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OHB Italia: con Genesis misuriamo la Terra a livello millimetrico

OHB Italia: con Genesis misuriamo la Terra a livello millimetricoMilano, 21 mar. (askanews) – OHB Italia ha firmato un importante contratto con l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) per la missione Genesis.


L’obiettivo è la realizzazione di un osservatorio spaziale unico che misurerà dall’alto la Terra a livello millimetrico. Il satellite si avvarrà per la prima volta nella storia spaziale dell’utilizzo simultaneo di quattro tecnologie geodetiche per mappare il nostro Pianeta. OHB Italia SpA come Prime Contractor hanno sarà responsabile della gestione e del coordinamento del progetto di ingegneria di sistema, della realizzazione del Ground Segment e dell’approvvigionamento dei servizi di lancio, nonché della attività operativa satellitare biennale. Genesis sarà attivo a 6.000 km di altitudine combinando per la prima volta tutte e quattro le principali tecnologie geodetiche sulla stessa piattaforma a bordo di un satellite in orbita, ovvero: Very Long Baseline Interferometry (VLBI), per trasmettere segnali in diverse bande di frequenza al fine di eliminare i ritardi dispersivi ionosferici; Global Navigation Satellite System (GNSS) Receiver, un ricevitore spaziale multi-frequenza e multi-costellazione (Galileo e GPS) di alta qualità; Satellite Laser Ranging (SRL), uno strumento a riflettore laser passivo che assicura un campo visivo adeguato in modalità di puntamento a Terra, il tutto sincronizzato da un Ultra-Stable Oscillator (USO), uno strumento compatto di alta precisione utilizzato per fornire una frequenza stabile.


La missione Genesis fa parte del programma FutureNav approvato dal Consiglio dell’ESA a livello ministeriale lo scorso novembre a Parigi. Lo scopo è di generare un modello globale aggiornato della Terra, l’International Terrestrial Reference Frame (ITRF), con una precisione di 1 mm e una stabilità a lungo termine di 0,1 mm/anno. Questo osservatorio geodetico spaziale all’avanguardia, combinato con le misurazioni delle stazioni di posizionamento geodetico sulla Terra, consentirà di identificare e superare le distorsioni di ciascun metodo. Questo miglioramento avrà un impatto importante su molteplici applicazioni di navigazione e scienze della Terra, tra cui il sistema di navigazione Galileo e la determinazione precisa dell’orbita di tutte le altre missioni spaziali.

Enea brevetta processo per rendere autopulenti gli specchi solari

Enea brevetta processo per rendere autopulenti gli specchi solariRoma, 19 mar. (askanews) – I ricercatori Enea del Centro Ricerche di Portici (Napoli) hanno brevettato un processo a basso costo che rende autopulenti gli specchi degli impianti solari, senza comprometterne la proprietà riflettenti, riducendo il costo dell’energia elettrica prodotta e i consumi d’acqua per il lavaggio.


“Il processo che abbiamo sviluppato permette di affrontare un problema fin qui insoluto grazie ad un processo di rivestimento che modifica la bagnabilità degli specchi, cioè la capacità di entrare in contatto con l’acqua, preservandone le proprietà ottiche e possibilmente svolgendo una funzione protettiva rispetto ad erosione e corrosione”, spiega la referente del progetto Anna Castaldo, ricercatrice del Laboratorio Enea di Energia e accumulo termico e autrice del brevetto insieme ai colleghi Emilia Gambale e Giuseppe Vitiello. Gli impianti solari – si legge nella notizia pubblicata sull’ultimo numero in otaliano del settimanale ENEAinform@ – sono generalmente localizzati in aree semiaride dove l’irraggiamento è molto alto e si sporcano con sabbia, polveri, pollini e deiezioni di volatili; il loro lavaggio, indispensabile per un corretto ed efficiente funzionamento, comporta che il costo dell’energia elettrica prodotta includa le operazioni di pulizia e manutenzione facendo del consumo di acqua uno dei fattori per valutare la profittabilità degli impianti stessi.


