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Elezioni, così i “gruppi coordinati” orientano opinioni sui social

Elezioni, così i “gruppi coordinati” orientano opinioni sui socialRoma, 3 giu. (askanews) – Uno studio dell’Istituto di informatica e telematica del Cnr, condotto insieme a Università di Padova e Università di Abu Dhabi svela come l’azione di gruppi coordinati orienta, nel tempo, le opinioni online. Lo studio, pubblicato su Pnas, affronta il tema del “comportamento coordinato” degli utenti in rete, concentrandosi su come questo inquini i dibattiti politici online soprattutto durante i periodi di campagna elettorale.


Le campagne sui social media – ossrrva il Cnr-Iit – si sono rivelate negli ultimi anni il principale strumento per plasmare l’opinione pubblica in vari ambiti della società, raggiungendo un vastissimo numero di persone, cittadini, elettori, con l’intenzione di manipolarne (a volte in modo malevolo) le decisioni e le scelte. Questo tipo di comunicazione spesso si basa su un mix di account veri e falsi che lavorano in modo coordinato su larga scala per diffondere efficacemente e a grande velocità dei contenuti falsi o comunque di parte, sfruttando una dinamica “paritaria” tra le persone. La novità dello studio – prosegue il Cnr-Iit – consiste nell’aver analizzato il fenomeno attraverso l’uso di reti temporali, analizzando cioè come variano i comportamenti on line nel corso del tempo con il fine di individuare le comunità di utenti che compiono azioni coordinate per “orientare” il dibattito. “I metodi di studio più avanzati che vengono utilizzati per rilevare i comportamenti coordinati sui social media di solito eseguono analisi statiche”, spiega Cresci. “La nostra analisi, invece, si è basata sull’evoluzione del dibattito nel tempo: in particolare, ci siamo concentrati sull’uso della piattaforma Twitter – ora X- durante due recenti elezioni politiche, quella del 2019 in Uk e quella per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti nel 2020”.


“Questo nuovo approccio ci ha dato risultati molto interessanti”, aggiunge Serena Tardelli ricercatrice di Cnr-Iit, prima autrice dello studio. “L’analisi ha permesso di studiare il modo in cui alcuni utenti si sono spostati da una parte all’altra dello spettro politico proprio nelle settimane precedenti il voto. Ad esempio, abbiamo visto che nel caso delle elezioni UK le comunità di Laburisti hanno via via ‘sottratto’ utenti a quelle dei Conservatori, per tutta la durata del dibattito”. Lo studio ha rilevato poi che esistono tipologie di utenti con comportamenti molto diversi tra loro: “Ci sono ad esempio gli indecisi, che non si legano a nessun partito; i fedelissimi che – al contrario – non si muovono mai dalla loro comunità di riferimento, e quelli che vengono convinti, cioè che si spostano da una comunità ad un’altra senza più andarsene”, prosegue Cresci. “La nostra metodologia consente, quindi, di studiare molto meglio l’evoluzione dei dibattiti online e magari in futuro, sarà anche possibile predire dove penderà l’ago della bilancia politica, almeno per quel che riguarda i dibattiti sui social”, conclude.

Valente (Asi): Italia pronta a cogliere opportunità New Space Economy

Valente (Asi): Italia pronta a cogliere opportunità New Space EconomyRoma, 29 mag. (askanews) – “Il settore spaziale italiano è una realtà dinamica e competitiva con 300-350 aziende che operano in ambito strettamente spaziale, un volume d’affari dell’ordine di 2 miliardi l’anno, 15 distretti tecnologici, un Cluster nazionale, tre associazioni di imprese. Una forza d’urto che è in grado certamente di dare un contributo fattivo per cogliere le opportunità della New Space Economy”. Lo ha detto il presidente dell’Agenzia spaziale italiana Teodoro Valente intervenendo alla presentazione della sesta edizione di New Space Economy ExpoForum che si terrà a Fiera Roma dal 14 al 16 dicembre 2024.


“L’Italia – ha detto ancora Valente – è l’unico Paese in Europa in grado di presidiare tutte i domini spaziali. Si è arrivati a questi risultati perché la nostra comunità scientifica e tecnologica è una comunità di assoluto valore internazionale e perché le istituzioni hanno deciso di supportare in maniera rilevante il settore. Voglio ricordare che l’Italia con 3 miliardi virgola qualcosa è il terzo Paese contributore dell’Agenzia spaziale europea, mi verrebbe da dire che è il secondo visto che la Francia è seconda con 3,1 miliardi”. Si parla di New Space Economy, ha proseguito il presidente dell’Asi, perché “qualcosa sta cambiando con l’ingresso dei privati, anche di quelli che non appartengono al settore spaziale. A mio avviso – ha detto – la partnership pubblico-privato è essenziale come importante è anche supportare la nascita di nuove aziende con strumenti adeguati”.


