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Un tripudio di galassie in tre nuove immagini del telescopio VST

Un tripudio di galassie in tre nuove immagini del telescopio VSTRoma, 16 apr. (askanews) – Galassie, lontane e lontanissime. Galassie interagenti, la cui forma è stata scolpita dalla reciproca influenza gravitazionale, ma anche galassie che formano gruppi e ammassi, tenute insieme dalla mutua gravità. Sono le protagoniste di tre nuove immagini rilasciate dal VLT Survey Telescope (VST) in occasione del convegno dedicato alle attività scientifiche del telescopio, in corso dal 16 al 18 aprile presso l’Auditorium nazionale dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) a Napoli.


Il VST è un telescopio ottico dal diametro di 2,6 metri, costruito completamente in Italia e operativo dal 2011 presso l’osservatorio dello European Southern Observatory (ESO) di Paranal, in Cile. Da ottobre 2022, il telescopio è gestito interamente da Inaf attraverso il Centro Italiano di Coordinamento per VST presso la sede Inaf di Napoli, con il 90% del tempo osservativo dedicato alla comunità astronomica italiana. Il VST – spiega l’Inaf – è specializzato nelle osservazioni di grandi aree del cielo grazie alla sua fotocamera a grande campo, OmegaCAM, un vero e proprio “grandangolo celeste” in grado di immortalare, in ciascuna ripresa, un grado quadrato di cielo, ovvero una porzione della volta celeste larga due volte il diametro apparente della Luna piena. Oltre alle immagini raccolte per la ricerca astrofisica, che per il VST spazia dalle stelle alle galassie fino alla cosmologia, nell’ultimo anno il telescopio ha condotto un nuovo programma dedicato al grande pubblico, osservando nebulose, galassie e altri oggetti celesti iconici durante alcune notti di Luna piena, nelle quali la luminosità del nostro satellite naturale disturba l’acquisizione dei dati scientifici. Nuove immagini saranno pubblicate nei prossimi mesi.


“Oltre alla ricerca scientifica, uno degli obiettivi del centro VST è quello di disseminare la conoscenza scientifica e condividere le meraviglie dell’universo con i non-esperti del settore. In particolare, ci piacerebbe che le nuove generazioni di ragazze e ragazzi, attraverso queste fantastiche immagini, possano scoprire ed alimentare l’interesse per l’astrofisica”, commenta Enrichetta Iodice, ricercatrice Inaf a Napoli e responsabile del Centro Italiano di Coordinamento per VST. L’immagine qui riportata ritrae ESO 510-G13, una curiosa galassia lenticolare a circa 150 milioni di anni luce da noi, in direzione della costellazione dell’Idra. Spicca il rigonfiamento centrale della galassia, su cui si staglia la silhouette scura del disco di polvere visto di taglio, che ne oscura parte della luce. La forma distorta del disco ricorda vagamente una S rovesciata, indice del passato turbolento di ESO 510-G13, che potrebbe aver acquisito la sua attuale conformazione a seguito di una collisione con un’altra galassia.


La seconda immagine mostra un piccolo gruppo formato da quattro galassie, chiamato Hickson Compact Group 90 (HGC 90), che dista circa 100 milioni di anni luce di distanza dalla Terra, verso la costellazione del Pesce Australe. Il quartetto di galassie HGC 90 è immerso in una struttura molto più vasta, che comprende decine di galassie, alcune delle quali visibili in questa immagine. La terza immagine mostra un raggruppamento di galassie molto più ricco e ancora più distante: l’ammasso di galassie Abell 1689, che si può osservare nella costellazione della Vergine. Abell 1689 contiene più di duecento galassie, visibili per lo più come macchie di colore giallo-arancio, la cui luce ha viaggiato per circa due miliardi di anni prima di raggiungere il VST. L’enorme massa, che oltre alle galassie comprende anche enormi quantità di gas caldo e della misteriosa materia oscura, deforma lo spazio-tempo in prossimità dell’ammasso, che funge così da “lente gravitazionale” sulle galassie ancora più lontane, amplificando la loro luce e creando immagini distorte, in modo non dissimile da quanto farebbe una comune lente ottica. Alcune di queste galassie si possono distinguere sotto forma di puntini e di minuscoli trattini dalla forma leggermente curva, in particolare intorno alle regioni centrali dell’ammasso.