“Per ovviare a questo problema abbiamo pensato di cambiare ‘pelle’ agli specchi solari avvalendoci di una tecnica semplicissima quale lo spray a bassa pressione di un materiale proveniente dal settore automobilistico e di una filiera ben consolidata come quella della verniciatura. Infatti, come gli specchi solari, le auto sono esposte alle intemperie, ma vengono lavate usualmente senza che questo ne determini un’usura. Da qui l’idea di selezionare alcuni componenti delle loro vernici, quelli con i requisiti ottici idonei, e adoperarli per rivestire gli specchi”, prosegue Castaldo. “La linea di prodotti di cui si propone un cambio di destinazione d’uso è già presente in commercio e la tecnica spray ad elevato volume d’aria e bassa pressione, nota come HVLP, è una tecnica ampiamente adoperata in quanto ecosostenibile, cioè, scevra dalle problematiche legate alla presenza di propellenti inquinanti. Questo significa che esiste una filiera industriale ben consolidata che la implementa, come ad esempio quella delle vernici per autocarrozzeria e che il processo nella sua interezza è facilmente fruibile dalle aziende interessate”, conclude Castaldo.


L’invenzione è applicabile in tutti quei settori, come fotovoltaico, anti-ghiaccio/brina e illuminazione per esterni, dove è richiesta una modulazione della bagnabilità abbinata a trasparenza e resistenza alle intemperie. Il brevetto, che ha un indice di trasferimento tecnologico elevato su specchi nuovi (TRL 7-8), copre anche la possibilità del retrofitting, ossia l’applicazione su specchi solari già installati.

Julie Lenoir e Maela Guyomarc’h nel comitato esecutivo di Arianespace

Julie Lenoir e Maela Guyomarc’h nel comitato esecutivo di ArianespaceRoma, 18 mar. (askanews) – Julie Lenoir è stata nominata Direttrice della Comunicazione e del Marchio di Arianespace con effetto dal 18 marzo 2024. Dopo aver iniziato a ricoprire ruoli di comunicazione e marketing nella consulenza e nell’industria, in particolare presso Saint-Gobain e Dassault Aviation, Julie Lenoir è entrata in Safran nel 2017. Dal 2022 è stata responsabile delle comunicazioni spaziali all’interno del dipartimento comunicazioni di Safran Electronics & Defense, dove ha svolto un ruolo chiave nel promuovere Safran come fornitore sovrano e indipendente dell’industria spaziale. È stata inoltre responsabile degli eventi di gestione del Presidente e della strategia di comunicazione per le principali acquisizioni.


Julie Lenoir, 34 anni, è laureata all’Ecole Supérieure de Commerce (ESC) di Montpellier e contribuisce alla rete “Elles bougent”, che incoraggia le giovani donne a diventare ingegneri. Maëla Guyomarc’h diventa Direttore delle Risorse Umane di Arianespace a partire dal 4 marzo 2024. Con 20 anni di esperienza nella gestione di progetti HR, Maëla Guyomarc’h (51) ha lavorato con diverse aziende multisettoriali in Francia e all’estero, tra cui EDF, Loto-Québec, IFP Energies Nouvelles e, più recentemente, Arianespace come HR Development Manager e poi Deputy HR Director.


Di nazionalità franco-canadese, Maela Guyomarc’h ha conseguito una laurea in management presso l’Università di Parigi-Dauphine e un diploma post-laurea in gestione delle risorse umane presso l’Università di Parigi 1 Panthéon-Sorbonne. Stéphane Israël, Amministratore Delegato di Arianespace, ha dichiarato: “Julie e Maëla entrano a far parte del Comitato esecutivo di Arianespace in un momento chiave per l’azienda e i suoi clienti, caratterizzato dall’avvio delle operazioni di Ariane 6 e dalla preparazione di una nuova struttura di governance a fianco di ArianeGroup. La loro esperienza e la loro energia saranno preziose per noi nel sostenere questa trasformazione e garantirne il successo”.