Il presidente dell’Asi ha portato poi l’attenzione sull’importanza delle attività spaziali per la sostenibilità, in particolare l’Osservazione della Terra per il monitoraggio del territorio, anche in ottica di prevenzione, l’agricoltura di precisione, il clima. E ha ricordato gli investimenti per il settore nel Pnrr per Iride, costellazione di costellazioni italiana gestita dall’Esa, che fornirà 8 servizi alla Pubblica amministrazione ma anche ai privati, e per la Space Factory, “cofinanziata da privati con risorse più elevate di quelle pubbliche e che sarà importante per accelerare la realizzazione dei prodotti”. Infine Valente ha sottolineato l’importanza della diplomazia spaziale ricordando che l’Asi collabora prioritariamente con l’Europa ma ha da tempo collaborazioni internazionali a cominciare da quella con la Nasa – “partecipiamo anche al programma ‘Moon to Mars’ per la costruzione di una base lunare e con alcuni elementi della stazione cislunare” – e rapporti bilaterali ad esempio con il Kenya, il Giappone, l’India, l’America Latina “rapporti importanti per favorire contatti tra le aziende in vista di possibili sviluppi comuni”.


“In questo contesto iniziative come New Space Economy ExpoForum – ha concluso Valente – sono importanti per avviare conoscenze e incontri e sviluppare o avviare attività. Quest’anno poi dal 14 al 18 ottobre avremo lo IAC a Milano, un evento scientifico importante: ci aspettiamo almeno 10.000 persone avendo ricevuto contribuzioni da 106 Paesi, 2.900 organizzazioni internazionali. Un’iniziativa organizzata da Asi con Leonardo e associazioni di astronautica che rappresenta un ulteriore elemento di filiera, di sistema Paese per fornire gli strumenti utili per poter competere”.

Sindrome Down: da IIT e Gaslini nuovi passi nella ricerca di base

Sindrome Down: da IIT e Gaslini nuovi passi nella ricerca di baseMilano, 29 mag. (askanews) – Identificati nuovi geni potenzialmente responsabili della disabilità intellettiva delle persone con sindrome di Down: è il risultato di una ricerca condotta dal team dcoordinato da Laura Cancedda e Andrea Contestabile dell’unità “Brain Development and Disease” dell’Istituto Italiano di Tecnologia insieme al “Laboratorio di Proteomica Clinica” del IRCCS Giannina Gaslini di Genova diretto da Andrea Petretto.


L’attività di ricerca, portata avanti mediante approccio omico omnicomprensivo e test sperimentali di laboratorio, ha consentito in particolare di individuare nuovi processi biologici alterati mai descritti prima in letteratura in disturbi del sistema nervoso centrale e potenzialmente coinvolti nella disabilità intellettiva, tipica delle persone con sindrome di Down. I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista Neuron, stabiliscono un nuovo traguardo di conoscenza sulla sindrome Down e mettono a disposizione di altri gruppi nel mondo un database da cui potranno attingere per implementare la ricerca, gettando le basi per lo sviluppo futuro di farmaci ad hoc capaci di potenziare le abilità cognitive esistenti, migliorando le capacità di apprendimento e memoria.


Il team multidisciplinare di IIT e IRCCS Giannina Gaslini di Genova, ha analizzato campioni biologici umani (di persone con sindrome di Down e non) attraverso sofisticate analisi di trascrittomica e di proteomica, in modo da comparare lo studio a livello dei geni e delle proteine. I dati ottenuti dall’approccio incrociato, e interpretati attraverso analisi bioinformatiche, hanno evidenziato l’esistenza di target già noti da tempo responsabili degli stati infiammatori del cervello, ma anche di nuovi target che regolano processi alla base del neuro-sviluppo. I risultati di omica sono stati validati attraverso test di laboratorio condotti direttamente su neuroni ottenuti mediante riprogrammazione e differenziamento da cellule della pelle di persone con sindrome di Down e su modelli preclinici, confermando l’espressione atipica di proteine coinvolte nella formazione dell’assone dei neuroni.


“Al momento non esistono terapie farmacologiche approvate rivolte al trattamento della disabilità intellettiva delle persone con sindrome di Down – dice Laura Cancedda, responsabile dell’unità “Brain Development and Disease” di IIT – Questo studio potrebbe portare allo sviluppo futuro di farmaci per i nuovi target che abbiamo individuato, con lo scopo di migliorare le capacità di apprendimento e memoria”. “Questo studio rappresenta un eccellente esempio di come l’integrazione di diverse tecniche omiche, basate esclusivamente sui dati sperimentali e prive di ipotesi iniziali, abbia notevolmente arricchito la nostra comprensione dei processi fisiopatologici. – commenta Andrea Petretto responsabile del “Laboratorio di Proteomica Clinica” del IRCCS Giannina Gaslini – La collaborazione tra Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e Ospedale Pediatrico Gaslini ha giocato un ruolo fondamentale nell’ottenimento di risultati di grande rilievo scientifico. È nostra ferma convinzione che il proseguimento di tale sinergia tra ricerca di base, innovazione tecnologica e pratica clinica continuerà a generare nuove intuizioni e a promuovere lo sviluppo di terapie all’avanguardia per migliorare la qualità della vita dei bambini e delle loro famiglie”.