Crediti: INAF/VST. Acknowledgment: M. Spavone (INAF), R. Calvi (INAF)

Con “Star Bottle” chiunque può inviare un messaggio nello spazio

Con “Star Bottle” chiunque può inviare un messaggio nello spazioRoma, 12 apr. (askanews) – Siamo soli nell’Universo? Da questa domanda, che l’umanità si pone da sempre, è nato il progetto italiano “Star Bottle” che offre la possibilità a chiunque nel mondo di inviare un messaggio nello spazio profondo.


A 50 anni dall’invio dal radiotelescopio di Arecibo di un messaggio radio verso potenziali civiltà aliene, i tentativi di comunicazione con altri mondi sono andati avanti su iniziativa ad esempio della Nasa con le sonde Pioneer e Voyager che hanno trasportato messaggi e simboli della nostra civiltà. La differenza, ha spiegato Domenico Zambarelli, editore di “Cosmo 2050” e responsabile di “Star Bottle” durante l’evento di presentazione, è che il progetto italiano “vuole dare a tutti la possibilità di inviare un messaggio (testo, immagine, audio o video) verso la Via Lattea. Un modo per avvicinare le persone allo spazio, un’iniziativa di democratizzazione dello spazio”. L’iniziativa, complessa dal punto di vista tecnico e scientifico, è stata realizzata grazie alla partnership tra l’operatore europeo di telecomunicazioni M3Sat e Telespazio, società del gruppo Leonardo, che ha messo a disposizione un’antenna presso il centro spaziale del Fucino ed è sostenuta in parte dalla Simest, che, ha aggiunto Zambarelli, “ha partecipato e parteciperà agli investimenti promozionali esteri in quanto marchio mondiale del Made in Italy”.


I messaggi saranno raccolti a partire dal prossimo primo maggio sulla piattaforma online di Star Bottle, convertiti in codice binario, ha detto Zambarelli “che per noi è un linguaggio universale” e poi “trasferiti sulla piattaforma di Telespazio al Fucino per essere lanciati verso la Via Lattea il 10 agosto”, notte di San Lorenzo quando per tradizione si scruta il cielo a caccia di stelle cadenti, lo sciame di Perseidi, frammenti di cometa che attraversano le notti in quel periodo. Quest’anno è previsto un secondo lancio il 21 dicembre, in occasione del solstizio d’inverno. “È nostra convinzione che scegliere due date astronomicamente importanti rafforzi il progetto ma offra anche lo spunto a chi, magari semplicemente incuriosito dall’opportunità di spedire un messaggio verso lo spazio, voglia saperne di più sulla scienza del cielo”, ha detto Walter Riva, direttore responsabile di Cosmo 2050. Altri due lanci sono in programma l’anno prossimo e si sta lavorando per individuare target più specifici all’interno della nostra galassia per l’invio di messaggi punto a punto. La trasmissione verso lo spazio profondo avverrà sulla frequenza di 2115 MHZ che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha assegnato, per 20 anni, a Star Bottle.


“Star Bottle vuole essere portavoce di socialità universale”, ha spiegato il responsabile del progetto aggiungendo che prima di lasciare il proprio messaggio sulla piattaforme bisognerà aderire a un codice etico perché non sono ammessi messaggi di odio o di violenza. Si tratta di messaggi a pagamento (si va dai 14,50 euro per un testo ai 29 euro per un video) e una parte del ricavato andrà a finanziare borse di studio per l’Italia e l’estero con l’ambizione di costruire in futuro un alfabeto universale. “L’umanità cerca da tempo di comunicare con l’esterno, di superare i confini con vari segnali. Mandare un messaggio nello spazio – ha detto l’astrofisico e divulgatore Luca Perri – serve soprattutto a noi, qui sulla Terra, per capire cosa siamo e cosa vogliamo essere. Comunicare con il Deep Space ci permette di lasciare un segno indelebile, un nostro segno tangibile nell’Universo: l’umanità c’è stata. Più siamo a mandare questi messaggi, più democratizzeremo lo Spazio, più avremo possibilità di mandare il messaggio giusto. La speranza è che ognuno di noi costruisca un pezzetto di questa inedita comunicazione, un compito che spero possa avvicinare più persone possibili allo Spazio”.

