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Esa, pronta al lancio missione EarthCare: studierà nuvole e aerosol

Esa, pronta al lancio missione EarthCare: studierà nuvole e aerosolRoma, 17 mag. (askanews) – Pronta al lancio la missione EarthCare sviluppata dall’Agenzia spaziale europea in collaborazione con la Japan Aerospace Exploration Agency (Jaxa) con l’obiettivo di fornire una serie di misurazioni che insieme getteranno nuova luce sul ruolo che le nuvole e gli aerosol svolgono nella regolazione del delicato equilibrio della temperatura della Terra, offrendo importanti contributi alla ricerca sul clima. Il lancio su un razzo SpaceX Falcon 9 dalla base spaziale di Vandenberg in California, informa l’Esa, è programmato non prima di martedì 28 maggio.


Dotato di quattro diversi strumenti, EarthCare è la più complessa delle missioni Earth Explorer dell’Esa, missioni che restituiscono informazioni scientifiche chiave che fanno progredire la nostra comprensione di come funziona il pianeta Terra come sistema e dell’impatto che gli esseri umani stanno avendo sui processi naturali. Con la crisi climatica che stringe sempre più la sua morsa, EarthCare – Earth Cloud Aerosol and Radiation Explorer – è stato sviluppato per gettare nuova luce sulle complesse interazioni tra nuvole, aerosol e radiazioni all’interno dell’atmosfera terrestre. L’energia nell’atmosfera è un equilibrio tra la radiazione in entrata dal Sole, che riscalda il sistema terrestre, e la radiazione termica in uscita, che raffredda la Terra. Sebbene sia noto che le nuvole svolgono un ruolo estremamente importante nel riscaldamento e nel raffreddamento atmosferico, rimangono una delle maggiori incertezze nella comprensione di come l’atmosfera guidi il sistema climatico. Le nuvole e, in misura minore, gli aerosol riflettono l’energia solare in entrata nello spazio, ma intrappolano anche l’energia infrarossa in uscita. Ciò porta a un effetto netto di raffreddamento o riscaldamento. Inoltre, gli aerosol influenzano il ciclo di vita delle nuvole e quindi contribuiscono indirettamente al loro effetto radiativo.


Il set di quattro strumenti all’avanguardia di EarthCare – spiega l’Esa – lavorerà insieme per fornire una visione olistica della complessa interazione tra nuvole, aerosol e radiazioni per fornire nuove informazioni sul bilancio delle radiazioni della Terra sullo sfondo della crisi climatica. (Credits: ESA/ATG medialab)

Farina e avena per il robot bio-ibrido utile alla riforestazione

Farina e avena per il robot bio-ibrido utile alla riforestazioneRoma, 13 mag. (askanews) – L’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), in collaborazione con l’Università di Friburgo, ha realizzato un robot bioibrido composto da una capsula realizzata in farina con tecniche di micro-fabbricazione 3D e dalle due appendici naturali del frutto dell’avena in grado di muoversi in risposta all’umidità dell’aria.


Il nuovo dispositivo, denominato HybriBot, – spiega l’IIT – può ospitare al suo interno semi naturali di diverse piante, così da essere un vettore biodegradabile da usare nella riforestazione. Il gruppo di ricerca ha eseguito già dei test con semi di pomodoro, cicoria e salcerella, uno dei fiori preferiti dalle api, che hanno portato allo sviluppo delle piante. Per l’invenzione è stata depositata la richiesta di brevetto. HybriBot, descritto sulla rivista scientifica internazionale “Advanced Materials”, nasce nell’ambito del progetto europeo i-Seed coordinato da Barbara Mazzolai, Associate Director per la Robotica dell’IIT, e dell’ecosistema dell’innovazione RAISE (Robotics and AI for Socio-economic Empowerment) finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in Italia. Prima autrice del lavoro è Isabella Fiorello, che dopo un periodo di ricerca all’IIT nel gruppo di Mazzolai, oggi è Junior Principal Investigator al Cluster of Excellence Living, Adaptive and Energy-autonomous Materials Systems (livMatS) dell’Università di Friburgo.


