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James Webb osserva ammassi stellari nell’Universo primordiale

James Webb osserva ammassi stellari nell’Universo primordialeRoma, 25 giu. (askanews) – Lo studio delle galassie giovani, a poche centinaia di milioni di anni dal Big Bang, è una finestra per comprendere i processi che hanno modellato le galassie nell’universo primordiale. Galassie così distanti possono essere difficili da osservare, ma per fortuna l’universo stesso offre un assist attraverso le lenti gravitazionali: distribuzioni di materia così dense che curvano lo spaziotempo e deviano il percorso dei raggi luminosi, amplificando la luce proveniente dalle galassie più lontane.


È così che si è scoperto il Cosmic Gems Arc, una giovanissima galassia che vediamo com’era appena 460 milioni di anni dopo il Big Bang. La sua forma – informa l’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) – appare distorta in forma di arco e la sua luminosità è fortemente amplificata grazie all’effetto di lente gravitazionale. Osservata per la prima volta dal telescopio spaziale Hubble nel 2018, si mostra in tutta la sua gloria in una nuova immagine del telescopio spaziale James Webb (JWST) che rivela ben cinque ammassi stellari al suo interno. Ciascuno degli ammassi ha una dimensione di circa 3-4 anni luce: questo indica che si tratta di ammassi molto densi, mille volte di più rispetto ai tipici ammassi di stelle giovani che si possono osservare nell’universo locale. La scoperta implica che la formazione degli ammassi stellari e il feedback relativo potrebbero aver contribuito a scolpire le proprietà delle galassie durante le primissime epoche della storia cosmica. I risultati dello studio, guidato dalla ricercatrice italiana Angela Adamo dell’Università di Stoccolma e Oskar Klein Centre, in Svezia, sono stati pubblicati su “Nature”.


“Riteniamo che queste galassie siano la fonte principale dell’intensa radiazione che ha reionizzato l’universo primordiale”, commenta Angela Adamo, prima autrice del lavoro. “La particolarità del Cosmic Gems Arc è che, grazie alla lente gravitazionale, possiamo effettivamente risolvere la galassia fino a una scala di pochi anni luce!”. Le osservazioni ad altissima risoluzione realizzate da JWST nell’infrarosso, insieme all’ampificazione fornita dalla lente gravitazionale, hanno mostrato dettagli senza precedenti: è la prima volta che si osservano le proprietà interne di una galassia così lontana. Solo così è stato possibile dimostrare il ruolo chiave degli ammassi stellari nelle galassie primordiali, sia nel contesto della formazione degli ammassi globulari e nel processo di reionizzazione dell’idrogeno dell’Universo.


“Quando vidi le immagini del Cosmic Gems Arc, la sequenza di ‘pallini’ che replicavano in modo speculare richiamando proprio l’effetto di lente gravitazionale, rimasi sbalordito”, racconta Eros Vanzella, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) a Bologna e terzo autore dell’articolo. “Scrissi subito alla collega di Stoccolma Angela Adamo e a Larry Bradley, principal investigator delle osservazioni di JWST: ma allora gli ammassi stellari sono il modo dominante nella formazione stellare nell’Universo iniziale! Come fuochi d’artificio sconquassano la galassia ospite, la rendono un potenziale ionizzatore, per poi proseguire come ammassi globulari”. La presenza di ammassi stellari così densi e massicci è rilevante per due aspetti. Innanzitutto, sono i precursori degli ammassi globulari che vediamo oggi, i quali sono quasi tanto antichi quanto l’Universo. Inoltre, ammassi stellari così giovani, durante la loro formazione, possono “distruggere” il mezzo interstellare della galassia ospite e, con le loro stelle giovani e massicce, giocare un ruolo chiave nel processo di reionizzazione dell’Universo. È probabile che le galassie in formazione nell’universo primordiale ospitino normalmente oggetti di questo tipo.


“Il messaggio generale, a mio parere, è che stiamo finalmente ‘smascherando’ le origini delle prime galassie con la qualità e potenza del telescopio JWST e, grazie al lensing gravitazionale, stiamo vedendo dettagli senza precedenti”, aggiunge Vanzella. “L’Universo a quell’epoca non era come quello odierno e questo ci appare adesso come un dato di fatto”. Nel frattempo, il team si sta preparando per ulteriori osservazioni con JWST, in programma per l’inizio del 2025; il principal investigator è lo stesso Vanzella, che conclude: “Nel prossimo ciclo, studieremo il Cosmic Gems arc con due strumenti, NIRSpec e MIRI: così avremo la conferma del redshift della galassia e, tramite misure con spettroscopia integrata, andremo più a fondo riguardo le proprietà fisiche degli ammassi stellari trovati, del gas ionizzato, oltre a eseguire una mappa bidimensionale del tasso di formazione stellare sull’intero arco gravitazionale”. Crediti: ESA/Webb, NASA & CSA, L. Bradley (STScI), A. Adamo (Stockholm University) and the Cosmic Spring collaboration

Spazio, lancio riuscito del satellite di telecomunicazioni ASTRA 1P

Spazio, lancio riuscito del satellite di telecomunicazioni ASTRA 1PRoma, 21 giu. (askanews) – Il satellite di Telecomunicazioni ASTRA 1P è stato lanciato con successo a bordo di un razzo Falcon 9 di SpaceX, dalla base di lancio di Cape Canaveral in Florida. Ad annunciarlo Thales Alenia Space, joint venture Thales (67%) e Leonardo (33%), che in qualità di primo contraente di Astra 1P è responsabile della progettazione, della realizzazione e dell’assemblaggio, integrazione e test (AIT) del satellite, nonché della supervisione della campagna di lancio.