Da COSMO-SkyMed istantanee della Transglobal Car Expedition al Polo

Da COSMO-SkyMed istantanee della Transglobal Car Expedition al PoloRoma, 9 apr. (askanews) – Là dove nessuno è mai riuscito prima, hanno fatto centro i radar a bordo dei satelliti COSMO-SkyMed, costellazione di proprietà dell’Agenzia Spaziale Italiana e del Ministero della Difesa, che hanno catturato – grazie al supporto di e-GEOS – i mezzi della Transglobal Car Expedition parcheggiati a circa 700 metri dal Polo Nord. Dove altri occhi satellitari non sono arrivati, i radar di COSMO-SkyMed hanno messo a segno un nuovo a incredibile risultato per il sistema italiano.


L’immagine riportata a Terra mostra chiaramente i quattro veicoli della carovana che sta circumnavigando la Terra parcheggiati, e rileva tutta la complessità e la differenza degli stati in cui si trova attualmente il ghiaccio nell’area acquisita. Quello che sembra un complesso paesaggio quasi “vegetativo” è in realtà la differente reazione al segnale del SAR dei diversi stati del ghiaccio, dal solido al liquido passando dalle fasi di scioglimento. Riprendere i quattro veicoli pesanti, mentre sono nei pressi della loro tappa più settentrionale, nell’ampia e desolata distesa dell’artico in perenne movimento ed evoluzione, – informa l’Asi – è stato possibile grazie alla modalità Spotlight-2B (area 10km x 10km, risoluzione spaziale 0.6 m) acquisita in doppia polarizzazione (HH+HV) da uno dei satelliti COSMO-SkyMed di Seconda Generazione.


“Siamo molto orgogliosi di questo risultato che conferma – sottolinea il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Teodoro Valente – ancora una volta la leadership italiana, a livello mondiale, nel campo dell’Osservazione della Terra. Pur nella complessità dell’acquisizioni realizzate, i satelliti di COSMO-SkyMed hanno acquisito immagini uniche e inedite che pongono il sistema satellitare COSMO-SkyMed capace di rispondere alle più avanzate esigenze di monitoraggio del nostro Pianeta”. La Transglobal Car Expedition ha numerosi obiettivi scientifici e nella loro scelta del percorso migliore verso il Polo e passaggio poi in Groenlandia, sono ‘aiutati’ dai satelliti di COSMO-SkyMed che ogni giorno acquisiscono una immagine necessaria a trovare la giusta via.

Eclissi totale di Sole, diretta Inaf per seguirla in Italia

Eclissi totale di Sole, diretta Inaf per seguirla in ItaliaRoma, 8 apr. (askanews) – È il giorno dell’eclissi totale di Sole. Un evento straordinario in cui la Luna oscurerà completamente il disco solare. Non visibile dall’Italia, il fenomeno produrrà una zona d’ombra che attraverserà il Nord America, dal Messico al Canada. Rispetto agli orari italiani, l’eclissi inizierà quando da noi saranno le 17.42 e si concluderà alle 22.52. La massima durata della fase di totalità sfiorerà i quattro minuti e mezzo.


Per l’occasione l’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) sarà sui luoghi che verranno attraversati dall’eclissi con vari gruppi di ricercatrici e ricercatori, per svolgere una serie di attività scientifiche e riprendere in tempo reale il fenomeno con telescopi e fotocamere. Chi non avrà la possibilità di assistere dal vivo allo straordinario evento, potrà seguirlo via streaming con due dirette online pensate sia per il grande pubblico che per gli studenti delle scuole. In particolare l’Inaf segnala una diretta speciale di Nuovi Mondi – Astronomia e Scienza in collaborazione con Inaf, sui canali Facebook e Youtube e una di EduInaf, il magazine di didattica e divulgazione dell’Inaf, con una diretta speciale della serie “Il cielo in salotto” pensata appositamente per docenti e studenti delle scuole di ogni ordine e grado.