L’invenzione rappresenta un’ulteriore soluzione che il laboratorio di Bioinspired Soft Robotics dell’IIT, pioniere della robotica ispirata agli organismi viventi, in particolare delle piante, ha individuato per affrontare i problemi dovuti ai cambiamenti climatici, quali la necessità di riforestazione di ampie zone e la protezione della biodiversità. Il sistema artificiale HybriBot ha la caratteristica di unire una componente naturale – le appendici del frutto dell’avena – con una artificiale, che agisce come navicella di trasporto per semi, mantenendo le capacità di movimento e di interazione con l’ambiente dell’esemplare naturale. Le appendici dell’avena reagiscono alla presenza di umidità, il che genera il movimento della struttura sul suolo. Questo movimento continua finché, senza alcun controllo, la pianta si insinua in una fessura nel terreno dove si ferma, permettendo al seme di germogliare. Le appendici ruotano, si incrociano e nell’intersezione accumulano energia elastica che, quando rilasciata, muove la capsula. Il movimento di HybriBot, quindi, non è supportato da batterie o altri sorgenti di energia aggiuntive.


La capsula artificiale pesa 60 mg, circa 3 volte il peso naturale. È stata realizzata partendo dallo studio di quella naturale e dalla costruzione di uno stampo con tecniche di micro-fabbricazione 3D. Il corpo artificiale è stato creato usando della farina, ricoperta di etilcellulosa per rendere la struttura impermeabile e stabile. Una volta pronta, la capsula può essere riempita con i semi di altre piante e con sostanze fertilizzanti. L’utilizzo di materiali biodegradabili e di origine vegetale rende HybriBot un dispositivo a basso impatto ambientale; innocuo anche nell’eventualità che un animale lo possa mangiare. Il gruppo di ricerca ha provato l’efficacia della deposizione del seme, utilizzando semi di vario tipo, quali pomodoro, cicoria e salcerella, quest’ultimo particolarmente utile in apicultura; e in diversi tipi di suolo: terriccio, argilla e sabbia.


(Credits: Istituto Italiano di Tecnologia)

La Starliner di Boeing pronta al primo volo con equipaggio

La Starliner di Boeing pronta al primo volo con equipaggioRoma, 6 mag. (askanews) – Mancano poche ore al primo volo di prova con equipaggio della navetta CST-100 Starliner di Boeing.


Il lancio del razzo Atlas V della United Launch Alliance dallo Space Launch Complex-41 alla Cape Canaveral Space Force Station in Florida è previsto alle 4.34 ora italiana del 7 maggio (le 22.34 di oggi ora locale). La navetta porterà sulla Stazione spaziale internazionale due astronauti della Nasa, i veterani Barry “Butch” Wilmore e Sunita “Suni” Williams che arriveranno a destinazione alle 18.46 ora italiana dell’8 maggio. I due trascorreranno una settimana a bordo della Iss per testare la Starliner e i suoi sottosistemi prima che la Nasa certifichi il sistema di trasporto per missioni rotazionali al laboratorio orbitante per il Commercial Crew Program dell’agenzia.


Se il Crew Flight Test di Boeing andrà bene, la Starliner potrà alternarsi alla Crew Dragon di Space X – che ha già effettuato diverse missioni – per il trasporto di astronauti sulla Iss come alternativa alle Soyuz russe. Image Credit: NASA/Robert Markowitz

