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Sanremo 2026, il grido di Laura Pausini: “Basta con tutte le guerre”

Sanremo 2026, il grido di Laura Pausini: “Basta con tutte le guerre”

Sanremo, 26 feb. (askanews) – “Make Music Not War”: è lo slogan che è apparso alle spalle di Laura Pausini durante l’interpretazione del brano Heal the World, brano di Michael Jackson. Un inno alla pace. Sul palco, insieme alla co-conduttrice, il Piccolo Coro dell’Antoniano.

“Vogliamo tutti un mondo senza guerre, e lo vogliamo per loro”, ha detto Pausini indicando i bambini che l’hanno accompagnata. Una esibizione “per gridare al mondo basta con le guerre, tutte”, ha detto la cantante, insieme a Carlo Conti.

Il brano “Heal the world”, scritto e composto del 1992 da Michael Jackson, rappresenta un inno alla pace e alla speranza e all’esigenza di prendersi cura del mondo e costruire un futuro migliore per tutta l’umanità, soprattutto per i bambini, che rappresentano il nostro domani.

Tra le 59 voci dirette da Margherita Gamberini che compongono la formazione corale presente a Sanremo, anche una rappresentanza del Piccolo Coro di Caivano, progetto promosso dal Ministero della Cultura in collaborazione con Antoniano-Opere Francescane.

L. elettorale, ‘campo largo’ dice no ma si apre partita leadership

L. elettorale, ‘campo largo’ dice no ma si apre partita leadership

Roma, 26 feb. (askanews) – La mossa di Giorgia Meloni era ampiamente stata messa in conto nel ‘campo largo’, ma non per questo crea meno scompiglio. La bozza di nuova legge elettorale ha fatto scattare l’allarme nel centrosinistra, sia per la scelta dei tempi del centrodestra – in piena campagna referendaria – sia perché contiene quell’obbligo di indicare il capo della coalizione che rischia di far saltare il delicato equilibrio tra le forze di opposizione costruito fin qui innanzitutto dalla segretaria Pd Elly Schlein.

La leader Pd ha subito fatto il punto con i dirigenti del partito e con i parlamentari esperti della materia, per poi presentarsi davanti alle telecamere con una linea netta: il Pd valuterà bene il testo al momento opportuno, ma la bozza presentata contiene “elementi inaccettabili come premi alti e senza limiti che rischiano di consegnare a chi vince le elezioni, anche la possibilità di eleggere da soli il presidente della Repubblica”.

E’ una barricata che resterà alzata almeno fino al referendum del mese prossimo: il Pd e gli alleati sono convinti che la legge elettorale serva per sovrapporre questo tema a quello della giustizia, che si sta rivelando per la maggioranza più difficile del previsto da gestire. L’accelerazione della Meloni, insiste la Schlein, “evidentemente è il frutto della preoccupazione per l’esito referendario”. E i democratici provano a legare con un filo rosso la separazione delle carriere con questa specie di antipasto di ‘premierato’, come dice Francesco Boccia: “Siamo di fronte ad un metodo inaccettabile e ad una proposta irricevibile. La maggioranza ha solo l’ossessione autoritaria del potere: con la riforma della giustizia vogliono alterare l’equilibrio tra i poteri a favore dell’esecutivo, con l’Autonomia differenziata vogliono spaccare il Paese, con la legge elettorale vogliono dare al governo un potere esorbitante in Parlamento, con un premio di maggioranza a rischio incostituzionalità”.

Che sia una mossa per distrarre l’attenzione lo dice anche Nicola Fratoianni, Avs: “E’ un tentativo bislacco di distogliere l’attenzione e per rimediare ai guai dentro di loro perché cresce la paura che la riforma della giustizia venga rispedita al mittente”. E Angelo Bonelli aggiunge: “Hanno paura che di fronte alla sconfitta referendaria manchi l’intesa in maggioranza? E’ un segnale di grande debolezza presentarla ora”. Critici anche Riccardo Magi di Più Europa (“Una proposta piena di schifezze”).

M5s, rispetto agli altri partiti del ‘campo largo’, non si sofferma sul merito della proposta del centrodestra, Giuseppe Conte preferisce riportare la discussione su giustizia e temi sociali: “Il governo trova l’intesa per la riforma elettorale e per la riforma della giustizia per salvare i politici dalle inchieste, ma nulla per quanto riguarda 60mila rider sfruttati sotto la soglia della povertà, nulla per tutti i nostri giovani sottopagati”. Linea simile a quella di Matteo Renzi: “Giorgia sicura che non ci siano temi più importanti da affrontare per i cittadini?”.

