendo dati in real-time dopo una elaborazione automatica a bordo, sfruttando la robusta infrastruttura di trasmissione della quale è dotata la nave. Il monitoraggio ottico dell’aerosol avviene ogni tre minuti sia di giorno che di notte, ad esso si aggiungono le misure di radianza (circa 15 al giorno) diffusa, che permettono di raggiungere sofisticate misure delle proprietà microfisiche e ottiche degli aerosol, acquisendo dati unici per l’analisi degli aerosol in Mediterraneo.


(Credits: Benjamin Torres, LOA Cnrs-Univ. Lille)

Spazio, il satellite dell’Asi Agile è rientrato in atmosfera

Spazio, il satellite dell’Asi Agile è rientrato in atmosferaRoma, 14 feb. (askanews) – Dopo 17 anni di onorato servizio, il satellite scientifico dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) Agile(Astrorivelatore Gamma a Immagini LEggero) è rientrato in atmosfera ponendo così fine alla sua intensa attività di cacciatore di sorgenti cosmiche tra le più energetiche dell’Universo che emettono raggi gamma e raggi X. Agile ha rappresentato un programma spaziale unico e di enorme successo nel panorama delle attività spaziali italiane.


Agile è stato realizzato dall’Asi con il supporto dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), di università e dell’industria italiana, con OHB Italia, Thales Alenia Space, Rheinmetall e Telespazio. Inoltre 87.200 orbite intorno alla Terra, – ricordano Asi, Inaf e Infn in una nota – Agile ha monitorato il cielo alle alte energie osservando una grande varietà di sorgenti di raggi gamma galattiche ed extra galattiche, evidenziandone i cambiamenti molto rapidi, frequenti episodi di emissione X e gamma provenienti da stelle di neutroni, resti di esplosioni di Supernovae e buchi neri. Le osservazioni acquisite dal satellite sono state ricevute a terra dalla stazione del Centro spaziale Luigi Broglio dell’Asi a Malindi, in Kenya. I dati sono stati poi ritrasmessi al Centro di controllo di Telespazio, per poi arrivare all’Asi Space Science Data Center (SSDC) di Roma, responsabile di tutte le operazioni scientifiche: dalla gestione, analisi e archiviazione fino alla distribuzione dei dati e dei relativi cataloghi accessibili alla comunità internazionale.


La produzione scientifica di Agile è costituita da più di 800 riferimenti bibliografici, di cui più di 160 articoli con referaggio e 12 cataloghi di missione pubblicati fino a gennaio 2024. Tra le principali scoperte scientifiche di Agile ricordiamo la prima individuazione delle sorgenti di raggi cosmici galattici in resti di Supernovae, l’evidenza di accelerazione di particelle estremamente rapida dalla Nebulosa del Granchio con al centro una pulsar rapidamente ruotante (Premio Bruno Rossi 2012), e l’individuazione di emissione gamma in corrispondenza dell’emissione di getti relativistici dal sistema binario con buco nero galattico Cygnus X-3. Agile inoltre – prosegue la nota – ha fornito una mappatura dell’intera Galassia molto dettagliata e studiato centinaia di sorgenti galattiche ed extra-galattiche. Nel corso della sua vita operativa, Agile ha anche rivelato migliaia di eventi transienti di origine cosmica come Gamma Ray Bursts (GRB), eventi associati a neutrini ed a Fast Radio Burst (FRB), brillamenti solari, nonché eventi di origine terrestre come i Terrestrial Gamma-ray Flashes (TGF). Agile ha contribuito con un ruolo di primo piano alla ricerca delle possibili controparti di sorgenti di onde gravitazionali (GW). Le osservazioni di follow-up di Agile hanno infatti fornito la risposta più rapida e i limiti superiori più significativi sopra i 100 MeV su tutti gli eventi GW rilevati dalla collaborazione Ligo-Virgo-Kagra fino ad oggi.

Scoperta in Italia una delle più rare meteoriti cadute sulla Terra

Scoperta in Italia una delle più rare meteoriti cadute sulla TerraBari, 12 feb. (askanews) – Una meteorite estremamente rara, contenente rarissime leghe metalliche di alluminio e rame e che presenta al suo interno materiali con una simmetria “proibita”: i “quasicristalli”, è stata scoperta di recente in Italia.


