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Con robot abissali raggiunti reperti di età romana nel Tirreno

Con robot abissali raggiunti reperti di età romana nel TirrenoRoma, 20 ago. (askanews) – Robot abissali hanno consentito di esplorare tre relitti di epoca romana nelle acque del Mar Tirreno e recuperare diversi reperti. A fine luglio, il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari Venezia, a seguito di decreto di concessione di ricerche del Ministero della Cultura, ha portato a termine una nuova breve campagna di indagini su relitti di età romana affondati negli alti fondali del Mar Tirreno. Il progetto è condotto dal prof. Carlo Beltrame e dalla dott.ssa Elisa Costa, in collaborazione con Fondazione Azionemare, Ing. Guido Gay, e sotto la sorveglianza della Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Subacqueo e della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Pisa e Livorno, dott.ssa Lorella Alderighi.


Quest’anno, la sinergia tra le tecnologie avanzate della Fondazione e le competenze scientifiche del DSU – spiega Ca’ Foscari – ha permesso di documentare e studiare ben tre relitti profondi di età antica, individuati in precedenza da Azionemare. I ROV abissali Multi Pluto e Pluto Palla (sorta di veicoli filoguidati dotati di telecamera e braccio per recuperi), movimentati dal catamarano Daedalus, hanno consentito di esplorare il relitto Dae 27, un carico di tegole e coppi e anfore posto a oltre 600 metri di profondità nelle acque tra l’Elba e Pianosa, recuperando dei campioni di materiale trasportato; in particolare sono stati portati alla luce dalle profondità una tegola, un coppo, un’anfora Dressel 1 e una brocca monoansata. Questo materiale, che verrà presto studiato dalla prof.ssa Gloria Olcese, dell’Università Statale di Milano, e dalla dottoranda Caterina Tomizza, permette una prima datazione del naufragio tra 2° e 1° secolo a.C.


Sono quindi iniziate due nuove indagini sui relitti Dae 7 e Dae 39, entrambi posti nelle acque profonde tra l’isola della Gorgona e Capo Corso. Il primo è un interessante carico di centinaia di anfore greco-italiche datate al 4° e 3° secolo a.C. che giace a oltre 400 metri di profondità e dal quale è stata recuperata un’anfora. Purtroppo rispetto ai primi video realizzati da Azionemare nel 2010, al momento della scoperta, – osserva l’ateneo – il sito giace ora in condizioni peggiori, con un alto numero di anfore frammentate; il dato non sorprende considerando che le batimetrie fino a circa 400 metri sono molto più soggette alla pesca a strascico. Il secondo contesto invece, trovandosi molto al largo e a quasi 600 metri di profondità, è stato intaccato solo marginalmente dalle reti e risulta ben conservato. Il carico è composto da centinaia di anfore Dressel 1B, databili al 1° secolo a.C., una delle quali è stata recuperata in questa campagna assieme ad una brocca monoansata. Tutti i reperti sono oggetto di deposito temporaneo per studio.


Sui relitti è stato realizzato un rilievo digitale attraverso la tecnica fotogrammetrica che permette di ottenere un modello tridimensionale scalato e misurabile del carico, peraltro molto realistico, utile allo studio, in laboratorio, del volume e della portata di queste imbarcazioni. La collaborazione tra istituzioni impegnate nel campo di beni culturali sommersi e una Fondazione specializzata nel settore della ricerca in acque profonde – conclude Ca’ Foscari – sta dimostrando come, unendo le forze, sia possibile, da un lato, fare ricerca per conoscere meglio vari aspetti della circolazione dei beni e della navigazione attraverso il Tirreno in età romana, dall’altro, fare tutela monitorando un patrimonio archeologico raggiungibile solo attraverso tecnologie avanzate.