Ma, oltre alla tempistica, la proposta del centrodestra ha un effetto politico ampiamente previsto: di fatto rende ineludibile la discussione sul nome del leader della coalizione, cosa che appunto crea più di un problema nel ‘campo largo’. “Noi – dice un parlamentare Pd sostenitore della Schlein – stavamo ragionando sul congresso da anticipare… A questo punto ripartirà la discussione sulla leadership e sulle primarie”. Primarie che per esempio ipotizza Stefano Patuanelli, M5s: “La strada probabilmente più percorribile è quella delle primarie di coalizione ma serve partire dal presupposto di un progetto serio per il Paese”.

Una questione che complica parecchio la costruzione dell’alleanza. Intanto perché Carlo Calenda già annuncia una corsa solitaria: “Se questa sarà la legge elettorale, se ci sarà l’indicazione del candidato presidente del Consiglio noi concorreremo con una proposta di centro, pragmatica, riformista e molto chiara sulla questione europea e sulle questioni internazionali”. Ma soprattutto perché indicare il leader della coalizione prima del voto costringe ad una discussione che con la legge in vigore si sarebbe potuta rimandare a dopo il voto.

Le primarie, finora, si sono sempre tenute con un leader di fatto già designato, sono state una sorta di cerimonia di investitura e un momento di mobilitazione delle truppe. Nella situazione attuale, con in pista realisticamente la Schlein, Conte e magari almeno un altro nome di area centrista – tipo Silvia Salis – i gazebo rischiano di trasformarsi in un’acrobazia senza rete, difficile prevedere il risultato. Goffredo Bettini qualche giorno fa ha assicurato che le primarie non sarebbero “un elemento di divisione”, ma in realtà rischiano proprio di lasciare ferite difficili da sanare prima del voto. Troppo diverse le linee su questioni di primaria importanza come il riarmo europeo, il posizionamento rispetto ai grandi temi internazionali. Ma anche scegliere il nome con un accordo politico non sembra un’operazione facile, considerando anche quanti – nel Pd e non solo – sono da tempo alla ricerca di un ‘federatore’ che non sia il leader di nessuno dei partiti. Probabilmente proprio ciò che voleva la Meloni.

Dl sicurezza, al via da martedì in Senato. Iter in salita

Dl sicurezza, al via da martedì in Senato. Iter in salita

Roma, 26 feb. (askanews) – Il decreto sicurezza, varato dal governo il 5 febbraio scorso dopo una lunghissima gestazione e giunto alla firma del Capo dello Stato solo due giorni fa, inizierà martedì prossimo il suo iter in commissione Affari costituzionali del Senato.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, interpellato a margine del Consiglio dei ministri di oggi, ha tenuto a sottolineare che non è stata fatta “nessuna modifica sostanziale” rispetto al testo approvato dal Cdm. Ma il percorso si annuncia in salita, per misure che sono state al centro del dibattito e dello scontro politico tra maggioranza e opposizione. E soprattutto al centro del derby sulla sicurezza tra Fdi e Lega. Tra qualche giorno, il 4 o 5 marzo, irromperà inoltre il ‘pacchetto alla nazione’ di Roberto Vannacci ‘offerto’, spiega Edoardo Ziello, ai “senatori che vorranno accogliere in emendamenti” la ricetta della destra più a destra del centrodestra.

In occasione della prima seduta della commissione, secondo quanto si apprende, dovrebbe essere proposto un giro di audizioni oltre a procedere alla nomina del relatore. Non è escluso, viene riferito, che sia comunque fissato a stretto giro il termine per gli emendamenti.

Sotto i riflettori il cosiddetto ‘scudo penale’ per le forze dell’ordine e il fermo preventivo in occasione di manifestazioni. La prima misura prevede, in caso di notizia di reato, che non vi sia l’iscrizione nel registro degli indagati della persona verso cui emergano indizi a carico se appaia “evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione”. Il pubblico ministero quindi procederà “all’annotazione preliminare, in separato modello, del nome della persona cui è attribuito il fatto medesimo” ed entro trenta giorni dovrà assumere le sue determinazioni: archiviazione o iscrizione nel registro degli indagati (se riterrà necessario procedere a ulteriori accertamenti, “provvede senza ritardo e comunque entro centoventi giorni”). Dopo la moral suasion del Quirinale, la norma è diventata erga omnes e riguarda tutti i cittadini e non solo le forze dell’ordine.

L’articolo 7 (Disposizioni a tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica) contiene il discusso fermo preventivo legato a manifestazioni, sit in, proteste che inizialmente il governo aveva ipotizzato fino a 24 ore: questo può essere disposto per “non oltre 12 ore” in presenza di un “attuale” pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica. Secondo l’ultima versione del provvedimento, possono essere trattenute “persone” sulla base di “elementi di fatto”, “anche” valutando sulla base del “possesso” di oggetti o materiali ‘sospetti’ o in merito alla “rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza alle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi cinque anni” e se sussista un “fondato motivo di ritenere” che si possano porre in essere condotte di “concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione”. Ne viene data “immediata” notizia al Pm il quale, se riconosce che le condizioni non ricorrono “ordina il rilascio”.

