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Sul lato nascosto della Luna tracce di crateri ormai sepolti

Sul lato nascosto della Luna tracce di crateri ormai sepoltiRoma, 4 set. (askanews) – A 55 anni dallo sbarco dell’Apollo 11, la Luna continua a svelarsi nel suo lato oscuro agli scienziati ancora oggi impegnati nello studio del satellite naturale della Terra. Per la prima volta, una ricerca internazionale ha identificato più di 20 strutture legate a crateri ora sepolti e diverse stratificazioni inclinate nella regolite, lo strato di materiale composto da polvere, roccia e detriti, che si trova sulla superficie della Luna ed è il risultato di millenni di impatti di meteoriti e di processi erosivi.


A coordinare il team di ricercatori è il gruppo di Geofisica Applicata del professore Michele Pipan del Dipartimento di Matematica, Informatica e Geoscienze dell’Università di Trieste. Gli scienziati hanno interpretato le strutture geologiche a una profondità di oltre 30 metri dalla superficie lunare, analizzando i dati radar raccolti dalla missione cinese Chang’e-4 dal 2019, attraverso il primo rover atterrato sulla faccia nascosta della Luna, e integrandoli con misure da sensori remoti. L’indagine – spiega Units – ha interessato una parte del cratere Van Kármán, situato all’interno del South Pole-Aitken Basin, una zona inesplorata del satellite con un diametro di oltre 180 km ora al centro di nuove rivelazioni geologiche. Per la prima volta, nelle fasi di raccolta ed elaborazione dei dati, i ricercatori hanno utilizzato algoritmi di deep learning basati sull’intelligenza artificiale, che hanno permesso di esaminare i dati radar in modo molto più preciso e oggettivo rispetto al passato, scoprendo caratteristiche ed evoluzione del lato nascosto della superficie lunare e rivelando una complessità nella geometria della regolite sino ad oggi sconosciuta. La regolite della zona osservata, infatti, non ha uno spessore costante, contrariamente a quanto ipotizzato in precedenza, ma variabile tra i 5 e i 15 metri.


“Questi risultati dimostrano l’importanza delle analisi multidisciplinari, che non solo forniscono informazioni cruciali dal punto di vista scientifico, ma costituiscono anche l’imprescindibile punto di partenza per la valutazione di potenziali risorse del sottosuolo lunare e per la pianificazione di future missioni e basi lunari permanenti” spiega Michele Pipan, professore di Geofisica Applicata all’Università di Trieste. La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica “Icarus”, ha coinvolto scienziati dell’Università di Trieste, dell’Inaf – Istituto nazionale di astrofisica di Roma, della Purdue University (USA), dell’Accademia cinese delle Scienze e dell’Università di Zhejiang (Cina).


Nel gennaio 2024, lo stesso gruppo di ricerca ha corretto e validato i dati radar raccolti dalla missione, disponibili sul sito del Lunar and Planetary data release system del National Astronomical Observatory of China, e li ha resi disponibili alla comunità internazionale attraverso la pubblicazione sulla rivista Scientific Data. Attualmente, il gruppo di ricerca dell’Università di Trieste che ha guidato questo studio è coinvolto in un progetto selezionato dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) per l’invio sulla Luna di un magnetometro e di un sistema radar per indagini geofisiche del sottosuolo lunare.

Leonardo realizza pacchetto Prospect di Esa che volerà sulla Luna

Leonardo realizza pacchetto Prospect di Esa che volerà sulla LunaRoma, 30 ago. (askanews) – Il pacchetto Prospect dell’Agenzia spaziale europea, composto una trivella e un laboratorio miniaturizzato, volerà nella regione polare meridionale della Luna alla ricerca di ghiaccio, come parte dell’iniziativa Commercial Lunar Payload Services della Nasa.


Per questa opportunità di volo prevista nel periodo 2027-2028, la Nasa ha selezionato Intuitive Machines che approfondirà la nostra comprensione della Luna e risponderà a delle domande chiave dove e come si possono trovare i composti volatili – ad esempio il ghiaccio d’acqua – sulla superficie lunare. Prospect (Package for Resource Observation and In-Situ Prospecting for Exploration, Characterisation and Testing) è stato sviluppato per Esa da un ampio team di industrie, con Leonardo prime contractor e responsabile tecnico del trapano ProSEED, e l’Open University, nel Regno Unito, leader nella progettazione dello strumento ProSPA. Si tratta di una suite di strumenti disegnati per perforare fino ad almeno un metro di profondità sotto la superficie lunare, estraendo dei campioni che successivamente vengono elaborati in un mini-laboratorio. La combinazione della trivella robotica e il kit di analisi dei campioni è progettata per identificare i composti volatili intrappolati sotto la superficie lunare, a temperature estremamente fredde, che possono raggiungere i -150 ° C.