Meta, al via Llama 3.1 Impact Grants per programma IA open source

Meta, al via Llama 3.1 Impact Grants per programma IA open sourceRoma, 6 ago. (askanews) – Meta ha reso noto il lancio di Llama 3.1 Impact Grants, il programma creato per supportare gli utilizzi più innovativi del modello di intelligenza artificiale open source di Meta. Il progetto di Meta si propone di individuare proposte che sfruttino le nuove funzionalità del modello LLM di ultima generazione, Llama 3.1, per sviluppare progetti con impatti economici e sociali significativi.


Questa iniziativa, spiega una nota, si basa sul successo del programma Llama Impact Grants dello scorso anno, che si proponeva di affrontare sfide globali importanti, concentrandosi su istruzione, ambiente e innovazione aperta. L’IA, più di qualsiasi altra tecnologia moderna, ha il potenziale per aumentare la produttività umana, la creatività e la qualità della vita, accelerando al tempo stesso la crescita economica e stimolando progressi nel campo dell’istruzione, della scienza e dell’innovazione. L’IA open source garantirà che le persone di tutto il mondo abbiano accesso ai benefici e alle opportunità offerte dall’IA. Per estendere le opportunità offerte da questa tecnologia a un numero ancora più ampio di organizzazioni nel mondo, stiamo lanciando la seconda edizione del programma Llama Impact Grants. Meta ha annunciato inoltre che sono ufficialmente aperte le candidature per Llama 3.1 Impact Grants: “Cerchiamo proposte che sfruttino le nuove funzionalità e capacità del nostro modello LLM di ultima generazione, Llama 3.1, per sviluppare progetti con impatti economici e sociali significativi. Llama 3.1 integra lingue precedentemente non supportate (tra cui il francese, l’hindi, l’italiano, il portoghese, lo spagnolo e il thailandese) ed è l’unico modello open source in grado di competere con i migliori sistemi di intelligenza artificiale in termini di conoscenza generale, adattabilità, ragionamento, matematica, utilizzo di strumenti e traduzione multilingue”.


Quest’anno, il totale dei premi sarà di 2 milioni di dollari USA e sarà possibile candidarsi con due modalità: un bando aperto e una serie di eventi regionali. Nell’ambito del bando aperto, le organizzazioni di tutto il mondo che soddisfano i requisiti possono candidarsi online per aggiudicarsi un premio fino a 500.000 dollari USA a sostegno dei loro progetti. Inoltre, verrà organizzata una serie di eventi in tutto il mondo con l’obiettivo di offrire formazione tecnica e mentorship ai potenziali candidati. Ogni evento si focalizzerà su un tema ritenuto prioritario da vari attori locali, tra cui gruppi della società civile, imprese, ONG e decisori politici. I temi trattati includeranno agricoltura, soluzioni aziendali scalabili, tecnologie per la salute, conservazione culturale e molto altro. I partecipanti a ciascuno di questi eventi potranno concorrere a un premio speciale fino a 100.000 dollari USA, oltre ad essere presi in considerazione per il premio da 500.000 dollari USA relativo al bando aperto. Il primo programma Llama Impact Grants: Questa iniziativa si basa sul nostro primo programma Llama Impact Grants, che ha sostenuto casi d’uso innovativi dei modelli di intelligenza artificiale open source di Meta, Llama 2 e Llama 3, per affrontare sfide globali cruciali, concentrandosi su istruzione, ambiente e innovazione aperta. Sono state ricevute oltre 800 candidature provenienti da più di 90 paesi e abbiamo offerto sia ai finalisti che ai secondi classificati opportunità di mentorship, supporto e accesso a una comunità di esperti. I progetti finalisti spaziavano da un assistente per insegnanti di matematica alimentato da Llama a modelli di intelligenza artificiale per ridurre il divario informativo nell’assistenza sanitaria materna.