Grazie alla partnership con il sito web TimeAndDate, la trasmissione seguirà l’eclissi al telescopio in diretta a partire dalle 19 ora italiana fino a conclusione del fenomeno. A partire dalle 20, una serie di ospiti, tra cui le ricercatrici Inaf Ilaria Ermolli e Mariarita Murabito e il professor Francesco Berrilli dell’Università di Roma Tor Vergata, commenteranno in diretta le immagini in arrivo dall’America e risponderanno, come di consueto, alle domande del pubblico. La registrazione della diretta – informa l’Inaf – sarà disponibile già dai giorni successivi in formato school edition per poter portare in classe la meraviglia di questo fenomeno astronomico, accompagnata dalle spiegazioni degli esperti.

Asi, la costellazione COSMO-SkyMed guida spedizione al Polo Nord

Asi, la costellazione COSMO-SkyMed guida spedizione al Polo NordRoma, 2 apr. (askanews) – Otto uomini e quattro mezzi pesanti, sono le componenti di una carovana che in 18 mesi, partendo da New York, puntano a circumnavigare la Terra attraversando entrambi i poli. Nella loro traversata artica si muoveranno grazie agli occhi attenti dei satelliti di COSMO-SkyMed – costellazione di satelliti realizzata dall’Agenzia Spaziale Italiana con il ministero della Difesa in orbita a partire dal 2007 – che dallo scorso 29 marzo stanno fornendo le indicazioni necessarie a scegliere il percorso della Transglobal Car Expedition.


Supporto essenziale ed unico non riuscito ad altri sistemi satellitari, le immagini della costellazione COSMO-SkyMed con la loro elevata qualità – evidenzia l’Asi – consentono all’equipaggio di muoversi sul ghiaccio con precisione e sicurezza, un traguardo assoluto essendo la prima volta per immagini di questo tipo. L’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) in collaborazione con e-Geos, (Telespazio/Asi) concessionario unico per l’utenza commerciale dei dati satellitari acquisiti dalla costellazione COSMO-SkyMed, sta programmando e fornendo giornalmente una immagine al giorno su aree estese fino 200×200 Km. Sulla base di queste la spedizione seleziona il percorso più efficacie e migliore per arrivare al Polo Nord e raggiungere successivamente la Groenlandia.


La spedizione, dopo attento studio e indagine, ha trovato nella costellazione italiana un partner adatto alle esigenze di osservazione e fornitura dei dati necessari a supportare la scelta dell’itinerario sicuro. Dal 29 marzo l’Agenzia Spaziale Italiana ha messo a disposizione le acquisizioni della costellazione COSMO-SkyMed fornendo agli esploratori artici immagini alle altissime latitudini. La spedizione attraverserà sia il polo geografico che quello magnetico, lo scopo è quello di raccogliere dati: dallo spessore del ghiaccio ai Poli Nord e Sud al flusso di radiazioni cosmiche provenienti da regioni lontane del nostro Universo, dall’inquinamento luminoso allo studio dei cambiamenti fisiologici umani in ambienti estremi. Il programma scientifico della missione, nel totale rispetto della sostenibilità dei mezzi utilizzati e delle attrezzature coinvolte, prevede la misurazione di parametri cruciali per comprendere il cambiamento climatico che negli ultimi 5-10 anni sta investendo il nostro pianeta senza precedenti.


La costellazione italiana COSMO-SkyMed, punta di diamante nel settore dell’Osservazione della Terra, oggi vede operativi 5 satelliti, 3 della prima generazione e 2 della seconda, e presto sarà integrata da ulteriori 2 satelliti. (Crediti: COSMO-SkyMed © ASI – 2024 distributed by ASI and processed by e-GEOS)

Dall’Italia un orto marziano per missione simulata Amadee-24

Dall’Italia un orto marziano per missione simulata Amadee-24Roma, 25 mar. (askanews) – Con la simulazione dello ‘sbarco’ su Marte e l’inizio del periodo di isolamento è partita ufficialmente in Armenia la missione Amadee-24 organizzata dall’Austrian Space Forum, in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Armena, per aprire la strada alle future missioni di esplorazione dello Spazio. A fornire cibo fresco all’equipaggio sarà Hort3Space, un orto ipertecnologico realizzato da Enea in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale di Sapienza Università di Roma. Si tratta di un sistema innovativo di coltivazione idroponica multilivello, completamente automatizzato, modulare, dotato di specifiche luci LED e di un braccio robotico integrato.