Il pacchetto europeo Prospect, – informa l’Esa – condividerà il passaggio verso la Luna con altri cinque strumenti provenienti dagli Stati Uniti, tra cui i retro-riflettori progettati per localizzare i siti di atterraggio sulla Luna e i lieviti per studiare le risposte alle radiazioni e alla gravità. In totale, i sei strumenti avranno una massa di circa 80 kg. “Siamo orgogliosi di essere protagonisti di questa nuova avventura spaziale, realizzando Prospect con l’ESA per la nuova missione CLPS della NASA, – dichiara Francesco Rizzi, Responsabile linea di business Spazio di Leonardo – con l’obiettivo di ampliare la nostra conoscenza della Luna e di supportare così la futura permanenza degli astronauti, sostenibile e duratura. Prospect è una combinazione di robotica e strumentazione scientifica, il cui cuore è la trivella ProSEED, realizzata nel nostro stabilimento di Nerviano, che scenderà fino ad almeno un metro di profondità sotto la superficie lunare, preleverà campioni di materiale che saranno analizzati in-situ nel mini laboratorio ProSPA, alla ricerca di sostanze volatili. Questo risultato è un’importante conferma dell’eccellenza tecnologica di Leonardo nel settore della robotica spaziale, frutto dell’esperienza maturata, grazie al costante sostegno dell’Agenzia Spaziale Italiana, con lo sviluppo delle trivelle ed i sistemi di campionamento per le missioni Rosetta ed ExoMars”.


Prospect – evidenzia l’Esa – fa parte di un impegno globale per identificare potenziali risorse lunari a favore di una permanenza umana sostenibile e di lunga durata sulla Luna. L’acqua è un obiettivo chiave: concentrazioni di acqua ghiacciata potrebbero essere situate sopra o sotto la superficie, specialmente nelle regioni polari della Luna. Ottenere informazioni sulla quantità di acqua presente e sulla sua accessibilità sarebbe d’aiuto nella pianificazione, in futuro, di missioni che utilizzano le risorse locali. “Prospect si unisce a una nuova fase di esperimenti scientifici ed esplorazione incentrata sulla Luna, la quale potrebbe aprire la porta all’uso delle risorse lunari. Ad esempio, estrarre ossigeno direttamente da rocce e polvere lunari potrebbe essere un modo efficiente di ricavare ossigeno per gli habitat umani o la propulsione dei veicoli spaziali,” afferma Richard Fisackerly, Responsabile del Progetto Prospect. “Oltre al loro potenziale come risorse, i composti volatili lunari rappresenterebbero anche una componente importante della regolite lunare – lo strato di polvere sciolta e roccia frammentata che ricopre la superficie lunare. Prospect può approfondire la nostra comprensione dei sistemi fondamentali dell’ambiente lunare e della Luna stessa” aggiunge.


Il trapano robotico, chiamato ProSEED, – spiega l’Esa – penetrerà nella superficie lunare fino a un metro di profondità. Le temperature nel sottosuolo dovrebbero essere inferiori a -100°C, condizione per cui il ghiaccio potrebbe essere stabile. La trivella è dotata di un imager multispettrale e di un sensore di permittività per supportare il rilevamento e l’analisi a distanza dei composti volatili, nonché la mineralogia della regolite nel sito di atterraggio. Il trapano è già stato sottoposto a dei test in Italia, tra cui alcuni condotti a temperature molto basse, a bassa pressione e utilizzando una miscela di un fac-simile della regolite lunare e ghiaccio. Questi test hanno dimostrato che il trapano è in grado di penetrare in profondità nei materiali duri e raccogliere campioni con successo. Il mini-laboratorio ProSPA riceverà i campioni dal trapano tramite una cinta che dispone di più forni, dove i campioni verranno sigillati e riscaldati così da estrarre i composti volatili intrappolati dal freddo. Lo strumento ProSPA misurerà quindi la natura e l’abbondanza dei composti volatili lunari utilizzando i gas rilasciati dal campione. ProSPA testerà anche processi specifici che potrebbero essere applicati per l’estrazione delle risorse in futuro. (Credit: Leonardo)

Spazio, Sentinel 2-C pronto al lancio con l’ultimo volo di Vega

Spazio, Sentinel 2-C pronto al lancio con l’ultimo volo di VegaRoma, 28 ago. (askanews) – Sentinel 2-C, il satellite più recente del programma europeo Copernicus, è pronto per essere lanciato con l’ultima missione del razzo Vega dalla base europea di Kourou nella Guyana francese, alle 3.50 ora italiana del 4 settembre (le 22.50 ora locale del 3 settembre).


La missione Copernicus Sentinel-2 fornisce immagini ottiche ad alta risoluzione per una vasta gamma di applicazioni, tra cui il monitoraggio della terra, dell’acqua e dell’atmosfera. La missione – ricorda l’Agenzia spaziale europea – si basa su una costellazione di due satelliti identici Sentinel-2A (lanciato nel 2015) e Sentinel-2B (lanciato nel 2017), che volano sulla stessa orbita ma a 180° di distanza l’uno dall’altro per ottimizzare la copertura e il tempo di rivisitazione. Ogni satellite trasporta un imager multispettrale ad alta risoluzione per fornire immagini ottiche dalla regione visibile a quella a onde corte-infrarossi dello spettro elettromagnetico. Dall’altitudine di 786 km, i satelliti forniscono immagini in 13 bande spettrali con risoluzioni di 10, 20 e 60 metri su un’ampia larghezza di 290 km. Insieme, coprono tutte le terre emerse e le acque costiere della Terra ogni cinque giorni. I dati raccolti da Sentinel-2 vengono utilizzati per un’ampia gamma di applicazioni, tra cui l’agricoltura di precisione, il monitoraggio della qualità dell’acqua, la gestione delle catastrofi naturali e il rilevamento delle emissioni di metano.