e-Geos realizzerà centro gestione emergenze climatiche in Vietnam

e-Geos realizzerà centro gestione emergenze climatiche in VietnamRoma, 1 ago. (askanews) – Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, nel quadro della sua attività di cooperazione internazionale, ha co-finanziato la realizzazione di un Centro per la gestione delle emergenze climatiche in Vietnam, che sarà realizzato da e-GEOS (ASI 20%, Telespazio 80%) e partner industriali locali, sotto il coordinamento del National Remote Sensing Department (NRDC) del Ministero delle Risorse Naturali e dell’Ambiente (“MONRE”) del Vietnam. L’importo complessivo dell’intervento – informa una nota – è di 3,5 milioni, finanziato con tre milioni dall’Italia e per la restante parte dal Vietnam.


e-GEOS, insieme ai partner vietnamiti, svilupperà un Centro Operativo (GIC – Geo Information Centre), ovvero un sistema in grado di fornire in poche ore informazioni e analisi pre e post evento, tramite l’integrazione delle capacità tecnologiche della costellazione satellitare radar COSMO-SkyMed (dell’Agenzia Spaziale Italiana e del Ministero della Difesa) e delle piattaforme applicative di e-GEOS per la sorveglianza marittima, per il monitoraggio delle infrastrutture e per il supporto alle emergenze. L’iniziativa mira a sostenere la strategia di adattamento agli effetti del cambiamento climatico nelle zone più vulnerabili del sud-est asiatico e rientra nel progetto di cooperazione “Set up and implementation of a Geo-Information System for Climate Change Vulnerability, Risk Assessment and Environment monitoring for Viet Nam based on remote sensing Technology”, che il Ministero italiano ha avviato in collaborazione con il Ministero delle Risorse Naturali e dell’Ambiente del Vietnam.


Con questo progetto, – conclude la nota – e-GEOS mette a servizio del MASE e del Vietnam le competenze maturate nell’ambito dell’elaborazione e valorizzazione di analisi basati su dati radar, ottici e altri sensori, dell’interferometria, dei modelli idraulici, dell’intelligenza artificiale e della risposta a emergenze e cambiamenti climatici.

Dalla Iss mappate 24.000 meteore con telescopio italiano Mini-EUSO

Dalla Iss mappate 24.000 meteore con telescopio italiano Mini-EUSORoma, 31 lug. (askanews) – L’atmosfera terrestre è continuamente bombardata da corpi celesti che, per effetto dell’attrito con l’atmosfera stessa, aumentano la propria temperatura e bruciano, emettendo radiazione. Questi oggetti, detti comunemente “meteore”, sono tipicamente osservati da telescopi terrestri per ricostruirne massa, direzione e flusso attraverso la rivelazione della luce emessa nello spettro visibile. L’opportunità di analizzare questi oggetti celesti dallo spazio presenta notevoli vantaggi, tra cui la possibilità di effettuare una campagna osservativa con ampio campo di vista e di lunga durata, indipendente dalle condizioni atmosferiche a Terra.


La collaborazione JEM-EUSO ha recentemente confermato le potenzialità di questo approccio, con la pubblicazione sulla rivista “Astronomy&Astrophysics” della mappatura di 24.000 meteore osservate sistematicamente per la prima volta dallo spazio nella banda ultravioletta con il rivelatore Mini-EUSO (Multiwavelength Imaging New Instrument for the Extreme Universe Space Observatory). Il telescopio Mini-EUSO – si legge sul sito dell’Agenzia spaziale italiana – è stato installato nel 2019 sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) dove, da ormai 5 anni, sta registrando l’emissione ultravioletta di origine cosmica, atmosferica e terrestre da una finestra collocata all’interno del modulo Zvezda, orientata verso la Terra, e che consente a Mini-EUSO di misurare tale radiazione.