Astra 1P, basato sulla potente piattaforma Spacebus NEO di Thales Alenia Space, dotata di un sistema di propulsione interamente elettrico, permetterà la diffusione di contenuti video privati e pubblici con il massimo livello di qualità delle immagini. Ordinato da SES, Astra 1P farà parte della flotta di satelliti della società che attualmente fornisce il segnale TV per 119 milioni di famiglie in Europa e contribuirà a garantire la continuità dei servizi SES fino al 2040. Con una massa al lancio di 5 tonnellate e con un carico utile molto potente, Astra 1P sarà uno dei satelliti con le migliori prestazioni in orbita geostazionaria e il più potente in funzione nella posizione orbitale 19,2° Est. Questo satellite a fascio largo trasmetterà simultaneamente oltre 500 canali televisivi grazie ai suoi 80 transponder in banda Ku.


“I team di Thales Alenia Space sono orgogliosi del lancio del satellite Astra 1P che offrirà a milioni di famiglie immagini televisive di qualità eccezionale – ha affermato Hervé Derrey, Presidente e CEO di Thales Alenia Space -. Questo lancio di successo segue i precedenti lanci dei satelliti geostazionari SES-17 e SES-22. Tengo a ringraziare SES, nostro cliente di lunga data, per la sua rinnovata fiducia e le agenzie spaziali francese (Cnes) ed europea (Esa) per il loro sostegno nell’ambito dello sviluppo della nostra linea di prodotti”. (Crediti: Thales Alenia Space)

Ricerca, satelliti per monitorare l’accumulo di plastiche in mare

Ricerca, satelliti per monitorare l’accumulo di plastiche in mareRoma, 20 giu. (askanews) – I satelliti attualmente in orbita possono essere usati per monitorare lo stato dell’inquinamento da plastiche del mare. È quanto ha messo in luce una ricerca internazionale a cui ha partecipato l’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche di Lerici (Cnr-Ismar). Utilizzando una serie di 300.000 immagini satellitari scattate ogni tre giorni per sei anni, con una risoluzione spaziale di 10 metri, sono state individuate migliaia di strisce di rifiuti, alcune lunghe più di un chilometro e alcune fino a 20 km. Questi dati hanno permesso di creare la mappa più completa fino ad oggi dell’inquinamento dei rifiuti marini galleggianti nel Mediterraneo.


Per essere rilevabili dai satelliti esistenti, la plastica e altri detriti galleggianti devono aggregarsi in zone dense lunghe almeno una decina di metri. Queste formazioni galleggianti, note come windrows, chiazze, strisce o andane, assumono spesso la forma di filamenti, risultanti dalla convergenza delle correnti sulla superficie del mare. La presenza di una striscia di rifiuti – informa Cnr-Ismar – indica un elevato livello di inquinamento in un luogo e in un momento specifici. Attraverso la ricerca si è visto che l’abbondanza di queste chiazze è sufficiente per tracciare mappe dell’inquinamento e rivelare le tendenze nel tempo. Le immagini sono state riprese dai satelliti Sentinel-2 del programma Copernicus dell’Unione Europea, i cui sensori, però non sono progettati per il rilevamento dei rifiuti, e hanno quindi una capacità piuttosto limitata per il rilevamento della plastica. “Cercare aggregati di rifiuti di diversi metri sulla superficie del mare è come cercare aghi in un pagliaio”, spiega Stefano Aliani, direttore di ricerca ed oceanografo di Cnr-Ismar. “Nonostante i satelliti non specializzati, siamo riusciti a identificare le aree più inquinate e i loro principali cambiamenti nel corso di settimane o anni. Ad esempio, abbiamo osservato che molti rifiuti entrano in mare quando ci sono i temporali”, continua Aliani.


L’analisi delle immagini satellitari, effettuata con supercomputer e algoritmi avanzati, ha permesso di comprendere che questi accumuli nelle andane costiere sono principalmente dovuti alle emissioni di rifiuti terrestri nei giorni immediatamente precedenti. Conoscere questo aspetto rende, pertanto, tali formazioni particolarmente utili per la sorveglianza e la gestione dell’inquinamento da plastica, dimostrando l’applicabilità dello studio a casi reali. “Questo strumento è pronto per essere utilizzato in diversi contesti: siamo convinti che ci insegnerà molto sul fenomeno dei rifiuti, compresa l’identificazione delle fonti e dei percorsi verso l’oceano”, afferma Giuseppe Suaria, ricercatore del Cnr-Ismar di Lerici. “Inoltre, la nostra capacità di rilevamento migliorerebbe enormemente se mettessimo in orbita una tecnologia di osservazione dedicata alla plastica. L’implementazione di un sensore ad alta risoluzione specificamente dedicato al rilevamento e all’identificazione di oggetti galleggianti di un metro di dimensione potrebbe essere utile anche in altre questioni rilevanti come il monitoraggio degli sversamenti di petrolio, perdite di carico dalle navi o attività di ricerca e salvataggio in mare”.