Sentinel-2C sarà gestito dai team esperti del centro di controllo missioni ESOC dell’Esa a Darmstadt, in Germania, e continuerà l’eredità dei suoi predecessori, fornendo dati ad alta risoluzione essenziali per Copernicus, componente di osservazione della Terra del Programma Spaziale dell’Ue. A portare in orbita Sentinel 2-C sarà il razzo europeo Vega – progettato da Avio, che è anche il contraente principale e operato da Arianespace – specializzato nel lancio di piccoli veicoli spaziali per scopi scientifici e di osservazione della Terra. Dopo questa missione (denominata VV24) Vega passerà il testimone alla versione aggiornata Vega-C il cui ritorno al volo è previsto per la fine di quest’anno.


Il volo inaugurale di Vega si è svolto nel febbraio 2012 e, da allora, Vega ha portato in orbita oltre 100 missioni per conto di dozzine di istituzioni europee e clienti di tutto il mondo. Anche i satelliti Sentinel-2A e Sentinel-2B sono stati lanciati su Vega. (CREDIT : ESA-CNES-ARIANESPACE/Optique vidéo du CSG-T. Leduc)

Analizzato per la prima volta il Dna delle iene fossili siciliane

Analizzato per la prima volta il Dna delle iene fossili sicilianeRoma, 28 ago. (askanews) – Le iene siciliane, che abitavano l’isola prima dell’arrivo di Homo sapiens, appartengono a un gruppo diverso da quelle africane: si tratta di una popolazione “relitta” di iene insulari, caratteristica che le rende uniche al mondo, il cui DNA fossile nei resti biologici è sopravvissuto al clima caldo del Mediterraneo ed è stato analizzato in uno studio che coinvolge diversi ricercatori italiani.


Prima ancora che Homo sapiens arrivasse in Sicilia, circa 16 mila anni fa, sull’isola erano molto diffuse le iene del genere Crocuta. Tra i più iconici carnivori delle savane, la iena macchiata è oggi presente in buona parte dell’Africa sub-sahariana, ma durante il Pleistocene, tra 800 e 16 mila anni fa, era diffusa in territori molto più ampi che includevano l’Europa e l’Asia, mentre l’unica isola dove la presenza di questa specie è stata documentata dai fossili, è la Sicilia. Questa caratteristica rende le iene siciliane uniche da un punto di vista paleobiologico e offre agli studiosi una rara opportunità per comprendere meglio sia gli adattamenti che i processi evolutivi legati all’isolamento geografico di un grande carnivoro, estremamente raro in contesti insulari.


Grazie ai recenti avanzamenti nello studio del DNA antico, negli ultimi anni i paleogenetisti sono stati in grado di analizzare porzioni di DNA di alcune iene fossili, ad oggi tutte provenienti da siti nord europei o dal nord della Russia e della Cina, dove le temperature basse favoriscono la conservazione del materiale genetico. In ambienti a clima caldo, come quello mediterraneo, nei resti antichi il DNA si conserva con maggiori difficoltà. In un recente studio condotto dai ricercatori delle Università di Palermo, Statale di Milano, Firenze, Roma Sapienza, Bangor University e Cambridge, pubblicato sulla rivista internazionale “Quaternary Science Reviews” è stato analizzato per la prima volta il DNA di una iena fossile della Sicilia.


Il DNA nucleare – spiegano i ricercatori italiani – è stato estratto con successo da un frammento di coprolite, un escremento fossilizzato di iena di oltre 20 mila anni, proveniente dal sito della Grotta San Teodoro (Messina). I risultati delle analisi hanno svelato che le iene siciliane possedevano caratteristiche genetiche molto particolari, uniche tra tutte le iene fossili di cui si conosce il DNA. “Le analisi – commenta Giulio Catalano, paleogenetista dell’Università di Palermo e primo autore dello studio – ci suggeriscono che le iene siciliane siano appartenute a un gruppo genetico molto antico, distinto dalle attuali iene africane e peculiare rispetto alle altre iene fossili”. “Questo insieme di caratteristiche – prosegue il ricercatore – ci fa ipotizzare che un tempo la popolazione di queste iene fosse ampiamente distribuita sul continente, circa 500mila anni fa. Ma arrivate in Sicilia, grazie all’isolamento geografico, questa popolazione ha conservato le proprie caratteristiche genetiche mentre nel resto d’Europa si è invece persa nel corso del tempo. Questo grazie anche al contributo dei diversi scambi genetici avvenuti con le iene africane”.


“Questo tipo di analisi permette di ipotizzare che le iene pleistoceniche siciliane possano far parte di una popolazione genetica ‘relitta’, sopravvissuta sull’isola fino a circa 20 mila anni fa”, sottolinea Raffaele Sardella, paleontologo dell’Università Sapienza di Roma che ha partecipato alla ricerca. “Oltre al DNA di iena, – aggiunge Dawid A. Iurino, paleontologo dell’Università Statale di Milano e coautore dello studio – nel coprolite abbiamo individuato tracce di DNA equino che ci ha permesso di rivelare il contenuto del pasto di una iena di 20 mila anni fa, costituito da Equus hydruntinus l’unico equide vissuto in passato sull’isola. La scoperta e l’analisi di questo DNA fossile rappresentano una fonte inesauribile di ispirazione per nuove ricerche che rende il patrimonio geo-paleontologico della Sicilia una risorsa da preservare e valorizzare, in quanto unico nel suo genere”. “Grotta San Teodoro, con il suo enorme patrimonio, – commenta Luca Sineo, docente dell’Università di Palermo e responsabile del progetto – si conferma tra i più importanti siti europei per lo studio del Pleistocene, ovvero gli ultimi 2.5 milioni di anni. Questa ricerca ha coinvolto studiosi internazionali ed è stata possibile grazie alla collaborazione con il Parco Archeologico di Tindari, la Proloco di Acquedolci e la Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Messina”. “Questo studio dimostra come, ad oggi, lo sviluppo tecnologico consenta di ottenere informazioni genetiche anche da substrati biologici complessi, come i coproliti”, spiega la Dott.ssa Alessandra Modi dell’Università di Firenze che ha partecipato alla ricerca. “Grazie alla grande mole di dati che si possono ottenere da un numero sempre maggiore di resti appartenenti a specie diverse, siamo in grado di delineare con elevata precisione la storia evolutiva non solo dell’uomo, ma di molteplici forme viventi”, conclude David Caramelli, Professore Ordinario di Antropologia dell’Università di Firenze.