Mini-EUSO è un telescopio dell’Agenzia Spaziale Italiana, sviluppato grazie a una collaborazione internazionale guidata dall’Infn. L’Asi ha selezionato il telescopio per la missione Beyond di Luca Parmitano. La collaborazione italiana Mini-EUSO coinvolge le sezioni Infn di Roma Tor Vergata e Torino, i Laboratori Nazionali Infn di Frascati, Inaf Osservatorio Astrofisico di Torino, il Dip.to di Fisica dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e dell’Università di Torino, Kayser Italia e il contributo attivo di ricercatori e tecnologi dell’Asi. “La tecnologia innovativa di rivelatori sensibili alla radiazione UV accoppiati a un sistema di acquisizione dati ottimizzato per effettuare osservazioni su diverse scale temporali, ha permesso di catturare la luce prodotta dalle emissioni di questi piccoli oggetti che hanno attraversato l’atmosfera terrestre a grandissima velocità, per ricostruirne le proprietà in termine di direzione, emissioni luminose e massa”, indica Dario Barghini (Inaf, Infn e Università di Torino), responsabile dell’analisi. “Questo ci ha permesso non solo di fornire un catalogo sistematico di meteore, ma anche di confermare, con un approccio innovativo e indipendente dalle campagne di osservazione terrestre, i modelli relativi al flusso atteso di questi oggetti cosmici”, conclude Marco Casolino (Infn), Principal Investigator della missione.


I risultati pubblicati sono basati sull’analisi delle prime 40 sessioni di presa dati; ad oggi Mini-EUSO conta più di 100 sessioni effettuate. “I dati raccolti da Mini-EUSO potrebbero contenere altre informazioni utili per testare ulteriormente questi modelli consolidati e identificarne i più attendibili. A tal fine, i ricercatori stanno continuando l’analisi dei dati non solo per migliorare i risultati già ottenuti, integrando il catalogo con le più recenti osservazioni, ma anche investigando se tra i dati si possa identificare la presenza di eventi atipici, come meteore di origine interstellare, o evidenza di nuovi stati estremamente densi di materia, predetti ma mai osservati finora, e comunemente indicati come nucleariti”, commenta Valerio Vagelli, Project Scientist dell’Agenzia Spaziale Italiana per Mini-EUSO. Grazie all’analisi dei dati raccolti si attendono probabili nuovi risultati a disposizione della comunità scientifica. “I risultati prodotti dall’analisi dei dati raccolti dal telescopio Mini-EUSO sulla Iss confermano le competenze nazionali nello sviluppo e operazione di questo tipo di strumentazione per la misura di radiazione ultravioletta dallo Spazio. La collocazione dello strumento su un laboratorio orbitante insieme alla fitta e prestigiosa rete di collaborazioni internazionali offrono altresì l’opportunità per investigazioni scientifiche in campi differenti e complementari quali l’osservazione della Terra, lo studio del sistema solare, la fisica fondamentale, fino ad applicazioni di interesse per la sicurezza spaziale come il monitoraggio di detriti spaziali”, aggiunge Marino Crisconio, responsabile di Programma dell’Agenzia Spaziale Italiana per Mini-EUSO.


(Crediti: Jem-Euso Collaboration)

Spazio, viaggio tra le nuvole: le immagini della missione EarthCare

Spazio, viaggio tra le nuvole: le immagini della missione EarthCareRoma, 26 lug. (askanews) – Il suo compito è lo studio delle nuvole e degli aerosol per comprenderne il ruolo nel riflettere e trattenere la radiazione solare: stiamo parlando di EarthCare, missione Esa-Jaxa che, attiva da poco, sta già fornendo dati pregevoli alla comunità scientifica. Dotato di strumenti scientifici all’avanguardia, il satellite contribuirà al monitoraggio del cambiamento climatico con i suoi 4 strumenti scientifici; tra questi Atlid (Atmospheric Lidar), il cui trasmettitore laser è stato realizzato da Leonardo, grazie anche al supporto dell’Agenzia Spaziale Italiana.