“I risultati ottenuti segnano un nuovo punto di partenza per i team di ricerca che lavorano nell’ambito della sindrome di Down e potenzialmente anche di altre condizioni del neurosviluppo – aggiunge Andrea Contestabile, ricercatore senior dell’unità “Brain Development and Disease” di IIT – Inoltre l’utilizzo di cellule riprogrammate ci ha permesso di valutare l’effetto funzionale dei geni alterati direttamente sulle cellule neuronali dei pazienti”. Per un approfondimento sulla ricerca si può consultare la pubblicazione – “Integrative multi-omic analysis reveals conserved cell-projection deficits in human Down syndrome brains” – Autori: Mohit Rastogi, Martina Bartolucci, Marina Nanni, Michelangelo Aloisio, Diego Vozzi, Andrea Petretto, Andrea Contestabile, Laura Cancedda – all’indirizzo: https://doi.org/10.1016/j.neuron.2024.05.002 (nella foto: Laura Cancedda_ Responsabile dell_unità Brain Development and Disease di IIT)

Esa, conto alla rovescia per EarthCare: studierà nuvole e aerosol

Esa, conto alla rovescia per EarthCare: studierà nuvole e aerosolRoma, 28 mag. (askanews) – Mancano ormai poche ore al lancio della missione EarthCare sviluppata dall’Agenzia spaziale europea in collaborazione con la Japan Aerospace Exploration Agency (Jaxa) con l’obiettivo di fornire una serie di misurazioni che insieme getteranno nuova luce sul ruolo che le nuvole e gli aerosol svolgono nella regolazione del delicato equilibrio della temperatura della Terra, offrendo importanti contributi alla ricerca sul clima.


Il lancio su un razzo Falcon 9 di SpaceX dalla base spaziale di Vandenberg in California, informa l’Esa, è programmato per mezzanotte e 20 (ora italiana). L’acquisizione del segnale è attesa poco meno di un’ora dopo il lancio che sarà possibile seguire in diretta sulla Web Tv dell’Esa a partire dalle 23.30. EarthCare è la più complessa delle missioni Earth Explorer dell’Esa, missioni che restituiscono informazioni scientifiche chiave che fanno progredire la nostra comprensione di come funziona il pianeta Terra come sistema e dell’impatto che gli esseri umani stanno avendo sui processi naturali. Con la crisi climatica che stringe sempre più la sua morsa, EarthCare – Earth Cloud Aerosol and Radiation Explorer – è stato sviluppato per gettare nuova luce sulle complesse interazioni tra nuvole, aerosol e radiazioni all’interno dell’atmosfera terrestre.


Il set di quattro strumenti all’avanguardia di EarthCare – spiega l’Esa – lavorerà insieme per fornire una visione olistica della complessa interazione tra nuvole, aerosol e radiazioni per fornire nuove informazioni sul bilancio delle radiazioni della Terra sullo sfondo della crisi climatica. Leonardo ha fornito un importante contributo tecnologico alla missione grazie anche al supporto dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi). Leonardo ha infatti realizzato a Pomezia (Roma) e a Campi Bisenzio (Firenze) il trasmettitore laser integrato nello strumento ATLID (Atmospheric Lidar). Il trasmettitore laser di Leonardo è in grado di osservare particelle nell’atmosfera molto piccole, di dimensioni inferiori un millesimo di un millimetro, ovvero 30 volte più piccole dello spessore di un capello e contribuirà, insieme allo strumento ATLID, a raccogliere dati importanti sulle particelle degli aerosol e delle nubi. Leonardo ha inoltre realizzato a Nerviano (Milano) i pannelli fotovoltaici del satellite e un trasmettitore di potenza per lo strumento Cloud Profiling Radar (CPR) della JAXA. Mentre nasce a Campi Bisenzio (Firenze) un sensore che si attiva solo in caso di necessità per orientare il satellite.


(Credit: ESA – P. Carril)

Asi, studio italiano evidenzia vulcanismo ancora in corso su Venere

Asi, studio italiano evidenzia vulcanismo ancora in corso su VenereRoma, 27 mag. (askanews) – Una nuova analisi dei dati radar ottenuti tra il 1990 e il 1994 dalla missione della Nasa Magellan su Venere, pubblicata sul numero di maggio 2024 della rivista “Nature Astronomy”, ha dimostrato che il vulcanismo sul pianeta è ancora oggi in corso. Uno studio recente aveva osservato la deformazione di un cratere vulcanico, potenzialmente ancora attivo. Questa nuova ricerca, condotta da Davide Sulcanese e Giuseppe Mitri dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara e Marco Mastrogiuseppe dell’Università La Sapienza di Roma e Link Campus University di Roma e finanziata dall’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), mostra per la prima volta l’esistenza di vulcanismo attivo su Venere attraverso l’identificazione di nuovi flussi di lava formatisi durante il periodo di osservazione della missione Magellan.