Polimi: inchiostri invisibili per certificare le opere d’arte

Polimi: inchiostri invisibili per certificare le opere d’arteRoma, 27 ago. (askanews) – Un set di inchiostri speciali contenenti nanomateriali per certificare le opere d’arte è stato sviluppato al Politecnico di Milano grazie al progetto PYPAINT (Protect Your Peerless Artwork with Innovative Nanoengineered Technology).


Con PYPAINT gli artisti potranno firmare le proprie opere con una semplice penna a sfera contenente inchiostri colorati oppure apporre all’opera un’etichetta con un set di inchiostri contenenti nanomateriali invisibili all’occhio umano in grado però di creare un codice univoco che permette di identificare un’opera d’arte senza possibilità di contraffazione. Il risultato è stato raggiunto all’interno del progetto PYPAINT concluso da poco e finanziato dall’European Research Council con un Proof of Concept, – informa Polimi – per aiutare i ricercatori a esplorare il potenziale commerciale del proprio lavoro portandoli dalla ricerca di base a quella applicata.


“L’idea era proprio quella di sviluppare un nuovo sistema stampabile anticontraffazione basato su nanostrutture a base di carbonio con una specifica risposta optoelettronica che, interagendo con la luce, consentisse di creare un codice identificativo univoco dell’opera d’arte, invisibile all’occhio umano. Un risultato importante che contribuisce a garantire l’estremo valore delle opere d’arte in Europa e nel mondo”, afferma Carlo Spartaco Casari del Dipartimento di Energia del Politecnico di Milano e coordinatore di PYPAINT. La tecnologia è stata sviluppata al Politecnico di Milano e in collaborazione con l’artista italiano SKYGOLPE ed è stata protagonista all’evento WUF (We Understand the Future) a Basilea durante Art Basel con un video shooting in cui i ricercatori sono stati intervistati dal direttore di ArtsLife.


Le attività del progetto di ricerca del team coordinato dal Prof. Casari e composto da Anna Facibeni, Sonia Peggiani e Alessandro Vidale, si sono svolte presso il NanoLab del Dipartimento di Energia del Politecnico di Milano, nell’ambito del progetto ERC Consolidator Grant EspLORE ed in collaborazione con lo startup studio Day One S.r.l.. Questi risultati – conclude Polimi – verranno sfruttati nel progetto EIC KEEPER attraverso la startup ENIGMA S.r.l., recente spin off del Politecnico di Milano.

Missione Cluster, Esa: rientro mirato del primo di quattro satelliti

Missione Cluster, Esa: rientro mirato del primo di quattro satellitiRoma, 26 ago. (askanews) – Dopo 24 anni di servizio, l’8 settembre prossimo il primo dei quattro satelliti della missione Cluster dell’Agenzia spaziale europea rientrerà nell’atmosfera terrestre all’altezza dell’Oceano Pacifico Meridionale, in una zona disabitata. Un rientro mirato per Salsa (Cluster 2), studiato per garantire che le spoglie satellite non si aggiungano alla quantità di rifiuti spaziali correntemente in orbita attorno alla Terra nell’ottica di un’esplorazione spaziale sostenibile.


Lanciato nel 2000, Cluster ha trascorso 24 anni a studiare forse l’unica cosa che rende la Terra un mondo abitabile unico in cui la vita può prosperare: il suo potente scudo magnetico, la magnetosfera che, come un enorme ombrello, ci protegge dalla maggior parte della pioggia di particelle che il Sole incessantemente invia nella nostra direzione. Ma le raffiche di questo vento solare possono filtrare attraverso questo scudo, inviando raffiche di particelle energetiche a cascata verso la superficie terrestre. Le aurore boreali e australi sono la manifestazione più visibile di questo evento atmosferico. Più raramente, le particelle emesse dal Sole possono interrompere la nostra alimentazione elettrica, disturbare le comunicazioni radio o danneggiare i satelliti. L’influenza del vento solare sull’ambiente magnetico terrestre è denominata ‘meteorologia spaziale’. E fino all’arrivo di Cluster, – evidenzia l’Esa – investigare sulla meteorologia spaziale era impossibile. Cluster non era stato progettato per durare così a lungo, né per un finale così sicuro. Era stato inizialmente lanciato in una missione di due anni per studiare l’interazione tra il Sole e la Terra. Poiché stava conducendo un esperimento scientifico così impressionante e rivoluzionario, gli operatori del veicolo spaziale dell’Esa hanno deciso di farlo continuare. Oltre 24 anni dopo il suo lancio, la storica missione per misurare l’ambiente magnetico terrestre è giunta al termine. Senza alcun intervento, i quattro satelliti di Cluster sarebbero rientrati naturalmente in modo meno prevedibile, potenzialmente su una regione più densamente popolata.