Da Enea biostampante 3D per accelerare la ricerca sui tumori

Da Enea biostampante 3D per accelerare la ricerca sui tumoriRoma, 15 mar. (askanews) – Enea ha messo a punto una biostampante a basso costo, denominata BioVERVE in grado di ‘riprodurre’ modelli in 3D di tumori, con l’obiettivo di affinare la ricerca di nuove terapie oncologiche. È stata realizzata in collaborazione con l’azienda toscana Kentstrapper Srl, grazie a un finanziamento POC (Proof of Concept), e le sue prestazioni sono paragonabili a quelle di una biostampante professionale, permettendo di ottenere strutture cellulari tridimensionali con precisione e rapidità di stampa (poche decine di secondi per costrutto).


“Rispetto alle tradizionali culture in vitro, i modelli 3D biostampati sono in grado di mimare in maniera più efficace il tessuto umano, sano o patologico, fornendo un modello complementare per studi sugli effetti delle radiazioni e delle terapie chemioterapiche sui tumori”, spiega Francesca Antonelli, ricercatrice del Laboratorio Enea di Tecnologie biomediche, che ha seguito il progetto insieme alla responsabile della Divisione Enea di Tecnologie e metodologie per la salvaguardia della salute, Mariateresa Mancuso, e ai colleghi Paolo D’Atanasio, Antonio Rinaldi, Alessandro Zambotti. “Sebbene negli ultimi dieci anni ci sia stato un incremento significativo nell’utilizzo di modelli 3D da parte dei ricercatori impegnati nella lotta contro il cancro, l’impatto è stato limitato dai costi elevati delle biostampanti professionali in commercio (tra i 50 e 200 mila dollari). Ecco, quindi, la nostra idea di trasformare una stampante 3D a basso costo in una biostampante 3D home-made in grado di stampare con ottimi risultati un modello tridimensionale di medulloblastoma, il principale tumore cerebrale pediatrico”, prosegue la ricercatrice.


Attualmente, – si legge nella notizia pubblicata sull’ultimo numero in italiano del settimanale ENEAinform@ – nonostante gli intensi sforzi dedicati ai test preclinici, molte promettenti terapie faticano a passare con successo dalla fase di laboratorio a quella della pratica clinica. Una spiegazione plausibile della discrepanza osservata tra i risultati ottenuti in fase preclinica e quelli clinicamente riportati potrebbe derivare proprio dalla mancanza di modelli cellulari preclinici in grado di replicare fedelmente la complessità del contesto clinico. Grazie alle ottime prestazioni e ai bassi costi garantiti dalla biostampante 3D sviluppata da Enea, i ricercatori potranno mettere a punto e, soprattutto, testare nuovi approcci terapeutici per migliorare la sopravvivenza dei pazienti affetti da cancro. “La possibilità di modificare le stampanti 3D non professionali per adattarle ai processi di biostampa è in grado di ridurre in modo considerevole i costi di acquisizione della strumentazione da parte dei laboratori, consentendo l’accesso alla tecnologia da parte di una più vasta platea di ricercatori e, di conseguenza, aprendo la strada a nuove linee di ricerca biomedica”, conclude Francesca Antonelli.

IIT porta all’ERF di Rimini le tecnologie del progetto Sophia

IIT porta all’ERF di Rimini le tecnologie del progetto SophiaMilano, 14 mar. (askanews) – Sono le tecnologie collaborative sviluppate per aiutare i lavoratori nei compiti più gravosi le proposte che stanno suscitando il maggiore interesse tra i partecipanti dell’ “European Robotics Forum” in corso a Rimini. Le tecnologie, frutto del lavoro dei ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia nell’ambito dell progetto europeo Sophia – Socio-Physical Interaction Skills for Cooperative Human-Robot Systems in Agile Production – rispondono a diverse ipotesi di utilizzo: operazioni di perforazione da svolgere in posizioni alte; sollevamento e nel trasporto di carichi pesanti; segnalazione di posture pericolose assunte in attività a rischio. Le diverse tecnologie targate “Spohia” state infatti sviluppate per introdurre negli ambienti industriali soluzioni che migliorino l’ergonomia delle attività lavorative, prevenendo i Disturbi Muscolo-Scheletrici. Inoltre, il progetto ha contribuito al processo necessario alla standardizzazione di tali tecnologie indossabili, attraverso la stesura di un CEN Workshop Agreement, ovvero linee guida per fare sì che gli strumenti di valutazione del rischio biomeccanico possano trovare applicazione diretta nel mondo produttivo.