Il lavoro è stato finanziato dal Discovery Element dell’Agenzia spaziale europea (Esa) ed il consorzio è composto da società spaziali multinazionali e istituti di ricerca di sei Paesi. (Credit: Giuseppe Suaria)

Research 7+: siglata dichiarazione congiunta per la ricerca

Research 7+: siglata dichiarazione congiunta per la ricercaRoma, 14 giu. (askanews) – Investire in ricerca di base e applicata, attrarre i giovani talenti e valorizzarne la creatività, attraverso i programmi di formazione interdisciplinari e collaborazione internazionale. Sono alcune delle urgenze segnalate nella dichiarazione congiunta di Research7+ (R7+), l’Engagement Group promosso e coordinato dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) d’intesa con il Mur, che riunisce le più importanti istituzioni di ricerca e le Agenzie di Finanziamento dei Paesi del G7 più la Spagna, inoltrata al vertice del G7 che si svolge a Borgo Egnazia fino al 15 giugno e in vista del meeting ministeriale “Scienza e Tecnologia” del G7 che si terrà a Bologna e Forlì dal 9 all’11 luglio.


I membri di R7+ evidenziano nella dichiarazione congiunta l’importanza di promuovere investimenti a lungo termine e ad ampio spettro nella ricerca scientifica, sostenendo la cooperazione tra quelle istituzioni, inclusi i partner industriali, che maggiormente svolgono un ruolo chiave nella creazione di ecosistemi di innovazione. Il documento rimarca inoltre il ruolo cruciale della diplomazia scientifica, riconosciuta come strumento fondamentale di pace e dialogo tra culture di Paesi diversi, sottolineando per questo l’importanza di promuoverla a tutti i livelli, attraverso la creazione di infrastrutture di ricerca internazionali, mobilità e iniziative di open science. Molta attenzione nel documento congiunto viene dedicata all’Intelligenza Artificiale che sta gradualmente plasmando il volto delle nostre società. Anche per questo settore scientifico viene evidenziata l’esigenza di investimenti ad hoc e infrastrutture di ricerca aperte dove possano formarsi i talenti di domani.


“Questo primo documento ufficiale di R7+ – ha dichiarato la presidente del Cnr Maria Chiara Carrozza – rappresenta una riflessione comune sugli aspetti fondativi e strategici della ricerca scientifica e dei relativi sviluppi tecnologici e vuole essere un contributo attivo per i lavori del meeting ministeriale ‘Scienza e tecnologia’ del prossimo luglio. Oggi la scienza è chiamata ad affrontare rilevanti sfide globali, quali la transizione ecologica e digitale, ad esempio, e per farlo è necessaria la cooperazione delle istituzioni e dei Paesi. Mi auguro che la dichiarazione congiunta per la ricerca di R7+ rappresenti un primo passo verso un confronto costante e proficuo anche con le successive presidenze del G7 con l’obiettivo di costruire una collaborazione sempre più incisiva tra le principali economie mondiali nel campo della scienza e dell’innovazione”. “Integrare gli istituti di ricerca e le agenzie di finanziamento internazionali nel processo decisionale è stata una scelta strategica che rafforza l’ecosistema della conoscenza”, ha commentato il Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini. “La nascita del Research7+ durante questa presidenza italiana del G7 renderà disponibile uno strumento di dialogo e di condivisione di altissimo livello anche per gli anni a venire. Aumentare il benessere e la sicurezza dei cittadini, vincere le sfide delle transizioni energetica e digitale, governare il cambiamento dell’Intelligenza artificiale rendono necessario un percorso di collaborazione e cooperazione. La dichiarazione congiunta rappresenta un contributo prezioso per il G7 Scienza e Tecnologia che ha come obiettivi prioritari il potenziamento della scienza di base nelle deep technologies, la cooperazione nel settore delle grandi infrastrutture di ricerca e la promozione di una scienza aperta e affidabile”.

OGS a bordo della JOIDES Resolution per studiare corrente atlantica

OGS a bordo della JOIDES Resolution per studiare corrente atlanticaRoma, 7 giu. (askanews) – È iniziata dal porto di Amsterdam la spedizione numero 403 dell’International Ocean Discovery Program IODP (IODP Exp-403). A bordo della nave da perforazione scientifica JOIDES Resolution, Renata Giulia Lucchi, ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – Ogs coordina, insieme a Kristen St. John della James Madison University, il progetto FRAME, Eastern Fram Strait Paleo-Archive.