Fino al 5 aprile 2024 nella regione desertica dell’Ararat, un team di 6 ‘astronauti’ altamente qualificati – tra cui l’italiano Simone Paternostro – lavoreranno in isolamento sia per testare strumenti, apparecchiature e procedure che per condurre esperimenti e progetti che coinvolgono oltre 200 scienziati provenienti da 26 Paesi in tutto il mondo. Nell’orto italiano – si legge nella notizia pubblicata sull’ultimo numero in italiano del settimanale ENEAinform@ – gli astronauti coltiveranno vegetali in grado di adeguarsi alle condizioni estreme sia terrestri che spaziali, come il ravanello rosso e il cavolo rosso, entrambi ricchi di antiossidanti, vitamine e minerali. Allestito all’interno di una camera di coltivazione in una tenda gonfiabile autoportante, Hort3Space permetterà di massimizzare la produzione e di ridurre il consumo delle risorse e il carico di lavoro dell’equipaggio, incrementando al contempo il recupero e il riciclo degli scarti.


Per raggiungere queste finalità, il team di ricerca italiano ha messo a punto un manuale operativo con le procedure per trasferire agli astronauti analoghi tutte le informazioni sull’installazione della piattaforma, l’avvio delle attività in piena autonomia, la manutenzione in caso di arresti e guasti. Il tutto sarà coordinato dal Mission Support Center di Vienna, con cui ci saranno 10 minuti di ritardo nelle comunicazioni al fine di simulare la distanza dalla Terra a Marte, come avviene nelle reali missioni spaziali. Gli esperimenti avviati sull’orto made in Italy serviranno a verificare la fattibilità dell’intero processo di coltivazione idroponica automatizzata, a comprenderne i consumi energetici di risorse idriche e fertilizzanti e a studiarne la produttività. Oltre all’italiano Simone Paternostro, gli astronauti analoghi sono: il comandante Anika Mehlis (Germania), il vice-comandante Robert Wild (Austria), Carmen Köhler (Germania), Iñigo Muñoz Elorza (Spagna) e Thomas Wijnen (Paesi Bassi).


Enea è impegnata da oltre dieci anni nelle attività di ricerca finalizzate alla realizzazione di “orti spaziali” ed è specializzata in particolare nella realizzazione di sistemi ingegnerizzati per la coltivazione di piante in assenza di suolo, di coltivazioni idonee alle condizioni spaziali, come le microverdure, e di varietà vegetali ottimizzate per la coltivazione nello spazio (“ideotipi” spaziali), come il cosiddetto pomodoro “San Marziano” e la lattuga viola. Enea inoltre sta studiando processi di bioconversione degli scarti organici di missione, che una volta trasformati possono fornire nutrienti utili a sostenere la crescita di piante nelle serre spaziali e a produrre fertilizzante o compost direttamente in situ, riducendo al tempo stesso i rifiuti e la fase del loro smaltimento.

La Luna come antenna gravitazionale: studio dei ricercatori GSSI

La Luna come antenna gravitazionale: studio dei ricercatori GSSIRoma, 25 mar. (askanews) – L’esplorazione dell’universo profondo e primordiale potrà avvenire grazie alla Luna, alla sua assenza di atmosfera e al silenzio sismico quasi completo. Lo racconta uno studio condotto dai ricercatori del GSSI – Gran Sasso Science Institute e pubblicato oggi su “Philosophical Transactions” della Royal Society A. La scuola dottorale e centro di studi avanzati dell’Aquila, è da lungo tempo in prima linea nello studio del satellite terrestre e guida una collaborazione internazionale che ha proposto sin dal 2020 all’Agenzia Spaziale Europea di utilizzare la Luna come antenna per un innovativo rivelatore di onde gravitazionali.