Dei quattro satelliti di Cluster – Rumba (Cluster 1), Salsa (Cluster 2), Samba (Cluster 3) e Tango (Cluster 4) – Salsa sarà il primo a fare il grande rientro nell’atmosfera terrestre. Salsa si dirigerà verso una regione specifica dell’Oceano Pacifico Meridionale, il più lontano possibile dalle regioni popolate. “Lo scorso gennaio abbiamo modificato l’orbita di Salsa per assicurarci che l’8 settembre precipiti rapidamente da un’altitudine di circa 110 km a 80 km,” spiega Bruno Sousa, Responsabile delle Operazioni di Cluster. “Questo ci dà il massimo controllo possibile su dove il veicolo spaziale entrerà nell’atmosfera e inizierà a bruciare.” La squadra di Bruno Sousa sta ora osservando il satellite da lontano. Un rientro mirato consente sufficiente prevedibilità dei tempi e della posizione di rientro, elementi che rendono innecessarie ulteriori manovre. Nonostante l’Esa sia fiduciosa che nessun frammento toccherà terra, “abbiamo ancora pochissimi dati su come si comportano i veicoli spaziali mentre passano attraverso gli strati inferiori dell’atmosfera. Vorremmo saperne di più per prevedere ancora meglio l’ora e la posizione dei rientri satellitari e garantire la sicurezza degli esseri umani sulla Terra”. L’Agenzia sta considerando anche di osservare il rientro di Salsa da un aereo.


Il rientro di Cluster segue quelli delle missioni Esa di Osservazione della Terra Aeolus e ERS-2. Con questo rientro mirato, Esa – evidenzia l’Agenzia – si riconferma pioniere nell’identificazione di nuove strategie per ridurre il suo impatto ambientale, smaltendo le sue missioni in modo più sicuro e sostenibile di quanto previsto al momento della loro progettazione. “Studiando come brucia Salsa, quali parti potrebbero sopravvivere, per quanto tempo e in quale stato, impareremo molto su come costruire satelliti a ‘detriti zero’,” spiega Tim Flohrer, Capo dell’Ufficio Detriti Spaziali di Esa. “Le lezioni apprese da questa attività aiuteranno a trasformare i rientri mirati in un’opzione sicura e ben compresa per lo smaltimento di altre missioni spaziali in orbite simili, come Smile e Proba-3”. Dopo il rientro di Salsa, i tre satelliti di Cluster rimasti entreranno in modalità ‘custode’; anche se non effettueranno misurazioni scientifiche, gli operatori li monitoreranno per ridurre al minimo il rischio di collisione con altri satelliti o con la Terra stessa. Il team di Bruno Sousa regolerà l’orbita di Rumba (Cluster 1) nell’agosto 2024 in preparazione di un rientro mirato simile a quello di Salsa nel novembre 2025. Gli scienziati manovreranno dunque Samba (Cluster 3) e Tango (Cluster 4) nel novembre 2024, preparandosi all’addio definitivo di Cluster nell’agosto 2026.


Alla fine del 2025, l’Esa prevede di lanciare la sua prossima missione rivolta allo studio dell’ambiente magnetico terrestre: il Solar Wind Magnetosphere Ionosphere Link Explorer, o Smile in breve. Missione condivisa con l’Accademia Cinese delle Scienze, Smile si baserà sulle conoscenze di Cluster per svelare ancora di più sul complesso e intrigante ambiente magnetico che circonda il pianeta Terra. (CREDIT: ESA – CC BY-SA 3.0 IGO) Red.Lcp

Luna e Terra in posa per la camera Janus nel primo flyby di Juice

Luna e Terra in posa per la camera Janus nel primo flyby di JuiceRoma, 23 ago. (askanews) – Si chiama JANUS la camera ottica che viaggia da oltre un anno a bordo della sonda Esa JUICE (Jupiter Icy Moon Explorer) e nei giorni scorsi – durante il primo flyby del sistema Luna-Terra della storia – ha acquisito immagini straordinarie del nostro satellite naturale e del nostro pianeta. La fionda gravitazionale doppia è avvenuta con successo la notte tra il 19 e 20 agosto scorsi: tale manovra, mai realizzata in precedenza anche per i notevoli rischi, ha permesso a JUICE di cambiare velocità e direzione di volo, preparando la sonda al successivo sorvolo ravvicinato di Venere previsto per agosto 2025.


La camera JANUS è stata progettata per studiare la morfologia e i processi globali regionali e locali delle lune ghiacciate di Giove e per eseguire la mappatura delle nubi del gigante gassoso. Lo strumento è stato realizzato da un consorzio di industrie a guida Leonardo sotto la responsabilità dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI). La camera JANUS è stata realizzata anche grazie alla collaborazione con l’agenzia tedesca DLR, il CSIC-IAA di Granada e il CEI-Open University di Milton Keynes. La responsabilità scientifica dello strumento è dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF). “Dopo oltre 12 anni di lavoro per proporre, realizzare e verificare lo strumento, questa è la prima occasione per toccare con mano dati simili a quelli che acquisiremo nel sistema di Giove a partire dal 2031”, commenta Pasquale Palumbo, ricercatore all’INAF di Roma e principal investigator del team che ha progettato, testato e calibrato la fotocamera JANUS. “Anche se il flyby è stato pianificato esclusivamente per facilitare il viaggio interplanetario fino a Giove, tutti gli strumenti a bordo della sonda hanno approfittato del passaggio in prossimità di Luna e Terra per acquisire dati, provare operazioni e tecniche di elaborazione con il vantaggio di conoscere già cosa stavamo osservando”, aggiunge.