Obiettivo della spedizione – informa Ogs – è quello di ricostruire la variabilità della corrente calda oceanica Nord Atlantica e la sua influenza sui cambiamenti climatici e l’evoluzione della criosfera a partire dal tardo Miocene, 5.3 milioni di anni fa. Lo Stretto di Fram è l’unico passaggio oceanico profondo per le correnti marine che fluiscono tra il Nord Atlantico e l’Oceano Artico. La corrente calda Nord Atlantica, in particolare, scorre sul fondale marino lungo il lato orientale dello stretto di Fram e svolge un ruolo importante sui cambiamenti climatici sia regionali che a livello globale. Questa corrente influenza, ora come nel passato, la formazione e lo scioglimento delle calotte glaciali e del ghiaccio marino, nonché le correnti oceaniche nell’emisfero settentrionale e di conseguenza la stessa circolazione oceanica globale.


“Lungo il margine occidentale delle Isole Svalbard sono stati accumulati, nel corso di milioni di anni, dei sedimenti che hanno dato origine a dei rilievi batimetrici noti ai geologi come ‘sediment drifts’ – spiega Renata Giulia Lucchi, ricercatrice dell’Ogs e coordinatrice dell’Exp-403 – Questi depositi sedimentari, sono stati generati e modellati dal trasporto della Corrente Nord Atlantica alimentata dall’apporto dell’attività biologica marina e dai sedimenti forniti dall’avanzata e dal ritiro della copertura glaciale che occupava le vicine Isole Svalbard e il Mare di Barents”. Per questo motivo, i sediment drifts costituiscono una sorta di archivio naturale che tiene traccia dei cambiamenti oceanografici e paleoclimatici avvenuti nel corso di milioni di anni. Il progetto FRAME mira a raccogliere campioni dai sediment drifts al fine estrarre informazioni sedimentologiche, bio-geochimiche, micropaleontologiche, paleomagnetiche e microbiologiche, con cui ricostruire la storia delle interazioni tra atmosfera, oceano e criosfera avvenute durante le passate transizioni climatiche, come l’inizio della glaciazione nell’emisfero settentrionale e i passati periodi di rapido riscaldamento, quando i livelli di anidride carbonica erano più elevati rispetto a oggi.


“Durante il nostro viaggio verso Nord – spiega Lucchi -prevediamo di perforare sei siti principali lungo il margine occidentale delle Isole Svalbard. La spedizione punta a recuperare campioni tardo miocenici siti fino a 738 metri sotto il fondale marino. I dati raccolti saranno utilizzati per la costruzione di modelli climatici realistici per effettuare proiezioni sulle future variazioni della temperatura e stabilità delle attuali calotte glaciali”. Il progetto FRAME è stato supportato dai dati geologici e geofisici acquisiti durante il progetto IRIDYA del Programma di Ricerche in Artico (Pra) durante la campagna artica della nave rompighiaccio Laura Bassi, di proprietà dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale OGS. “Questa spedizione non rappresenta soltanto una grande opportunità per la comunità scientifica internazionale, ma è anche un importante riconoscimento al nostro Istituto di ricerca che è l’unico in Italia ad avere avuto dei coordinatori di ricerca in tre spedizioni polari del programma internazionale di perforazione oceanica ODP/IODP (2 in Antartide e 1 in Artico)”, conclude Renata Giulia Lucchi.

Nane bianche e pianeti distrutti: indizi dal telescopio James Webb

Nane bianche e pianeti distrutti: indizi dal telescopio James WebbRoma, 7 giu. (askanews) – Dal telescopio spaziale James Webb (Jwst) delle agenzie spaziali Nasa, Esa e Csa nuove immagini mozzafiato del nostro vicinato galattico. Un gruppo di ricerca guidato dall’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) ha sfruttato le enormi potenzialità di Jwst per osservare, per la prima volta all’infrarosso, l’intera sequenza di raffreddamento delle nane bianche in un vicino ammasso globulare, rivelando un eccesso di emissione infrarossa, potenziale indizio di antichi sistemi planetari distrutti. L’articolo è stato pubblicato di recente nella rivista “Astronomische Nachrichten” (Astronomical Notes).


La maggior parte delle stelle, soprattutto quelle di massa simile al Sole (da 8 fino a 0.07-0.08 masse solari), terminano la loro evoluzione come nane bianche, cosa che alla nostra stella madre accadrà fra circa 5 miliardi di anni. Dopo aver esaurito il “combustibile” stellare (idrogeno ed elio), questi oggetti non sono in grado di innescare reazioni termonucleari e collassano sotto il proprio peso raffreddandosi fino al loro definitivo spegnimento, perdendo lo strato più esterno della loro atmosfera. I dati utilizzati nella survey, estrapolati dall’archivio ventennale di Hubble e da recenti osservazioni con il telescopio spaziale Webb, hanno permesso al gruppo di ricerca di sondare le proprietà fondamentali delle nane bianche e di cercare indizi della possibile esistenza di antichi sistemi planetari attorno a esse. Luigi Bedin, ricercatore presso l’Inaf di Padova e primo autore dello studio, spiega: “Le osservazioni in infrarosso delle nane bianche ci hanno permesso di ricavare informazioni preziose sulle proprietà delle loro dense atmosfere di idrogeno. Dai dati si evince, inaspettatamente, un numero sorprendente di nane bianche con un relativo eccesso di emissione infrarossa. I risultati andranno confermati, ma lasciano intendere che queste nane bianche presentano le tracce di antichi sistemi planetari ormai estinti”.