Robot subacquei alleati degli operatori umani per la difesa del mare

Robot subacquei alleati degli operatori umani per la difesa del mareRoma, 6 mag. (askanews) – Monitorare lo stato delle acque, dolci e salate, non è un’attività semplice. Eppure, le ineludibili esigenze di sostenibilità ambientale e le grandi risorse che il mondo sommerso conserva rendono essenziale arrivare a una conoscenza scientifica profonda del “Pianeta Blu”. Per questo l’uso di robot autonomi sottomarini assume una crescente rilevanza, soprattutto per il monitoraggio di fenomeni legati alla salute delle acque e dei fondali. Di questo si occupa il progetto Panacea, gestito dalle Università di Pisa e Firenze e orientato a sostituire sempre di più le esplorazioni umane in ambienti sottomarini pericolosi e ostili con quelle condotte da robot. Il progetto ha ricevuto finanziamenti dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del bando PRIN 2022 (Progetti di Rilevante Interesse Nazionale).


“Nonostante in questi anni i robot sottomarini si siano dimostrati molto efficaci – spiega Riccardo Costanzi, docente di robotica all’Università di Pisa e coordinatore del progetto – siamo ancora lontani da farne uno standard per le attività di monitoraggio, affidate ancora a operatori umani, con tutti i rischi del caso. Nel progetto Panacea proponiamo un caso emblematico, quello della Posidonia oceanica, considerata un habitat naturale chiave dall’Unione Europea e il cui monitoraggio è essenziale per conoscere lo stato di salute dei nostri mari e per preservarlo”. Scopo di Panacea – si spiega in una nota – è mettere a punto un sistema multi-robot, composto da un robot subacqueo e uno di superficie, in grado di interfacciarsi con gli operatori al sicuro a terra, che ricevono dati in tempo reale. “Il monitoraggio dei fondali è eseguito con tecniche sia visive che acustiche – aggiunge Alessandro Ridolfi, docente di robotica all’Università di Firenze – e usiamo tecniche di Intelligenza Artificiale per estrarre dati sintetici da tutti quelli acquisiti. La capacità del robot di estrarre e trasmettere solo dati sintetici è fondamentale, visto che in acqua le possibilità di comunicazione sono ridotte”.


Il progetto è stato presentato lo scorso 3 maggio a una platea di studiosi di ecologia e rappresentanti di Agenzie per l’Ambiente, che gli scienziati di Pisa e Firenze considerano gli utilizzatori finali del sistema che stanno mettendo a punto. “In un’epoca in cui il monitoraggio ambientale è più cruciale che mai, il sistema proposto da Panacea rappresenta un ulteriore passo avanti significativo nella conservazione della biodiversità marina – afferma Elena Maggi, docente di ecologia all’Università di Pisa – Il monitoraggio delle praterie di Posidonia oceanica, fondamentali per la salute e protezione dei sistemi costieri mediterranei e al contempo estremamente delicate, rappresenta una sfida notevole. Panacea mira a minimizzare i rischi e le limitazioni dei monitoraggi umani, incrementando la sicurezza e riducendo i tempi per la raccolta di dati su ampie scale spaziali, che possano essere integrati con quelli raccolti dagli operatori subacquei. Di fronte all’accelerazione degli effetti del cambiamento climatico e alla molteplicità dei disturbi causati dalle attività umane, è imperativo che le nostre azioni conservative siano altrettanto rapide ed efficaci per mitigare e contenere gli impatti”.

Esa, nel 2025 Vega-C porterà nello spazio la missione Smile

Esa, nel 2025 Vega-C porterà nello spazio la missione SmileRoma, 30 apr. (askanews) – Sarà il lanciatore leggero Vega-C a portare nello spazio la missione Smile – acronimo di Solar wind Magnetosphere Ionosphere Link Explorer – collaborazione tra l’Agenzia spaziale europea e l’Accademia cinese delle scienze (CAS) nata con l’obiettivo di aiutarci a comprendere meglio l’interazione tra il Sole e la Terra.