Al Forum europeo hanno partecipato numerosi gruppi della comunità di robotica dell’IIT, esponendo prototipi sviluppati anche in altri progetti finanziati dall’Unione Europea: i semi di piante artificiali intelligenti per il monitoraggio ambientale (progetto iSeed); il robot umanoide R1 in grado di navigare come guida nei musei (progetto “Convince”); un cobot modulare da utilizzare dai lavoratori nei cantieri edili (progetto Cncert); la tuta sensorizzata iFeel per controllare le tecnologie avatar (progetto AnDy); una mano protesica e robotica (progetto SoftHandPro); il robot avatar AlterEgo (progetto euROBIN); una proboscide stampata in 3D, sensori tattili e pelle artificiale bio-ispirata (progetto Proboscis); e il robot Centauro per gli interventi in aree di emergenza (progetto Centauro ed euROBIN). Il progetto Spphia ( https://project-sophia.eu/ ) è iniziato nel 2020 con l’obiettivo di sviluppare una nuova generazione di robot collaborativi e sistemi indossabili intelligenti che potessero migliorare l’ergonomia del posto di lavoro e la flessibilità della produzione, fino a raggiungere in futuro una personalizzazione di massa delle tecnologie. Il progetto, coordinato da Arash Ajoudani, principal investigator del laboratorio Human-Robot Interfaces and Interaction all’IIT di Genova, ha coinvolto 12 partner provenienti da sei stati membri europei ed è durato 4 anni.


Gli obiettivi del progetto Sophia sono stati raggiunti con la definizione di un insieme di tecnologie all’avanguardia che possono essere introdotte negli ambienti di lavoro industriali. Tra queste troviamo: una tecnologia di monitoraggio in tempo reale per la valutazione dell’ergonomia dello spazio di lavoro; robot collaborativi (CoBot) di nuova generazione con sistemi intelligenti ad alta capacità di carico e movimento agile; e dispositivi indossabili che funzionano sia come sistemi informativi, fornendo avvisi e guidando l’operatore che li indossa, sia come robot (wearBots) per avere un supporto mirato alle articolazioni.

Ricerca, accordo Enea-Cern su tecnologie nucleari innovative

Ricerca, accordo Enea-Cern su tecnologie nucleari innovativeRoma, 14 mar. (askanews) – In occasione dell’avvio della collaborazione tra Enea e Cern di Ginevra sulle tecnologie nucleari innovative, il presidente Gilberto Dialuce e il direttore del Dipartimento Nucleare Alessandro Dodaro hanno incontrato a Ginevra la direttrice generale Fabiola Gianotti.


I due istituti – informa l’Enea nella notizia che apre il numero odierno del settimanale ENEAinform@ – lavoreranno insieme su attività di ricerca e sviluppo nei settori: fisica delle particelle elementari; rivelatori; sistemi avanzati di produzione di particelle; progettazione e validazione di sistemi nucleari innovativi come reattori veloci di quarta generazione, fusione termonucleare e produzione di radionuclidi per applicazioni medicali. “L’accordo con Enea nasce dal particolare interesse mostrato dal Cern per le tecnologie dei metalli liquidi pesanti disponibili presso il nostro Centro Ricerche del Brasimone (Bologna). E proprio in questo ambito avvieremo attività che prevedono, ad esempio, esperimenti ad alta energia come il Muon Collider (bersaglio per fasci di protoni per produzione di muoni) e il Future Circular Collider (bersaglio per fasci di fotoni), il progetto di un assorbitore a metallo liquido per la Beam Dump Facility (assorbitore di fasci di protoni del Super Proton Synchrotron) e test delle tecnologie nella facility HiRadMat”, dichiara il Presidente Enea, Gilberto Dialuce.