Il team di ricerca ha osservato, in diverse nane bianche, anomalie nella distribuzione spettrale dell’energia. Bedin si riferisce agli eccessi di emissioni nella banda di radiazione infrarossa. “Questi possono essere dovuti a compagni di taglia sub-stellare o a residui di sistemi planetari distrutti durante l’evoluzione della stella da nane a gigante. Cosa accade? Durante la combustione dell’idrogeno dal nucleo, il guscio della stella si gonfia fino a inglobare i pianeti più interni del suo sistema”. Le osservazioni si riferiscono al vicino ammasso globulare Ngc 6397 (noto anche come C 86), un oggetto abbastanza luminoso e visibile anche a occhio nudo in direzione della costellazione dell’Altare, a 7200 anni luce dal Sole. La survey guidata da Bedin e colleghi con il Jwst prevede l’osservazione di stelle intrinsecamente deboli e poco luminose, quindi la vicinanza alla sorgente è fondamentale anche se si utilizza lo strumento operativo nell’infrarosso attualmente più potente in orbita. “In questo ammasso abbiamo osservato circa il 20% di nane bianche con questo eccesso infrarosso, mentre nel campo galattico solo poche sorgenti mostrano un tal anomalo alto flusso nell’infrarosso”, aggiunge Bedin.


Il gruppo di ricerca ha in programma una seconda campagna osservativa con la camera/spettrografo Miri del James Webb, uno strumento che – osservando nel medio infrarosso – riesce a caratterizzare l’energia emessa dalle nane bianche con eccesso di infrarosso, discriminando fra la presenza di compagni sub-stellari, dischi di sistemi planetari estinti, residui della fase di gigante rossa. “Queste nuove osservazioni che mapperanno lo spettro fra 2 e 20 micron ci permetteranno di risolvere il mistero”, conclude il ricercatore. (Credit: NASA/ESA/CSA/JWST/INAF – L. R. Bedin et al. 2024)

A Milano il XXVIII Congresso nazionale della Società Chimica Italiana

A Milano il XXVIII Congresso nazionale della Società Chimica ItalianaMilano, 5 giu. (askanews) – Milano ospita dal 26 al 30 agosto 2024 “SCI 2024 – XXVIII Congresso Nazionale” (Conference & Exhibition), organizzato dalla Società Chimica Italiana. I lavori si svolgeranno al Centro Congressi Allianz MiCo. La Società Chimica Italiana – SCI riunisce oggi oltre 5.000 soci provenienti dal mondo accademico, ricerca, industria e altro ancora, il cui obiettivo comune è promuovere lo studio e il progresso della Chimica e delle sue applicazioni.


Il tema della Conference, “Chimica Elementi di futuro”, consentirà di esplorare e confrontarsi sul ruolo chiave che la Chimica svolge nell’affrontare le sfide poste dallo sviluppo sostenibile: dall’economia circolare, alla mitigazione dei cambiamenti climatici, alla sicurezza chimica per le cose e le persone. La novità del XXVIII Congresso Nazionale è l’Exhibition, un’ampia area espositiva, che offre la possibilità di esplorare soluzioni tecniche innovative nei diversi campi. Questa piattaforma rappresenta un’opportunità per stabilire preziose connessioni con esperti del settore e case editrici. SCI 2024 si configura così tra i principali eventi in Italia dedicati alla Chimica a cui partecipano scienziati e professionisti del panorama italiano e internazionale. Decine i relatori nelle diverse sessioni di lavoro, plenarie e tematiche; e quasi 2.000 i “poster” di interventi proposti.


Per partecipare all’evento è possibile iscriversi su sci2024.org/registration/. Particolare attenzione è stata riservata alla partecipazione dei più giovani, studenti di dottorato, assegnisti e post-doc, con il riconoscimento di quasi 1.200 borse gratuite per under 35 per accedere e partecipare alle attività del congresso. Il programma delle cinque giornate del Congresso prevede sei Sessioni Plenarie, durante le quali verrà offerta una visione su come la ricerca e le applicazioni del settore chimico impatteranno sul futuro. Tra i relatori di altissimo livello troviamo Lia Addadi (Weizmann Institute of Science, Israele), Damià Barceló Cullerès (Institute of Environmental Assessment and Water Research, Barcelona, Spagna), Marine Cotte (European Synchrotron Radiation Facility & CNRS, Francia), Laura Gagliardi (University of Chicago, USA), Ingo Hartung (Merck Healthcare – Global Head of Medicinal Chemistry & Drug Design, Germania), Marco Leona (Head of the Department of Scientific Research, Metropolitan Museum of Art di New York, USA), Arumugam Manthiram (University of Texas, Austin, USA), Christa E. Müller (Universitaet Bonn, Germania), Eric Scerri (UCLA, USA), Michele Vendruscolo (University of Cambridge, Gran Bretagna), Margherita Venturi (Alma Mater Studiorum Università di Bologna).