“L’insieme degli strumenti italiani a bordo della missione JUICE è quanto di più tecnologicamente avanzato sia stato mai realizzato e consentirà di ottenere dei risultati scientifici di assoluta rilevanza consolidando la posizione di leadership raggiunta dall’Italia nell’ambito dell’esplorazione del sistema solare”, dichiara Barbara Negri responsabile dell’ufficio Volo Umano e Sperimentazione Scientifica dell’ASI. Infatti, la nostra agenzia, ha coordinato e gestito, oltre alla realizzazione della camera JANUS, la realizzazione del radar sotto-superficiale RIME, la realizzazione dell’esperimento di radio scienza 3GM e la realizzazione della testa ottica dello spettrometro MAJIS a guida francese, prosegue. “A poco più di un anno dal lancio di JUICE, questo doppio passaggio ravvicinato ha rappresentato una pietra miliare per il viaggio della sonda verso la sua destinazione finale, commenta Angelo Zinzi responsabile per l’ASI dello strumento JANUS. “Oltre ad aver ottenuto l’assistenza gravitazionale richiesta, i vari strumenti sono stati accesi e hanno operato in modalità simili a quelle attese intorno a Giove e ai suoi satelliti: i dati sono stati ottenuti, inviati a terra e processati così come previsto, mostrando l’ottima preparazione dei team di strumento coinvolti. La camera nel visibile JANUS e lo spettrometro MAJIS hanno inoltre sfruttato la possibilità di acquisire immagini quasi contemporanee con il satellite multispettrale PRISMA dell’ASI. Dopo un lungo lavoro di preparazione tra i vari team coinvolti è stato infatti possibile ottenere una serie di osservazioni PRISMA da poter confrontare con quelle di JANUS e MAJIS: queste saranno molto utili per testare le procedure di calibrazione e l’accuratezza dei due strumenti di JUICE coinvolti, così da rendere più robusto il lavoro scientifico futuro”, prosegue Zinzi.


“Mentre la Luna offre il vantaggio di conoscere quello che osserviamo – spiega Palumbo – il problema della Terra è la sua estrema variabilità temporale; si pensi alle nuvole che si muovono e cambiano nell’arco anche di minuti. Per ovviare a questo abbiamo pianificato osservazioni contemporanee con satelliti di osservazione della Terra: questo ci garantirà un termine di confronto”. Lo strumento italiano – informano Asi e Inaf in una nota congiuntta – è equipaggiato con un sistema di 13 filtri (5 a banda larga e 8 a banda stretta) distribuiti nell’intervallo spettrale dal visibile al vicino infrarosso. Avere immagini della stessa zona in diversi filtri permette ai ricercatori di avere molto di più di semplici immagini a “colori”: le fotocamere che conosciamo acquisiscono le immagini con tre diversi filtri (rosso, verde e blu o RGB) depositati a scacchiera sullo stesso sensore, mentre JANUS ne posiziona ben 13 davanti al rivelatore coprendo un intervallo più ampio di quello percepibile dall’occhio umano.


Lo scopo primario dei dati raccolti da JANUS durante il doppio flyby è stato quello di valutare prestazioni e funzionalità dello strumento, non di eseguire misure scientifiche. Per questa ragione, le immagini (circa 200 della Luna e altrettante della Terra) sono state acquisite a diversi intervalli temporali, con diversi filtri, numerosi fattori di compressione e altrettanti tempi di integrazione. “In alcuni casi – sottolinea il ricercatore – abbiamo provocato volontariamente un peggioramento della qualità utilizzando tempi di integrazione lunghi, ottenendo immagini per così dire ‘mosse’, in modo da testare algoritmi di recupero della risoluzione. In altri casi abbiamo parzialmente saturato l’immagine per studiare gli effetti indotti sulle zone non saturate”. E aggiunge: “abbiamo anche misurato per la prima volta e meglio del millesimo di grado l’allineamento fra il laser altimetro e la camera. Questo è un dato essenziale per integrare le risposte dei due strumenti”, dice Palumbo. Le immagini pubblicate oggi sono preliminari e non elaborate per un utilizzo scientifico. Palumbo conclude commentando le immagini della Terra raccolte all’alba del 20 agosto: “L’osservazione della superficie dei satelliti ghiacciati di Giove, come per la Luna, non è disturbata dall’atmosfera. Al contrario, Giove è una gigantesca, dinamica e turbolenta atmosfera. Le immagini di JANUS della Terra, con diversi filtri, possono simulare quello che potremo fare a Giove: osservare diversi strati e componenti dell’atmosfera semplicemente cambiando filtro”. JANUS permetterà l’acquisizione di immagini multi spettrali dei satelliti ghiacciati di Giove a una risoluzione e con una estensione 50 volte migliore delle camere inviate nel sistema gioviano in passato. La camera include anche un computer con un software che controlla tutte le funzionalità dello strumento, riceve i comandi e invia telemetria e dati a terra attraverso la grande antenna parabolica di JUICE. Tutte le operazioni si sono svolte secondo quanto programmato e, come confermato dalle telemetrie, completate con successo. Attualmente i dati che stanno piano piano arrivando a terra, anche da RIME, 3GM e MAJIS (gli altri strumenti italiani) sono al vaglio del team scientifico. Dopo il lancio della missione nell’aprile del 2023, le manovre gravitazionali previste nella tabella di marcia di JUICE sono fondamentali per avvicinare sempre di più la sonda verso il sistema di lune gioviano, che dista in media 800 milioni di km dal nostro pianeta, con il minor dispendio di propellente. Il sorvolo di Venere nel 2025 spingerà JUICE di nuovo verso la Terra. Gli altri flyby sono previsti a settembre 2026 e a gennaio 2029; l’arrivo su Giove è invece in programma per luglio 2031. (Crediti: team JANUS (INAF, ASI, DLR, CSIC-IAA, OpenUniversity, CISAS-Università di Padova e altri partner internazionali)