Sempre in tema di manifestazioni, si interviene depenalizzando il reato di mancato preavviso al Questore ma schizzano le sanzioni, da mille fino a 10mila euro per i promotori anche “tramite reti, piattaforme e servizi di comunicazione elettronica ad uso pubblico o privato, ovvero tramite gruppi chiusi di utenti”. Incrementi di simile entità pure per chi non osserva le prescrizione dell’autorità (sanzione massima a 12mila euro) e per chi non rispetta le limitazioni poste alla circolazione o cambia itinerario (fino a 10mila euro), per chi “turba il pacifico svolgimento di una riunione in luogo pubblico o il regolare espletamento del relativo servizio di ordine e sicurezza pubblica” fino a 3mila euro, che salgono a 10mila euro per chi nasconde il proprio volto. Per arrivare a una sanzione massima di 20mila euro nell’ipotesi di “disobbedienza all’ordine di scioglimento” della riunione o dell’assembramento.

In vigore inoltre il divieto di partecipazione a riunioni o ad assembramenti in luogo pubblico. Lo può disporre il giudice per i condannati per alcuni reati (dall’attentato per finalità terroristiche all’attentato alla sicurezza dei trasporti). Il questore può prescrivere l’obbligo di comparire nel giorno dello svolgimento della riunione o manifestazione.

Manca la cauzione a carico dei promotori delle manifestazioni, sponsorizzata dal vicepremier Matteo Salvini, il quale ha però annunciato che la Lega porterà la misura “in Parlamento”.

Viene esteso il Daspo urbano a coloro che sono “denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva, nel corso dei cinque anni precedenti, per reati per cui è previsto l’arresto in flagranza, commessi in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico” e introdotto l’arresto in flagranza differita per chi ha commesso reato di danneggiamento.

Si passa poi alle baby gang e ai coltelli. Viene previsto il carcere da sei mesi a tre anni per tutti coloro che “senza giustificato motivo”, portano fuori dalla propria “abitazione”, strumenti “dotati di lama affilata o appuntita eccedente in lunghezza i centimetri otto” (cinque centimetri se a scatto o a ‘farfalla’). Ma in caso di minori, ai genitori o chi esercita la potestà genitoriale viene applicata la sanzione amministrativa pecuniaria da 200 a 1.000 euro”. Per i venditori che infrangono la legge, ci sono multe salate fino alla sospensione dell’attività.

Arrivano poi le zone a vigilanza rafforzata: il prefetto per un periodo massimo di 6 mesi (rinnovabili fino a 18 mesi) può individuare specifiche zone ‘rosse’, come le cosiddette piazze di spaccio, in relazione alle quali è disposto l’allontanamento di soggetti “denunciati negli ultimi cinque anni” (in materia di stupefacenti, delitti non colposi contro la persona e il patrimonio, per strumenti atti ad offendere) in caso di “comportamenti violenti, minacciosi o insistentemente molesti”. Nel testo pure la confisca “obbligatoria” dei veicoli e mezzi usati per l’attività di spaccio.

Tra le misure del provvedimento sono rimasti nel testo tre articoli sui migranti (il pacchetto che contiene il ‘blocco navale’ è stato inserito in un ddl ad hoc in attesa di essere trasmesso in Parlamento): dall’estensione dell’obbligo di cooperazione ai fini dell’accertamento dell’identità anche allo straniero “detenuto o internato” all’estensione fino a tutto il 2028 delle deroghe per il potenziamento della rete dei centri di accoglienza e dei Cpr oltre alla semplificazione delle modalità di notifica degli atti ai richiedenti protezione internazionale e dispozioni in materia di respingimento alla frontiera, espulsione e rimpatrio.

Del pacchetto sicurezza fa parte anche un ddl, varato contestualmente al decreto, che dovrebbe essere trasmesso alla Camera ma che ancora manca all’appello.