“Le tecniche impiegate per questa ricerca sono di fondamentale importanza per gli studi futuri del pianeta Venere – afferma Angelo Olivieri, responsabile di programma dell’Asi per le future missioni Veritas della Nasa ed EnVision dell’Esa dirette verso Venere – Inoltre, grazie alla strumentazione tecnologicamente avanzata al cui sviluppo l’Asi sta contribuendo in maniera significativa, molti dei misteri di questo pianeta potranno essere svelati”. In particolare, l’Italia partecipa alla missione Veritas attraverso una collaborazione tra Agenzia Spaziale Italiana e il Jet Propulsion Laboratory della Nasa, dove il nostro Paese ha la responsabilità dello sviluppo e la realizzazione di tre strumenti di bordo: il transponder IDST (Integrated Deep Space Transponder), necessario per garantire le comunicazioni e per eseguire l’esperimento di radio scienza che permetterà la determinazione della struttura interna di Venere tramite la misurazione del suo campo di gravità; la parte inerente alla radiofrequenza del radar VISAR (Venus Interferometric Synthetic Aperture Radar), utile allo studio della superficie del pianeta, inclusi i fenomeni di vulcanismo; e l’antenna HGA (High-Gain Antenna) per la trasmissione dei dati.


I tre ricercatori, autori dell’articolo, – informa l’Asi – hanno esaminato le immagini radar dalla missione Magellan ritraenti le medesime aree della superficie di Venere acquisite in momenti diversi. A seguito di tale analisi, sono stati rilevati nuovi flussi di lava sul fianco occidentale di Sif Mons, un imponente vulcano a scudo, e sulla pianura vulcanica chiamata Niobe Planitia. “La chiara variazione della risposta del radar sulla superficie ci ha permesso di confermare non solo che alcuni vulcani di Venere siano stati attivi in tempi geologicamente recenti, ma che tali vulcani sono attivi ancora oggi. Tuttavia, essendo l’analisi limitata sia dal punto di vista temporale che spaziale, ulteriori esplorazioni di Venere sono fondamentali per approfondire la conoscenza dell’evoluzione e della dinamica interna del pianeta” ha commentato Davide Sulcanese dell’Università G. d’Annunzio. Spesso paragonato alla Terra per le similitudini in termini di dimensioni e massa, Venere presenta tuttavia condizioni ambientali radicalmente diverse. “Con una densa atmosfera di anidride carbonica e temperature medie superficiali che superano i 460°C, Venere si distingue nettamente dall’ambiente terrestre, favorevole alla vita. Capire la sua attività geologica è fondamentale per comprendere come Venere si sia evoluto diversamente dalla Terra,” ha spiegato Giuseppe Mitri dell’Università d’Annunzio. Le future missioni Veritas e EnVision esploreranno dettagliatamente la superficie di Venere con tecnologie radar avanzate. “I nuovi strumenti radar ad alta risoluzione ci permetteranno di espandere significativamente la nostra conoscenza dell’attività vulcanica venusiana, affinando le tecniche di analisi che abbiamo già impiegato con successo in questo studio”, ha aggiunto Marco Mastrogiuseppe, Università Sapienza Roma.


“Queste nuove scoperte della recente attività vulcanica su Venere da parte dei nostri colleghi internazionali forniscono prove convincenti del tipo di regioni che dovremmo prendere di mira con Veritas quando arriverà su Venere”, ha affermato Suzanne Smrekar, scienziata senior del Jet Propulsion Laboratory e Principal Investigator di Veritas. “La nostra sonda avrà una serie di approcci per identificare i cambiamenti superficiali con dati molto più completi e con una risoluzione più elevata rispetto alle immagini prese dalla Magellan. La prova dell’attività, anche nei dati Magellan a bassa risoluzione, aumenta il potenziale per rivoluzionare la nostra comprensione di questo mondo enigmatico”. Queste nuove scoperte sull’attività vulcanica in corso su Venere rappresentano un importante passo avanti nella comprensione dell’evoluzione di questo pianeta. Mentre questi risultati ci forniscono preziose informazioni, è altrettanto importante guardare al futuro per continuare l’esplorazione del pianeta.


(Credit: NASA/JPL-Caltech)

Ricerca, un passo avanti italiano nella conoscenza dei “supersolidi”

Ricerca, un passo avanti italiano nella conoscenza dei “supersolidi”Roma, 25 mag. (askanews) – Procede a passi spediti la ricerca sul supersolido, la nuova fase della materia a metà strada fra lo stato cristallino e quello superfluido, osservata per la prima volta nel 2019 a Pisa in un gas ultrafreddo di atomi magnetici da un gruppo di ricerca dell’Università di Firenze e dell’Istituto Nazionale di Ottica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ino).