EarthCare, che ha spiccato il volo verso lo spazio lo scorso 29 maggio, – si legge su Global Science, il quotidiano online dell’Agenzia spaziale italiana – ha realizzato un mese fa la sua prima immagine, relativa alla struttura interna delle nubi. Ora il suo sguardo si è puntato su varie tipologie di nuvole e sulle loro temperature: sono questi i dati al centro del nuovo set di immagini prodotto dal satellite con lo strumento Msi (Multi-Spectral Imager). Questo dispositivo ha un ampio campo di vista (160 chilometri) ed è in grado di contestualizzare con accuratezza i profili delle nubi, permettendone l’inserimento in scenari tridimensionali. Msi, inoltre, è dotato di due fotocamere: la prima opera nel visibile, nel vicino infrarosso e nell’infrarosso e nell’infrarosso a onde corte, mentre la seconda è attiva nell’infrarosso termico. Le differenti bande spettrali permettono agli scienziati di distinguere i vari tipi di nube e di aerosol.


L’album realizzato con Msi comprende immagini di diverse località, riprese tra il 16 e il 17 luglio 2024. La prima di esse inquadra un temporale a ovest di Roma: sulla destra, in colori reali, si nota una nube che si estende probabilmente per 11 chilometri, mentre nel riquadro a sinistra, nell’infrarosso termico, sono evidenziate le differenze di temperatura tra la nube (-50°C) e il terreno (30°C). Altre immagini inquadrano le isole Curili settentrionali, quindi l’area sud-occidentale della Groenlandia e infine una porzione del midwest e del sud degli Stati Uniti. “Questo è un altro grande risultato di EarthCare – ha affermato Simonetta Cheli, direttrice dei programmi di osservazione della Terra dell’Esa – che ci offre un’idea di cosa offrirà la missione una volta che sarà completamente operativa”.


(Credit: ESA)

Artemis, Asi: primo sì al modulo abitativo lunare Made in Italy

Artemis, Asi: primo sì al modulo abitativo lunare Made in ItalyRoma, 25 lug. (askanews) – Si configura sempre più chiaramente la struttura al programma Artemis e del possibile contributo italiano al ritorno umano sulla Luna. Si è appena conclusa in Agenzia Spaziale Italiana (ASI) la Mission Definition Review del progetto MPH (Multi Purpose Habitation module), il modulo abitativo di superficie lunare, a guida italiana, elemento della collaborazione bilaterale Asi/Nasa per Artemis.


Il modulo MPH ha l’obiettivo principale di diventare la ‘casa’ degli astronauti sul suolo del nostro satellite ed è un progetto coordinato da Asi, sviluppato da Thales Alenia Space nei laboratori di Torino, che vede anche il contributo di Altec a cui saranno affidate le operazioni di controllo da Terra quando il modulo sarà operativo sulla Luna. La conclusione positiva della Review MDR condotta dall’Asi sotto la supervisione di esperti Nasa, presenti in qualità di osservatori, – informa l’Agenzia spaziale italiana – è il passo fondamentale per sostenere l’esame finale previsto il prossimo settembre a Washington e che sarà svolto a cura dei responsabili della Nasa per il programma Artemis e della “Moon to Mars Strategy”. Sarà questo il passaggio che auspicabilmente avvierà il processo di inclusione del modulo abitativo italiano nell’architettura finale del futuro programma lunare. Un traguardo che, quando raggiunto, andrà a confermare le competenze italiane e la piena maturità del progetto.


“Il superamento di questa fase conferma, ancora una volta, la lungimiranza degli investimenti fatti negli anni che hanno permesso al sistema Paese di acquisire – sottolinea il presidente dell’Asi, Teodoro Valente – competenze esclusive nella realizzazione di moduli abitativi. Un vero primato mondiale. Questo ulteriore riconoscimento della Nasa apre la possibilità di essere tra i protagonisti nell’insediamento umano della Luna. L’industria, la ricerca e l’accademia sono capaci di affrontare e dare risposte tecnologicamente all’avanguardia nel solco del Made in Italy dello spazio. Il coordinamento e la sinergia messa in campo da tutti gli attori sono oggi stati premiati dal primo via libera della Nasa, di cui siamo partner essenziali per lo sviluppo di sistemi complessi per l’esplorazione umana dello spazio”. Con il programma Artemis la Nasa sta guidando l’esplorazione umana della Luna. L’Italia è stata tra i primi otto firmatari degli Artemis Accords nel 2020, proponendosi per la realizzazione del primo elemento destinato a costituire il nucleo di un insediamento permanente sulla superficie lunare. MPH sarà, quindi, il primo modulo del programma Artemis che arriverà sulla Luna e permetterà il soggiorno in sicurezza degli astronauti.