Il progetto, – informa il GSSI – denominato LGWA-Lunar Gravitational Wave Antenna, coordinato dal professore del GSSI Jan Harms e ideato insieme ai ricercatori dell’Inaf, l’Istituto Nazionale di Astrofisica, è stato oggetto di un corso didattico che ha coinvolto gli studenti di dottorato, invitati poi dalla Royal Society A a contribuire al numero speciale pubblicato oggi, dal titolo “Astronomy from the Moon: the next decades”. Il numero, curato dagli astronomi e astrofisici Joseph Silk, Ian Crawford, Martin Elvis e John Zarnecki, delinea il futuro utilizzo della Luna per l’osservazione dei segnali primordiali dell’universo e contiene il anche il paper “Opportunities and limits of lunar gravitational-wave detection”, curato dagli studenti GSSI con la supervisione di Harms. “Una nuova finestra si apre sull’esplorazione lunare, dandoci l’opportunità di sfruttare le caratteristiche del nostro satellite per condurre attività scientifiche, in particolare permettendo l’osservazione delle onde gravitazionali come mai fatto prima – spiega Andrea Cozzumbo, dottorando nel corso di Astroparticle Physics e primo firmatario dell’articolo – quando abbiamo cominciato ad osservare il cielo notturno, i nostri telescopi si limitavano a guardare l’Universo attraverso la luce visibile. Ciò è rimasto così per secoli fino all’avvento della radioastronomia, che ci ha fornito la possibilità di esplorare altri tipi di luce provenienti dalla nostra galassia e oltre. Basandosi su questa analogia, la prima misura di onde gravitazionali nel 2015 può essere considerata la ‘prima luce’ in questa nuova era di esplorazione cosmica. Attualmente, la costruzione di rivelatori di onde gravitazionali sulla Luna ci può garantire l’accesso ad altri tipi di onde gravitazionali, aprendo così le porte a nuove sorgenti astrofisiche che emettono radiazione gravitazionale e, incontrovertibilmente, a nuove conoscenze scientifiche”.


Il paper – prosegue il GSSI – esplora le varie configurazioni di un rilevatore lunare di onde gravitazionali che sfrutterebbe le peculiarità del nostro satellite. La Luna, infatti, offre un ambiente freddo e stabile, utile per raggiungere le temperature criogeniche necessarie per le prestazioni ottimali dei futuri strumenti. Inoltre, la sua quasi inesistente attività sismica permette di pensare a nuovi tipi di rivelatori, come appunto LGWA. “Non soltanto siamo davanti al futuro della ricerca, ma è anche iniziato un dibattito per proteggere la Luna e usarla per scopi scientifici. La speranza è di riuscire a raggiungere il polo sud della Luna entro questo decennio. Sforzi simili sono iniziati in altre parti del mondo e stiamo assistendo ad una rapida crescita dell’interesse della comunità scientifica per il rilevamento delle onde gravitazionali lunari. Faremo del nostro meglio per rendere LGWA uno dei concetti vincenti”, conclude Jan Harms.

Progetto Terabit, primo passo per collegare Sardegna a rete Garr-T

Progetto Terabit, primo passo per collegare Sardegna a rete Garr-TRoma, 22 mar. (askanews) – Il progetto TeRABIT entra nella fase esecutiva per la componente di rete con l’acquisizione in uso esclusivo di una porzione del cavo sottomarino BlueMed di Sparkle. Questo – informa una nota – permetterà di estendere GARR-T, la nuova generazione di rete GARR, alla Sardegna unendola, così, al resto della rete della ricerca sul territorio nazionale.


Il progetto TeRABIT, finanziato dal Pnrr e con Infn e Ogs come proponenti e Cineca e Garr come partner, sta realizzando un’infrastruttura di ricerca digitale che integra una rete ad altissime prestazioni con risorse HPC e calcolo distribuito per metterla a disposizione di tutta la comunità scientifica. Grazie all’attuale acquisizione e all’uso di tecnologie all’avanguardia, sarà possibile sfruttare lo spettro ottico del sistema di cavi sottomarini BlueMed. Ciò significa che nella fibra vi saranno più corsie, gestite da Garr, ad uso esclusivo per il traffico dati della ricerca. Questa innovazione rappresenta il primo passo per realizzare il doppio collegamento superveloce in fibra ottica in Sardegna che assicurerà, al mondo della ricerca e dell’università, non solo la rapida trasmissione dei dati, ma anche una maggiore ridondanza e affidabilità che si estende a livello mondiale.