Artemis III, dall’Europa il terzo modulo di servizio per Orion

Artemis III, dall’Europa il terzo modulo di servizio per OrionRoma, 23 ago. (askanews) – Il modulo di servizio europeo che alimenterà la navicella spaziale Orion durante la missione lunare Artemis III ha lasciato i padiglioni di integrazione dell’Airbus Space a Brema, in Germania, e ora salperà verso il Kennedy Space Center della Nasa negli Stati Uniti.


Costruito in Italia, negli stabilimenti di Torino di Thales Alenia Space (joint venture costituita per il 67% da Thales e per il 33% da Leonardo), assemblato in Germania e con contributi da tutta Europa, il viaggio del modulo ESM-3 attraverso l’Oceano Atlantico – informa l’Agenzia spaziale europea – durerà 12 giorni a bordo della Canopée, la stessa nave che ha trasportato Ariane 6 allo spazioporto europeo nella Guyana francese prima del suo volo inaugurale. Il modulo di servizio europeo è un componente essenziale di Orion della Nasa nello spazio durante le missioni Artemis e fornisce agli astronauti risorse essenziali, tra cui elettricità, acqua, controllo della temperatura e aria.


L’Esa ha già fornito due moduli di servizio europei alla Nasa: il primo è stato utilizzato durante la riuscita missione senza equipaggio Artemis I, mentre il secondo si trova attualmente al Kennedy Space Center della Nasa per i test in vista della missione Artemis II, prevista per l’anno prossimo. Ora il terzo Modulo di Servizio Europeo è in viaggio per unirsi al secondo prima di intraprendere la propria missione. Il terzo Modulo di Servizio Europeo ha iniziato il suo viaggio nei capannoni produttivi di Thales Alenia Space a Torino, in Italia, dove gli ingegneri hanno costruito la sua struttura simile a un telaio. Questa struttura portante supporta tutti i componenti del modulo, tra cui: 11 km di cavi, 33 motori, quattro serbatoi con 2000 litri di propellente ciascuno, serbatoi con acqua e aria sufficienti per l’equipaggio durante la missione e quattro pannelli solari da sette metri che forniscono elettricità sufficiente per due famiglie.


Da ottobre 2020, il modulo e i suoi componenti sono arrivati ad Airbus Space a Brema, in Germania, per l’assemblaggio. Le parti provenivano da oltre 20 aziende in più di 10 Paesi europei, a testimonianza dello sforzo cooperativo dietro questo progetto. Una volta che il modulo di servizio europeo arriverà al Kennedy Space Center della Nasa, gli ingegneri lo collegheranno all’adattatore del modulo dell’equipaggio e in seguito al modulo dell’equipaggio stesso, con numerosi test prima, durante e dopo per preparare la navicella spaziale in vista della missione Artemis III.


(CREDIT: ESA-P. Sebirot)

Spazio, Juice verso Venere con primo sorvolo Luna-Terra al mondo

Spazio, Juice verso Venere con primo sorvolo Luna-Terra al mondoRoma, 21 ago. (askanews) – La sonda Juice-Jupiter Icy Moons Explorer dell’Esa ha completato con successo il primo sorvolo della Luna e della Terra, sfruttando la gravità della Terra per dirigersi verso Venere, prendendo una scorciatoia verso Giove attraverso il sistema solare interno. Il punto di massimo avvicinamento alla Luna è avvenuto alle 23.15 del 19 agosto, guidando Juice verso il punto di massimo avvicinamento alla Terra poco più di 24 ore dopo, alle 23.56 del 20 agosto.


Mentre volava a soli 6.840 km sopra il Sud-est asiatico e l’Oceano Pacifico, Juice – missione a cui partecipa anche il nostro Paese con l’Agenzia spaziale italiana affiancata dalla comunità scientifica nazionale e dall’industria – ha scattato una serie di immagini con le sue telecamere di monitoraggio di bordo e ha raccolto dati scientifici con otto dei suoi dieci strumenti. “Il sorvolo della fionda gravitazionale è stato impeccabile, tutto è andato liscio e siamo stati emozionati nel vedere Juice tornare così vicino alla Terra”, afferma Ignacio Tanco, responsabile delle operazioni della navicella spaziale per la missione. Lo scopo del sorvolo – spiega l’Agenzia spaziale europea – era di deviare il percorso di Juice nello spazio, sfruttando prima la gravità della Luna e poi della Terra per modificare la velocità e la direzione della sonda.