Con la cerimonia della firma di oggi, l’Esa – informa l’Agenzia – assicura il lancio di Smile su Vega-C dallo spazioporto europeo nella Guyana francese, attualmente previsto per la fine del 2025. Vega-C è l’agile razzo europeo progettato per lanciare un’ampia gamma di missioni, può inviare carichi di forme e dimensioni diverse, migliorando l’accesso indipendente dell’Europa allo spazio. “La giornata di oggi segna un’importante pietra miliare per la nostra innovativa missione Smile e segnala la determinazione di tutti i nostri team e partner a portare a termine una missione di successo nei tempi previsti per ottenere il massimo beneficio scientifico”, afferma il Direttore scientifico dell’Esa, Prof. Carole Mundell. Stéphane Israël, Ceo di Arianespace, aggiunge: “Questa firma segna oltre quattro anni di sforzi di collaborazione tra Arianespace e i team scientifici dell’Esa per sviluppare la missione Smile con un lanciatore Vega-C”. “Siamo lieti di lanciare Smile su un veicolo di lancio così versatile. Vega-C è stato selezionato perché soddisfa perfettamente le esigenze della missione, come la capacità di massa richiesta e l’orbita di iniezione”, ha dichiarato David Agnolon, Project Manager di Smile.


Vega-C posizionerà Smile in un’orbita terrestre bassa, da cui la navicella spaziale si spingerà verso un’orbita terrestre alta. In quest’orbita finale, a forma di uovo, Smile volerà intorno alla Terra all’incirca ogni due giorni. Si sposterà a circa 121.000 km dalla superficie terrestre per una visione prolungata delle regioni del polo nord, prima di avvicinarsi a 5.000 km per scaricare i dati archiviati nelle stazioni di terra in Antartide e Cina. Un’orbita così unica – prosegue l’Esa – consentirà agli scienziati di osservare regioni importanti nello spazio vicino alla Terra per più di 40 ore consecutive. Smile scatterà le prime immagini e video a raggi X del vento solare che sbatte contro la bolla magnetica protettiva della Terra. Le sue immagini ultraviolette complementari forniranno lo sguardo continuo più lungo mai visto sull’aurora boreale.


Con Smile per la prima volta l’Esa e la Cina selezionano, progettano, implementano, lanciano e gestiscono congiuntamente una missione scientifica spaziale. Oltre al lancio, l’Esa è responsabile del modulo di carico utile di Smile (che ospita i suoi strumenti scientifici), delle strutture di test dei veicoli spaziali, della stazione terrestre primaria in Antartide e di un contributo alle operazioni scientifiche. “Diverse difficoltà tecniche e programmatiche sono state superate congiuntamente dai team Esa e Cas attraverso una collaborazione efficiente e rispettosa. Non vediamo l’ora di vedere Smile in orbita nel 2025 e di raccogliere dati scientifici per diversi anni”, afferma Frédéric Safa, capo del dipartimento Missioni future dell’Esa.


Nell’autunno del 2024, le sezioni europea e cinese della navicella arriveranno al centro tecnico dell’Esa, Estec . Lì le due sezioni verranno unite e la navicella verrà testata per la prima volta come unità completa. La navicella spaziale verrà quindi spedita dall’Eestec allo spazioporto europeo nella Guyana francese. (Credit: ESA)

Fisica particelle, l’Italia nell’esperimento Ship ospitato al Cern

Fisica particelle, l’Italia nell’esperimento Ship ospitato al CernRoma, 30 apr. (askanews) – Il Cern ha approvato la costruzione di una nuova infrastruttura nell’Area Nord per ospitare l’esperimento SHiP (Search for Hidden Particles), una collaborazione internazionale che coinvolge 15 diversi Paesi, tra cui l’Italia.