Intesa by night, poi nodo proponenti. Centrodestra deposita ‘sua’ legge elettorale

Intesa by night, poi nodo proponenti. Centrodestra deposita ‘sua’ legge elettorale

Roma, 26 feb. (askanews) – Se si prendesse per buono il poco che è stato possibile vedere e raccontare in questi mesi, tutto sommato si potrebbe pensare che si è trattato di una gestazione veloce. Ma che le cose non stiano così, lo dimostra in fondo l’ultima trattativa, quella che si è sbloccata solo nella notte e che per tutta la giornata di oggi è sembrata ballare su particolari che, almeno apparentemente, sono residuali. Dunque il centrodestra ha depositato la sua proposta di legge elettorale, un proporzionale con premio di maggioranza per chi supera il 40%. C’è anche già chi, provando ad anticipare un lavoro che di solito spetta ai media, prova a ribattezzarla ‘Stabilicum’. Un nome che piace a Forza Italia, meno agli alleati ma che riflette l’idea – almeno quella – su cui tutti sono d’accordo. Ovvero, come si legge nella premessa che accompagna l’articolato, che votando con l’attuale Rosatellum sarebbe stato troppo alto il rischio di non avere maggioranze chiare e che dunque ci fosse la necessità di un sistema in grado di “coniugare pluralismo politico e stabilità istituzionale nel rispetto dei principi costituzionali”.

L’ultima trattativa, andata avanti fino a tarda sera ieri a via della Scrofa, si è giocata di fatto su quattro punti. Il primo: le preferenze, care a Fratelli d’Italia non a Lega e Fi. Alla fine non ci saranno, ma i meloniani sono pronti a riproporle con un emendamento. Ci sarà invece il ballottaggio, previsto nel caso in cui nessuno raggiungesse la soglia del 40%. Su questo, di fatto, l’hanno avuta vinta i padroni di casa, spingendo gli alleati a mettere da parte le loro perplessità anche in virtù del fatto che, in un sistema bipolare, si tratta di fatto di una possibilità “eventuale”. Altro punto, la grandezza dei collegi che, alla fine, rimarrà invariata. Ultimo nodo, ma il più consistente politicamente, la richiesta di Lega e Forza Italia di stabilire sin da ora con quali quote sarà distribuito il premio, che la legge prevede nel numero di 70 deputati e 35 senatori, da assegnare attraverso un listino. Se ne parlerà più avanti, come da richiesta di Fdi che, in quanto partito più grande della coalizione, sarà naturalmente destinato a mostrare generosità.

Il via libera definitivo all’intesa, tuttavia, è arrivato solo a notte inoltrata giacché non tutti gli sherpa seduti al tavolo (Giovanni Donzelli e Angelo Rossi per i meloniani, Stefano Benigni e Alessandro Battilocchio per Fi, Roberto Calderoli e Andrea Paganella per la Lega oltre ad Alessandro Colucci di Noi moderati) sono riusciti a contattare immediatamente i rispettivi leader per avere l’imprimatur.

Chiuso l’accordo, tuttavia, ci sono volute ore prima che il testo venisse depositato nel primo pomeriggio in Senato e, qualche ora dopo, alla Camera (dove comunque l’iter prenderà il via). E non è stato solo per una questione di drafting. A un certo punto, infatti, il grande tema è stato quello delle firme dei presentatori. L’opzione più logica sin da subito è sembrata quella di far sottoscrivere la proposta ai capigruppo. Tra i leghisti, soprattutto a Montecitorio, questa scelta avrebbe sollevato però più di una perplessità. Lo stesso Riccardo Molinari, raccontano, si sarebbe deciso soltanto dopo essersi preso dell’extra time per leggere personalmente il testo. Alle loro firme, in entrambi i rami del Parlamento, si sono poi anche aggiunte quelle dei capigruppo nelle commissioni Affari costituzionali. Dove, per inciso, non siede nessuno degli emissari che ha materialmente curato la pratica dell’estensione della riforma. Facile aspettarsi che qualcuno si sposti per seguire il provvedimento nei prossimi mesi.

Adesso, resta il tema del dialogo da far partire con le opposizioni che, peraltro, hanno già parlato di proposta “irricevibile”. “Sorrido – afferma Donzelli – a leggere le opposizioni che criticano la legge elettorale prima ancora che sia depositata, come quando criticano a luglio la finanziaria che viene depositata a ottobre. Questo dimostra che è una critica preconcetta. Dopo che avremo depositato il testo saremo pronti a dialogare con chiunque per migliorarlo”.

Ma bisogna spiegare la legge elettorale anche ai vari deputati e senatori in carica che hanno come interesse principale quello di capire quante chance hanno, o meno, di rielezione con l’eventuale nuovo sistema. Fratelli d’Italia si è già attrezzata: per martedì 3 e mercoledì 4 – rispettivamente a palazzo Madama e a Montecitorio – è già stata fissata una riunione dei gruppi con i due sherpa meloniani per spiegare le nuove regole del gioco.