Enea e Cern collaboreranno, inoltre, agli esperimenti Compact Muon Solenoid (CMS) che fa parte dell’acceleratore di particelle Large Hadron Collider (LHC) utilizzato per gli studi sul Bosone, cdi Higgs, e n_TOF, la sorgente di neutroni del Cern, operativa dal 2001, che Carlo Rubbia ha progettato alla fine degli anni ’90. “I dati nucleari ottenuti nell’ambito di questi esperimenti forniranno il supporto essenziale necessario per l’innovazione e la progettazione di diverse tecnologie: nel caso dei reattori di quarta generazione punteremo a migliorare le caratteristiche di sicurezza e protezione e lo smaltimento dei rifiuti radioattivi attraverso l’incenerimento di nuclidi a vita lunga; nei reattori a fusione studieremo l’impatto delle condizioni di elevata irradiazione su materiali innovativi per i sistemi futuri”, sottolinea il responsabile del dipartimento Enea Nucleare, Alessandro Dodaro.


Tutte le attività faranno capo alla Divisione Enea Sistemi nucleari per l’energia diretta da Mariano Tarantino, in collaborazione con i ricercatori Alberto Mengoni, Patrizio Console Camprini e Donato Castelluccio del Dipartimento Nucleare.

Nuova fase vetrosa dell’acqua applicando campi elettrici intensi

Nuova fase vetrosa dell’acqua applicando campi elettrici intensiRoma, 14 mar. (askanews) – È possibile congelare l’acqua allo stato liquido tramite l’applicazione di un campo elettrico? L’interrogativo è rimasto aperto fin dalla seconda metà dell”800, quando il fisico Louis Dufour paventò tale possibilità ed innescò nella comunità scientifica un acceso dibattito sulla possibilità di applicare anche all’acqua la tecnica dell’electrofreezing, o elettrocongelamento, cioè la cristallizzazione di una sostanza indotta da campi elettrici, analogamente a quanto avviene in molti processi naturali e tecnologici, dalla dinamica troposferica alla chimica degli alimenti, dal raffreddamento dei microchip alla microfluidica e alla catalisi. Si pensi, ad esempio, che il processo di congelamento dei fiocchi di neve è fortemente alterato in presenza di campi elettrici.


Oggi, una ricerca condotta da un gruppo di ricerca dell’Istituto per i processi chimico-fisici del Consiglio nazionale delle ricerche di Messina (Cnr-Ipcf) in collaborazione con colleghi inglesi di IBM Research Europe, ha per la prima volta dimostrato, attraverso metodi avanzati di simulazione al supercalcolatore, che campi elettrici intensi sono capaci di indurre una transizione dalla fase liquida ad una nuova fase vetrosa dell’acqua. I ricercatori – informa il Cnr – hanno indicato tale nuova fase con il nome di ferroelectric glassy water (f-GW), letteralmente “acqua vetrosa ferroelettrica”. Lo studio è pubblicato su “Nature Communications”. “La fase dell’acqua vetrosa ferroelettrica si aggiunge al già ricco insieme di strutture che caratterizzano il diagramma di fase della sostanza chimica più studiata, che compendia più di 20 fasi cristalline note”, spiega Giuseppe Cassone (Cnr-Ipcf). “Tale scoperta non solo rappresenta un importante tassello nella comprensione del comportamento fondamentale dei liquidi e delle loro transizioni di fase, ma ha implicazioni profonde sulle strutture assunte dall’acqua nei sistemi biologici, nei fenomeni planetari e in sistemi di interesse tecnologico”, prosegue il ricercatore Cnr.