Una nuova pubblicazione su Nature, sempre a cura dello stesso team di ricerca, indaga quanto i supersolidi – che seguono le leggi della meccanica quantistica- differiscano dai cristalli e, per altro verso, dai superfluidi. Il gruppo toscano ha affrontato e risolto il problema misurando per la prima volta una quantità, la ‘frazione superfluida’ che caratterizza esattamente le proprietà del supersolido, cioè quanto si comporta come un solido e quanto come un superfluido. “La tecnica di misura della frazione superfluida – spiegano i coordinatori Giovanni Modugno, docente di Fisica della materia presso il Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Firenze, e Augusto Smerzi, dirigente di ricerca presso Cnr-Ino, ambedue afferenti anche al Laboratorio Europeo di Spettroscopia Non lineare (LENS) – si basa sul fenomeno delle oscillazioni Josephson, dal nome del fisico Brian Josephson, premio Nobel per la fisica nel 1973. Quando due superfluidi vengono separati da una barriera, ad esempio un potenziale dato da un fascio laser, essi possono ancora scambiarsi particelle l’uno con l’altro, al contrario di quanto avviene per due fluidi normali. Si tratta di un fenomeno di meccanica quantistica e si chiama, appunto, effetto tunnel quantistico. Il numero di particelle nei due superfluidi tende così a oscillare nel tempo”.


(segue)

Tra tigri dai denti a sciabola e gatti c’è continuità morfologica

Tra tigri dai denti a sciabola e gatti c’è continuità morfologicaRoma, 23 mag. (askanews) – Uno studio, a cui ha preso parte la Sapienza, rivela una continuità morfologica tra specie estinte, dotate di canini lunghi come zanne – le tigri dai denti a sciabola – e i loro eredi moderni, i gatti.


I denti a sciabola, ossia i canini superiori allungati caratteristici di alcuni dei più feroci predatori mai esistiti, hanno affascinato generazioni di scienziati e appassionati in tutto il mondo. L’acquisizione di questa particolare caratteristica è comune principalmente ad alcune specie, oggi tutte estinte, appartenenti a due gruppi: i felidi (ossia la famiglia a cui appartengono leoni, tigri e gatti domestici) e i nimravidi, che sono completamente scomparsi. Essendo presenti in organismi non strettamente imparentati tra loro, i denti a sciabola sono considerati il classico esempio di un fenomeno noto come ‘convergenza evolutiva’. Tuttavia, il meccanismo progressivo che ha permesso a questi gruppi distinti di riuscire ad acquisire i loro canini allungati resta da chiarire scientificamente. Un innovativo studio pubblicato su “Current Biology” e condotto da un team internazionale di biologi dell’evoluzione, a cui ha preso parte anche un ricercatore della Sapienza, con la partecipazione dell’Università della California – Berkeley e dell’Università di Liegi, ha investigato i pattern evolutivi che stanno dietro allo sviluppo dei denti a sciabola per fare nuova luce su questo accattivante e popolare aspetto della paleontologia.


Il gruppo di ricercatori ha raccolto dati morfologici cranio-mandibolari relativi a numerose specie attuali ed estinte mediante l’uso di moderni scanner 3D e li ha analizzati con test statistici. In questo modo è stato possibile rivelare una continuità morfologica tra i piccoli felidi attuali e i loro antenati dai denti a sciabola, andando di fatto a confutare la teoria ritenuta finora universalmente valida che ci fosse una netta separazione tra i due gruppi di specie. “Abbiamo descritto la morfologia di 99 mandibole e 91 crani provenienti da diverse epoche e sparsi in tutto il mondo, ottenendo una chiara mappa dell’evoluzione di questi animali – spiega Davide Tamagnini del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie Charles Darwin – In particolare la nostra ricerca conferma che l’acquisizione dei denti a sciabola sia stata favorevole nel breve termine poiché ha conferito un grande vantaggio in termini di predazione, ma nel lungo termine ha esposto le specie con tali caratteristiche a maggiori rischi di estinzione (dovuti a carenza di grandi prede, impatto di repentini cambiamenti ambientali ecc). Questo potrebbe spiegare perché siano comparsi numerosi gruppi differenti di animali dai denti a sciabola e si siano tutti contraddistinti per una storia dalla durata limitata. Infine – conclude Tamagnini – le nostre analisi hanno chiarito che la chiave per l’acquisizione dei denti a sciabola risiede in un tasso evolutivo particolarmente rapido che caratterizza le prime fasi del cambiamento cranio-mandibolare delle specie”.


Una parte del materiale osteologico studiato per comprendere l’evoluzione dei denti a sciabola è ospitata nelle collezioni del Polo Museale Sapienza, in particolare del Museo di Zoologia e del Museo di Anatomia comparata “B. Grassi”. Tali collezioni – conclude Sapienza – sono state recentemente incluse in un ambizioso progetto di digitalizzazione museale, coordinato da Isabella Saggio (Spoke 7- National Biodiversity Future Center), attraverso fotografie e ricostruzioni 3D digitali. L’obiettivo è quello di aumentare l’accessibilità delle collezioni naturalistiche, cercando di accrescere l’impatto di queste tematiche sulla comunicazione e promuovere il coinvolgimento del pubblico nella scienza.