Sanremo, la terza serata del Festival: la finale dei giovani e 15 big in gara

Sanremo, la terza serata del Festival: la finale dei giovani e 15 big in gara

Sanremo, 26 feb. (askanews) – Terza serata del Festival di Sanremo 2026, con la finale dei giovani delle Nuove Prooste tra Angelica Bove e Nicolò Filippucci che apre la kermesse e le canzoni di 15 big. Co-conduttrice con Carlo Conti e Laura Pausini la super top model russa Irina Shayk. A chi in conferenza stampa gli chiedeva un commento, viste le sue origini, sulla pace, tema che sarà portato sul palco in questa serata, la top model ha detto: “Non faccio nessun commento politico, perché sono qui per celebrare l’amore, la musica e lo stare insieme”. Questa sera, infatti si parla di pace con Laura Pausini e “uno straordinario momento di spettacolo con Heal the World, brano di Michael Jackson” insieme al Piccolo Coro dell’Antoniano.

Ci saranno anche l’attore Fabio De Luigi e Virginia Raffaele. Momento clou l’interpretazione di Eros Ramazzotti e Alicia Keys, per la prima volta con il brano “Aurora” in italiano. Questa sera è assegnato anche il Premio Mia Martini e il Premio Sala Stampa assegnato dalla sala Lucio Dalla.

Caso Almasri piomba su campagna referendum, Nordio (e centrodestra) contro toghe

Caso Almasri piomba su campagna referendum, Nordio (e centrodestra) contro toghe

Roma, 26 feb. (askanews) – Il caso Almasri irrompe nella campagna referendaria. Oggi è stato notificato l’avviso di chiusura indagini a Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, indagata per false informazioni al pubblico ministero in relazione all’inchiesta sulla mancata consegna di Almasri alla Corte penale internazionale.

“Assolutamente serena, e senza condizionamenti, continuerò a lavorare con senso di responsabilità”, ha scritto Bartolozzi in una nota, seguita a strettissimo giro da una dichiarazione del ministro Guardasigilli, che nel ribadire la sua fiducia solleva dubbi sull’operato degli inquirenti. “Avuta notizia dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti della dottoressa Bartolozzi, esprimo ancora una volta la mia massima e incondizionata fiducia sull’operato della medesima e la mia umana vicinanza rispetto ad una iniziativa sulla cui tempistica rimango perplesso”, afferma Nordio. Che poi aggiunge: “Naturalmente il mio capo di Gabinetto continuerà, con ancora maggiore motivazione, ad affiancare la mia opera di riforma”.

Parole che danno il via a una ‘batteria’ di comunicati e dichiarazioni del centrodestra, tutti sullo stesso tenore. “Esterrefatto” con “un eufemismo” si dice Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato. “Quando si dice il referendum non è politico e che non dobbiamo politicizzare – accusa – io mi chiedo chi politicizza il referendum con un cronoprogramma di questa natura”. Di “un caso di tempistica ad orologeria che non ci lascia sorpresi”, parla il senatore di Fratelli d’Italia Sandro Sisler, vicepresidente della Commissione Giustizia, mentre sul “tempismo perfetto” ironizza il deputato di Forza Italia Enrico Costa: “Dalla campagna referendaria nelle Procure, alle Procure nella campagna referendaria”, aggiunge. Stessa lettura anche dalla Lega: “Una coincidenza – per il senatore del Carroccio Gianluca Cantalamessa – che merita più di una riflessione sulla scelta temporale e sul conseguente impatto che simili decisioni possono avere sul dibattito pubblico e sul confronto democratico. Insomma non vorrei che, come diceva Andreotti, ‘A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca’”.

Al centrodestra replicano le opposizioni. “Le dichiarazioni del ministro Nordio sulla vicenda che riguarda la sua capo di Gabinetto Bartolozzi rappresentano l’ennesimo grave attacco e tentativo di ingerenza nei confronti della magistratura” per il Dem Federico Gianassi, secondo cui “è ora di dire basta a questo attacco grossolano e continuo contro la magistratura. I giudici devono essere liberi e autonomi dal potere politico e il Governo non può pretendere che sia altrimenti. Anche per questo votiamo No”. “Se non fosse ancora chiaro qual è l’obiettivo della riforma costituzionale del ministro Nordio, il suo commento sulla vicenda giudiziaria del suo capo di gabinetto Bartolozzi è una ulteriore spiegazione: Nordio e tutto il suo governo non tollerano che la magistratura eserciti il controllo di legalità su tutti, senza distinzione tra cittadini comuni e esponenti del potere. La riforma serve a fare in modo che la politica possa legare le mani al potere giudiziario”, affermano i rappresentanti del M5S nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato.