La Nobel Lecture è stata affidata al Premio Nobel per la Chimica Jean-Marie Lehn. Sono previste sessioni tematiche – Topic Session, Parallel Thematic Session, Division Parallel Session – dedicate ad esplorare sviluppo e potenzialità della Chimica. Nell’arco delle giornate si terranno alcuni eventi associativi centrali per la Società Chimica Italiana, come l’Assemblea dei Soci, mentre durante le Medal Session verranno assegnate alcune medaglie a riconoscimento dei risultati ottenuti nei settori della chimica. Inoltre, il Congresso propone workshop e offre importanti occasioni di networking, come le due Poster Session, sessioni durante le quali i partecipanti possono confrontarsi e interagire (il volume contenente i quasi 2.000 interventi sarà pubblicato in grande evidenza sul sito del congresso).


Il convegno riconosce 30 ore (di cui 20 obbligatorie) di formazione e aggiornamento ai Docenti di Scuole Secondarie di primo e secondo grado di discipline scientifiche. Tutte le informazioni per partecipare a SCI 2024 – XXVIII Congresso Nazionale (Conference & Exhibition) sono disponibili sul sito internet sci2024.org/registration/

Esa, il 9 luglio il lancio inaugurale del lanciatore Ariane 6

Esa, il 9 luglio il lancio inaugurale del lanciatore Ariane 6Roma, 5 giu. (askanews) – Il primo lancio di Ariane 6 è previsto per il 9 luglio dallo spazioporto europeo nella Guyana francese. Lo ha annunciato oggi all’ILA Berlin Air Show il direttore generale dell’Agenzia spaziale europea Josef Aschbacher affiancato dal Ceo di ArianeGroup Martin Sion, dal Ceo di Cnes Philippe Baptiste e dal Ceo di Arianespace Stéphane Israël.


Ariane 6 è il nuovo veicolo di lancio europeo per carichi pesanti che sostituisce il suo predecessore di grande successo, Ariane 5. Modulare e agile, Ariane 6 è dotato di uno stadio superiore riaccendibile che gli consente di lanciare più missioni su orbite diverse in un unico volo. “Ariane 6 – ha dichiarato Aschbacher – segna una nuova era di viaggi spaziali europei autonomi e versatili. Questo potente razzo è il culmine di molti anni di dedizione e ingegnosità da parte di migliaia di persone in tutta Europa e, al momento del lancio, ristabilirà l’accesso indipendente dell’Europa allo spazio. Sono lieto di annunciare che il primo tentativo di lancio avverrà il 9 luglio. Vorrei ringraziare i team sul campo per il loro instancabile duro lavoro, lavoro di squadra e dedizione in quest’ultimo tratto della campagna di lancio inaugurale. Ariane 6 è il razzo europeo per le esigenze odierne, adattabile alle nostre ambizioni future”.


Per lo sviluppo di Ariane 6, – ricorda l’Agenzia spaziale europea – l’Esa ricopre il ruolo di Launch System Architect e collabora con il prime contractor ArianeGroup per lo sviluppo del veicolo di lancio e con l’agenzia spaziale francese Cnes per lo sviluppo del segmento di terra. L’Esa è l’operatore responsabile del volo inaugurale mentre per i voli successivi Arianespace è il fornitore di servizi di lancio che commercializza e gestisce il lanciatore Ariane 6 per clienti istituzionali e commerciali per lanciare in orbita una serie di missioni. “L’annuncio della data prevista per il primo volo dell’Ariane 6 ci pone in dirittura d’arrivo della campagna di lancio e siamo pienamente impegnati a completare gli ultimissimi passi. Questo volo segnerà il culmine di anni di sviluppo e test da parte dei team di ArianeGroup e i suoi partner in tutta Europa. E aprirà la strada alle operazioni commerciali e ad un significativo incremento nei prossimi due anni. Ariane 6 è un lanciatore potente, versatile e scalabile che garantirà l’accesso autonomo dell’Europa allo spazio”, ha affermato Martin Sion Ceo di ArianeGroup.


“Ancora una volta, l’annuncio della data del volo inaugurale dell’Ariane 6 dal Centro spaziale della Guyana rappresenta un passo cruciale verso la sovranità europea in termini di accesso allo spazio. Il raggiungimento di questa data è stato reso possibile grazie agli sforzi colossali di tutte le entità in dirittura d’arrivo. Vorrei rendere omaggio al successo collettivo nel superare le insidie nel corso dei mesi. Passiamo ora agli ultimi aggiustamenti prima del lancio. L’Europa nello spazio è pronta al decollo: siamo tutti uniti dietro Ariane 6!” ha detto Philippe Baptiste, ceo di Cnes. “Con 30 missioni nel nostro portafoglio ordini, – ha aggiunto Stéphane Israël, Ceo di Arianespace – Ariane 6 ha già guadagnato la fiducia di clienti istituzionali e commerciali. Ci stiamo preparando a effettuare il secondo lancio di Ariane 6 entro la fine dell’anno, seguito da un aumento costante fino a circa dieci lanci all’anno una volta raggiunta la velocità di crociera. Una splendida sfida per Arianespace e i nostri partner”.