IA svelerà tesori nascosti nei dati del telescopio spaziale Euclid

IA svelerà tesori nascosti nei dati del telescopio spaziale EuclidRoma, 25 lug. (askanews) – Spingere al limite i confini di ciò che si può imparare dai dati raccolti da Euclid, il nuovo telescopio spaziale dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa). È la sfida lanciata da ELSA, nuovo progetto di ricerca Horizon Europe – coordinato dall’Università di Bologna e che coinvolge INAF – Istituto Nazionale di Astrofisica, The Open University (Regno Unito), University of Bristol (Regno Unito), CEA (Francia), Univeridade do Porto (Portogallo) – che utilizzerà l’intelligenza artificiale per rivelare i dettagli nascosti delle galassie più deboli e rare.


Lanciato in orbita nel luglio del 2023 e attivo ufficialmente dai primi mesi di quest’anno, Euclid sta indagando l’Universo alla ricerca della materia oscura: una missione il cui obiettivo primario è mappare più di un terzo del cielo. Nel corso dei prossimi sei anni osserverà miliardi di galassie attraverso dieci miliardi di anni di storia del cosmo. Il suo gigantesco archivio di immagini e spettri – informano Inaf e Unibo – sarà una miniera d’oro per studiare la formazione e l’evoluzione delle galassie nel corso della storia dell’Universo. Ma i filoni auriferi più ricchi sono anche i più difficili da sfruttare e gli strumenti sviluppati per gli obiettivi scientifici primari della missione non sono sufficienti per mettere a profitto la ricca eredità che i dati di Euclid offrono alla comunità astronomica.


È qui che entra in gioco ELSA: “Euclid Legacy Science Advanced analysis tools”. Il progetto è stato concepito da un team di astronomi provenienti da quattro Paesi europei con l’idea di utilizzare l’intelligenza artificiale per estrarre le preziose informazioni nascoste tra la mole di dati prodotti da Euclid. Per farlo, gli scienziati si baseranno sul cluster di calcolo ad alte prestazioni presso l’Open Physics Hub dell’Università di Bologna, grazie al nuovo hardware informatico acquisito per l’occasione da ELSA. “Nel campo dell’Astronomia, siamo entrati nell’era dei big data”, spiega Margherita Talia, ricercatrice al Dipartimento di Fisica e Astronomia “Augusto Righi” dell’Università di Bologna, associata INAF e Principal Investigator del progetto. “La valanga di dati raccolti da Euclid, calcolata sulla scala dei petabyte, ha già iniziato a travolgerci, ed ELSA fornirà strumenti innovativi per trovare le gemme nascoste al suo interno”.


Uno dei punti di forza di Euclid è la sua capacità di osservare una vasta area del cielo in un colpo solo: elemento fondamentale per una missione il cui obiettivo primario è mappare più di un terzo del cielo in sei anni. La modalità di osservazione utilizzata è quella dello “step-and-stare”: Euclid osserverà una zona del cielo per circa 70 minuti, producendo immagini e spettri, per poi spostarsi nel giro di pochi minuti alla zona successiva. Durante l’intera missione, questa operazione sarà ripetuta più di 40mila volte. “Tutti i dati di Euclid verranno resi disponibili nello European Open Science Cloud attraverso gli strumenti dell’Osservatorio Virtuale, come ad esempio ESA Sky: le Early Release Observations di Euclid sono già disponibili”, aggiunge Stephen Serjeant, coresponsabile del gruppo di lavoro ELSA su citizen science. “Il nostro piano è quello di essere inclusivi e invitare volontari ad esaminare con noi i dati di Euclid e aiutarci nell’addestramento degli algoritmi di machine learning per individuare tesori rari”.