La chiusura delle indagini arriva a pochi giorni dalla data in cui, mercoledì prossimo, l’Ufficio di Presidenza della Camera dovrà deliberare sulla richiesta di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta nei confronti della procura di Roma e del Tribunale dei ministri proprio per la vicenda Bartolozzi. La tesi del centrodestra, sostenuta anche da un parere approvato a maggioranza dalla Giunta per le autorizzazioni, è che la capo di gabinetto del ministero della Giustizia doveva essere inclusa nel procedimento che vedeva indagati a vario titolo i ministri Nordio e Piantedosi e, in concorso, il sottosegretario Mantovano, in modo da essere tutelata dalla stessa richiesta di autorizzazione a procedere che tutela i componenti del governo e che infatti è stata respinta dalla Camera a ottobre. “Sono trascorsi mesi e nulla è avvenuto, ora, con un meccanismo collaudato, sopraggiunge questa notifica, in piena campagna referendaria”, nota Dario Iaia (Fdi) che in Giunta ha seguito il caso. “È chiaro – aggiunge – che continuano ad essere legittimi i dubbi di chi si interroga sulla oggettività e imparzialità di quella parte della magistratura militante che sta facendo del quesito referendario una battaglia per la vita”.

Legge elettorale, la maggioranza deposita il suo testoin Parlamento. Schlein: inaccettabile

Legge elettorale, la maggioranza deposita il suo testoin Parlamento. Schlein: inaccettabile

Roma, 26 feb. (askanews) – E’ stata depositata oggi a firma dei capigruppo di maggioranza alla Camera e al Senato una proposta di alcune modifiche all’attuale legge elettorale.

La proposta di stampo proporzionale, partendo dall’attuale Rosatellum, in ossequio ai dettami delle sentenze 1 del 2014 e la 35 del 2017 della Corte Costituzionale – si legge in una nota – prevede un premio di governabilità che possa agevolare sia la stabilità che la rappresentatività. Il premio di settanta deputati e trentacinque senatori, con nomi presentati sulla scheda nello spazio riservato alla coalizione, è suddiviso su base circoscrizionale alla Camera e regionale al Senato. Tale premio viene interamente attribuito solo se la coalizione arrivata prima supera il quaranta per cento dei consensi. Nel caso in cui non ci sia il raggiungimento di tale soglia, si attiverà una distribuzione proporzionale. Nel caso invece in cui entrambe le coalizioni arrivate prima e seconda siano tra il trentacinque e il quaranta percento la proposta di legge depositata prevede il ballottaggio. A tutela delle opposizioni, in nessun caso la maggioranza potrà superare il sessanta per cento degli eletti. Ciascuna coalizione, inoltre, dovrà depositare unitamente al programma anche un unico nome da proporre al Presidente della Repubblica come incaricato alla Presidenza del Consiglio. Nessuna variazione è prevista per le dimensioni delle attuali circoscrizioni e degli attuali collegi plurinominali e proporzionali, nessuna variazione è prevista nemmeno per l’attuale soglia di accesso del tre per cento.

“Siamo disponibili a un confronto con tutte le forze politiche per proposte migliorative che abbiano la condivisa finalità di garantire la rappresentatività della volontà dell’elettore e la possibilità di dare maggioranze stabili a chiunque vinca le elezioni”, commentano i presentatori della legge.

Il centrodestra si occupa di legge elettorale perché teme “l’esito referendario”, il Pd aspetta di leggere un testo ma dalle indiscrezioni trapelano “elementi che per noi sarebbero inaccettabili”, ha commentato la segretaria democratica Elly Schlein a margine di una iniziativa.

Il premio di maggioranza, in particolare, così come sarebbe stato immaginato, rischia di essere “troppo distorsivo della rappresentanza”. “Questa accelerazione – ha detto Schlein – evidentemente è il frutto della preoccupazione per l’esito referendario. La fretta e la paura di perdere non sono buone consigliere”. Previsti “premi alti e senza limiti che rischiano di consegnare a chi vince le elezioni, anche la possibilità di eleggere da soli il presidente della Repubblica. Elementi che sarebbero per noi inaccettabili”. “Quando ho appreso che questa notte c’è stato un vertice tra le forze di maggioranza, speravamo fosse sui salari, sul calo della produzione industriale… Invece no, era sulla legge elettorale, per garantire sé stessi” ha chiosato Schlein.

Stellantis: maxi rosso di 22 miliardi con reset su elettrico

Stellantis: maxi rosso di 22 miliardi con reset su elettrico

Milano, 26 feb. (askanews) – Stellantis archivia il 2025 con una perdita netta di 22,3 miliardi di euro, dopo 25,4 miliardi di oneri straordinari per correggere una strategia troppo focalizzata sull’elettrico e rimettere la libertà di scelta dei clienti al centro con una gamma completa di motorizzazioni, incluso il diesel. I primi segnali di ripresa sono già emersi nel secondo semestre con l’arrivo del nuovo Ceo, Antonio Filosa, e il gruppo confida che lo slancio proseguirà nel 2026. Positiva la reazione del titolo in Borsa che ha chiuso in rialzo del 4,2% a 6,8 euro.