Spazio: da Euclid nuove immagini spettacolari di galassie e stelle

Spazio: da Euclid nuove immagini spettacolari di galassie e stelleRoma, 23 mag. (askanews) – Il telescopio spaziale europeo Euclid arricchisce il nostro ‘album’ dell’universo con cinque nuovi ritratti mozzafiato. La missione della European Space Agency (Esa), che vede la partecipazione anche della Nasa, continua così a inviare a terra immagini strabilianti, che contengono un dettaglio di informazione senza precedenti. La soddisfazione è grande anche per le ricercatrici e i ricercatori italiani di Asi, Inaf e Infn che partecipano al Consorzio internazionale della missione, composto da oltre 2000 scienziati provenienti da 300 istituti in 13 Paesi europei, oltre a Stati Uniti, Canada e Giappone.


L’intera serie di prime osservazioni realizzate da Euclid, che ha puntato il suo telescopio verso 17 oggetti astronomici, dalle vicine nubi di gas e polvere a distanti ammassi di galassie, è stata effettuata in vista del programma principale delle osservazioni che Euclid condurrà per svelare i segreti del cosmo oscuro e rivelare come e perché l’universo appare così com’è oggi. Le nuove immagini, – informano Asi, Inaf e Infn in una nota congiunta – che hanno richiesto appena 24 ore di osservazioni, meno dello 0,1% del tempo totale dedicato all’obiettivo principale della missione, sono accompagnate dalla pubblicazione di dieci articoli sui primi dati scientifici prodotti dalla missione e da cinque articoli che descrivono la missione, gli strumenti e le performance basate sui primi dati in volo Le immagini ottenute da Euclid coprono vaste porzioni di cielo e permettono di osservare l’universo lontano con una risoluzione molto migliore di quella dei telescopi terrestri, utilizzando sia la luce visibile, sia quella infrarossa. E, sebbene siano straordinarie già solo visivamente, queste immagini sono molto più di semplici belle ‘istantanee’: grazie alle nuove e uniche capacità di osservazione di Euclid, infatti, esse rivelano anche moltissime informazioni sul cosmo. Per esempio, è stato possibile studiare i meccanismi di formazione ed evoluzione di stelle e galassie, nonché identificare oggetti mai visti prima, come pianeti neonati vaganti nella nostra galassia e galassie nane alla periferia di un ammasso di galassie. Due studi guidati dall’INAF hanno svelato i dettagli inediti di un ammasso stellare nella Via Lattea e di alcune galassie vicine alla nostra. Inoltre, lo strumento NISP a bordo di Euclid, sensibile alla luce infrarossa, ha permesso di rivelare nuove galassie che si sono formate nelle fasi primordiali dell’universo, circa 13 miliardi di anni fa, dimostrando che è possibile osservare e studiare questa categoria di oggetti astrofisici, scoperti solo poche decine di anni fa e ancora così misteriosi.


Euclid è uno dei programmi più ambiziosi a livello internazionale nel quale l’Italia, attraverso l’Agenzia Spaziale Italiana, l’Istituto Nazionale di Astrofisica e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, gioca un ruolo di protagonista coinvolgendo oltre duecento scienziate e scienziati italiani, appartenenti anche a numerose università: Università di Bologna, Università di Ferrara, Università di Genova, Università Statale di Milano, Sapienza Università di Roma, Università di Trieste, SISSA, Università di Ferrara, CISAS dell’Università di Padova. Grazie a questo fondamentale ruolo italiano il satellite Euclid ospita un telescopio a specchio di 1,2 metri di diametro e due strumenti scientifici, il VIS (VISible Instrument) e il NISP (Near Infrared Spectrometer Photometer), che hanno l’obiettivo principale di osservare il cielo extragalattico con lo scopo di ottenere immagini con altissima risoluzione e misurare gli spettri di milioni di galassie. L’Italia ha avuto il ruolo fondamentale di progettare la strategia osservativa della missione e ha oggi quello di coordinare tutte le attività per la riduzione dei dati a terra.