L’acqua, infatti, è presente in numerose reazioni e processi che utilizzano campi elettrici simili a quelli necessari ad innescare questa transizione: ad esempio reazioni enzimatiche e nei microchip, nei quali l’acqua è usata come liquido raffreddante. “Ma anche l’atmosfera terrestre e quella di molti esopianeti sono ricche di acqua e presentano intense attività di fulminazione”, aggiunge Fausto Martelli (IBM). “Infine, le superfici di una lunga serie di minerali bagnati dalle acque naturali esibiscono campi elettrici spontanei ancora più intensi di quelli necessari alla trasformazione dell’acqua liquida nella sua controparte vetrosa ferroelettrica”. Questa nuova fase – conclude il Cnrf – sembra quindi essere presente in molti contesti biologici, naturali e tecnologici. La sua comprensione potrà portare a importanti innovazioni, dalla modulazione delle interazioni tra antibiotici e proteine con membrane biologiche, alla ottimizzazione dell’effetto di raffreddamento in microelettronica, con conseguente impulso alla corsa per la miniaturizzazione.

Oggi il lancio di MethaneSat, misurerà concentrazioni di metano

Oggi il lancio di MethaneSat, misurerà concentrazioni di metanoRoma, 4 mar. (askanews) – É programmato per oggi, intorno alle 23 ora italiana, a bordo di un Falcon 9 di Space X il lancio di MethaneSat, innovativo satellite progettato per contribuire a proteggere il clima della Terra accelerando la riduzione di un potente inquinante a effetto serra e concentrandosi in primo luogo sugli operatori del settore Oil & Gas, la maggiore fonte industriale di emissioni di metano al mondo.


Orbitando intorno alla Terra 15 volte al giorno, MethaneSAT misurerà le variazioni delle concentrazioni di metano fino a tre parti per miliardo. L’elevata sensibilità, unita all’alta risoluzione e all’ampio campo visivo, consentiranno al satellite di vedere l’intero quadro delle emissioni. I dati interattivi sulle emissioni saranno disponibili a chiunque direttamente dal sito www.MethaneSAT.org e su Google Earth Engine, una delle principali piattaforme di dati geospaziali utilizzata da oltre 100.000 esperti e analisti. Sviluppato da una sussidiaria dell’organizzazione no-profit Environmental Defense Fund (EDF), MethaneSAT, al contrario di altri satelliti, è in grado di individuare e quantificare le emissioni totali di metano su vaste aree e di identificare i grandi emettitori in luoghi finora rimasti inosservati. Il lavoro di MethaneSAT consentirà alle aziende e alle autorità di regolamentazione di tenere traccia delle emissioni e daranno alle parti interessate – cittadini, governi, investitori e importatori di gas – un accesso gratuito e quasi in tempo reale ai dati e la possibilità di confrontare i risultati con gli obiettivi e gli obblighi in materia di emissioni.


Da oltre un decennio – informa una nota – EDF è leader mondiale nella ricerca di soluzioni per il metano, lavorando per mettere in luce il problema delle emissioni. Negli anni EDF ha organizzato una serie pionieristica di 16 studi indipendenti che hanno dimostrato quanto le emissioni di metano lungo la catena di approvvigionamento del petrolio e del gas negli Stati Uniti fossero superiori del 60% rispetto alle stime dell’EPA (Agenzia per la Protezione Ambientale) dell’epoca. MethaneSAT è il risultato diretto di questi sforzi. “L’aspetto unico di MethaneSAT è la capacità di misurare con precisione i livelli di metano con un’alta risoluzione e su vaste aree, tracciando anche le fonti più piccole e diffuse che rappresentano la maggior parte delle emissioni in molte regioni”, ha dichiarato Steven Hamburg, scienziato capo di EDF e responsabile del progetto MethaneSAT. “Sapere quanto metano viene emesso, da dove e come cambiano i tassi di emissione è essenziale”.


Il progetto MethaneSAT è stato interamente reso possibile dal sostegno dei donatori di EDF e dalla partnership con il governo della Nuova Zelanda. Tra i maggiori finanziatori di MethaneSAT figurano anche Bezos Earth Fund, Arnold Ventures, la Robertson Foundation e il TED Audacious Project. A dicembre, EDF si è unita a Bloomberg Philanthropies, all’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), a RMI e all’Osservatorio Internazionale sulle Emissioni di Metano (IMEO) del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) in una nuova iniziativa, unica nel suo genere, per responsabilizzare maggiormente le aziende e i governi nella gestione del metano. “Non si può gestire ciò che non si può misurare, e questo è certamente vero quando si tratta di ridurre il metano, uno dei maggiori responsabili del cambiamento climatico”, ha dichiarato Michael R. Bloomberg, inviato speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per le Ambizioni e le Soluzioni per il Clima e fondatore di Bloomberg LP e Bloomberg Philanthropies.