I ricavi lo scorso anno sono diminuiti del 2% a 153,5 miliardi di euro a fronte di un aumento delle consegne dell’1% a 5,5 milioni di auto. La perdita operativa rettificata è stata pari a 842 milioni. L’impatto dei dazi Usa è stato di 1,2 miliardi di euro e per il 2026 le stime sono di 1,6 miliardi. Alla luce dei risultati, Stellantis non distribuirà un dividendo ed emetterà fino a 5 miliardi di obbligazioni subordinate per far fronte agli oneri. Per lo stesso motivo non sarà distribuito il premio di produzione nei principali mercati del gruppo. Notizia che per quando attesa è stata accolta con amarezza e preoccupazione dai sindacati. “Stellantis ha respinto la richiesta di riconoscere almeno un’erogazione una tantum, affermando che tutte le risorse sono oggi impegnate nel tentativo di rilanciare l’azienda, di salvaguardare tutti gli stabilimenti italiani e di superare il ricorso agli ammortizzatori sociali” hanno detto Fim, Uilm, Fismic, Uglm e Aqcfr.

Per il 2026 il gruppo ha confermato la guidance indicata lo scorso 6 febbraio quando ha annunciato oneri straordinari per 22,2 miliardi nel secondo semestre. Il gruppo prevede un miglioramento di ricavi, margini e flusso di cassa industriale che tornerà in positivo nel 2027.

“Il reset del 2025 è stato decisivo per un ritorno a una crescita profittevole. Il 2026 sarà l’anno di esecuzione del piano di rilancio, ci impegniamo a migliorare tutti i parametri finanziari”, ha detto il Ceo Antonio Filosa durante la call con gli analisti.

Nel secondo semestre Stellantis ha mostrato i primi segnali di inversione di tendenza: i ricavi sono aumentati del 10% e le consegne dell’11%, con un +39% negli Stati Uniti, principale mercato del gruppo. Anche il 2026 sembra essere partito con il piede giusto. In particolare in Europa il gruppo ha registrato un aumento significativo degli ordini (+80%) per le vetture compatte su piattaforma Smart Car: Opel Frontera, Citroen C3 e Fiat Grande Panda che saranno un pilastro della crescita futura. “Abbiamo visto un incoraggiante rimbalzo della quota di mercato a gennaio e ci aspettiamo lo stesso anche a febbraio”, ha detto Filosa. L’appuntamento ora è per il 21 maggio a Detroit quando il gruppo presenterà il nuovo piano industriale con aggiornamenti sui brand. A partire da Maserati che ha chiuso l’anno con 3.700 consegne (-23%), 400 milioni di ricavi (-13%) e un margine operativo (Aoi) negativo del -16,5%.

Dopo il caso Pucci lo ius sanremese della politica: occuparsi di scalette e canzoni

Dopo il caso Pucci lo ius sanremese della politica: occuparsi di scalette e canzoni

Roma, 26 feb. (askanews) – Tutto ha inizio con il caso Andrea Pucci. L’invito a Sanremo come co-conduttore e poi il passo indietro perché subissato da attacchi e financo da minacce. La destra lo difende a spada tratta, la sinistra è fredda e punta il dito contro le battute “razziste e omofobe” di Pucci, autodefinitosi in passato “l’unico comico di destra”. Passano i giorni e regge l’illusione che, in fondo, si stia parlando di satira, della permeabilità delle democrazie alla satira, dei limiti della libertà di espressione, del diritto di criticare i potenti, anche con uno sberleffo. Certo, le priorità del Paese sarebbero altre, ma il tema è squisitamente politico. Poi, a un certo punto, il paravento cade e la questione diventa un’altra: il diritto della politica a parlare di Sanremo (per non parlare d’altro, sostengono le opposizioni). Da qui il diluvio.

Perché la politica, cioè la maggioranza, comincia a parlare non solo del diritto di Pucci ad essere sul palco di Sanremo, ma anche della scaletta di Sanremo, delle canzoni di Sanremo, di cosa dovrebbe fare il conduttore di Sanremo e – al momento non ci sono prove, ma la speranza è viva – dei meglio e peggio vestiti di Sanremo. Inutile dire che il Fantasanremo impazza.

Ma quando è avvenuto il salto? Quand’è che le prime cariche dello Stato hanno sentito l’insopprimibile esigenza di parlare di Sanremo, di esprimere auspici sulla scaletta, di perdere tempo a smentire notizie false circa la propria presenza, di commentare i testi delle canzoni (pare, peraltro, senza capirli)? La linea di demarcazione, forse, è stato il video del presidente del Senato Ignazio La Russa, un video-appello al direttore artistico Carlo Conti, affinchè non si arrendesse davanti al diniego di Pucci, cercando, invece, di fare “qualcosa di più”, “magari una sorpresa”. Video che scatena i comici – da Maurizio Crozza a Luca Bizzarri -, ma La Russa non demorde e, davanti alla risposta un po’ imbarazzata di Conti che esprime “rispetto per la seconda carica dello Stato”, ricorda il principio da cui tutto questo discende: siccome il Festival di Sanremo “resta il più grande avvenimento nazional-popolare” allora “è lecito occuparcene un po’ tutti”. Postilla: “senza nulla togliere, ovviamente, alle altre cose anche più importanti”. Anche.