Allo spazioporto europeo nella Guyana francese, molti e vari carichi utili sono stati integrati sull’Ariane 6. L’ultima tappa importante prima del lancio è la prova generale. Una volta completata questa attività, la Task Force Ariane 6 fornirà un aggiornamento congiunto sul volo inaugurale. (Credit: ESA-Manuel Pedoussaut)

Studio su monaci tibetani in meditazione: cosa succede nel cervello

Studio su monaci tibetani in meditazione: cosa succede nel cervelloRoma, 4 giu. (askanews) – Uno studio dell’Università di Pisa pubblicato su “Frontiers in Psychology” nella sezione “Consciousness Researches” investiga le basi neurali dell’attività di meditazione, avvalendosi di un gruppo di volontari di eccezione: i monaci di Sera-Jey, l’Università Monastica Tibetana in Karnataka, India nell’ambito di una collaborazione attiva dal 2018.


Il gruppo di ricerca dell’Ateneo, composto da ingegneri del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione e da psicofisiologi del Dipartimento di Patologia Chirurgica, Medica, Molecolare e dell’Area Critica, ha lavorato sui dati raccolti nell’arco di diversi mesi, durante i quali i monaci sono stati monitorati nelle meditazioni quotidiane tramite il rilevamento di elettroencefalogramma, attività cardiaca e respiratoria. Lo studio – informa Unipi – è l’unico nel suo genere a potersi fondare sull’analisi di un gruppo così omogeneo e altamente addestrato. I monaci infatti, dopo un percorso di studi di quasi un ventennio, possono scegliere di dedicarsi fino a otto ore al giorno alla meditazione in ritiri della durata di diversi anni.


“Grazie alla convenzione tra l’Ateneo di Pisa e l’Università di Sera Jey – spiega Bruno Neri, docente di ingegneria elettronica al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa (nelle foto insieme ai monaci tibetani) – abbiamo avuto l’opportunità di studiare la meditazione praticata da un gruppo di super esperti. La routine dei monaci in ritiro prevede quattro sessioni di meditazione di due ore ciascuna ogni giorno per un totale di circa 3000 ore l’anno. Ho trascorso con loro periodi di permanenza piuttosto lunghi, fino a 6 settimane in tre diverse occasioni, utilizzando dispositivi di misura dei parametri fisiologici indossabili e non invasivi, per non interferire in alcun modo con le loro pratiche quotidiane. Lo scopo era quello di indagare i correlati neuronali di due diverse tipologie di meditazione, concentrativa e analitica. Nella prima si può raggiungere uno stato cognitivo di consapevolezza priva di contenuto e pensiero discorsivo; nella seconda invece la mente viene diretta su un oggetto di riflessione (per esempio un concetto filosofico o morale), che viene analizzato in tutte le sue sfaccettature”. I tracciati elettroencefalografici risultanti dai due tipi di meditazione sono stati analizzati tramite modelli matematici, nel tentativo di mettere in evidenza le differenze a livello neurofisiologico durante la meditazione concentrativa e quella analitica.


“I primi risultati – afferma Alejandro Callara, ricercatore in bioingegneria al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa – indicano che analizzando il segnale elettroencefalografico è possibile distinguere nettamente tra i due tipi di meditazione. In particolare, abbiamo visto che la meditazione concentrativa provoca un drastico cambiamento della potenza di tale segnale nella maggior parte delle bande spettrali classiche e che tale cambiamento è più evidente al crescere dell’esperienza del soggetto. Di fatto abbiamo osservato questo fenomeno con certezza in quei monaci con più di 20.000 ore di meditazione al loro attivo. Tenuto conto della letteratura scientifica sull’argomento sembrerebbe che con l’esperienza nella pratica cresca la capacità di attivare meccanismi dell’attenzione che permettono loro di sopprimere stimoli non rilevanti e distrattori, a favore della focalizzazione sull’auto consapevolezza, cosa che di fatto è proprio lo scopo della meditazione concentrativa. Abbiamo anche osservato che lo stesso soggetto (esperto) impegnato sia nella meditazione analitica che in quella concentrativa, è in grado soltanto in questo secondo caso di generare le variazioni descritte sopra, e questo ci suggerisce che tali variazioni possano essere rilevanti per uno studio più approfondito sugli stati non ordinari di coscienza indotti dalla meditazione”. La prossima missione a Sera Jey inizierà il 29 giugno prossimo. Il gruppo sarà composto da Bruno Neri, Alejandro Callara e Ciro Conversano, docente di Psicologia Dinamica, e avrà come obiettivo quello di reclutare, con la collaborazione dello Science Center di Sera Jey e del vicino Collegio Tantrico di Gyumed, altri volontari esperti in alcune pratiche meditative esoteriche in grado di agire alla radice del rapporto mente/corpo. Ciro Conversano condurrà inoltre una serie di seminari sulla mindfulness e sulle pratiche contemplative.