Dal punto di vista tecnologico, si tratta di un risultato finora unico nel panorama nazionale, come spiega Massimo Carboni, Chief Technical Officer di Garr: “Grazie alla tecnologia open cable, che offre la possibilità di gestire liberamente un’ampia gamma di spettro anziché singoli segnali ottici, questo nuovo ponte digitale in fibra ottica eliminerà la distanza dell’isola creando un’integrazione senza interruzioni tra l’infrastruttura GARR-T nella penisola e quella della Sardegna, realizzando di fatto una rete ottica unitaria su tutto il territorio nazionale. Quella di oggi è la prima pietra dell’espansione di GARR-T, che sarà completata entro il 2025 e fornirà una connettività fino a 400 Gbps”. “Siamo orgogliosi di presentare oggi questo primo risultato concreto” ha commentato Mauro Campanella, coordinatore scientifico del progetto TeRABIT. “Stiamo realizzando un’infrastruttura di ampio respiro, perfettamente armonizzata agli altri interventi in corso finanziati dal Pnrr. Una volta operativa, la nuova connessione avvicinerà infrastrutture e ricercatori della Sardegna ai sistemi di calcolo HPC di TeRABIT e alle risorse di ICSC, il Centro Nazionale di Ricerca in HPC, Big Data e Quantum Computing in fase di installazione su tutto il territorio nazionale”.


La nuova connessione di rete supporterà le esigenze delle numerose infrastrutture di ricerca e laboratori presenti in Sardegna e rafforzerà la candidatura dell’area di Sos Enattos per ospitare Einstein Telescope (ET), la futura infrastruttura che sarà realizzata in Europa dedicata alle onde gravitazionali, un rivelatore di terza generazione 10 volte più sensibile rispetto a quelli attualmente esistenti. Una volta completata l’espansione, la rete Garr-T vedrà un aumento di 5.000 km di fibra ottica, raggiungendo una capacità complessiva di circa 40 Tbps in tutta Italia.

Dall’Enea un pomodoro nano per la tavola degli astronauti

Dall’Enea un pomodoro nano per la tavola degli astronautiRoma, 21 mar. (askanews) – Un pomodoro nano arricchito di molecole antiossidanti, utili per la dieta degli astronauti nelle missioni di lunga durata e in grado di resistere alle radiazioni dell’ambiente spaziale è stato sviluppato dall’Enea nell’ambito dei progetti HORTSPACE e BIOxTREME, finanziati dall’Agenzia Spaziale Italiana. I risultati della ricerca sono stati presentati all’Asi, durante il simposio “A tavola nello spazio: produzione, conservazione e preparazione di cibo” in corso a Roma nella sede dell’Agenzia, da Silvia Massa, biotecnologa vegetale del Laboratorio di Biotecnologie del Dipartimento Sostenibilità dell’Enea.


“Siamo partiti dall’ingegnerizzazione di una varietà nana di pomodoro, MicroTom, un formato che più si adatta ai futuri sistemi di coltivazione in avamposti spaziali o sui vettori perché ha una dimensione contenuta ed è adatto a produrre elevati livelli anche in condizioni di agricoltura fuori suolo ad alta densità e sotto luce LED e ha un genoma acclarato, quindi è possibile intervenire sul genoma di questo pomodoro per cercare di fortificare la pianta e renderla più utile alla salute degli astronauti, oltre che a se stessa, perché solamente le piante che riusciranno a sopravvivere e a riprodursi nello spazio garantiranno la sopravvivenza degli astronauti”, spiega ad askanews Silvia Massa a margine del convegno. I ricercatori hanno reintrodotto nell’arsenale del pomodoro le antocianine, molecole che erano presenti nelle varietà di pomodoro ancestrale ma si erano perse durante la domesticazione. “Un pomodoro che reimpari a produrre antocianine serve sia al pomodoro a sopravvivere nello spazio sia agli astronauti”, osserva Silvia Massa.