Ne parla un articolo pubblicato oggi dalla rivista scientifica Communications Earth & Environment appartenente al gruppo editoriale di Nature-Portfolio. La strana meteorite è stata studiata da un gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi di Bari (Giovanna Agrosì, Daniela Mele, Gioacchino Tempesta e Floriana Rizzo del Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali), in collaborazione con l’Università di Firenze (Luca Bindi e Tiziano Catelani del Dipartimento di Scienze della Terra) e l’Agenzia Spaziale Italiana (Paola Manzari).


Il ritrovamento si è rivelato immediatamente eccezionale: si tratta del terzo caso al mondo di materiale extraterrestre contenente leghe metalliche di questo tipo e il secondo rinvenimento di una micrometeorite contenente un quasicristallo di origine naturale, dopo il ritrovamento della meteorite di Khatyrka, avvenuto nel 2011, grazie ad una costosissima e avventurosa spedizione internazionale che si era spinta fino ai confini dell’estremo Oriente russo, in Chukotka, luogo del ritrovamento della meteorite che le ha dato il nome. La scoperta rappresenta un tipico caso di Citizen Science; infatti, la micrometeorite, avente la forma di una piccola sferula, è stata trovata sul Monte Gariglione in Calabria da un collezionista che, notando una strana e inusuale lucentezza metallica, ha deciso di spedirla agli studiosi dell’Università di Bari per indagare sulla natura di questo oggetto apparentemente inspiegabile. Le analisi effettuate hanno prontamente messo in luce un’incredibile scoperta: la sferula era extraterrestre. La sua singolare lucentezza metallica, dovuta alla presenza di una lega metallica di rame e alluminio, conta rarissimi ritrovamenti precedenti. Gli studiosi sono rimasti impressionati nel constatare di avere tra le mani un elemento mai trovato in natura: un nuovo e rarissimo quasicristallo presente nella meteorite.


“I quasicristalli sono materiali in cui gli atomi sono disposti come in un mosaico, in modelli regolari ma che non si ripetono mai nello stesso modo, diversamente da quello che succede nei cristalli ordinari – ha raccontato Luca Bindi, ordinario di Mineralogia e direttore del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Ateneo fiorentino – Fu Dan Shechtman, poi premiato nel 2011 con un Nobel per le sue scoperte, a studiarne negli anni ’80 la struttura, che li rende preziosi anche per applicazioni in vari settori industriali. Quindici anni fa, fui proprio io a scoprire che tale materiale esisteva anche in natura, grazie all’individuazione del primo quasicristallo in un campione appartenente alla meteorite Khatyrka, conservato nel Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze”. La scoperta è decisamente eccezionale per il fatto che si tratta del secondo rinvenimento di una micrometeorite contenete quasicristalli, ma anche per il fatto che la piccola sferula è stata scoperta in Italia meridionale a migliaia di chilometri dal primo ritrovamento ed è stata studiata da un gruppo di ricerca interamente italiano con capofila l’Università di Bari.


“Lo sviluppo delle Scienze Planetarie in Italia meridionale è un punto su cui abbiamo sempre creduto e questa scoperta dimostra come il contributo degli studi geologico-mineralogici siano essenziali per il progresso delle conoscenze sul nostro Sistema Solare”, ha aggiunto Giovanna Agrosì, docente di Mineralogia dell’Università di Bari e coordinatrice dello studio. “I risultati di questa ricerca – ha precisato Paola Manzari dell’Unità di Coordinamento Ricerca e Alta Formazione (UCR) del Centro Spaziale di Matera dell’ASI – mostrano che esiste un universo ancora ignoto di fasi mineralogiche alla nanoscala nei materiali di origine extraterrestre, che riesce ancora a sorprenderci. La scoperta di questa lega anomala in una matrice condritica insieme alla presenza dei quasicristalli, apre nuovi scenari sulle origini del materiale originario da cui si è staccato il frammentino e fornisce nuovi elementi per comprendere i meccanismi di formazione del Sistema Solare”. La preziosissima micrometeorite è attualmente custodita nel Museo di Scienze della Terra dell’Università di Bari, luogo nel quale si è in procinto di allestire una sezione dedicata a campioni extraterrestri. “La scoperta – ha concluso Giuseppe Mastronuzzi, direttore del Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università di Bari- è importantissima non solo per le scienze mineralogiche e planetarie ma anche per la fisica e la chimica dello stato solido; essa dimostra ancora una volta che i quasicristalli possono formarsi spontaneamente in natura e, soprattutto, rimanere stabili per tempi geologici”.