Lo scopo dell’esperimento è cercare particelle che interagiscono molto debolmente con la materia ordinaria, cosiddette particelle del settore nascosto, e studiare le proprietà dei neutrini, le particelle meno studiate tra quelle conosciute. Questi studi mirano a spiegare fenomeni che il Modello Standard delle particelle e interazioni fondamentali, ossia la teoria fisica che descrive il mondo sub-nucleare, non riesce a spiegare. Tra questi fenomeni c’è l’esistenza della materia oscura, la massa piccolissima dei neutrini e l’asimmetria barionica dell’Universo. “L’approvazione di SHiP apre una nuova frontiera nell’investigazione dei problemi fondamentali ancora aperti nella Fisica delle particelle -, dichiara Giovanni De Lellis, responsabile italiano del progetto, docente presso il Dipartimento di Fisica dell’Università Federico II -. SHiP, infatti, sarà l’esperimento alla cosiddetta frontiera dell’intensità, studiando le particelle prodotte da un numero di collisioni mai raggiunto prima, con la potenzialità di scoprirne nuove e spiegare così fenomeni ancora ignoti, come l’esistenza della materia oscura”.


L’esperimento – informa Unina – sfrutterà i fasci di protoni ad alta intensità del Super Proton Synchrotron (SPS) del Cern. L’idea alla base del progetto è che le particelle che possono spiegare questi fenomeni ancora irrisolti siano così rare che non sia stato ancora possibile produrle in numero sufficiente da essere osservate. Di qui la necessità di far collidere un numero enorme di particelle, dalla cui interazione possono avere origine le rarissime particelle che il progetto mira a osservare, misurando i prodotti del loro decadimento o della loro interazione con il rivelatore. “L’Università degli Studi di Napoli Federico II ha un ruolo chiave nell’esperimento perché è stata tra i fondatori del progetto nel 2014 insieme ad altri 5 Istituti incluso il Cern”, spiega De Lellis. Nel 2016, la partecipazione federiciana si è estesa anche ai Dipartimenti di Ingegneria dell’Ateneo. Hanno infatti collaborato alla progettazione dell’esperimento docenti e ricercatori dei cinque Dipartimenti di Ingegneria oltre a quelli del Dipartimento di Fisica. “Abbiamo colto le sfide tecnologiche di un progetto di frontiera del Cern, in un contesto interdisciplinare”, spiega Andrea Prota, Direttore del Dipartimento di Strutture per l’Ingegneria e l’Architettura, direttamente coinvolto con il suo gruppo di ricerca nella progettazione di una grossa struttura a vuoto dove le particelle nascoste dovrebbero decadere. “L’Ingegneria napoletana contribuirà alla definizione delle specifiche del progetto e alla realizzazione del complesso apparato”.


Nei prossimi anni gli scienziati completeranno le ultime fasi della progettazione e inizieranno la costruzione dell’apparato che prevede di iniziare a prendere dati nel 2031. L’apparato si svilupperà per circa 100 metri in una sala sperimentale dell’Area Nord del Cern. “Per la prima volta un esperimento approvato dal Cern vede la partecipazione di una compagine federiciana così ampia”, conclude De Lellis. “L’approvazione di questo progetto è anche frutto del lavoro della Task Force di Ateneo SHiP-Fed, creata nel 2020 per raccogliere i saperi federiciani intorno al progetto, coagulando l’interesse e la partecipazione di dieci Dipartimenti”.

Ariane 6 lancerà i primi satelliti Galileo di seconda generazione

Ariane 6 lancerà i primi satelliti Galileo di seconda generazioneRoma, 29 apr. (askanews) – La Commissione europea e l’Agenzia dell’Unione europea per il programma spaziale (Euspa) hanno assegnato ad Arianespace il lancio di quattro nuovi satelliti della costellazione di navigazione Galileo (L17 e L18). Questi due lanci aggiuntivi sono previsti per il 2026 e il 2027 e trasporteranno a coppie i primi quattro satelliti Galileo di seconda generazione. Airbus Defence and Space e Thales Alenia Space – informa Arianespace – stanno costruendo sei satelliti ciascuno, che insieme formeranno la prima flotta della seconda generazione. I satelliti, del peso di circa 2.000 kg e dotati di propulsione elettrica, raggiungeranno l’orbita operativa di Galileo (23.222 km di altitudine).