IIT e Polimi: una molecola per stimolare le cellule muscolari con la luce

IIT e Polimi: una molecola per stimolare le cellule muscolari con la luceMilano, 4 giu. (askanews) – Una molecola brevettata da IIT e Politecnico di Milano apre oggi nuovi scenari in campo medicale e nel settore robot bio-ibridi grazie alla sua capacità di stimolare la contrazione delle cellule muscolo scheletriche se opportunamente illuminata. Un team di ricercatori e ricercatrici dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Milano e del Politecnico di Milano coordinato da Guglielmo Lanzani, responsabile dell’Unità Nanomaterials for Energy and Lifescience dell’IIT, ha infatti dimostrato che le molecole di Ziapin2 sono in grado di controllare l’attività contrattile delle cellule muscolo scheletriche, responsabili della contrazione volontaria dei muscoli, mediante la luce.


I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista Nature Communications Biology, gettano le basi per implementare la tecnica della fotostimolazione abbinata a Ziapin2 come alternativa all’utilizzo degli elettrodi tradizionali per specifici casi e patologie, poiché mostra svariati vantaggi tra cui: maggior versatilità, perché la luce può essere somministrata da remoto senza contatto; maggior precisione, perché è stata registrata elevata selettività spazio temporale, minor invasività e tossicità. Lo studio ha potuto contare sul supporto del finanziamento derivante dal PRIN “Membrane- targeted light driven nanoactuators for neuro-stimulation”. La molecola Ziapin2 – brevettata nel 2018 in Europa, Stati Uniti e Giappone da IIT e Politecnico di Milano e presentata per la prima volta nel 2020 su Nature Nanotechnology – è un fototrasduttore, ossia assorbe la luce e la trasforma in segnale elettrico, ideato e sintetizzato nel laboratorio coordinato da Chiara Bertarelli, professoressa ordinaria presso il Politecnico di Milano.


Per dimostrare la fattibilità del nuovo approccio, il team multidisciplinare ha somministrato Ziapin2 a cellule muscolari scheletriche fatte crescere in laboratorio (C2C12). Si tratta di un modello cellulare ideale per valutare la capacità dei fototrasduttori a causa della trascurabile attività contrattile spontanea. Inoltre, questo garantisce di non dover ricorrere all’utilizzo di modelli animali. Quando le cellule, a cui è stata somministrata Ziapin2, vengono illuminate, la luce assorbita si traduce in elettricità che induce delle contrazioni. Il team di ricerca ha confrontato la stimolazione luminosa con quella elettrica, individuando vantaggi dall’uso della fotostimolazione soprattutto per il trattamento di pazienti sul lungo periodo. L’utilizzo prolungato nel tempo degli elettrodi, infatti, può portare alla degradazione dei tessuti del paziente e degli elettrodi stessi, da cui deriva diminuzione dell’efficacia del trattamento.


Ad oggi sono molti i pazienti che affetti da malattie neurodegenerative come il Parkinson, patologie muscolari, conseguenze di ictus o danni al sistema nervoso centrale, compresa la perdita della vista, non possono essere trattati con terapie farmacologiche, ma traggono beneficio dalla stimolazione diretta delle cellule muscolari o nervose che avviene tradizionalmente mediante elettrodi, perlopiù metallici, che trasmettono correnti elettriche. La stimolazione con la luce porterebbe a minor stress cellulare, in quanto è possibile stimolare un punto localizzato, a differenza del più generale campo elettrico degli elettrodi; assicurerebbe minor tossicità poiché si possono usare diverse lunghezze d’onda ed eliminerebbe la necessità del contatto, perché la luce può essere erogata da remoto. Per queste promettenti caratteristiche, la fotostimolazione delle cellule potrebbe essere utilizzata in futuro soprattutto in cardiologia, nella riabilitazione muscolare (stimolazione funzionale), per la cura dei pazienti affetti da degenerazioni neuronali ma anche in un particolare settore, quello dei robot ibridi costituiti da componenti artificiali e biologiche. Questi ultimi potranno essere utilizzati per studi di carattere fondamentale, per esplorazioni ambientali o applicazioni mediche e in ambito prostetico, essendo totalmente bio-compatibili.


“I risultati che abbiamo ottenuto suggeriscono che sia possibile intervenire in maniera precisa e poco invasiva sul tessuto muscolare con la luce, coadiuvando le tecniche attuali nella cura di alcune patologie muscolo scheletriche”, ha detto Guglielmo Lanzani, ricercatore dell’Istituto Italiano di Tecnologia. “Il targeting della membrana cellulare mediante la progettazione molecolare di fototrasduttori è un approccio innovativo – ha aggiunto Chiara Bertarelli del Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria chimica “Giulio Natta” del Politecnico di Milano – Ziapin2 ha dimostrato ancora una volta la sua efficacia e potenzialità nella stimolazione fotoindotta delle cellule, con uno spettro sempre più ampio di applicazioni in ambito medico e grande potenzialità nello sviluppo di robot ibridi”. La pubblicazione dello studio “Skeletal muscle cells opto-stimulation by intramembrane molecular transducers” – che vede come autori Ilaria Venturino, Vito Vurro, Silvio Bonfadini, Matteo Moschetta, Sara Perotto, Valentina Sesti, Luigino Criante, Chiara Bertarelli & Guglielmo Lanzani – può essere consulatata all’indirizzo https://www.nature.com/articles/s42003-023-05538-y