Ricerca, i batteri umani potrebbero sopravvivere su Marte

Ricerca, i batteri umani potrebbero sopravvivere su MarteRoma, 9 feb. (askanews) – Non solo tecnologia, cibo e rifiuti prodotti nei lunghi viaggi spaziali; gli astronauti del futuro potrebbero portare sul Pianeta Rosso anche batteri infettivi in grado di sopravvivere alle condizioni marziane.


Lo suggerisce un nuovo studio pubblicato su “Astrobiology” che ha visto un team di internazionale di biologi ed esperti di malattie infettive esporre, in laboratori terrestri, quattro batteri umani a condizioni simili a quelle marziane. I test – informa Global Science, il quotidiano online dell’Agenzia spaziale italiana – hanno dimostrano che tutti questi batteri sono in grado di resistere all’ambiente estremo di Marte e in un caso su quattro persino di mutare per sopravvivere meglio alle sue dure condizioni. La ricerca sottolinea che, nel caso in cui questi batteri infettivi venissero portati inavvertitamente su Marte da future missioni con equipaggio, la loro capacità di sopravvivere, aumentare numericamente e adattarsi all’ambiente marziano potrebbe rappresentare un serio rischio per la salute degli astronauti.


Serratia marcescens, Pseudomonas aeruginosa, Klebsiella pneumoniae e Burkholderia cepacia: sono questi i nomi dei quattro microrganismi noti per la loro capacità di infettare gli esseri umani che sono stati esposti con successo a condizioni marziane simulate. Il piccolo mondo marziano riprodotto in laboratorio è consistito in una scatola caratterizzata da temperature fredde, un’atmosfera priva di ossigeno e la presenza di radiazioni. In questo ambiente sono stati collocati, uno alla volta, i quattro microrganismi, studiando così la risposta di ciascuno di essi alle singole condizioni simulate.


Ciò che i ricercatori hanno riscontrato è che tutti e quattro i batteri sono sopravvissuti: tre di loro per 21 giorni, mentre uno, P. aeruginosa, è sembrato in grado di moltiplicarsi e prosperare. Una crescita che si è manifestata potenziata nel momento in cui nella scatola è stata aggiunta una base sabbiosa simile alla regolite marziana. I risultati della ricerca – conclude Global Science – pongono così l’attenzione sulla salute umana con due chiavi di lettura complementari: da una parte sottolinea il rischio per la salute degli astronauti impegnati in lunghi viaggi spaziali e in future esplorazioni su Marte; dall’altra, lancia la preoccupazione che questi microrganismi possano evolversi e adattarsi all’ambiente marziano e riuscire poi a tornare sulla Terra attraverso le missioni di ritorno, rappresentando così un nuovo potenziale rischio per la sicurezza umana e planetaria.

La navetta Crew Dragon Freedom con Villadei si è sganciata dall’Iss

La navetta Crew Dragon Freedom con Villadei si è sganciata dall’IssMilano, 7 feb. (askanews) – È ufficialmente cominciato, dopo oltre 2 settimane in orbita, il rientro sulla Terra della missione spaziale privata Ax-3 della società privata americana Axiom Space, di cui fa parte anche l’astronauta italiano Walter Villadei, Colonnello dell’Aeronautica Militare, a cui la Difesa italiana ha affidato “Voluntas”, prima missione spaziale commerciale per il nostro Paese.


Dopo un rinvio di 2 giorni a causa delle cattive condizioni meteo, la navetta si è sganciata dalla Stazione Spaziale Internazionale alle 15.19 ora italiana. L’ammaraggio, al largo delle coste della Florida, è previsto circa 47,5 ore dopo l’undocking, venerdì 9 febbraio 2024. La missione Ax-3 è la prima missione spaziale commerciale con un equipaggio interamente composto da astronauti di origine europea; il comandante è Michael Lopez-Alégria con doppia cittadinanza americana e spagnola e il pilota della navetta è l’italiano Villadei a cui si aggiungono gli specialisti di missione Alper Gezeravci, primo astronauta turco e lo svedese Marcus Wandt, astronauta della riserva Esa.