Invito che il vicepremier Matteo Salvini prende alla lettera ed eccolo, oggi, commentare la canzone di Ermal Meta complimentandosi per “il suo perfetto utilizzo della lingua italiana” e attaccandoci un ragionamento su “chi si integra” a differenza di “clandestini e delinquenti”. Meta, di origini albanesi, è in Italia da trenta anni e ha portato al Festival la canzone “Stella stellina” che, intrisa di sonorità balcaniche, racconta la storia di una bambina palestinese uccisa dalla guerra.

E la premier? Giorgia Meloni è intervenuta un paio di volte sul Festival. Prima, a gamba tesa, sul caso Pucci accusando “il doppiopesismo della sinistra” che considera “sacra la satira (insulti compresi) quando è rivolta verso i propri avversari, ma invoca la censura verso coloro che dicono cose che la sinistra stessa non condivide”. Poi Meloni non si è tirata indietro quando si è trattato di smentire la “notizia immaginaria” di una sua presenza alla serata inaugurale del Festival. Occasione utile per ribadire che “Sanremo è la più grande festa della musica italiana” e che “il fantasanremo è un gioco divertente per gli appassionati del Festival”.

Non è mica finita. Perchè poi ci sono le opposizioni che parlano di Sanremo per attaccare la maggioranza che parla di Sanremo (refrain: “invece di pensare ai veri problemi del Paese”). Infine, e come potrebbe essere altrimenti, c’è la risposta di Sanremo alla politica. Perchè, a suo modo, artistico volendo, il Festival ha risposto. Così. Nella serata inaugurale, mentre la signora ultracentenaria Gianna Pratesi ricordava le donne che votarono al referendum e votarono per la Repubblica, si sono inanellate un paio di gaffe. Prima la grafica sull’esito del referendum (“Il 54% alla Repupplica”, refuso per cui Carlo Conti si è scusato), poi la sbianchettatura della testata del giornale nella foto storica proposta. La testata era L’Unità, storico organo del partito comunista.

Ma, forse, la risposta vera allo ‘ius sanremese’ della politica arriva sul referendum. Poteva il referendum sulla giustizia, che nelle ultime settimane ha riservato diverse soddisfazioni – tanto per citarne una, “Putin voterebbe No”, copyright del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari – non entrare nella grande saga del Festival? No, non poteva. Lo fa con Carlo Conti, che ai giornalisti che gli chiedono del voto del 22 e 23 marzo risponde candidamente: “Non sono cose che mi riguardano. Se voterò? Non lo so”. Sdeng.

Giornalisti, Fnsi proclama sciopero per il 27 marzo e il 16 aprile

Giornalisti, Fnsi proclama sciopero per il 27 marzo e il 16 aprile

Roma, 26 feb. (askanews) – Nell’ambito della vertenza per il rinnovo contrattuale, che si protrae ormai da due anni, la Federazione nazionale della Stampa italiana ha proclamato altre due giornate di sciopero unitario: venerdì 27 marzo e giovedì 16 aprile 2026 (questa seconda data potrebbe subire spostamenti per consentire a tutti i colleghi, anche quelli della Rai, di aderire alla protesta). E’ quanto comunica la Fnsi.

Il primo aprile, “esattamente dieci anni dopo la scadenza dell’ultimo contratto, la Fnsi convoca anche una manifestazione nazionale a Torino: iniziativa che vuole unire sia i temi del rinnovo contrattuale, sia la crisi che riguarda le testate del Gruppo Gedi La Stampa e Repubblica (oltre alle radio e all’online), per le quali sono in corso svendite, più che cessioni, da parte dell’editore Elkann”.

Il sindacato rifiuta le risposte della Fieg sul rinnovo contrattuale. La Fnsi “lotta per mantenere le tutele per i giornalisti e per il futuro dell’informazione e non si può accontentare di risposte algebriche e miopi che stanno riducendo l’informazione stessa ad un terreno incolto per l’intelligenza artificiale e lo sfruttamento di manodopera intellettuale”.

Gli editori, conclude la Federazione, “continuano a prendere finanziamenti, eppure senza riuscire a immaginare un futuro per l’informazione e i suoi lavoratori, che siano dipendenti o collaboratori coordinati e continuativi e lavoratori autonomi. Viviamo il grande paradosso di una società che consuma informazione e di editori che bruciano chi fa informazione”.