Galileo è la prima infrastruttura comune prodotta, finanziata e di proprietà dell’Unione europea, sotto la responsabilità generale della Commissione europea e incorpora tecnologie innovative sviluppate dall’Europa a beneficio dei cittadini di tutto il mondo. L’Agenzia spaziale europea (Esa) è responsabile della progettazione, dell’evoluzione e dello sviluppo tecnico dell’infrastruttura. La gestione operativa del programma Galileo è stata affidata dalla Commissione europea all’Agenzia del programma spaziale dell’Unione europea (Euspa), che è responsabile dell’installazione, della manutenzione e dell’evoluzione limitata del sistema. L’Euspa assicura anche le prestazioni e la continuità dei servizi di Galileo.


“Vorrei ringraziare la Commissione europea ed Euspa per aver rinnovato la loro fiducia in Arianespace per il dispiegamento del suo sistema di navigazione satellitare globale. Ariane 6 sta compiendo gli ultimi passi verso il suo volo inaugurale quest’estate, cosa che ci consente di prevedere la ripresa del dispiegamento della costellazione Galileo dal centro spaziale guianese nel 2025. In questo contesto, la decisione della Commissione europea e di Euspa costituisce un impegno forte in favore del futuro lanciatore pesante europeo. Arianespace ribadisce il suo impegno a garantire all’Europa un accesso affidabile e sovrano allo spazio”, ha dichiarato Stéphane Israël, amministratore delegato di Arianespace.

Ai Laboratori del Gran Sasso esperimento Cosinus su materia oscura

Ai Laboratori del Gran Sasso esperimento Cosinus su materia oscuraRoma, 19 apr. (askanews) – É stato inaugurato il 18 aprile, ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS) dell’Infn-Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, COSINUS (Cryogenic Observatory for Signatures seen in Next-generation Underground Searches), un esperimento internazionale che mira a svelare uno dei più grandi misteri dell’universo: la materia oscura. Che si stima costituisca circa l’85% della massa totale dell’universo e rimane uno degli enigmi più affascinanti e sfuggenti della fisica moderna.


Frutto della collaborazione tra Max Planck Institute for Physics di Monaco (Germania), Technical University di Vienna, Institute of High Energy Physics of the Österreichischen Akademie der Wissenschaften (Austria), Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Italia), e Helsinki Institute of Physics (Finlandia), COSINUS – informa l’Infn – si propone di chiarire il controverso scenario nel campo della ricerca di materia oscura cercando di conciliare risultati sperimentali apparentemente in contraddizione. L’esperimento COSINUS ospiterà un innovativo rivelatore in grado di misurare con estrema precisione l’energia che le particelle rilasciano sotto forma di calore nei materiali cristallini a temperature prossime allo zero assoluto (-273,15 °C). Il cuore del rivelatore sarà costituito da un set di cristalli di ioduro di sodio, che funzioneranno alla temperatura di 15 millesimi di grado kelvin. Ogni cristallo sarà circondato da un lettore di luce in silicio ed entrambi saranno monitorati da termometri superconduttivi. Se l’universo è permeato di materia oscura composta di particelle finora sconosciute, questo strumento potrebbe catturare le collisioni tra queste particelle e la Terra, fornendo prove concrete della loro esistenza.