Esa, il satellite ERS-2 sta per rientrare nell’atmosfera terrestre

Esa, il satellite ERS-2 sta per rientrare nell’atmosfera terrestreRoma, 7 feb. (askanews) – Il satellite europeo di telerilevamento ERS-2, dopo 16 anni di onorato servizio, si appresta a rientrare nell’atmosfera terrestre e disintegrarsi in gran parte, seguito nel suo percorso dall’Agenzia spaziale europea che nel 2011 ne ha decretato la fine operativa iniziando un processo di abbassamento dell’orbita in vista del rientro in atmosfera che l’Esa stima possa avvenire intorno al 19 febbraio.


ERS-2 è stato lanciato nel 1995 in seguito al satellite gemello ERS-1, lanciato quattro anni prima. Al momento del lancio, i due satelliti ERS erano tra i più sofisticati satelliti di osservazione della Terra mai sviluppati. Entrambi i satelliti – informa l’Esa – trasportavano un impressionante pacchetto di strumenti tra cui un radar ad apertura sintetica per immagini, un altimetro radar e altri potenti sensori per misurare la temperatura della superficie oceanica e i venti sul mare. ERS-2 aveva anche un sensore aggiuntivo per misurare l’ozono atmosferico. Questi rivoluzionari satelliti dell’Esa hanno raccolto una quantità di dati sul ghiaccio polare in diminuzione, sul cambiamento delle superfici terrestri, sull’innalzamento del livello del mare, sul riscaldamento degli oceani e sulla chimica atmosferica. Inoltre, sono stati chiamati a monitorare disastri naturali come gravi inondazioni e terremoti in remote parti del mondo.


Le varie tecnologie pionieristiche utilizzate nel satellite ERS hanno posto le basi per missioni successive come la missione Envisat, i satelliti meteorologici MetOp, l’odierna famiglia di missioni di ricerca scientifica Earth Explorer e le Sentinelle Copernicus e molte altre missioni satellitari nazionali, aprendo la strada alle osservazioni di routine che vengono effettuate oggi. Ad esempio, il radar ERS è stato il precursore del radar nell’odierna missione Copernicus Sentinel-1, il suo altimetro radar ha fornito al sensore della missione Earth Explorer CryoSat l’eredità per mappare i cambiamenti nello spessore del ghiaccio e il radiometro ERS continua a vivere nella versione evoluta imbarcata su Copernicus Sentinel-3. Il Global Ozone Monitoring Experiment (GOME) di ERS-2 è stato il precursore di SCIAMACHY su Envisat e GOME-2 su MetOp. Quando è stato lanciato ERS-2, la nozione di cambiamento climatico era molto meno conosciuta e compresa di oggi, – osserva Esa – ma le missioni ERS hanno fornito agli scienziati i dati che ci hanno aiutato a iniziare a comprendere l’impatto che gli esseri umani stanno avendo sul pianeta. Migliaia di articoli scientifici sono stati pubblicati sulla base dei dati ERS, e grazie al programma spaziale Heritage di EsA, che garantisce che i dati dei satelliti ora inattivi continuino ad essere migliorati e utilizzati, emergeranno ancora ulteriori scoperte sul cambiamenti del nostro pianeta e sui rischi che corriamo.


ERS-2 era ancora in funzione quando l’Agenzia spaziale europea dichiarò completata la missione nel 2011 e successivamente iniziò ad abbassare la sua altitudine da circa 785 km a 573 km per ridurre al minimo il rischio di collisione con altri satelliti a dimostrazione del forte impegno dell’Agenzia per ridurre i detriti spaziali. Dopo 13 anni di decadimento orbitale, guidato principalmente dall’attività solare, il satellite ora rientrerà naturalmente nell’atmosfera terrestre. Questo dovrebbe avvenire intorno alla metà di febbraio, con previsioni che saranno sempre più precise man mano che ci si avvicina al rientro. L’Ufficio Esa per il monitoraggio e controllo dei “detriti spaziali” sta, ovviamente, monitorando molto da vicino il decadimento dell’orbita del satellite di ERS-2 in coordinamento con diversi partner internazionali e fornirà aggiornamenti regolari nei giorni che precedono il rientro sia sulla pagina delle previsioni di rientro dell’Esa che sul blog Rocket Science. (Credits: ESA)