Il sorvolo della Luna ha aumentato la velocità di Juice di 0,9 km/s rispetto al Sole, guidando Juice verso la Terra. Il sorvolo della Terra ha ridotto la velocità di Juice di 4,8 km/s rispetto al Sole, guidando Juice su una nuova traiettoria verso Venere. Nel complesso, la manovra ha deviato Juice di un angolo di 100° rispetto al suo percorso precedente al sorvolo. Il flyby intrinsecamente rischioso – evidenzia l’Esa – ha richiesto una navigazione ultra-precisa e in tempo reale, ma ha permesso di far risparmiare alla missione circa 100-150 kg di carburante. Nel mese precedente al flyby, gli operatori della sonda hanno dato a Juice delle piccole spinte per metterla esattamente sulla traiettoria di avvicinamento giusta, poi dal 17 agosto hanno monitorato costantemente la sonda.


Grazie a un lancio impeccabile di Ariane 5 nell’aprile 2023, Juice ha un po’ di propellente in più nei suoi serbatoi rispetto a quanto inizialmente pianificato per avvicinarsi alla luna di Giove Ganimede. Il successo del sorvolo tra la Luna e la Terra ha salvaguardato questo bonus. “Grazie alla navigazione molto precisa del team Flight Dynamics dell’Esa, siamo riusciti a utilizzare solo una piccola frazione del propellente riservato per questo sorvolo. Ciò si aggiungerà ai margini che conserviamo per un giorno di pioggia o per estendere la missione scientifica una volta arrivati su Giove”, aggiunge Tanco.


Sebbene l’obiettivo principale fosse quello di modificare la traiettoria di Juice, il sorvolo della Luna e della Terra ha anche offerto l’opportunità di testare gli strumenti scientifici di Juice nello spazio: tutti e dieci sono stati accesi durante il sorvolo della Luna e otto durante quello della Terra. L’Esa conta di pubblicare le immagini e gli spettri raccolti da alcuni degli strumenti di Juice nelle prossime settimane, man mano che vengono trasmessi dalla sonda e valutati dagli scienziati. Ciò include immagini ad alta risoluzione sulla Luna e sulla Terra dalla fotocamera scientifica di Juice, JANUS. “La tempistica e la posizione di questo doppio sorvolo ci consentono di studiare a fondo il comportamento degli strumenti di Juice”, spiega Claire Vallat, Juice Operations Scientist. “Esso avviene abbastanza presto nel corso del viaggio di Juice da permetterci di usare i dati per preparare gli strumenti prima dell’arrivo su Giove”. Il sorvolo Luna-Terra ha effettivamente ridotto l’energia di Juice, reindirizzandola verso un incontro con Venere tra un anno, nell’agosto 2025. Il sorvolo di Venere spingerà Juice di nuovo verso la Terra, che la sonda sorvolerà di nuovo nel settembre 2026 e poi nel gennaio 2029, ottenendo altre due spinte prima dell’arrivo su Giove nel luglio 2031. (Credit: ESA/Juice/JMC – Simeon Schmauß & Mark McCaughrean)

Juice, primo sorvolo riuscito: sfiorata la Luna per arrivare a Giove

Juice, primo sorvolo riuscito: sfiorata la Luna per arrivare a GioveRoma, 20 ago. (askanews) – Sfruttare la gravità di altri corpi celesti per poter arrivare nel momento giusto e con la velocità giusta a Giove, distante 800 milioni di chilometri, con una manovra in due fasi senza precedenti che prevede due sorvoli ravvicinati prima della Luna e poi della Terra. Il primo step la sonda dell’Agenzia spaziale europea Juice-Jupiter Icy Moons Explorer lo ha superato con successo alle 23.15 di ieri. L’Esa ha diffuso un’immagine scattata dalla telecamera di monitoraggio Juice 1 (JMC1) alle 23.25 del 19 agosto, subito dopo che Juice ha raggiunto il suo massimo avvicinamento alla Luna, a 750 km. La seconda fase della manovra è in programma questa sera e prevede il flyby della Terra che dovrebbe avvenire alle 23.57.


“È come passare molto velocemente attraverso un corridoio molto stretto, spingendo l’acceleratore al massimo quando il margine ai lati della strada è di pochi millimetri”, osserva Ignacio Toro, Juice’s Spacecraft Operations Manager. Una manovra studiata per 20 anni dal team di missione e che segnerà una doppia prima mondiale: il primo sorvolo Luna-Terra e il primo doppio aiuto gravitazionale di un veicolo spaziale. La Terra piegherà la traiettoria di Juice nello spazio, “frenandola” e reindirizzandola sulla rotta per un sorvolo di Venere nell’agosto 2025. Gli operatori della missione hanno già modificato il percorso di Juice per assicurarsi che arrivi prima sulla Luna, poi un giorno dopo sulla Terra, esattamente al momento giusto, alla giusta velocità e nella giusta direzione. Sono fiduciosi del successo, ma questa è una sfida rischiosa che nessun’altra missione spaziale ha mai affrontato prima; il minimo errore potrebbe far deviare Juice dalla rotta e decretare la fine della missione.


La missione dell’Esa per studiare le lune ghiacciate di Giove – in cui è coinvolta anche l’Italia con l’Agenzia spaziale italiana affiancata dalla comunità scientifica nazionale e dall’industria – è stata lanciata nell’aprile 2023, sorvolerà nuovamente la Terra nel 2026 e nel 2029 e raggiungerà la sua destinazione tra sette anni. (Credit: ESA/Juice/JMC – Simeon Schmauß & Mark McCaughrean image processing)