Oltre a identificare le fonti a livello regionale, MethaneSAT consentirà di confrontare i tassi di emissione delle principali regioni petrolifere e del gas a livello mondiale e le loro performance nel tempo. I dati analitici sviluppati appositamente per questa missione consentiranno di risalire alle fonti delle emissioni all’interno delle regioni interessate. A gennaio l’amministrazione Biden ha avanzato una proposta per una tassa sulle emissioni di metano in eccesso che richiederà un’accurata misurazione. La legislazione europea approvata a novembre traccia un percorso verso la richiesta di dati empirici sulle emissioni da parte degli importatori di gas, mentre Giappone e Corea – due dei maggiori acquirenti di GNL – hanno avviato piani per iniziare a richiedere dati sulle emissioni ai fornitori. Man mano che gli standard sul metano vengono incorporati nelle politiche nazionali e negli accordi commerciali, MethaneSAT aiuterà a garantire il raggiungimento degli obiettivi e a chiarire dove le riduzioni dichiarate sono inferiori. Oltre 150 Paesi hanno firmato il Global Methane Pledge per ridurre le loro emissioni collettive di metano di almeno il 30% rispetto ai livelli del 2020 entro il 2030. Alla COP28, oltre 50 aziende hanno annunciato la Oil & Gas Decarbonization Charter, impegnandosi a eliminare virtualmente le emissioni di metano e il flaring di routine. Oltre ad EDF, i partner di MethaneSAT includono la Scuola di Ingegneria e Scienze Applicate dell’Università di Harvard, l’Osservatorio Astrofisico dello Smithsonian e l’Agenzia Spaziale della Nuova Zelanda. Il team della missione comprende oltre 70 esperti di tutto il mondo con esperienza nel volo spaziale, nel telerilevamento e nell’analisi dei dati. Il satellite è stato costruito in Colorado dall’unità Space & Mission Systems di BAE Systems, Inc. (ex Ball Aerospace) e da Blue Canyon Technologies. (Immagine, credit: MethaneSAT)

Nasa, Nikon realizzerà fotocamera per missioni lunari Artemis III

Nasa, Nikon realizzerà fotocamera per missioni lunari Artemis IIIRoma, 1 mar. (askanews) – La Nasa e Nikon hanno firmato un accordo per sviluppare una fotocamera portatile in grado di operare nel difficile ambiente lunare a partire da Artemis III, la missione che porterà per la prima volta gli astronauti nella regione del Polo Sud della Luna.


Fotografare questa regione – spiega la Nasa – richiede una fotocamera moderna con capacità specializzate per gestire le condizioni di illuminazione e le temperature estreme uniche della zona. L’accordo consente alla Nasa di avere una fotocamera spaziale pronta per l’uso sulla superficie lunare senza la necessità di svilupparne una da zero. Prima dell’accordo, la Nasa ha eseguito i test iniziali su una fotocamera Nikon Z 9 standard per determinare le specifiche necessarie per operare sulla superficie lunare. Con l’accordo in vigore, i team del Marshall Space Flight Center della Nasa insieme a Nikon, hanno iniziato a lavorare per implementare le modifiche necessarie e sviluppare la HULC (Handheld Universal Lunar Camera), la fotocamera di prossima generazione dell’agenzia che gli astronauti utilizzeranno sulla Luna.