“Ciò che rende COSINUS un esperimento unico nel suo genere – spiega il coordinatore internazionale Florian Reindl (ÖAW e TU Wien) – è la possibilità di misurare contemporaneamente la luce e il calore prodotti dalle particelle nello ioduro di sodio, che per la prima volta funzionerà come calorimetro criogenico scintillante. Combinare le due misure consentirà di identificare la natura delle particelle interagenti, riducendo il fondo ambientale generato da particelle diverse da quelle di materia oscura”. L’esperimento è ospitato nel più grande laboratorio sotterraneo al mondo, i Laboratori Nazionali del Gran Sasso, situati in un massiccio montuoso a circa cento chilometri da Roma. Qui, a 1400 metri di profondità, lontano dalle interferenze della radiazione cosmica, COSINUS avrà l’opportunità di osservare fenomeni che sarebbero altrimenti impossibili da rilevare. L’inaugurazione della facility sperimentale di COSINUS segna un momento significativo nella ricerca scientifica internazionale sulla materia oscura.


I primi risultati delle misure sono attesi entro il 2026, e potrebbero trasformare la nostra comprensione dell’universo.

Il team Nasa dice addio all’elicottero marziano Ingenuity

Il team Nasa dice addio all’elicottero marziano IngenuityRoma, 19 apr. (askanews) – Dopo mille sol, settantadue voli e oltre diciassette chilometri percorsi, il piccolo elicottero marziano Ingenuity non si leverà più in volo e non comunicherà più con Perseverance. Continuerà a lavorare in solitaria, però, archiviando i dati nella propria memoria, e rimanendo in attesa di una prossima missione che li prelevi.


Non è più in grado di volare già da tre mesi Ingenuity, da quell’atterraggio maldestro del 18 gennaio scorso in cui si sono danneggiate alcune pale del rotore. Tanto che la missione del primo velivolo che ha esplorato i cieli di un altro pianeta era stata dichiarata chiusa pochi giorni dopo, il 25 gennaio. Nonostante questo, – si legge su Media Inaf, il notiziario online dell’Istituto nazionale di astrofisica – Ingenuity continuava a parlare con Perseverance, il suo ponte di comunicazione anche verso Terra. Due giorni fa, però, la distanza dal rover che prosegue nelle sue attività scientifiche allontanandosi, è diventata troppo grande per continuare a comunicare. E il team della Nasa, non senza commozione, ha scaricato gli ultimi dati del piccolo velivolo e gli ha detto addio.


Ma l’ingegnoso elicotterino non poteva terminare così la sua carriera. Prima di ricevere il messaggio di addio da Ingenuity – contenente i nomi delle persone che hanno lavorato alla missione – il team del Jet Propulsion Laboratory ha caricato un nuovo software con le ultime (definitive) istruzioni. Fermo nella sua attuale posizione, a Valinor Hills, si sveglierà ogni giorno, attiverà i suoi computer di bordo e testerà le prestazioni del pannello solare, delle batterie e delle apparecchiature elettroniche; scatterà quindi una foto della superficie con la sua telecamera a colori e raccoglierà dati sulla temperatura dai sensori posizionati su tutto il velivolo. Secondo scienziati e ingegneri della Nasa, questa attività quotidiana potrà essere utile ai futuri progettisti di aerei e altri veicoli per il Pianeta rosso, e fornire una prospettiva a lungo termine sui modelli meteorologici marziani e sul movimento della polvere. Anche perché, se nulla dovesse guastarsi e se i pannelli non si copriranno di polvere rossa, la memoria di Ingenuity avrà la capacità di raccogliere dati per circa vent’anni. E a quel punto, qualcuno o qualcosa in viaggio verso Valinor Hills potrebbe approfittarne per recuperarli.


(Credits: NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS)

Scoperto il buco nero stellare più massiccio della nostra galassia

Scoperto il buco nero stellare più massiccio della nostra galassiaRoma, 16 apr. (askanews) – Alcuni astronomi hanno identificato il buco nero stellare più massiccio mai scoperto nella Via Lattea, individuato nei dati della missione Gaia dell’Agenzia spaziale europea, che impone uno strano movimento “oscillante” alla stella compagna che gli orbita intorno. I dati del VLT (Very Large Telescope) dell’ESO (Osservatorio Europeo Australe) e di altri osservatori da terra sono stati utilizzati per verificare la massa del buco nero, stimandola a ben 33 volte quella del Sole.