L’Asi, inoltre, sempre in collaborazione con l’Inaf e con l’Infn, ha guidato il team industriale che ha progettato e realizzato i contributi agli strumenti, formato da un’Associazione Temporanea d’Imprese con OHB Italia mandataria, SAB Aerospace e Temis mandanti mentre la leadership per la realizzazione della piattaforma è stata affidata da Esa a Thales Alenia Space Italia del gruppo Leonardo. L’Asi ha inoltre finanziato le attività industriali per la progettazione e la realizzazione del Science Data Center italiano della missione, affidate ad ALTEC di Torino. “Euclid è, al momento, la missione più complessa del Programma Scientifico di Esa per quanto riguarda gli obiettivi scientifici ed è destinata ad aprire un capitolo importante nella conoscenza del nostro Universo” – commenta Barbara Negri responsabile Volo Umano e Sperimentazione Scientifica di Asi – Queste nuove immagini ottenute da Euclid confermano le ottime prestazioni degli strumenti scientifici a bordo, a cui l’Asi ha contribuito con la realizzazione di parti importanti, e il grande lavoro del Science Ground Segment, di responsabilità italiana, nell’elaborazione dei dati scientifici”.


“Queste nuove immagini, insieme a quelle divulgate lo scorso novembre, permettono di comprendere l’enorme potenziale della missione, in termini sia del numero di oggetti che Euclid sarà in grado di osservare sia della qualità delle misure stesse”, commenta Anna Di Giorgio dell’Inaf, che coordina le attività italiane per la missione Euclid finanziate dall’Asi. “I primi risultati scientifici pubblicati oggi, che vedono un forte contributo da parte di ricercatrici e ricercatori Inaf, danno anche una misura di quale e quanta ‘legacy science’ sarà possibile fare utilizzando i dati di Euclid: ad esempio lo studio di ammassi stellari extragalattici o la scoperta di nuove galassie nane di piccola massa o, ancora, di galassie luminose molto distanti, fino ad esplorare oggetti la cui luce è stata emessa più di 10 miliardi di anni fa, ai primordi dell’Universo”. “Lo scopo della missione Euclid è studiare come energia oscura e materia oscura abbiano governato l’evoluzione dell’universo”, spiega Stefano Dusini, che coordina la partecipazione dell’Infn in Euclid. “Il 95% dell’universo sembra essere composto da queste due forme misteriose di energia e materia di cui sappiamo ancora poco o niente. La qualità eccellente di queste prime immagini ci rendono confidenti che Euclid riuscirà a raggiungere il suo obiettivo scientifico. E le ottime prestazioni dello strumento NISP, cui l’Infn ha contribuito con la responsabilità dell’integrazione dell’elettronica calda, e condivide con INAF il monitoraggio e la gestione in volo dello strumento, e il monitoraggio delle performance e della buona qualità dei dati, ci rendono orgogliosi del lavoro fatto dai ricercatori e dalle ricercatrici dell’Infn”, conclude Dusini. Il satellite Euclid è stato lanciato da Cape Canaveral in Florida il 1° luglio del 2023 a bordo di un vettore Falcon 9 della società privata americana SpaceX. (Credit: ESA/Euclid/Euclid Consortium/NASA, image processing by J.-C. Cuillandre (CEA Paris-Saclay), G. Anselmi)

IIT: individuato un circuito cerebrale che riconosce le emozioni

IIT: individuato un circuito cerebrale che riconosce le emozioniMilano, 20 mag. (askanews) – Riconoscere e rispondere in maniera adeguata alle emozioni altrui è una capacità fondamentale in tutto il mondo animale poiché permette di interagire in maniera efficace con i propri simili, aumentando le probabilità di sopravvivenza. Il gruppo di ricerca Genetics of Cognition coordinato da Francesco Papaleo dell’Istituto Italiano di Tecnologia – IIT ha scoperto un circuito cerebrale utilizzato da animali ed esseri umani per riconoscere le emozioni di altri esemplari. I risultati di questa ricerca, pubblicati sulla rivista Nature Neuroscience, potrebbero ora essere utilizzati per sviluppare nuove strategie terapeutiche più efficaci per intervenire in quelle condizioni del neurosviluppo, come la schizofrenia o l’autismo, in cui tali funzioni sociali sono alterate.


Durante test preclinici, attraverso tecniche all’avanguardia per lo studio del cervello il team di Francesco Papaleo ha individuato un circuito cerebrale, mai stato studiato in precedenza, implicato in questi processi cognitivi. Questo circuito è costituito da un gruppo di neuroni che collega due aree del cervello piuttosto distanti tra loro: la corteccia prefrontale e la corteccia retrospleniale. Nell’essere umano la funzione di questa connessione è stata verificata attraverso un esperimento che ha coinvolto più di 1.000 partecipanti su base volontaria. Ogni soggetto doveva fissare uno schermo su cui venivano proiettati oggetti o facce con espressione arrabbiata, felice o neutra. Durante questo test, il partecipante veniva sottoposto a risonanza magnetica, per capire quali zone del cervello venivano attivate. I risultati hanno confermato una correlazione tra le suddette aree del cervello solo durante il riconoscimento delle emozioni positive e negative. “Siamo entusiasti dei risultati ottenuti perché costituiscono un primo passo verso la comprensione dei differenti circuiti cerebrali con cui il nostro cervello riesce a codificare e farci reagire alle emozioni altrui – ha detto Francesco Papaleo, coordinatore del laboratorio Genetics of Cognition – vorremo avere una visione più ampia del funzionamento di questi meccanismi anche per capire come siano alterati in patologie psichiatriche e del neurosviluppo”. “Attualmente i farmaci assunti per il trattamento di condizioni del neurosviluppo non sono selettivi, interessando molti tipi di neuroni senza fare distinzione – ha aggiunto Anna Monai, ricercatrice del laboratorio Genetics of Cognition – l’idea è quella di sviluppare strategie terapeutiche mirate verso specifici circuiti cerebrali, in modo da diminuire gli effetti collaterali aumentando al contempo l’efficacia del trattamento”.