(Crediti: ESA)

La batoniite, scoperta in Italia, eletta “Minerale dell’Anno” 2023

La batoniite, scoperta in Italia, eletta “Minerale dell’Anno” 2023Roma, 23 lug. (askanews) – L’International Mineralogical Association ha dichiarato “Minerale dell’Anno” 2023 la batoniite, studiata da un gruppo di ricerca coordinato dalla dottoressa Daniela Mauro del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa e referente della Sezione di Mineralogia del Museo di Storia Naturale. È la prima volta – evidenzia Unipi – che il prestigioso riconoscimento, istituito nel 2014, viene attribuito ad una specie mineralogica scoperta in Italia.


Individuata negli anni Ottanta del secolo scorso da un gruppo di ricercatori, la batoniite era rimasta, fino ad oggi, un vero e proprio rompicapo mineralogico. Solo lo scorso anno gli studiosi dell’Ateneo pisano sono riusciti a definirne la struttura e la complessa cristallochimica. Una scoperta resa possibile anche grazie dalla recente installazione, presso i laboratori pisani, di un diffrattometro a raggi X per cristallo singolo del Centro per l’Integrazione della Strumentazione scientifica dell’Università di Pisa (CISUP). Le indagini condotte dall’equipe guidata dalla dottoressa Mauro hanno così definito la formula chimica di questa nuova specie mineralogica: Al8(SO4)5(OH)14(H2O)18·5H2O, oltre ad averne individuato la struttura, una delle più complesse mai descritte fra i minerali oggi noti e caratterizzata dal poli-oxo-catione

Spazio, la Nasa a caccia di idee per riciclare i rifiuti sulla Luna

Spazio, la Nasa a caccia di idee per riciclare i rifiuti sulla LunaRoma, 22 lug. (askanews) – Si avvicina gradualmente il momento in cui le missioni del programma di esplorazione lunare Artemis porteranno i primi equipaggi sul nostro satellite e la Nasa già da ora intende preservarne l’ambiente, mettendo in atto soluzioni sostenibili per gestire i rifiuti. Un programma su così vasta scala inevitabilmente finirà per produrre una notevole quantità di materiali di scarto, a partire da contenitori per il trasporto di tutto l’occorrente per i futuri insediamenti.


L’ente spaziale americano – si legge su Global Science, il quotidiano online dell’Agenzia spaziale italiana – ha quindi dato il via a LunaRecycle, una call mirata a stimolare l’ideazione di progetti relativi al riciclo degli scarti di due principali tipologie: quelli che potrebbero alterare la superficie della Luna oppure quelli prodotti nella quotidianità all’interno di futuri habitat pressurizzati. L’iniziativa, attivata nell’ambito del Centennial Challenges Program della Nasa, ha anche lo scopo di incentivare in generale la sostenibilità nell’esplorazione di altri corpi celesti. Le precedenti visite umane sulla Luna, infatti, hanno lasciato numerose tracce del loro passaggio: lander, bandiere, parti di esperimenti scientifici, rifiuti organici e persino le palline da golf utilizzate dall’astronauta Alan Shepard nella missione Apollo 14 del 1971.


LunaRecycle è una competizione in due fasi, di cui una riguarda la progettazione di un modello virtuale di un sistema di riciclaggio di una o più tipologie di rifiuti solidi. La fase 1, per cui è stato allocato 1 milione di dollari, prenderà il via a settembre, terminerà a marzo 2025 e la valutazione delle proposte si svolgerà a maggio. Al momento della nomina dei vincitori, saranno annunciate le regole per la fase 2, per cui sono stati allocati 2 milioni di dollari. La Nasa – conclude Global Science – spera di raccogliere dunque proposte interessanti, anche per quanto riguarda l’utilizzo completo o parziale dei materiali prodotti durante i processi di gestione dei rifiuti. Nello stesso tempo, l’agenzia statunitense auspica di stimolare l’ideazione di nuovi approcci al riciclo, che contemplino anche l’ottimizzazione di risorse fondamentali (come l’energia e l’acqua) e riducano l’emissione di sottoprodotti tossici o inutilizzabili.