I buchi neri stellari si formano dal collasso di stelle massicce. Quelli finora identificati nella Via Lattea sono in media circa 10 volte più massicci del Sole. Il secondo buco nero stellare per massa che si conosce nella nostra galassia, Cygnus X-1, raggiunge solo 21 masse solari, rendendo eccezionale questa nuova osservazione di un oggetto da 33 masse solari. Sorprendentemente, – prosegue l’ESO – il buco nero è anche vicinissimo a noi: a soli 2000 anni luce di distanza nella costellazione dell’Aquila, è il secondo buco nero che si conosca più vicino alla Terra. Soprannominato Gaia BH3 o semplicemente BH3, è stato trovato mentre il gruppo di lavoro di Gaia stava rivedendo le osservazioni in vista dell’imminente rilascio di dati. “Nessuno si aspettava di trovare un buco nero di massa elevata nascosto nelle vicinanze, finora non rilevato”, afferma Pasquale Panuzzo, membro della collaborazione Gaia e astronomo dell’Osservatorio di Parigi, parte del Centro nazionale francese per la ricerca scientifica (CNRS). “Questo è il tipo di scoperta che si fa una sola volta nella propria carriera”.


Per confermare la scoperta, la collaborazione Gaia ha utilizzato dati provenienti da osservatori da terra, incluso lo strumento UVES (Ultraviolet and Visual Echelle Spectrograph) installato sul VLT dell’ESO, nel deserto di Atacama in Cile. Queste osservazioni hanno rivelato proprietà chiave della stella compagna che, insieme con i dati di Gaia, hanno permesso agli astronomi di misurare con precisione la massa di BH3. Gli astronomi hanno trovato buchi neri altrettanto massicci al di fuori dalla nostra galassia (usando un diverso metodo di osservazione) e hanno teorizzato che potrebbero formarsi dal collasso di stelle con una composizione chimica che vede solo pochissimi elementi più pesanti dell’idrogeno e dell’elio. Si ritiene che queste stelle cosiddette “povere di metalli” perdano meno massa nel corso della propria vita e quindi mantengano una quantità maggiore di materiale per produrre un buco nero di massa elevata dopo la loro morte. Ma finora non c’erano prove che collegassero direttamente le stelle povere di metalli ai buchi neri di massa elevata.


Le stelle che vivono in coppia tendono ad avere composizioni simili, il che significa che la compagna di BH3 contiene importanti indizi sulla stella che è collassata per formare questo buco nero eccezionale. I dati di UVES hanno mostrato che la compagna è una stella molto povera di metalli, indicando che anche la stella collassata per formare BH3 dovesse essere povera di metalli, proprio come previsto. Il risultato della ricerca guidata da Panuzzo viene pubblicato oggi su “Astronomy & Astrophysics”. “Abbiamo compiuto il passo eccezionale di pubblicare questo articolo sulla base di dati preliminari, prima dell’imminente rilascio dei risultati di Gaia proprio a causa della natura unica della scoperta”, afferma la coautrice Elisabetta Caffau, membro della collaborazione Gaia e scienziata dell’Osservatorio di Parigi del CNRS. Rendere disponibili i dati in anticipo consentirà ad altri astronomi di iniziare a studiare questo buco nero da subito, senza dover attendere il rilascio dei dati completi, previsto non prima della fine del 2025.


Ulteriori osservazioni di questo sistema potrebbero aver molto da dire sulla sua storia e sul buco nero stesso. Lo strumento GRAVITY installato sul VLTI (l’interferometro del VLT) dell’ESO, per esempio, – conclude l’ESO – potrebbe aiutare gli astronomi a scoprire se questo buco nero sta attirando materia dall’ambiente circostante e a comprendere meglio questo oggetto emozionante. Crediti: ESO/L. Calçada