Lo studio è stato condotto in collaborazione con il laboratorio Functional Neuroimaging coordinato da Alessandro Gozzi del Center for Neuroscience and Cognitive Systems IIT di Rovereto, con il laboratorio Optical Approaches to Brain Function coordinato da Tommaso Fellin del Center for Human Technologies IIT di Genova, con il Department of Biomedical and Biotechnological Sciences dell’Università di Catania, e con il Centre for Population Neuroscience and Stratified Medicine, Institute for Science and Technology of Brain-inspired Intelligence della Fudan University (Shangai). (nella foto: Francesco Papaleo, coordinatore del gruppo di ricerca Genetics of Cognition dell’Istituto Italiano di Tecnologia – IIT)

Ricerca, in una grotta l’immagine dell’ultimo leone d’Europa

Ricerca, in una grotta l’immagine dell’ultimo leone d’EuropaRoma, 20 mag. (askanews) – Un nuovo studio, frutto di un approccio interdisciplinare che ha coinvolto ricercatori di diversi enti, fra cui Sapienza Università di Roma, ha identificato in una pietra rinvenuta 80 anni fa a Grotta Romanelli (Castro, Lecce) l’immagine di un grande leone, databile a circa 12.000 anni fa. Il reperto costituisce l’ultima rappresentazione e anche l’ultima testimonianza di leone delle caverne in Europa. La ricerca, a cui hanno collaborato anche Cnrs, Université Jean-Jaurés, Ispc-Cnr, Universidad Complutense de Madrid, Università di Milano, Università di Torino, Igag-Cnr e Università di Cagliari, è stata pubblicata sulla rivista “Quaternary Science Reviews”.


Il reperto, oggi conservato presso il Museo delle Civiltà di Roma, – informa Sapienza Università di Roma – è stato preso in esame con avanzate tecniche analitiche e ha permesso di svelare ulteriori dettagli sulla tradizione artistica di Grotta Romanelli, dimostrando quanto il contesto ambientale abbia influenzato lo sviluppo di un patrimonio simbolico-figurativo e quanto il leone delle caverne – uno dei più grandi felini mai esistiti – sia stato una figura di rilievo per le popolazioni preistoriche, come giustificherebbe la sua presenza nell’arte parietale e mobiliare europea. La raffigurazione sarebbe stata eseguita tra 12.700 e 11.000 anni fa, quando ormai pochi esemplari di leone delle caverne erano presenti in Europa, apparentemente proprio in sud Italia. E quello rappresentato a Grotta Romanelli offre il limite temporale, oltre il quale non vi sono più tracce di questo animale nel nostro continente.


I ricercatori hanno anche riscontrato una serie di raschiature sulla pietra, dovute alla preparazione della superficie, e la presenza di tracce di pigmento rosso che rivelano l’uso di ocra. Gli aspetti tecnici, stilistici e tematici collocano l’arte di Grotta Romanelli nella tradizione artistica della fine del Paleolitico superiore europeo. Oltre al leone, sul blocco sono stati incisi un asino europeo (Equus hydruntinus), una serie di linee senza ordine apparente, e un rettangolo frangiato che fu realizzato prima del leone. “L’interdisciplinarità di questo lavoro – commenta Raffaele Sardella del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza – sottolinea l’importanza di questo tipo di approccio nella ricerca, nonché la necessità di riprendere in mano le vecchie collezioni che hanno ancora tanto da svelare, e, nel caso specifico, apre nuove prospettive di ricerca sul valore simbolico dei grandi felini per le popolazioni paleolitiche e sull’estinzione del leone delle caverne in Europa”.


Grotta Romanelli è un sito di grande importanza per lo studio della preistoria in Italia a partire dalle prime ricerche effettuate all’inizio del XX secolo. La grotta e il contenuto dei sedimenti deposti al suo interno sono stati oggetto di studi fino all’inizio degli anni ’70, prima di andare incontro a un parziale oblio. Nel 2015, dopo più di 40 anni di chiusura, – conclude Sapienza – furono avviate nuove ricerche sul campo autorizzate dalla SABAP di Brindisi e Lecce, e finanziate dal progetto Grandi Scavi di Sapienza, di cui è responsabile Raffaele Sardella, caratterizzato da un forte approccio interdisciplinare che include differenti studiosi di differenti istituzioni e competenze scientifiche. (Credit: D. Sigari)