“Per testare la conservazione dei semi e la coltivazione di queste piante sul suolo marziano siamo partiti dai dati sulle radiazioni forniti da alcuni rover presenti su Marte e altri dati sugli eventi solari e abbiamo immaginato tre scenari in cui questi semi e queste piante potevano essere schermati dalle radiazioni ionizzanti o andare incontro a eventi solari di varia entità. Durante l’esperimento – spiega la biotecnologa dell’Enea – abbiamo valutato settimanalmente le performance della fotosintesi, dell’andamento della crescita e dell’accumulo di queste molecole antiossidanti. In particolare in una delle linee generate siamo riusciti a ottenere un fenotipo particolarmente stabile in tutte le condizioni che abbiamo testato, ottenendo anche una riduzione ulteriore della taglia e un incremento della produzione di semi”. “Stiamo continuando a caratterizzare queste piante, – conclude Silvia Massa – ma abbiamo già indicazioni che questo tipo di intervento genetico possa consentire di avere una pianta ancora più adatta ad andare nello spazio”.

Negri (Asi): nuova sfida, nutrire gli astronauti sulla Luna e oltre

Negri (Asi): nuova sfida, nutrire gli astronauti sulla Luna e oltreRoma, 21 mar. (askanews) – “Se proiettiamo il futuro dell’esplorazione spaziale verso la Luna e Marte non potremo fare quello che facciamo sulla Stazione spaziale internazionale, che dista 400 km e che quindi possiamo rifornire abbastanza facilmente in continuità. Quando saremo a 380mila km dalla Terra, in una base lunare permanente, la sostenibilità dell’avamposto umano sarà fondamentale, ci sarà il problema di nutrire gli astronauti o chi in futuro magari lavorerà nella base spaziale. Quindi il problema principale è trovare il modo di coltivare in loco e di portare dalla Terra cibi che abbiano una lunga durata, e questo pone anche un problema di packaging resistente alle radiazioni, dal momento che l’ambiente lunare è davvero ostile per l’uomo e non solo. Questo simposio è stato organizzato proprio nell’ottica di guardare oltre, alle future esplorazioni umane dello spazio”. Così Barbara Negri, responsabile Volo umano e sperimentazione scientifica dell’Agenzia spaziale italiana, ad askanews a margine del convegno “A tavola nello spazio: produzione, conservazione e preparazione di cibo” in corso a Roma nella sede dell’Agenzia. Il simposio offre l’occasione a ricercatori e aziende di presentare progetti in corso e idee da sviluppare nel campo delle scienze e tecnologie alimentari per applicazioni spaziali.


“Il cibo poi – aggiunge Barbara Negri – non è solo nutrimento ma gioca un ruolo importante nella memoria dell’uomo e nel suo benessere emotivo e psicologico. Le parole chiave dunque sono sostenibilità e supporto piscologico agli astronauti per far fronte all’isolamento, al confinamento e al distacco dalla Terra che sarà veramente forte”. Come spesso accade, la ricerca in ambito spaziale porta benefici anche alla nostra vita sulla Terra che oggi si trova ad affrontare forti stress dovuti al cambiamento climatico. “Abbiamo un problema di deterioramento del nostro pianeta dovuto ai cambiamenti climatici, – prosegue Negri – ci saranno sempre più inondazioni e desertificazioni, che renderanno impossibile la coltivazione in alcune aree. Quindi dobbiamo trovare modalità alternative per garantire il cibo e rendere nuovamente fruibili terreni che per i cambiamenti climatici non lo sono più”.


Mettere a punto sistemi per produrre cibo nello spazio può offrire dunque soluzioni applicabili in futuro anche sul nostro pianeta, risparmiando acqua ed energia, risorse che non possiamo permetterci di sprecare. La ricerca italiana in questo campo, come dimostrato anche dai molti progetti presentati durante l’evento, è molto attiva e offre risultati incoraggianti. “L’Asi, come agenzia nazionale che si occupa di spazio si pone come aggregatore, – aggiunge – ed è impegnata da tempo a preparare un percorso, una strategia in vista della possibilità di portare l’umanità oltre la Stazione spaziale internazionale, lavorando sulla ricerca e lo sviluppo e permettendo la sperimentazione nello spazio”. “In Asi abbiamo iniziato a occuparci di food spaziale 15-20 anni fa. Il rifornimento di cibo sulla Iss così come l’eliminazione delle scorie è fattibile da tempo, così come le sperimentazioni. Ora – conclude Barbara Negri – la sfida si è spostata oltre, con l’esplorazione umana che ha come obiettivo la Luna come tappa intermedia e Marte, o anche oltre, come tappa finale”.