Il design risultante consiste in una fotocamera Nikon Z 9 modificata e obiettivi Nikkor, una coperta termica della Nasa che proteggerà la fotocamera dalla polvere e dalle temperature estreme, e un’impugnatura personalizzata con pulsanti modificati sviluppata dagli ingegneri della Nasa per una più facile manipolazione da parte dei membri dell’equipaggio che indossano guanti spessi. Inoltre, la fotocamera incorporerà la più recente tecnologia di imaging e avrà componenti elettrici modificati per ridurre al minimo i problemi causati dalle radiazioni, garantendo che la fotocamera funzioni come previsto sulla Luna. Prima di viaggiare verso la Luna con Artemis III l’apparecchio sarà testato sulla Stazione spaziale internazionale per verificare le sue capacità in microgravità.


(Gli astronauti della Nasa Zena Cardman e Drew Feustel si esercitano utilizzando un primo progetto della fotocamera lunare durante il Joint Extravehicular Activity and Human Surface Mobility Test Team Field Test 3 in Arizona. Credits: NASA/Bill Stafford)

Al via Polarin, network europeo infrastrutture di ricerca polari

Al via Polarin, network europeo infrastrutture di ricerca polariRoma, 1 mar. (askanews) – Ha preso ufficialmente il via Polarin, Polar Research Infrastructure Network, il progetto Europeo coordinato dall’Alfred Wegener Institute con il coinvolgimento di numerosi partner internazionali, tra cui l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS, che mira alla creazione di un network per l’utilizzo condiviso a livello europeo delle infrastrutture di ricerca polari.


Le regioni polari svolgono un ruolo fondamentale nel sistema Terra e sono particolarmente importanti per il nostro clima. Per comprendere e prevedere i complessi processi in atto in queste regioni e fornire informazioni basate sui dati, – informa OGS – la comunità di ricerca polare ha bisogno di accedere a infrastrutture di ricerca che possano operare in queste regioni remote. Polarin intende, quindi, rendere disponibile l’accesso a 64 importanti infrastrutture di ricerca polare, come stazioni di ricerca sia in Artico che in Antartide, navi da ricerca e navi rompighiaccio operanti in entrambi i poli, osservatori sia a terra che a mare, infrastrutture di dati e archivi di carote di ghiaccio e sedimenti. Ciò avverrà consentendo l’accesso diretto alle infrastrutture ma anche consentendo l’accesso remoto alle strutture del network, in modo che i ricercatori possano richiedere campioni, dati e altre risorse, alle singole infrastrutture senza che il richiedente sia presente sul posto.


I partner coinvolti sono 50 e appartengono a 21 nazioni, sia europee che non, come Canada, Stati Uniti, Gran Bretagna, Ucraina e Cile. Partner italiani, oltre all’OGS, sono l’Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Isp-Cnr), ETT Spa e INKODE società cooperativa. “Ciò che distingue Polarin è che, per la prima volta, verrà offerto l’accesso alle infrastrutture di ricerca sia nell’Artico che in Antartide attraverso un unico progetto”, spiega Nicole Biebow, coordinatrice del progetto all’Alfred Wegener Institute. “Abbiamo creato una rete di infrastrutture di ricerca interdisciplinari che abbraccia tutte le aree di ricerca polare, spaziando dall’oceanografia a studi sull’atmosfera”.


Tra le infrastrutture di ricerca messe a disposizione dall’Italia ci sono la stazione Mario Zucchelli, la stazione italo-francese Concordia, la nave rompighiaccio Laura Bassi, l’Italian National Antarctic Data Center (NADC) e l’Italian Arctic Data Centre (IADC). “Oltre a mettere a disposizione la propria nave rompighiaccio Laura Bassi, l’OGS sarà coinvolto in attività di formazione degli utenti sia per quanto riguarda l’utilizzo efficace e sicuro delle infrastrutture sia per quel che riguarda la gestione ottimale dei dati, perché siano accessibili, interoperabili, riutilizzabili e rintracciabili, secondo i principi FAIR”, precisa Michele Rebesco, referente scientifico di Polarin per l’OGS. “Inoltre l’Ente si occuperà anche della valutazione scientifica e della classificazione delle proposte presentate in risposta ai bandi di accesso per l’utilizzo delle infrastrutture di Polarin”.