(Credit: NASA)

Ruolo canyon sottomarini nell’instabilità della calotta antartica

Ruolo canyon sottomarini nell’instabilità della calotta antarticaRoma, 22 lug. (askanews) – I canyon antartici hanno un ruolo cruciale nell’instabilità della calotta antartica orientale, fungendo da condotti che facilitano il trasferimento di acqua relativamente calda (chiamata Circumpolar Deep Water) dalle zone abissali verso la piattaforma continentale, e da qui verso la base della calotta glaciale, contribuendo al suo scioglimento. Il nuovo studio, realizzato da un team di ricerca internazionale capitanato dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS e pubblicato su “Nature Communications”, evidenzia la scoperta all’interno dei canyon, di corpi sedimentari che rappresentano l’impronta geologica di persistenti correnti di fondo che fluiscono lungo i canyon trasportando il calore oceanico verso il continente antartico.


“L’intrusione di acque relativamente calde sulla piattaforma continentale è ampiamente riconosciuta come una minaccia per la calotta glaciale antartica” commenta Federica Donda, geologa marina della Sezione di Geofisica dell’OGS, prima autrice dell’articolo. “Definirne l’entità e la persistenza a lungo termine è fondamentale per studiare le possibili risposte della calotta glaciale al riscaldamento climatico”. Il lavoro – spiega OGS – si è concentrato sui ghiacciai Totten e Ninnis che si trovano allo sbocco dei due principali bacini sub-glaciali dell’Antartide orientale: l’Aurora-Sabrina e il Wilkes. “L’analisi dei dati geofisici e oceanografici acquisiti nell’ambito di una campagna italo-australiana ha portato alla scoperta di corpi sedimentari chiamati sediment drifts, simili a dei duomi di ampiezza pari ad alcune migliaia di metri e spessore variabile da 40 a 80 metri, le cui caratteristiche interne ed esterne indicano che essi si sono formati da correnti di fondo dirette verso la piattaforma continentale” continua Donda.


“Ciò trova riscontro nei dati oceanografici acquisiti in uno dei canyon al largo del ghiacciaio Totten, che hanno registrato correnti in prossimità del fondo mare, a una profondità di circa 3500 metri, pari a circa 10 centimetri/secondo. Tali correnti sono legate a una circolazione oceanica caratterizzata dalla presenza di grandi sistemi di vortici che ruotano in senso orario, e che trasportano diverse masse d’acqua, tra cui le acque calde della Circumpolar Deep Water. La componente di tali vortici diretta verso sud viene convogliata dai canyon, il cui rilievo supera localmente i 700 metri, risultando quindi delle vie preferenziali per il trasferimento delle masse d’acqua verso il continente. Lo spessore dei corpi sedimentari in essi rinvenuti suggerisce che il trasferimento di calore oceanico è perdurato almeno nell’ultimo milione d’anni”. La calotta glaciale dell’Antartide orientale sta ricevendo crescente attenzione dal mondo scientifico perché il suo scioglimento, anche parziale, potrebbe contribuire enormemente all’innalzamento del livello del mare. I risultati di questo studio hanno messo in luce il ruolo chiave dei canyon sottomarini che costituiscono pertanto aree chiave per comprendere i meccanismi legati allo scioglimento della calotta nel passato e nel presente, contribuendo alla formulazione di previsioni del futuro innalzamento del livello del mare.


Lo studio ha coinvolto l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS, la University of Southampton, la Rutgers State University of New Jersey, la Colgate University, la Geoscience Australia, il All-Russia Scientific Research Institute for Geology, il Mineral Resources of the Ocean, the St. Petersburg State University, la University of Tasmania e la Macquarie University. (Credits: Roberto Romeo©PNRA)